Factory Asks

FACTORY ASKS 0018 : BRIAN DI CALMA

     BrianDiCalma

Nome Artista 0018 : Brian Di Calma

BIO

Sono quello che nella mia lingua del tutto inventata descriverei come un personaggiurdo. Sono Italo-Americano, nato negli Stati Uniti a Pittsburgh, e sono dieci anni che vivo in Europa, la maggior parte in Italia. La mia vita è un’ esperienza vissuta dentro un film di serie B. Ho vissuto per sei anni in eco-villaggi in Andalusia e sugli Appennini: so allevare animali, coltivare ortaggi, curare con medicine naturali, fare birra, vini, liquori, formaggi, carni, e sono un mito in cucina. Faccio coltelli artigianali realizzati con materiali riciclati e corna caduche di cervo, e sono artista di strada. Sono cantante e disegnatore. Ho una mentalità fortemente contro il sistema e cerco di vivere fuori dalle regole. Essendo una persona che tecnicamente non esiste, per me dunque non esistono regole, a parte una, semplice e che comprende tutto – il rispetto.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

La musica è sempre stata una presenza fortissima nella mia vita e non credo di poter vivere senza. Ho cominciato a suonare per strada in Andalusia nel 2011, e ho girato cinque paesi europei suonando con diversi artisti. Con la creazione dei coltelli ho cominciato nel 2012 vicino a Pistoia, più o meno per caso e il disegno nell’ottobre 2015 essendomi trovato in una casa di artisti a Bologna.

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02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Musicalmente, ci sono troppi artisti che mi hanno modellato per scriverli tutti. Ho un dono meraviglioso nella mia voce, e non ho mai studiato. Quando canto, mi sento uno strumento collegato all’ energia ambientale circostante e in qualche maniera riesco a canalizzare quest’energia e a trasformarla in musica. Anche se io sono fisicamente presente, il mio conscio è scollegato dal mondo fisico che mi circonda per quel breve periodo, in rete con un altro mondo, rete costruita di onde energetiche invisibili. Riguardo al disegno, dovrei ringraziare i miei amici artisti (e famiglia) qui a Bologna, specialmente: Mario Ventriglia, Davide Urgo, Albero Cosenza e Daniele Ventola in quanto senza il loro supporto e osmosi non mi troverei a scrivere questo, ora.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Direi di riuscire a vivere tranquillamente fuori dal sistema con i diversi tipi di arte che creo.

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04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Sì, questo per me è fondamentale. Essendo uno che vende la propria arte, mi rifiuto di ‘vendermi’ creando qualcosa che a me non piace, che non manda un messaggio mio personale, in maniera da guadagnare di più o commercializzando la mia arte. A volte i messaggi sono ben chiari, a volte molto più sottili, e a volte è puro divertimento. In ogni caso, il messaggio dipende da come viene interpretata l’opera nell’occhio e la mente degli altri, e forse ogni persona interpreta il messaggio in maniera diversa. Uso poche parole scritte perché vorrei che il disegno o la pittura parlassero per sè e si lasciasse all’ osservatore la possibilità di vedere e ricevere il messaggio in maniera personale senza essere già indirizzato altrimenti.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Per me è la rete…la rete tra noi artisti, noi alternativi, contro un sistema corrotto e orwelliano. Ci vivo dentro, ed è molto forte.

06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato vari disegni, tra cui i miei primi di “Mondo Cane!” (i miei animali antropomorfizzati), e la serie “Bottiglie in banana” (una specia di delirio alcoolico surrealistico). Ho portato pure qualche coltello. In realtà, avevo cominciato col disegnare solamente due mesi prima, e il PUM Factory Fest è stata la mia prima mostra. L’esperienza per me è stata molto, ma molto positiva e la cosa più importante sono stati i contatti fatti con gli altri artisti e “undergroundiani” per espandere e far crescere questa “rete”.

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07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Secondo me sono molto importanti, specialmente per i contatti e possibilità che possono crearsi. Di solito io lavoro per strada, e incoraggio i giovani artisti a mostrarsi anche loro assieme a noi per le opportunità che la strada ti presenta: dopotutto, ho beccato l’invito al PUM Fest lavorando per  strada durante Lucca Comics, grazie a Nicol P. La strada ti dà un guadagno (anche se minimo) subito, ti dà visibilità, ti aiuta a sviluppare autostima e confidenza e ti presenta possibilità di fare mostre, partecipare a riviste, etc. Incontri un sacco di persone. Hai un contatto dal vivo insieme alla tua arte con tanta gente diversa ogni giorno, e ogni tanto incontri qualcuni che ti può portare opportunità interessanti.

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| The Factory | Brian Di Calma |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

Factory Asks

FACTORY ASKS 0017 : M45

Nome Artista 0017 : M45

BIO

Sono un figlio degli anni ’90 convinto che per saltare esista solamente il tasto A , ho spalmato i miei primi neuroni sopra “sprite” di videogiochi che la gioventù di adesso considererebbe talmente difficili e frustranti da sembrare test per l’università degli X-man o degli enigmi di “Cicada 3301” (questo riferimento lo capiranno in tre sì e no). Nel frattempo disegnavo dove potevo, sopratutto dove non potevo, finché i due mondi si sono toccati vedendo i lavori della GRL (Graffiti Research Lab) e scoprendo che non ero l’unico a essere cresciuto a inchiostro e pixel.

1. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

La risposta più breve sarebbe a casaccio, o meglio “trovandomici”… la mia filosofia di base è “iterate faster and release early and often” e “c’è sempre un modo”. Questa tendenza all’essere “MacGyver digitali” (senza la permanente e il capello biondo) viene sostanzialmente dal non avere budget e dall’avere un innegabile spirito “hack-to-learn”. Ho avuto la fortuna di lavorare con gente veramente meravigliosa a bellissimi progetti e anche di essere sfruttato in malo modo per cose di cui non ho preso merito. Quindi riassumendo, come ho intrapreso il mio percorso artistico? Come la Parigi-Dakar in mono-ciclo.

                                                  foto di Studio 47

2. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Mi ispiro alla gente, banale ma vero…mi pongo sempre dal lato dell’utente e cerco di fare qualcosa che alla fine non sia un aulico “l’artista voleva rappresentare la palingenetica obliterazione dell’io siderale che si avviluppa tra le pieghe dello spazio tempo”, ma che prima di tutto diverta, poi che possa essere vista come un gioco, un mezzo o un’ esperienza. Penso che gli spazi espositivi siano già spazi ostici per il pubblico “comune”, se poi metti quattro ore di inquadratura su una mela e lo chiami “decadimento della materia” ci sta che la gente non venga…

3. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Aggiungere almeno altre dieci virgolette intorno alla parola artista. Non morire di gastrite. Avere abbastanza soldi per poter comprare pizza e caffè (ma questo è più un obbiettivo nella vita). La pace nel mondo?

4. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Non credo, forse più il sapore DIY (do it yourself) e quella poca cura dei dettagli …del messaggio mi occupo poco, il mezzo è il messaggio, è triste ma è così, fateci pace.

foto di Studio 47

 

5. Che cosa vuol dire underground per te?

Domanda spinosa: purtroppo esiste il mercato dell’underground che in alcuni casi è peggio di quello mainstream, un marasma di gente con scarse competenze che sta in una situazione perché “fa figo” ma poi manca la sbatta, manca il sudore. Ma il termine “underground “ è perfetto perché sotto terra trovi fango, melma e vermi…ma ogni tanto trovi anche gente brillante come i diamanti, preziosa come l’oro e forte come il ferro e che ti ripaga di tutto il fango che hai spalato.

 

 

6. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato un mio “giocattolo” che per mancanza di termini migliori si chiama “loop music”: tecnicamente una variante di reactable usando la libreria reactivision e i segnali osc/tuio per controllare ableton e triggerare loop quantizzati e divisi in tipi di suoni. Se non vi siete ancora addormentati la versione breve è “metti cubetto sul tavolo e parte un loop di batteria, ne metti un altro parte il basso e via dicendo”. Per me significa democratizzazione del gesto di composizione musicale, far provare a tutti la gioia di “suonare” senza necessariamente saperlo fare. In più ho partecipato assieme a Micol e Lorè all’ allestimento delle tre serate per quanto riguarda visual, montaggio, smontaggio, rollaggio cicchini, caffè, conversioni video, bestemmie, cioccolate calde alle 5, etc etc.

PUM ART FEST / Foto di Nicol P.

7. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Ovviamente è una cosa importante e sinceramente bisognerebbe dare più spazio a chi organizza queste cose, ma quando dico spazio intendo spazio fisico -non “attenzione giornalistica”- e spazio di azione convertito in vil denaro. Inoltre sarebbe bello avere uno spazio dove allestire esperimenti, workshop, residenze artistiche e quant’altro.

 

| The Factory | M45 |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

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Don’t think twice

pillola #1

La pillola n.1…ricordo che imperversava l’estate ed il sottoscritto contava i tre soldi che gli restavano nelle tasche, come sempre.

Tre soldi erano parecchi perché in effetti non aveva una ragazza a cui pagar la cena (sono uno che cambia poco e lo fa lentamente, per cui non prendetevela) ma solo parecchi amici che comunque costavano meno della ragazza che non c’era.

Allora nel brodo di pensieri e riflessioni (altresì note come seghe mentali da cui tutti siamo affetti più o meno intensamente) giunsi alla conclusione che potevo farne un interesse condiviso (poiché appunto il disagio è cosa diffusa e presente, non prendetevela neppure questa volta). 


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Così nasce la rubrica don’t think twice, che si fa promotrice del soprappensiero e del pensare intenso, spesso paralizzante, omicida di qualsiasi azione, in comode pillole.

Non si tratta di una sola pillola o consiglio ma piuttosto di una sottospecie di conforto che magari, per errore o per puro caso, può condurre ad una fortuita accettazione del sé, mica cazzi.


pillola #2

Mettiamola così, tutti abbiamo visto quella puntata dei Simpsons in cui Marge ripete ossessivamente a Lisa che è riuscita a cambiare suo padre Homer, come un mantra, per convincere sé stessa e tentare vanamente di convincere la povera Lisa.

Se non l’avete vista andate a vederla, sia chiaro però che non ho la più pallida idea di quale cazzo di stagione si tratti delle millantamila disponibili della serie… forse wikipedia può aiutare, forse decisamente no.

Ma tutto questo cosa c’entra col resto o con questa dannata rubrica? come te lo spiego… il tema è il mutamento che mettiamo in atto quando vogliamo piacere all’altro, cioè le molteplici seghe mentali, i super filtri che molti (non tutti eh) di noi mettono in atto per far trasparire la parte più splendida di sé. m’è capitato per esempio di cominciare ad ascoltare i Chemical Brothers per capire meglio cosa ascoltasse la ragazza dai capelli rossi (true story, non si tratta dei peanuts). è stato un abbozzo di cambiamento finito lì, perché oltre non mi sono spinto, non ce n’è stato bisogno, trasmettevo e trasmetto tutt’ora troppo l’idea del dissociato… i più buoni dicono che ricordi un professore stressato di cambridge.

…in ogni caso cambiamo poco e lentamente più di quanto ci piaccia credere, non parliamo poi delle abitudini mattiniere, un disastro. nella pillola di questa settimana una dichiarazione di sconfitta, l’ennesima.
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La rubrica don’t think twice si fa promotrice del soprappensiero e del pensare intenso, spesso paralizzante, omicida di qualsiasi azione, in comode pillole. Non si tratta di consigli ma piuttosto di una sottospecie di conforto che magari, per errore o per puro caso, può condurre ad una fortuita accettazione del sé, mica bruscolini.


Edited by Davide L.

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Factory Asks

FACTORY ASKS 0016 : BRUCIO

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Nome Artista 0016: Brucio

BIO

Nasco nel 1985. Faccio parte di alcune associazioni di promozione culturale e cerco di partecipare a più progetti fallimentari possibili, ho girato un po’ negli ultimi anni portando in giro le mie tavole di legno dipinte ad acrilico guadagnando il maldischiena.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Mi è sempre piaciuto disegnare, prima col writing poi coi fumetti e ora con gli acrilici, è sempre stato una buona alternativa a quello che avrei dovuto realmente fare e visto che mi veniva decentemente ho continuato.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Prima dal lettering dei writer, i movimenti delle lettere e le colorazioni, poi i classiconi del fumetto underground italiano e americano (Crumb, Paz, BadTrip…), sono tutte cose che rivedo nei miei disegni.
Anche i libri che leggo e la musica che ascolto influenzano quello che sto disegnando in un dato periodo, come soprattutto le cose che mi accadono direttamente, gli stati d’animo e i luoghi che vivo. Assorbo tutto ma poi cerco sempre di non copiare e trovare un modo diverso e personale di fare le cose.

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03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Non so rispondere a questa domanda. Mi sono impegnato ma mi vengono in mente solo cagate.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Ho cambiato un sacco di temi nei miei disegni anche a seconda delle tecniche, un quadro è difficile che lanci lo stesso messaggio di un fumetto o di una vignetta, credo e spero che tuttavia siano legati da un’atmosfera di fondo.
Ci sono però messaggi che non metterei mai nei miei lavori. Almeno per ora.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Sotto terra.
È dove andremo quando moriremo, e pensare di starci anche da vivo non è del tutto confortante anche se la gente è più simpatica, la musica è più bella e l’arte è più spontanea, le persone non se la menano col copyright e se possono aiutarti o insegnarti qualcosa di solito lo fanno, si mangia un sacco di pasta al sugo vegetariano e si dorme mezzi collassati su dei materassi di solito accanto ad altri uomini, la gente fuma un sacco di sigarette, le bariste e i baristi di solito sono molto simpatici ma fanno i cocktail a caso perché sono sbronzi anche loro, però io me ne frego perché spesso mi porto da bere da casa.

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06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato alcune tavole di legno dipinte ad acrilico e alcuni fumetti di Lo-Fi comics.

07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Ogni festival è un occasione di incontro e di scambio di conoscenze un modo per creare una rete di collaborazioni.

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Foto di Nicol P.

| The Factory | Brucio |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

 

Stories

FRACTAL ART ØØØØ

The story of this young Italian artist based in London proves that supporting young talents it’s always worth it.

Matteo Zamagni is a 23 years old from Rimini and he was chosen from the Barbican Centre to be part of the Fish Island Labs project. This art laboratory located in Hackney Wick (London) was born from the joint forces of the renowned cultural centre – The Barbican – and the social enterprise The Trampery. The project’s core concept aimed at putting together fifty young artists in a iconic studio space with the objective of exploring the many artistic possibilities created by the mix of arts and new technological tools, ranging from sculpture to digital art. After 12 months of hard work, the Fish Island Labs’ artists have summed the ethos of their artistic and technological experimentation in an exhibition held in August at the Barbican Centre, Interfaces.

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Undoubtedly, Matteo’s installation Nature Abstraction was the highlight of the exhibition, attracting the attention of enthusiasts and experts. In the wide landscape of media art, he has chosen a very niche avant-garde, virtual reality. By exploring the mathematics of fractals and complex 3D graphic techniques Matteo successfully managed to turn the mathematical representation of organic forms into visual art. I had already seen some of Matteo’s previous projects, but my curiosity grew even more when I arrive at the exhibition and I saw the long and patient line of people waiting to try the Oculus Rift. I was completely blown away by his installation and I realised the real extent of fractal art and the artistic experience it can recreate.

I met Matteo to find out more about how he started his artistic career, which technologies he uses and what are his future plans.

Tell us about your experience in the Fish Island Lab.
Sharing such a space with artists with similar interests to mine has been absolutely incredible. Even though, each individual artist is a blend of interdisciplinary skills ranging from shadow puppetry, sculpture, data visualisation, fashion and fine art, there was always something to learn from each other. Moreover the Lab hosted many workshops, collaborations and events, making it a great opportunity for us all.

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What about your installation Nature Abstraction for the Barbican Centre exhibition?
Interfaces was undoubtedly one of the most constructive and exciting experiences of my life so far.  After a long time and hard work it was amazing to see my installation Nature Abstraction complete. When something starts from an abstract idea, making it real it’s an indescribable feeling. And it was even more exciting to see the reaction of the public walking into the cube and trying the Oculus Rift. In fact, the installation is designed in order to recreate a contemplative environment by using a cube whose faces are projected with images of organic forms filmed through a microscope; these are merged with analog visual effects (such as refraction and reflection, or other physical properties of light) and then filmed again. In this way, the viewer is invited to enter the cube, wear the Oculus Rift and explore a surreal 3D world created mathematically.
In my opinion, art exceeds its limits more than ever in this new digital era. New technologies facilitate the multisensory interaction of the observer, allowing the artist to fully express himself.

Why did you choose virtual reality and the mathematics of fractals ?
With my installation Nature to Abstraction I wanted to create an environment in which the viewer could ” switch off” for 10 minutes and enter a surreal world made up of 3D fractals. Essentially these are a 3D representation of mathematical formulas that visually lead back to biological and architectural forms. The idea of using the Oculus Rift along with other electronic equipment has been very useful to amplify the experience for the observer. In fact by stimulating sight and hearing it is possible to almost induce the audience  in a state of trance.

What technologies do you use?
The tools always vary from project to project. Many softwares are available online for what concerns video editing, special effects, 3D, realtime graphics, photo-scanning etc. In addition, there are auditory sensors that detect audio frequencies or other types like the Kinect or the Leap Motion that trace back the body movements through infrared sensors. Some of these tools are relatively cheap and they offer endless possibilities. With regards to my work, the abstract idea always comes first. Then I look for the tools to develop and implement my idea in the physical world. I am currently exploring many 3D realtime and offline softwares such as Cinema4D and Houdini (also used for Visual FX in Hollywood productions), specific softwares for 3D fractals, photogrammetry and other softwares for vj-ing and projection mapping.

How would you define the artistic scene in which your work fits into?
From my point of view: it’s FANTASTIC.
It’s a digital movement, born from the internet and from the disclosure of artistic practices online. There is a huge online network of media artists gathered discussing and sharing topics of interest.

What are you working on at the moment and what are your future plans?
I have lots of projects going on at the moment. I’m developing a second installation which aims recreating an OBE (Out of Body Experience) literally projecting the audience elsewhere. I’m still in the initial stage and it will take at least a year to develop properly. Moreover I’m trying to put together an online collective of digital artists which will consist of a platform where they’ll be able to share ideas, collaborate and express concepts in relation to astral worlds and the relationship between science and spirituality, a dear topic to many artists around the world.

 

|  Celine  |  The Factory  |

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FACTORY ASKS 0015 : C.A.C.C.A.

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Nome progetto 0015: C.A.C.C.A. – Cose A Caso Con Attenzione

BIO

Siamo 5 ragazzi della provincia di Parma: Stefani è curatrice, Matteo artista, Francesco graphic designer e (all’occasione) giardiniere, Giacomo è artista anche lui e io, Nicola, studio antropologia. Siamo un po’ sparsi per l’Italia e C.A.C.C.A. è anche una buona occasione per tenerci legati tra di noi.

01. Come e da dove è nata l’idea di fondare la vostra rivista?

L’idea è nata a un film festival: avevamo appena visto un cortometraggio sulla storia di una fanzine, abbiamo fatto mente locale e ci siamo resi conto che frequentavamo le persone giuste per fare qualcosa di simile anche noi. Giacomo è un grande illustratore e aveva già partecipato a una fanzine bolognese, Francesco aveva la passione per l’editoria e io quella per la scrittura. Abbiamo cominciato in tre ma dopo poco si sono aggiunti anche Matteo e Stefani, che hanno permesso che la cosa potesse diventare un po’ più seria.

02. Vi siete ispirati a qualche magazine già esistente? O in generale cosa vi guida nelle vostre scelte editoriali?

Direi che per il momento le scelte editoriali sono state poche: ci siamo limitati a decidere il “format” all’inizio, dopodiché ogni numero nasce da idee condivise con i vari collaboratori (e non l’avevo ancora detto, ma tutti possono diventare collaboratori di C.A.C.C.A., basta scriverci su facebook!) e per noi della redazione si tratta soltanto di fare una selezione dei lavori che potranno trovare spazio sul numero che stiamo curando e di impostare l’impaginazione.

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03. Come finanziate la stampa dei vostri numeri e quali tecniche di stampa usate?

Abbiamo un amico tipografo che ci ha letteralmente salvati; si è appassionato alla rivista e ci permette di avere stampe di alta qualità a prezzi accessibili per una realtà piccola come la nostra.

04. Qual è il messaggio principale che vorreste comunicare tramite la vostra zine?

Noi cerchiamo di dare spazio a persone che sappiano fare qualcosa di bello – qualunque cosa possa voler dire. La sfida è quella di stimolare persone, che in parte sono nostri amici e in parte perfetti sconosciuti, a produrre qualcosa di nuovo ogni volta e a dare un’interpretazione interessante della parola chiave del numero.

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05. Che cosa vuol dire underground per voi?

Per noi underground vuole dire essenzialmente fare un po’ quello che vogliamo: pochi vincoli editoriali, grande libertà e un lavoro che rimane più sul versante dell’artigianato che su quello industriale.

06. Quanto sono importanti secondo voi occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorreste che venisse fatto in questo senso?

Sono indubbiamente occasioni molto importanti. Soprattutto all’inizio non è facile trovare un proprio spazio, e quando capitano eventi di questo genere è bello trovarsi tra persone che fanno la stessa cosa, pur abitando magari a centinaia di chilometri di distanza. Ci si scopre, alla fine, sempre sulla stessa barca.

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| The Factory | C.A.C.C.A. |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

Save The Music

Save the Music: Label #02

GIEGLING

 

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Certe cose si creano e basta. Un po’ come l’amore. L’unione e la comunione di intenti di unità singole che vanno ad intrecciarsi con estremità differenti, parallele fino a quel determinato momento. E’ quello che ci ricorda il battito estenuante di un goccia che esplode a contatto con il terreno. Giegling evoca terra. Sapore di reale, estremamente al passo coi tempi, forse anche in anticipo sulla tabella di marcia. Rude ed allo stesso tempo tremendamente efficace. Il contatto con la natura che si attacca alla ferma convinzione dell’uomo, esso stesso influenzato nel suo incessante e quantomai necessario rapporto con ciò che fisicamente lo circonda.

Il messaggio principale che passa non è il prolisso arrivismo dell’etichetta “standard”, dove tutto ciò che conta è saper vendere bene il proprio prodotto “no matter what”, ma la rivalutazione in chiave puramente musicale di ciò che dovrebbe essere un collettivo discografico: la musica è al centro dell’universo. Nessun ghirigoro, nessun tentativo di ammaliare l’ascoltatore con strambe trovate pubblicitarie. Resta qualcosa di minimale e al contempo affascinante: il mood del suono.

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Giegling non a caso nasce fuori dalle ingombranti sagome delle metropoli tedesche. A Weimar. In una fabbrica abbandonata Konstantin (metà del duo Kettenkarussell) e Dj Dustin iniziano una serie di serate per promuovere la propria musica. Nel fabbricato si sviluppano 3 sale che trattano rispettivamente house e techno, elettronica sui generis, funk e soul. Futuri temi principali e punti cardine dalla label. Nel 2008 la fabbrica viene abbattuta e coi pochi soldi rimasti il non più duo (si è aggiunto Ateq) decide di stampare il primo vinile.

You and me make love forever di Kettenkarussell segna fin da principio il carattere camaleontico delle opere Giegling. Un approccio alla dancefloor allo stesso tempo tradizionale e rivoluzionario. In ogni release dell’etichetta di Weimer si trovano pezzi tipicamente dance che vengono accompagnati da una introspezione che il produttore di turno compie su sé stesso, sulla propria musica e sul rapporto tra essa e il pubblico ricevente. Questa ricerca rende l’ascolto adatto a qualsiasi tipo di situazione. Sia essa all’interno di un club, sul proprio divano, durante una corsa oppure negli gli attimi di un lungo viaggio.

Come funzionino le cose all’interno del collettivo lo spiega bene in un’intervista Ateq: si scopre che Vril è il “ministro del destino”, Leafar Legov è responsabile delle mutandine bagnate in pista. Dustin si occupa dei contratti, Konstantin della pressione, Prince of Denmark dei sogni. Ateq delle vibrazioni artistiche, Dwig è responsabile dei samples mentre Deer è il tutor tecnico del progetto. In definitiva ciò che fa la differenza è un’organizzazione che rende semplice il lavoro di ciascuno. Certo poi è la musica che parla e in questo caso lo fa incantando.

Il carattere peculiare che rende difficilmente catalogabile sotto un unico filone il genere trattato nelle produzioni Giegling parte dal minimalismo di Kettenkarussell per arrivare ai tre moniker Prince Of Denmark, Traumprinz e Dj Metatron, che fanno da maschera ad un’unica identità (talmente importante e libera da qualsiasi vincolo da avere dedicata una sub label chiamata per l’appunto Traumprinz), anonima per il momento e che è una fusione di house, techno, ambient e breakbeat, oltre che una gioia per le orecchie in tutte le salse. In mezzo troviamo produzioni tra le più complete e visionarie degli ultimi anni. Si passa dalla classe cristallina di Edward al vento sonoro e impetuoso di Vril, per non parlare dei talentuosi Map Ache e Matthias Reiling (già noto per il suo altro progetto Session Victim).

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Tra i progetti più interessanti della casa discografica meritano una menzione: la “Staub Serie”, letteralmente la “Serie di Polvere”, che comprende 7 12” realizzati da Prince of Denmark, Vril, Rau (un alias di Ateq) e Zum Goldenem Schwarm ( lo “Sciame Dorato”) e che è descritta dallo stesso Ateq come “un messaggio segreto di come le cose dell’universo e l’umana natura si leghino insieme” e, i “Giegling Mix” simbolo delle produzioni della casa tedesca e giunti alla fama internazionale proprio quest’anno, dato che “This is Not”, l’ultimo della serie realizzato da Dj Metatron e contenente materiale unreleased, è stato nominato miglior mix dell’anno dalla rivista specializzata Resident Advisor.

Altro cenno lo merita “Forum” sub-label nata dalla madre nel 2013 e specializzata nella produzione di Lp a caratteri techno. Partendo da “The Body” di Prince of Denmark  l’obiettivo di Forum è sempre stato quello di scandagliare un genere sempre più inflazionato donandogli un tocco unico e riconoscibile. Ecco allora gli effetti visionari di Prince of Denamrk con il suo The Body, la potenza espressiva di Vril nel suo Tours, la peculiarità di Zum Goldenen Schwarm con Aufgang e le sonorità ambient e mistiche di Sa Pa.

In definitiva cosa ci si può aspettare per il futuro di Giegling e cosa il lavoro di questi ragazzi ci ha insegnato? Che con la qualità e una giusta programmazione, si possano bipassare le leggi scontate del mercato musicale odierno. Il resto sono solo lacrime e godimenti sonori.

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Lista Releases: www.discogs.com/label/144751-Giegling

Qua sotto trovate 24 tracce che ripercorrono la storia dell’etichetta dal 2010 ad oggi. Le canzoni sono in ordine cronologico per evidenziare lo sviluppo e l’attività incessante di ricerca.

Factory Asks

FACTORY ASKS 0014 : LUISELLA BRENDA

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Nome artista 0014 : Luisella Brenda

BIO

Sono nata a Livorno, e già da piccola ho mostrato subito un forte interesse per l’arte, la pittura, il disegno, lo scarabocchiare tavoli, mobili e pareti, alche i miei genitori capirono che la faccenda non si sarebbe placata e quindi mi iscrissero all’ Istituto d’Arte di Pisa dove ho preso la specializzazione in pittura, subito dopo sono andata alla  Scuola Internazionale di Comics di Firenze frequentando il corso di illustrazione. Dal 2011 ho iniziato seriamente il mio percorso come professionista lavorando come illustratrice freelance. A tutt’oggi mi sto costruendo passo dopo passo, lavoro su commissione e intanto mi realizzo su vari progetti personali, e diverse collaborazioni. Perciò quando lavoro disegno e nel mio tempo libero…disegno!

Luisella                    Foto di Martina Ridondelli

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Ho iniziato sin da piccola ad avere passione e curiosità verso le arti visive, così la strada verso quel percorso è stata più che naturale: ho iniziato con l’Istituto d’Arte a Pisa, specializzandomi in pittura, dopodichè ho proseguito con la Scuola Internazionale di Comics a Firenze, stavolta specializzandomi in illustrazione.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Mi ispiro un po’ a tutto ciò che mi circonda, agli illustratori e ai pittori che mi piacciono, alla fotografia, al cinema, alla normalissima tv, ai libri, alla mia immaginazione e alla realtà. La musica mi accompagna sempre mentre lavoro, ed è anch’essa fonte di ispirazione. Cerco di ricreare nelle mie illustrazioni ciò che ricavo anche da semplici momenti delle mie giornate e della mia vita in generale.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Mi piacerebbe creare collezioni come sto facendo adesso con la serie delle Pin Up, da poter poi trasporre su vari supporti, dalla tela ad olio alla t-shirt. Vorrei che le mie creazioni esistessero non solo su carta, ma prendessero vita in varie forme e modi, insomma, vorrei mandare a spasso i miei personaggi!

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Ciò che caratterizza i miei lavori, almeno in questa fase, è certamente l’ironia. Essendo io in primis autoironica, è come se insegnassi ai miei personaggi a prendersi un po’ in giro.

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05. Che cosa vuol dire underground per te?

Tutto ciò che è indefinibile e che rimanda ad un concetto di nuovo, originale e creativo, con un occhio al progresso dell’immaginario nel suo insieme.

06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato la mia collezione di Pin Up tradotte nella mia chiave stilistica.  Mi ispiro alle Pin Up di Gil Elvgren, partendo da questo spunto creo il personaggio secondo la mia mano e la mia testa, cercando però di dargli una veste ironica, appunto.

07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Credo siano molto importanti, è un modo per farsi conoscere e conoscere artisti che come te stanno facendo della loro passione un lavoro. Sono essenziali per gli scambi di idee che possono esserci e che sicuramente ci arricchiscono; conoscere diversi punti di vista e confrontarsi è fondamentale.

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|  The Factory | Luisella Brenda  |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

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FACTORY ASKS 0013 : FRANCESCA PUCCI

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Nome artista 0013: Francesca Pucci

BIO

Francesca un po’ per scelta, un po’ per abitudine, nata nel freddo gennaio del 1983 e dove per usi e costumi sono rimasta. Da sempre innamorata dell’arte in tutte le sue forme, colleziono immagini e suoni, pane quotidiano in un mondo immaginario dal sapore a metà fra ”Dylan Dog” e ”Pretty in Pink”. Diplomata alla scuola di fotografia APAB a Firenze qualche anno fa, adesso collaboro con festival di cinema e riviste di musica. Inoltre gestisco laboratori artistici per bambini e ragazzi e mi piace farli provare a colorare non solo con i pennarelli, ma anche con quella polvere magica che è la fotografia.

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01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Io da piccola preferivo colorare con i pennarelli. Coloravo tantissimo. E non doveva disturbarmi nessuno. Nemmeno papà, con quella macchina fotografica gigante. Da perfetto fotografo amatoriale mi invitava a posare troppo spesso per lui e io non sopportavo l’idea di starmene impalata. Poi qualcosa è cambiato: mi sono accorta di stare dalla parte sbagliata dell’obbiettivo. È successo che l’amore, i viaggi e soprattutto la musica mi hanno portato ad aver bisogno di documentare tutto quando questi non erano con me, inscatolare le emozioni per non perderle mai. E per saperle raccontare nel tempo.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Senza dubbio la musica e tutto quello che la circonda sono il motore del mio lavoro artistico. Con lei tutti quegli artisti che hanno saputo raccontarla in maniera eccellente, che hanno portato le atmosfere dei backstage e dei palchi a portata di occhi. Fra gli altri A. Leibniz, P. Smith, A. Corbijn, R. Mapplethorpe, G. Harari, L. Ghirri.

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03. In quanto “artista” qual’è la tua massima aspirazione?

Regalare storie. Da vedere, da ascoltare, da raccontare.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Attraverso la fotografia provo a scrivere storie musicate, forse una sottospecie di canzoni. Ho sempre voluto fare musica,ma non sono mai riuscita a salire su un palco. Con la fotografia ho trovato il modo di suonare , di rappresentare a mio modo la musica, di cantare con la luce. Un chiaro esempio è ”Sunday”, un mio progetto che nasce dall’esigenza di rappresentare la musica, così ho provato ad illustrare canzoni che raccontano di domeniche diverse, canzoni ascoltate oltre la sonorità e oltre le parole, descritte per quello che ti lasciano, per l’emozione che può diventare immagine. Ho riproposto ipotetiche copertine dei singoli da me scelti: con esse si ha un impatto visivo, la copertina veste la musica, diventa mezzo di comunicazione.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Sperimentare. Sempre innamorati di quello che stiamo facendo.

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|  The Factory | Francesca Pucci  |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

Factory Asks

FACTORY ASKS 0011: MOODBOARD

moodboardissue1Moodboard Issue #01 // Girls

Nome progetto 0011 : Moodboard

BIO

Lucrezia Cortopassi nasce a Pietrasanta il 19 febbraio del 1992. Nata con un background familiare di appassionati di arte, archeologia, arredamento e design non è difficile pensare che i suoi studi siano iniziati da un Liceo Artistico, il “Passaglia” di Lucca, e che siano finiti con una laurea in Disegno Industriale all’ISIA di Firenze. Durante questi anni la passione per la carta è sempre stata evidente: partendo dal progressivo accumulo di riviste, libri, flyer, poster e biglietti da visita fino al ripetitivo tentativo di immischiarsi in una nuova avventura editoriale.

Martina Toccafondi, fiorentina, nasce il 1 dicembre del 1988. La sua formazione è stata fin dall’inizio fortemente contaminata dai film adolescenziali degli anni ’80, dall’arte contemporanea, dallo stile parigino, dai polpettoni di saggi sugli impressionisti, dalle commedie del dopoguerra. Ma più di tutto dalle riviste, divorate, segnate, ritagliate (a volte anche lette). Da questo nasce la passione per l’accumulo di ritagli, fogli di carta, pezzi di texture. Ha iniziato studiando visual design (cos’altro sarebbe potuto essere?) prima all’Università degli Studi di Firenze e successivamente con un diploma specialistico all’Isia di Firenze. Da due anni lavora come freelance nella grafica per la moda e nell’editoria. Ma qualcosa bisognava pur fare con tutti quei ritagli.

PUM ART FEST / Moodboard Stand
                                      PUM ART FEST / Moodboard Stand – foto di NICOL P.

01. Come e da dove è nata l’idea di fondare la vostra rivista?

Lucrezia: L’idea è nata da Martina qualche anno fa per gioco. La scorsa estate poi ci siamo come lette nel pensiero, è stato strano. Ci ha aiutato l’amore per l’editoria, quella cartacea che riempie le librerie e dove le immagini con il tempo sbiadiscono e dei gusti molto affini (quelli che contengono glitter, unicorni e immagini provocatorie si intende). Così durante un bel pranzetto di pesce nella piccola Atene della Versilia, Martina mi ha spiegato il progetto ed è stato amore a prima vista.

Martina: L’idea è nata all’inizio dalla mia collezione decennale di ritagli. Erano tutti lì davanti a me che mi guardavano come a chiedermi che senso avessero di essere lì. E così ho pensato che questa mania dovesse trovare uno sbocco. Se ispiravano me, perché non potevano ispirare anche qualcun altro? Ma era solo un barlume, l’idea vera e propria è nata in due. Non potevo farcela da sola.. e sapevo esattamente da chi andare!

02. Vi siete ispirate a qualche magazine già esistente? O in generale cosa vi guida nelle vostre
scelte editoriali?

Lucrezia: I magazine che ci ispirano sono tanti, come i siti e i blog. Essendo Moodboard una grande bacheca di ispirazioni è inevitabile che attingiamo da qualsiasi fonte ci passi sotto il naso, cercando di reinserirla in un contesto logico e in tema con lo stile che abbiamo scelto. Il web è pieno di spunti visti e rivisti sotto ogni forma e versione ma la nostra vera missione è far entrare in questo circolo qualche volto nuovo e di talento.

Martina: Certo le nostre fonti di ispirazione sono tantissime, dai magazine di arredamento chic ai blog trash. Credo che ciò che ci ispiri di più sia la ricerca di nuovi significati che nascono accostando elementi comuni, ordinari, che sembra non abbiano niente in comune tra loro. Cosa succede se accanto alla foto di un seno metto l’immagine di un paio di forbici? A cosa mi fa pensare? Da due oggetti con due significati distinti, ne nasce un terzo, un quarto e così via, a seconda dei legami che creiamo.

moodwaitMoodboard release @ P.U.M. Factory Fest, Bastione San Gallo

03. Come finanziate la stampa dei vostri numeri e quali tecniche di stampa usate?

Lucrezia: L’editoria, specie se indipendente e specie se in Italia, non ha un’importanza rilevante. Quello che facciamo lo facciamo spinte prima di tutto da una grande passione e amore per questo lavoro. Il resto è tutto di tasca nostra, per ora chiaro, poi chissà! La stampa in tipografia “vecchio stile” è quella che ci ha affascinato di più ed è quella dove si ha anche un contatto diretto con l’operatore con il quale possiamo confrontarci e scambiarci consigli e idee.

Martina: Per adesso ci autofinanziamo. Questo è il grande problema comune di chi fa editoria indipendente. È difficilissimo trovare finanziatori per un progetto cartaceo. In fondo si dice in giro che la carta sia morta, sostituita dalle pagine web, dai blog, dai giornali online. Perciò la domanda di sempre è “perchè dovrei spendere per stampare qualcosa che potrei vedere su un display gratuitamente?” La nostra è una scommessa. Vogliamo allargare gli orizzonti fisici e non del concetto standard di rivista, reinventando la sua classica (spesso limitativa) suddivisione in pagine. Per visualizzare i contenuti su un sito si può scrollare, cliccare, ma ciò che uno schermo non ci permette è la visione di insieme. Moodboard mostra tutto il contenuto in un’unica grande pagina fisica davanti ai nostri occhi.

04. Qual è il messaggio principale che vorreste comunicare tramite la vostra zine?

Lucrezia: La nostra rivista, che in realtà è un grande poster di 100x140cm, una bacheca appunto, come riporta la definizione da dizionario di moodboard in fin dei conti, ha puramente uno scopo educativo all’immagine. Mi spiego meglio. Tutte le immagini contenute nel poster hanno una logica e il tema si sviluppa piega dopo piega. Il tema di base è uno ad ogni uscita ma le derivazioni che può avere sono tantissime. Per questo ci divertiamo a dividere le sottocategorie anche in base ai colori. L’effetto finale è davvero piacevole e stimolante, sia per un creativo che non!

Martina: L’ispirazione. L’interpretazione. Qualunque essa sia, non ce n’è una giusta o sbagliata. L’importante è lasciarsi stimolare, cercando nuovi accostamenti di immagini, di colori e significati.

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SHOP ONLINE : http://magazinemoodboard.bigcartel.com

05. Che cosa vuol dire underground per voi?

Permettersi il lusso di sperimentare. Uscire dagli schemi e scommettere contro chi ti dice “non si fa così”. E chi l’ha detto? Lavorando come grafica una delle cose più snervanti è scendere a compromessi con i clienti, con ciò che ti permettono o no di fare. Si può fare tutto, basta avere il coraggio di provarci. E questo tipo di contesto ti dà l’occasione di metterti alla prova. Per noi vuol dire essere liberi.

06. Quanto sono importanti secondo voi occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorreste che venisse fatto in questo senso?

Lucrezia: Credo che occasioni come questa che ci è stata concessa siano molti importanti per far conoscere il proprio progetto, ma soprattutto le conoscenze che possono crearsi all’interno di uno scenario simile possono portare anche ad interessanti collaborazioni! Posso solo sperare che eventi simili si intensifichino su tutto il territorio cercando di coinvolgere più realtà possibili e artisticamente simili.

Martina: Sono molto importanti perché ti permettono, come ha detto Lucrezia, di conoscersi, influenzarsi a vicenda, creare nuove collaborazioni e nuovi sostenitori. Vorrei che ci fossero più occasioni del genere che non ci facciano sentire soli in mezzo al mare, contro vento!

 

 

segue :

Galleria fotografica di Nicol P.

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MOODBOARD By Nicol P. (Ac&m Art fest 15)

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