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FACTORY ASKS 0010 : PIERFRANCESCO BUONOMO

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Nome Artista 0010: Pierfrancesco Buonomo

BIO

Sono nato il 13 marzo 1993 a Roma. All’età di 6 anni sono andato a vivere a Lucca dove ho iniziato il mio percorso scolastico. Ho conseguito il diploma di liceo scientifico nel 2010, poi mi sono spostato a Milano dove ho iniziato a frequentare l’ACME, Accademia dei Media Europea, con indirizzo fumetto. Conseguirò la laurea a luglio di quest’anno seguito dal professor Pasquale Del Vecchio (relatore). I miei interessi principali sono legati al mondo dei fumetti, ne leggo un sacco e amo inventare e disegnare storie tutte mie. Il 24 dicembre 2015 è uscito un calendario in collaborazione con  il Centro Studi San Marco per il cinquantesimo anniversario di Lucca Comics & Games distribuito da “La Nazione” su tutta la provincia di Lucca. Mi piace molto collaborare alla costruzione di universi creati da altre menti, da poco sono in collaborazione con uno sceneggiatore, Edoardo Rohl, con il quale sto per presentare le prime tavole di un fumetto alla casa editrice Shockdom. Tra i miei interessi rientra anche la partecipazione a eventi e mostre in cui posso mostrare i miei lavori per ricevere giudizi costruttivi che mi portino ad una crescita personale nel mio campo

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Ho sempre amato disegnare. Alle medie mi sono accorto che avevo questa passione, purtroppo mi ha portato ad essere anche molto solo perché se tutti i miei compagni di classe uscivano a divertirsi io preferivo starmene alla mia scrivania a disegnare. Non ho mai detto nulla ai miei genitori fino alla quarta superiore, forse ho sbagliato ripensandoci adesso che mi sto per laureare. Non gli ho mai fatto vedere un disegno. Dall’inizio delle superiori in poi mi sono appassionato alla narrativa a fumetti, ne leggevo e ne leggo tutt’ora un sacco, in terza superiore mi piaceva talmente tanto leggere fumetti che mi sono chiesto come sarebbe stato se ne avessi creato uno tutto mio. In quarta superiore ho fatto “outing”, i miei genitori parlavano di volermi mandare alla facoltà di economia perché una volta concluso il ciclo di studi universitari sarei andato a lavorare presso lo studio di mio padre. Quando ho detto a mia madre che volevo intraprendere la carriera da fumettista mi ha guardato allibita, ma successivamente ha compreso che non era solo una passione ma un sogno. I miei genitori hanno dato qualsiasi cosa perché io riuscissi a coronare il mio obiettivo e tutto quello che ho raggiunto fino ad oggi lo devo principalmente a loro che sono stati, sono e saranno sempre i miei primi veri sostenitori. DREAM IT, WISH IT, DO IT.

02. A chi o a cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Quando produco le mie “opere”, se di questo possiamo parlare, mi ispiro ad un sacco di cose. Per me non esiste ispirazione più grande di quella che ti può dare tutto quello che ti circonda.

03. In quanto artista qual è la tua massima aspirazione?

La mia massima aspirazione? Mangiare con i miei disegni.

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04. C’è un messaggio legato i tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Il messaggio nei miei lavori dipende da cosa mi sento di comunicare in quel momento con quel determinato lavoro, non ho un messaggio di base che affiora in tutti.

05. Che cosa vuol dire per te underground?

Underground per me vuol dire completa libertà espressiva non vagliata da un mercato di gusti meticolosi riguardo il modello di bellezza corrente, vuol dire POSSIBILITA’, concetto che al giorno d’oggi in campo artistico non è molto presente. Penso che POSSIBILITA’ sia la parola che per me più descrive il concetto di Underground inteso in campo artistico.

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|  The Factory | Pierfrancesco Buonomo  |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

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FACTORY ASKS 0009: DAVIDE BALDUZZI

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Nome Artista 0009: Davide Balduzzi

BIO

Mi chiamo Davide. Sono nato a Bergamo il 9 ottobre 1989 da madre napoletana e padre bergamasco. Ho vissuto dai 3 ai 6 anni nella Pampa argentina, tra gauchos e cavalli e ho ripreso il mio sentiero scolastico in Italia, a Bergamo.
Il 6 Ottobre 2014 io e la mia fidanzata, decidemmo di partire per l’estero.
La prima meta fu l’Australia, comprammo un camper, e per 8 mesi riuscimmo ad abbinare il viaggio al lavoro.
In seguito, iniziammo un lungo viaggio durato 4 mesi nel sud est asiatico, visitando molte isole dell’ Indonesia con i suoi vulcani e l’isola di Komodo; la penisola malese; l’ immensa foresta pluviale con i suoi animali selvaggi nel Borneo malese, passando poi per Singapore (la Svizzera d’oriente) e finendo nella vecchia Indocina: Laos, Cambogia, Vietnam e Thailandia con le innumerevoli risaie, cascate, templi e le affascinanti minoranze etniche.
Le modalità erano: zaino in spalla, street food, ostelli economici, ospiti da persone, ampio sorriso, cuore aperto alla vita e alla gente.
I mezzi erano: aerei, treni, navi e moltissime ore di pullman.

Passo alla prima domanda…

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Sebbene i miei studi non abbiano nulla a che vedere con l’arte, ho ricevuto influenze artistiche dai miei genitori: scultura, pittura, musica e fotografia.
Ho provato a dipingere, suonare la chitarra, il basso elettrico e le percussioni ma quando mio padre mi regalò la sua vecchia macchina fotografica analogica mi si aprì un mondo nuovo, un altro modo di vedere quello che mi circondava, posso dire.. uno stile di vita diverso da quello a cui ero abituato.
Notai da subito la compatibilità che aveva questo tipo d’arte visiva con il mio carattere, e la approfondii.

02.  A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

La creatività può essere un attitudine innata o semplicemente un osservare, analizzare e studiare, per rielaborare a proprio piacimento. Io faccio questo, studio le fotografie dei grandi fotografi o opere dei grandi pittori, metto tutto in un “cassettino” pronto a ripescarne il contenuto al momento del bisogno mischiandolo sempre al gusto personale ovviamente.

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03.  In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Sebbene con l’avvento di internet e delle milioni fotocamere in circolazione possiamo comodamente vedere e conoscere realtà sociali differenti dalla nostra, tengo comunque a dare il mio contributo con l’offrire la mia visione delle cose. Tornando alla domanda..La mia massima aspirazione è continuare ad avere energia per viaggiare, per scoprire/scoprirmi ed emozionarmi, riuscendo allo stesso tempo a trasmettere tutto questo a chi osserva i miei lavori.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

C’è chi scopre il proprio stile da subito, chi lo trova dopo anni di ricerca. Io ci sto lavorando, mi piacerebbe molto se qualcuno potesse vedere le mie fotografie e riconoscere il mio occhio, il mio stile, ma questo non è una mia priorità. Penso solo ad impegnarmi per creare un collegamento diretto con la mia sensibilità e la mia attrezzatura. Il messaggio legato ai miei lavori rispecchia quello che la scena mi trasmette in quel preciso momento. Se riesco a ritrasmettere le emozioni da me provate, mi posso considerare soddisfatto.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Un movimento che vive e si sviluppa parallelamente alla cultura di massa.

06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Al festival ho portato una piccola raccolta del mio archivio fotografico scattato nel mio ultimo viaggio nel Sud-est Asiatico.

davidebalduzzifestivalL’allestimento di Davide al Bastione San Gallo per il PUM Factory Fest

07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Complimenti e critiche sono entrambi importanti nella formazione artistica, ed è per questo che occasioni come il festival sono preziose, proprio perché danno la possibilità di avere contatto con il pubblico.
Sarebbe bello poter creare una rivista dedicata ai giovani emergenti.

| The Factory | Davide Balduzzi |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

Matteo Zamagni Archivio

Matteo Zamagni

Music, Art, Dance in underground urban environments – m.a.d.

Arte Frattale ØØØØ

La storia di Matteo Zamagni, media artist italiano residente a Londra, è la riprova che quando si investe in giovani talenti non si fa mai cosa sbagliata

Matteo ha 23 anni, è nato Rimini ed è uno tra i 50 artisti scelti dal Barbican Centre per far parte del Fish Island Labs. Questo laboratorio artistico situato ad Hackney Wick, Londra, è nato dal connubio di forze tra il rinomato centro di produzione culturale e l’impresa sociale The Trampery. Il progetto offre uno spazio di lavoro e incontro ad artisti emergenti che hanno l’obiettivo di esplorare le infinite possibilità artistiche create dall’unione di arte e tecnologia, spaziando dalla scultura, al film editing, alla digital art.

All’interno del Fish Island Lab, Matteo ha scelto forse l’avanguardia artistica tra le più di nicchia all’interno del panorama delle arti multimediali: la realtà virtuale. Esplorando la matematica dei frattali e le più complesse tecniche di grafica 3D, Matteo è riuscito a trasformare in arte visuale la rappresentazione matematica di forme biologiche e naturali. Dopo 12 mesi di duro lavoro, gli artisti del Fish Island Lab hanno riassunto l’ethos della loro sperimentazione artistica e tecnologica nella mostra Interfaces, tenutasi nel prestigioso Barbican Centre. 

Fin da subito l’installazione Nature Abstraction, si è rivelata il fiore all’occhiello dell’esibizione, attirando l’attenzione di curiosi ed esperti.

Vedere la lunga e paziente fila di persone in attesa di abbandonarsi per qualche minuto alle meraviglie della realtà virtuale, ha suscitato in me ancora più interesse e curiosità nel lavoro di Matteo. Ma solo dopo aver indossato l’Oculus Rift ed essermi lasciata trasportare (perdendo l’equilibrio svariate volte) in un mondo altro, astratto, composto da forme aliene ma allo stesso tempo familiari, ho capito la vera portata dell’arte frattale e dell’esperienza artistica a 360° che essa può ricreare.

Ho incontrato Matteo per farmi raccontare com’è iniziato il suo percorso artistico, quali tecnologie utilizza e quali sono i suoi progetti futuri. Parlaci della tua esperienza all’interno del Fish Island Lab.

Condividere uno spazio con artisti dai simili interessi è stato incredibile. Abbiamo creato uno spazio di discussione molto interessante; per non parlare dei workshop, gli eventi e la visibilità che questa opportunità ha portato ad ognuno di noi.

Che ci dici della tua installazione Nature Abstraction per la mostra al Barbican Centre?

Interfaces è stata senza dubbio una delle esperienze più costruttive ed eccitanti che abbia mai vissuto fino ad ora. Ha reso possibile la creazione di una miriade di progetti sviluppati da un gruppo di artisti emergenti il cui scopo è esplorare la relazione tra arte, tecnologia e interazione con il pubblico, che non è più un osservatore “passivo” ma diventa parte integrante del processo artistico.

su Nature Abstraction

Dopo un lungo periodo di produzione è stato incredibile vedere la mia installazione Nature Abstraction completa. Essendo un processo che parte da un’idea estremamente astratta, renderla concreta è una sensazione indescrivibile. E ancora più eccitante è stato osservare le reazioni del pubblico che entrava nel cubo luminoso e provava l’Oculus Rift. 

Di fatti l’installazione è progettata in modo da ricreare un ambiente astratto utilizzando una struttura a cubo sulle cui facce sono proiettati video di composti organici e biologici filmati al microscopio; a questi vengono uniti effetti visivi analogici (come rifrazione e riflessione, o altre proprietà fisiche della luce) che tramite l’utilizzo di un proiettore come sorgente vengono poi filmati nuovamente dalla videocamera. In questo modo l’osservatore è invitato ad entrare all’interno del cubo e ad indossare l’Oculus Rift per lasciarsi trasportare in mondi 3D surreali creati matematicamente.

Secondo me l’arte in questa nuova era digitale ha più che mai superato i suoi limiti. L’utilizzo di nuove tecnologie che facilitano l’interazione multi-sensoriale dell’osservatore permette all’artista di esprimersi pienamente a diversi livelli di significato. Ed e’ per questa ragione, maggiormente, che credo di essere entrato in questo campo.

Perché hai scelto la realtà virtuale e la matematica dei frattali?

Per Nature Abstraction volevo creare un ambiente in cui l’osservatore potesse “staccare la spina” per 10 minuti ed entrare in un mondo surreale composto da frattali 3D. Essenzialmente formule matematiche che riconducono visivamente a forme biologiche e architettoniche, in modo tale da aprire un varco sull’idea di una struttura invisibile che compone la realtà che viviamo ogni giorno. L’idea di usare Oculus Rift insieme ad altri apparecchi elettronici è servito ad amplificare l’esperienza per l’osservatore e renderlo parte integrante  dell’artwork in sé, stimolando sensi come vista e udito fino ad illudere la mente di trovarsi altrove. 

Quali sono le tecnologie che usi principalmente?

Gli strumenti variano sempre da progetto a progetto. Molti software sono disponibili online per quanto riguarda video editing, special effects, 3D, realtime graphics, photo-scanning ecc. Inoltre ci sono sensori di tipo uditivo che individuano determinate frequenze audio presenti nell’ambiente, oppure il Kinect o il Leap Motion che tracciano il movimento del corpo tramite sensori a raggi infrarossi. Alcuni di questi strumenti sono relativamente economici e già con essi si hanno infinite possibilità. Ma nel mio caso l’idea astratta è quella che nasce prima di tutto, dopodiché cerco gli strumenti adatti per svilupparla e realizzarla nel mondo fisico. 

Attualmente sto esplorando molti softwares 3D realtime e offline come Cinema4D e Houdini (utilizzato per il Visual FX anche in produzioni holliwoodiane), softwares specifici per frattali 3D, ed altri per vj-ing e projection mapping. Durante il mio percorso ho sempre notato una continua evoluzione nel modo in cui creo nuovi progetti. Credo sia dovuto al fatto che mi piace scoprire e imparare ad utilizzare nuovi strumenti per poi combinarli insieme in lavori futuri.

Come definisci la scena artistica in cui si inserisce il tuo lavoro?

Dal mio punto di vista : FANTASTICA.
Essendo un movimento digitale, nasce in primis da internet e dalla divulgazione di tante pratiche artistiche online. C’è un intero network di digital artists da tutto il mondo online radunati in vari gruppi, forum e piattaforme che discutono e condividono argomenti d’interesse. E’ così che ho iniziato e ho avuto la fortuna di incontrare di persona alcuni degli artisti da cui ho tratto più ispirazione.

Su cosa stai lavorando al momento e quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho un po’ di progetti su cui sto lavorando al momento, sia di breve che lungo termine. Sto sviluppando una seconda installazione in cui lo scopo sarà quello di ricreare una esperienza extracorporea, stimolando più sensi possibile in modo da indurre la mente a pensare di essere altrove. Sono ancora nella fase iniziale di sviluppo e penso che ci vorrà almeno un anno per la realizzazione. 

Inoltre sto cercando di mettere insieme un collettivo online di digital artists. Sarà una piattaforma dove poter condividere idee, collaborare, ed esprimere concetti in relazione a mondi astrali e alla relazione tra scienza e spiritualità, un tema particolarmente caro a molti artisti sparsi nel mondo. Credo che questo movimento nasca da una necessità di condividere idee ed esprimersi attraverso l’arte infusa nella tecnologia.


Links:

Vimeo channel

Wired interview

Anisegallery

Times Square Arts


Edited by Celine Angbeletchy

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FACTORY ASKS 0008: RICCARDO BONUCCELLI

askthepixel_faithNome artista 0008: Riccardo Bonuccelli

BIO

Fotografo e retoucher professionista Adobe Certified Expert. Riccardo è nato il primo gennaio del 1977, ha vissuto a Torino, Lucca, Bruxelles e nuovamente Lucca. Si laurea in informatica e coltiva un lunga esperienza di consulenza in grandi aziende internazionali. Da sempre amante dell’arte, nel 2009 decide che la fotografia sarebbe stata la sua professione e nel 2011 dà vita alla sua attività, askthepixel.net. Da allora fornisce servizi fotografici e di formazione, specializzandosi in ritratto, fotografia urbana e di architettura e in compositing artistico. Come insegnante ha lavorato con aziende locali e internazionali, agenzie di formazione, associazioni culturali e di settore e ultimamente con il liceo artistico di Lucca.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Con una solida base tecnica alle spalle e da sempre incuriosito e affascinato dal forte potenziale comunicativo subliminale delle immagini, ho cominciato a studiare il valore simbolico dei colori e delle forme contenuti nella collezione dei Tarocchi di Marsiglia. Le figure riprodotte su queste carte rappresentano la sintesi della simbologia occidentale, che dal tardo medioevo valgono ancora oggi e che funzionano alla perfezione applicate a qualsiasi medium visivo. Utilizzarle è estremamente divertente e da là il percorso ha preso vita sua e non si è mai arrestato.

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02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Ho qualche fotografo a cui faccio riferimento quando cerco ispirazione estetica ma il loro stile può anche non trasparire nei miei scatti, perché dall’ispirazione alla produzione il processo ha già alterato i tratti distintivi di questi autori. Potrei citare Sarah Moon per i ritratti e Gabriele Basilico per la fotografia urbana, ma la lista sarebbe lunghissima. L’ispirazione tematica invece la trovo nella lettura: nel tempo, passando di libro in libro – sempre seguendo il tema su cui vorrei lavorare – si formano collegamenti che mi portano alle soluzioni visive che finiranno nelle mie foto.

03. In quanto artista qual è la tua massima aspirazione?

Essere fonte di ispirazione. Non avrebbe senso creare arte se non ne generasse di nuova a sua volta, sarebbe vana o al massimo superflua.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Sì, è l’invito a guardare oltre il primo velo, a provare a far parlare le immagini, a renderle vive.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

In ambito artistico “Underground” è l’humous culturale che prepara la società ad accettare la prossima espressione estetica e concettuale, magari denigrata o considerata acerba ma che di fatto intimorisce perché mina l’attuale equilibrio o perché è semplicemente non compresa.askthepixel_balance

06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Il progetto che ho portato mi ha fatto riflettere più di quanto mi aspettassi su quanto profondo sia il tema affrontato, lo scattare fotografie da un dispositivo mobile. Quando sono apparse le prime fotocamere “embedded” nei telefoni cellulari già da tempo i sensori digitali avevano sostituito le pellicole nella maggior parte degli apparecchi di ripresa. Ma questo cambiamento ha aggiunto un ulteriore grado di astrazione dalla realtà: da quel giorno possiamo compiere un’azione che riguarda l’ambito visivo (fotografare) con uno strumento che abbiamo sempre usato per parlare e ascoltare (il telefono). L’immagine diventa anch’essa parte della conversazione (“embedded” anche loro) e fa parte integrante del suo senso: una frase non è più totalmente comprensibile senza una emoticon come una foto da sola non basta a definire un concetto. Si può definire una “fotografia aumentata”.

07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Questi eventi sono fondamentali per la crescita della società. É molto raro che qualcuno si fermi a riflettere su ciò che ha davanti a sè quotidianamente o che esprima un concetto proprio, originale. Questa sorta di apatia, di inerzia spirituale, comunicativa ed espressiva deve essere controbilanciata da una risposta genuina di analisi creativa della realtà attraverso gli occhi e le mani di chiunque ne senta un onesto bisogno. L’arte si muove per osmosi, e bisogna respirarla perché passi da uomo a uomo, da generazione a generazione.

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|  The Factory | Riccardo Bonuccelli  |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

 

 

Art novels and stories

Underground Iran

Giovani, musica, cultura e libertà nell’Iran contemporaneo

L’Iran è un paese del quale in Italia si sa poco o niente.

Luoghi comuni e stereotipi ci fanno produrre una versione fasulla e semplificata della realtà, in cui tutto è bianco o nero e in cui ci sono paesi da visitare ed esplorare ed altri che non è neanche possibile menzionare.

E quando il terrore mediatico è al suo picco più alto, è ancora più difficile pensare di poter far luce sugli aspetti più umani e positivi di culture tanto lontane e diverse dalla nostra.

Nonostante ciò, ho voluto provarci lo stesso, ho incontrato e intervistato Giulia Frigieri, fotografa laureata in antropologia e media alla Goldsmiths University di Londra, che nel settembre 2014 ha fatto un lungo e affascinante viaggio in Iran.

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Foto tratte dal reportage Sar Zamin a cura di Giulia Frigieri; Copyright Giulia Frigieri
Parlaci del tuo viaggio in Iran. Perché hai sentito il bisogno di partire da sola per un avventura così particolare?

Sono partita dopo esser stata in Marocco e in Libano. Visitare questi paesi ha fatto crescere in me il bisogno di esplorare altri paesi orientali e di conoscere più da vicino il mondo arabo. Sapevo che l’estate seguente sarei andata in Turchia con un’amica e così ho deciso che avrei continuato il mio viaggio spingendomi sempre di più nel Medio Oriente. All’inizio volevo andare in Armenia. Ovviamente in Siria non potevo andare, in Iraq neppure.

Arrivare in Iran via terra è un esperienza che consiglio a tutti ed è bellissimo vedere il paesaggio che muta e il miscuglio di Turchi e Iraniani che attraversano il confine.

Alla fine una serie di avvenimenti mi ha portato a scegliere l’Iran. Al tempo lavoravo in una galleria d’arte nell’est di Londra la cui gallerista è un’iraniana espatriata. Lei mi ha descritto il suo paese in un modo stupendo, ma non può più tornarci perché non la farebbero più uscire. Io non avevo un piano ben preciso, ma sapevo che avrei preso un treno da Van (la città più a est della Turchia) e sarei arrivata a Teheran via terra. C’era sempre un piccolo ostacolo da superare per la buona riuscita del mio piano: per avere il visto per l’Iran non basta pagare, è necessaria una lettera di invito di una persona garante. Ma io avevo un contatto. Un amico di un’amica che avevo conosciuto su Facebook ha garantito per me e si offerto di ospitarmi, perciò dopo ventiquattro meravigliose ore di treno ero a Teheran. Arrivare in Iran via terra è un esperienza che consiglio a tutti ed è bellissimo vedere il paesaggio che muta e il miscuglio di Turchi e Iraniani che attraversano il confine. Infatti la Turchia è uno dei pochi paesi a cui cittadini iraniani hanno libero accesso, grazie all’antica amicizia tra i due paesi.

È stato difficile far accettare a amici e familiari la tua decisione di partire? 

Qui in Inghilterra no. Perché l’ambiente è molto cosmopolita. Tanti dei miei amici hanno a loro volta amici iraniani, quindi non ci vedevano niente di strano. In Italia invece mi hanno preso per pazza. Tutti mi chiedevano perché proprio l’Iran; mi dicevano che sarebbe stato pericoloso andare in treno e attraversare il confine. A dire la verità io mi sono sempre sentita al sicuro. La situazione in Medio Oriente era più tranquilla rispetto a tempi recenti. Si sentiva parlare di Daesh e di scontri nel Kurdistan iracheno. Ma niente di tutto ciò succedeva in Iran. La maggioranza degli iraniani sono sciiti, infatti anche le donne non devono essere completamente coperte. Ovviamente c’è chi lo fa, ma c’è anche tutto un mondo di donne che hanno lenti a contatto colorate, nasi rifatti, capelli biondi eccetera che sfoggiano a modo loro. La prima volta che ho messo l’hijab è stato nell’est della Turchia quando sono scesa dal treno al confine.

Non sappiamo assolutamente niente. In Iran la cultura dei giovani è in tutti i sensi una subcultura. Perché i giovani iraniani fanno esattamente tutto quello che facciamo noi, ma lo fanno 5 o 6 metri sottoterra, nascosti nei cantieri, nei seminterrati, nelle fattorie. E non perché è figo farlo, ma perché altrimenti ti arrestano. Tutti i miei amici hanno Facebook, ma è vietato per legge insieme ad Instagram ed altri social network. Internet ha un filtro che ti impedisce di accedere molti siti, ma è stato trovato il modo per aggirarlo e avere comunque accesso al web. Vanno tutti pazzi per i social networks occidentali. Anche Couchsurfing è illegale, ma la gente lo fa lo stesso. Io ho conosciuto un ragazzo su Couchsurfing che ho poi incontrato a Shiraz. Anche se non mi ha potuto ospitare ha voluto conoscermi per parlare inglese e portarmi in giro.

Quando ero a Teheran mi hanno raccontato di un parco in cui giovani amanti si incontrano in segreto

In generale l’Iran non è un paese che promuove la coesione sociale. Per esempio i sessi a scuola sono separati fino all’università. E anche in città è difficile incontrarsi: un uomo e una donne che vanno in giro insieme devono essere parenti o sposati se non vogliono passare guai; anche riunirsi in più di cinque persone in luoghi pubblici desta subito l’allerta della polizia. Quando ero a Teheran mi hanno raccontato di un parco in cui giovani amanti si incontrano in segreto, ma lo fanno mentre girano in macchina per non attirare l’attenzione. Si scambiano i numeri abbassando il finestrino!

Un’altra cosa interessante è che in Iran si vede un sacco di televisione americana e ci sono molti programmi per il pubblico all’estero. La mia amica gallerista lavora anche per Manoto.tv una televisione britannica che trasmette da Londra e che appunto offre programmi in Farsi per iraniani all’estero con usi e costumi occidentali.

Pensi che sia possibile un graduale attenuamento delle politiche repressive per quanto riguarda la produzione culturale e musicale in Iran?

Questa è una domanda difficile. Da quello che ho sentito c’è una forte voglia di cambiamento da parte dei giovani iraniani. Sono stanchi di politiche repressive che li costringono a nascondersi. Purtroppo non credo che la classe dirigente presente al momento permetterà questo cambiamento. Forse ci sarà un’ulteriore chiusura, forse serve solo un ricambio generazionale? Potrebbe anche succedere che niente cambi e che ci sia una fuga di cervelli come in tanti altri paesi. Sembra ci sia una tendenza per molti paesi medio-orientali a diventare ultra capitalisti e forse i giovani lo percepiscono sempre di più. Un amico si lamentava con me che molti giovani provenienti da famiglie benestanti pensano solo a rifarsi il naso, comprare macchine, vestiti e non mostrano nessun interesse nel voler cambiare l’Iran. Mentre coloro che hanno le idee e la voglia di cambiare le cose, sono scoraggiati dalla mancanza di risorse e supporto.

L’Iran purtroppo non è un paese libero, è retto da un regime. E la cosa più sconvolgente è che la gente ha tanta voglia di vivere e nonostante il paese sia molto represso, è anche un paese felice. L’Iran va visto da molti punti di vista per essere compreso a pieno. Tante persone che ho conosciuto se ne vogliono andare e hanno un forte desiderio di cambiare il paese. Forse qualcosa cambierà tra una ventina d’anni, quando gli adolescenti di oggi che sono cresciuti con principi diversi da quelli che hanno animato la rivoluzione, diventeranno la classe dirigente. Chi sa che ne sarà dell’Iran tra vent’anni! E’ possibile farsi un idea attraverso i lavori di Newsha Tavakolian una fotoreporter e documentarista iraniana. Uno dei suoi ultimi progetti è diventato copertina del Times di recente, penso che il suo approccio sia molto interessante.

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Photograph by Newsha Tavakolian—Magnum for TIME
Tempo fa mi hai consigliato un bellissimo film che ho guardato con molto piacere, I Gatti Persiani di Bahman Ghobadi (2009). Il film è ambientato nella Teheran odierna e racconta la storia di due giovani musicisti alle prese con la terribile rigidità della legge locale. Girata senza autorizzazione, questa pellicola rappresenta una forte denuncia della forzata clandestinità di band e musicisti in Iran. Ogni scena racconta un aspetto diverso del panorama musicale underground iraniano, dall’indie rock al rap, all’heavy metal.
Cosa ne pensi del film e quanto di ciò che viene raccontato hai personalmente vissuto durante il tuo viaggio?

Il film è abbastanza veritiero, ritrae bene la realtà underground iraniana. Quando ero a Teheran sono stata a casa di amici del ragazzo che mi ospitava, un’insegnante di Francese e un musicista. Ci hanno offerto l’Arak un drink tipico dei paesi arabi, dell’erba da fumare e abbiamo passato la serata a chiacchierare e suonare. In Iran le feste in casa sono molto in voga, solitamente si tengono in seminterrati mentre i ragazzi che appartengono ai ceti più abbienti si trovano in location segrete fuori Teheran.

Inoltre tutti sono molto creativi e vivono molto male il fatto che non possono esprimersi, talvolta nascondendosi anche dalla propria famiglia. Lo scenario descritto nel film è reale ma da turista non è possibile averne accesso, perché è una realtà veramente underground: è impossibile arrivarci a meno che non ci si venga portati da qualcuno del posto.

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Foto tratte dal reportage Sar Zamin a cura di Giulia Frigieri; Copyright Giulia Frigieri
Il tuo futuro ti riporterà in Iran?

Assolutamente sì. Stanno accadendo molte cose interessanti in Iran, soprattutto relative allo sport. In particolare, Waves of Freedom è un organizzazione di volontariato no-profit e scuola di surf gestita da donne nella regione del Baluchestan, che ha l’obiettivo di promuovere l’empowerment e la libertà di giovani donne e bambine. Un’altro fatto interessante di cui però non si parla: in Iran c’è anche un’attiva scena snowboard and skiing , perché ci sono zone climatiche e località montane adattissime per questi sport. Quindi, sì, sicuramente tornerò in Iran.

Voglio imparare il Farsi che è una lingua meravigliosa, perché in nessun’altra lingua al mondo ci sono dieci modi di dire grazie.


Edited by Celine Angbeletchy

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Stories

EAST LONDON PT. 1 – N°8

 

Parnell Road bus stop, Old Ford Road, London
Parnell Road bus stop, Old Ford Road, London

Cuore dell’East End londinese.

 Prendere il bus n°8 per percorrere il tratto Roman Road-Liverpool street riserva ogni giorno peculiari sorprese.

Roman Road è situata esattamente a metà tra i residenziali sempreverdi confini di Victoria Park ed i modesti multietnici quartieri di Bow e Mile End.  Punto di contatto con la realtà per gli abitanti della residenziale ma auratica Hackney Wick, questa antica strada romana è uno dei luoghi in cui prendono vita le drammatiche contraddizioni e le antinomie culturali che rendono unico l’est di Londra.  Viverci comporta l’essere immersi in un insieme eterogeneo di persone, colori, tradizioni, luoghi, situazioni, culture in continuo movimento. Un costante divenire in cui le regole del gioco che influenzano le vite di milioni di persone sono dettate da esigenze prettamente economiche.

Da pendolare abitante del quartiere percorro ogni giorno lo stesso breve ma intenso percorso e, curiosa, osservo gli usi e i costumi degli strani personaggi che popolano l’area. Per questo motivo ho voluto descrivere i luoghi, le atmosfere e le specie rare di questa giungla post-moderna che tanto mi affascina.

9:12 AM – Parnell road

Sonno, confusione, il sapore di Yorkshire tea ancora sulle labbra, mentre lascio Morfeo e Hackney Wick alle mie spalle. Sbircio l’8 in lontanza. Leggero e aggraziato come un lottatore di wrestling ubriaco, finalmente accosta. Salgo, “tocco” la mia Oyster e l’avventura inizia.

 

9:16 AM – Old Ford road

Importante via di comunicazione della Britannia romana, poi estesa in era vittoriana, Old Ford Road riassume in modo semplice e immediato la dualità dell’architettura e della composizione sociale dei quartieri londinesi: da un lato della strada sulle rive di Regent’s Canal si trovano lussuosi appartamenti perfetti per gli idealtipi giovani in carriera o nuove famiglie benestanti; dall’altro lato della strada council estates, quelle che in Italia chiamiamo case popolari. Dati i nuovi trend urbanistici che producono esclusione e marginalità tramite l’organizzazione settoriale e di classe del territorio, è naturale chiedersi come sia possibile che le residenze di persone appartenenti a classi sociali opposte, l’una medio alta e l’altra medio bassa, siano separate da qualche metro di asfalto. Perchè il prezzo delle case raddoppia, se non triplica, da una parte all’altra della strada? Il significato del fenomeno studiato come gentrificazione ci spiega il motivo di questa particolare geografia sociale. In breve, le case popolari di Old Ford Road saranno presto rimpiazzate da nuovi appartamenti destinati all’elité Londinese, sempre alla ricerca di nuovi lidi trendy da conquistare. La conseguenza di questo processo è una dittatura spaziale promossa dalle logiche economiche del mercato globale che sposta a proprio piacimento fasce di popolazione sul territorio come fossero pedine di un’immensa scacchiera virtuale. La riqualificazione del quartiere limitrofo Stratford per i giochi olimpici del 2012 e’ un esempio perfetto di questo processo di radicale trasformazione del territorio.

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9:21 AM –Ford Road / Roman Road Market

Lo storico, colorato mercato di Roman Road è un vero e proprio punto di incontro e di socialità per centinaia di abitanti dell’Est di Londra. Riuscire a raggiungere Liverpool street nei giorni pari della settimana può essere una vera impresa, in quanto la strada si riempie di persone e merci di ogni sorta.

Ed, che da anni siede in quel punto preciso, nel solito angolo della solita strada, è un assiduo spettatore del brulicare generale nei giorni di mercato. Giacca e pantaloni neri, stivali a punta di pelle, una quantità eccessiva gel nei pochi capelli bianchi-tendenti-al-rossiccio rimasti. Con fare amichevole ma impacciato, saluta allegro ogni singolo passante.

Se ci si chiede quali siano le caratteristiche che permettono di definire “underground” un’area urbana e i movimenti che da essa provengono, la soluzione più ovvia è camminare per le vie di un mercato locale. Il miscuglio di generazioni, costumi ed etnie produce un melting pot che evade dalle logiche di standardizzazione e omologazione imposte dalla società dei consumi. Il mercato di Roman Road informale, alternativo e diversificato, è un perfetto esempio di questo fenomeno.

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9:32 AM Roman Road/Grove Road

La stanchezza continua ad avere la meglio sul caos mattutino mentre rimbalzo impassibile al ritmo di dossi e manovre. Accostiamo di nuovo. Una bellissima donna africana di mezza età mi sorride e si siede davanti a me. Guardo fuori. L’ultima cosa che voglio in questo momento è iniziare una conversazione. Non voglio iniziare una conversazione.

“How are you, darling?” – inizia la conversazione.

Nonostante il mio evidente divertito imbarazzo e ovvia riluttanza a socializzare, la signora – eloquentissima – riesce a rifilarmi il biglietto da visita della chiesa locale di cui fa parte. Londra pullula, letteralmente, di chiese e congregazioni religiose di ogni tipo. Per fare un esempio a Hackney Wick, quartiere che ospita il maggior numero di artisti in tutta Europa, si trovano diverse chiese battiste come The Mountain of Fire and Miracles e Places of Worship International. Una di queste la New Bethel Revival Ministry International, ha un distaccamento persino a Vicenza. Quale entusiasmo ogni domenica nel vedere adulti e bambini vestiti di tutto punto sfilare per le strade di Hackney Wick mentre nel sottofondo i bassi nei warehouse ancora pompano dalla sera prima.

 

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9:39 AM –  Bethnal Green

Con grande sollievo la mia malcapitata interlocutrice è arrivata a destinazione. “Bye darling, take care. God bless.”

Il mastodontico “8” continua il suo percorso verso ovest tra i vari ostacoli di percorso. Passiamo l’incrocio con Globe Road, come al solito, ammiro il Buddhist Centre e le caratteristiche case vittoriane ad esso adiacenti. Mi manca vivere qui. Bethnal Green è sicuramente uno dei quartieri più carini ed eleganti di tutto l’East London, perfetto per creatives sulla trentina o poco più pronti a metter su famiglia.

Ed ecco che sale la signora Joanne, “tocca” il suo freedom pass e sistema il passeggino, mentre alcuni passeggeri sorridono a Charlie, un simpatico Westie bianco a bordo di esso.
Joanne deve essere stata molto bella da giovane, ma gli anni e la città hanno avuto la meglio su di lei. Solitamente indossa una cappotto beige e dei pantaloni stampati di un turchese accecante. Affronta sicura la folla metropolitana, sguardo fisso nel vuoto e una lunga lista di cose da fare che instancabilmente continua a ripetere ad alta voce. Oggi Joanne viaggia solo per due fermate. Barnet Grove, le porte si piegano aprendosi come un origami animato. Mentre spinge Charlie giù dal bus, la sua tenerezza attira sguardi strani. Il mio infastidito animo mattutino pensa fottetevi.

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9:45 –  Brick Lane

Il volto della strada cambia mentre ci avviciniamo a destinazione. I council estates e i negozi di coloratissima frutta esotica iniziano a scomparire per lasciare spazio a ateliers, tattoo studios e appartamenti nuovissimi. Ding! Un ragazzo sulla ventina con una barba rossiccia così folta e lunga da far invidia persino al fedele Agrid prenota la fermata. Impossibile non notare il capellino griffato in coordinato con i sosfisticati jeans di salvage denim. In questa parte della città la creatività si esprime in tutte le sue più bizzarre – quanto omologate – forme. Brick Lane, insieme ai quartieri di Dalston e Shoredicth, unisce moda e tradizione  creando un epico e metaforico scontro tra titani. In questa via, situata nel peculiarissimo quartiere Banglatown, i numerosi ristoranti indiani si alternano a negozi di vestiti e accessori vintage, moschee, gallerie d’arte, pub e cafè. Questo tripudio di culture e stili di vita si anima ancora di più durante il mercato settimanale, luogo ideale in cui trascorrere vivaci, soleggiate domeniche.
Mentre pesante l’8 riparte portandosi dietro carcassa e passeggeri, il capellino e la barba gigantesca del mio fugace compagno di viaggio scompaiono in lontananza.

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9:57 AM- Destinazione:

Shoreditch High street, Primerose street, Liverpool street. Liverpool street!
Scendo dal bus alla velocità della luce e come un giocatore di football americano in missione verso un touch down, attraverso la iper-affollata hall della stazione di Liverpool Street a forza di “excuse-me” e spallate.

Tutto questo osservare per un attimo mi aveva distolta. Meglio sbrigarsi, Pimlico è lontana e devo partire per un altro viaggio, questa volta tutto underground.

Bethnal Green Road, London | Foto di Celine Angbeletchy
Bethnal Green Road/Shoreditch High Street, London

|  Foto e concept di Celine Angbeletchy  |   The Factory   |

Factory Asks

FACTORY ASKS 0007: BEATRICE LA VISIONARIA

 

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Nome Artista 0007: Beatrice La Visionaria

BIO

Per tutti sono Beatrice La Visionaria. Nata a Lucca, giovedì 13 marzo del 1986 alle 13:56 in una splendida giornata di pioggia. Dopo un po’ di candeline spente sono arrivata all’Istituto d’Arte “A. Passaglia”- finalmente! Da lì in poi ho scarabocchiato, disegnato e dipinto su tutto quello che mi è capitato tra le mani. Sebbene abbia avuto l’occasione di partecipare a diverse mostre personali, è in mezzo agli altri, nella condivisione, che amo lavorare; che sia durante un live o un dj-set, partendo da una tela bianca, seguo la musica e vado con lei. Il resto di me lo trovate nei miei lavori.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Mi chiamo Beatrice. Ho cominciato a parlare a tre anni e chiaccherare non è mai stato il mio forte. Se un estraneo mi rivolgeva parola rispondevo sì, no, non so. E se insisteva rispondevo quello che voleva sentirsi dire. Le cose una volta pensate, che bisogno c’è di dirle? Come disse di me ai miei uno psicologo: “La bambina ha il sé grandioso.” Ci vollero un paio di anni alle elementari per capire che dovevo comportarmi come tutti gli altri. Il segreto era di confondersi come una sardina in un banco di sardine. Ora nessuno mi rompeva più. La mosca era riuscita a fotterli tutti. Perfettamente integrata nella società di vespe. Credevano che io fossi una di loro. Una giusta. Ma più inscenavo questa farsa e più mi sentivo diversa. Da sola ero felice con gli altri dovevo recitare. Questa cosa mi impauriva. Avrei dovuto imitarli per il resto della vita? Niente di male, sempre che non ci sia niente di male a smettere di fare quello che si vuole per essere accettati nel vespaio.

IMG_938902. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Immortalo i sentimenti del personaggio femminile che ho creato, La Visionaria, che poi sarebbe mia madre che muta e cambia nei dettagli,        ma gli stati d’animo che dipingo sono i suoi. La predilezione dell’universo femminile è sicuramente la caratteristica dei miei lavori.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Riuscire a trasmettere con i miei lavori ciò che con le parole non so spiegare.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

La Visionaria con i suoi sentimenti, le sue passioni e le sue paure.IMG_9382

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Produrre fuori dagli schemi tradizionali e commerciali.

 

 

 

| The Factory | Beatrice La Visionaria |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”


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| FOTO&CONCEPT BY NICOL P. |

 

Factory Asks

FACTORY ASKS 0006: LIIA AHOLA

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Artist’s Name 0006: Liia Ahola

BIO

I was born in Finland in a family with quite artistic roots. My mother is some sort of poet, my mother’s mother crafts little clay things and my father’s father was a painter. Maybe it’s the genes, maybe the environment or perhaps some coincidence that supported my drawing hobby. However, at the beginning it was just my childish natural interest towards creating, so it’s really hard to say that at what point it turned out to be “my thing”.

01. How did your artistic career begin?

I used to go to an art club before teenage years. After that I decided to specialise in visual arts and design in my upper secondary school (in Finnish school system). There I studied 26 art and design courses, and I learned the basics of different techniques and theories. Though I would say that my artistic career really started after graduating. It was the beginning of the beginning. I started looking for my own voice, and I’m still on that way.

12084850_982634965131615_1170144426_o02. What is you work mainly inspired by?

For me making arts is sort of a way to talk with my soul, a way to face myself. And it’s more like a place to go rather than a thing to do. I go there whenever I lose myself in either the mysteries of life, or daydreams, love or pain. Human nature and feelings are an endless source of inspiration for me. Also, the people that I love inspire me. And animals. And nature. And the universe itself. Existence of everything. 

 

03. As an artist what is your maximum aspiration?

Well, so far each time someone wants to have my drawings or paintings on his/her wall my heart warms up. Making art feels meaningful when it gives joy to other people (and to me as well). It would also be cool to have my artworks in places where people could see them. In galleries, bars or some other suitable location. Even though, my highest aspiration at the moment is to be able to create, to enjoy and to give joy to other poeple as much as possible. It would also be very cool to collaborate with other artists, make some performances or collaborative paintings, maybe also some videos.

04. Is there a characterising message related to your work?

Not really. Often the message of my artworks is posive, or it’s about something that you need to think twice in order to understand, or even interest towards some phenomenon. Sometime it could be a bad joke that nobody understands. But not really.

05. What does underground mean to you?

I see underground art simply as something that has been done from desire of making it. From desire of saying something aloud or expressing oneself. Pure art without other things influencing it.


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VERSIONE ITA :

BIO

Sono nata in Finlandia in una famiglia dalle radici artistiche. Mia madre è una specie di poeta, mia nonna produce prodotti artigianali di argilla e mio nonno era un pittore. La mia passione per il disegno, forse viene dai geni, forse dall’ambiente in cui sono cresciuta, o forse è solo una strana coincidenza.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Prima dell’adolescenza frequentavo un corso d’arte. Dopodiché al liceo ho deciso di specializzarmi in arti grafiche e design nella mia scuola secondaria (sistema scolastico finlandese). Lì ho seguito 26 diversi classi di design e arti visuali e grafiche e ho imparato i fondamenti delle diverse tecniche e teorie. Il mio percorso artistico però è iniziato davvero solo dopo che mi sono laureata.

 

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02. A chi o a cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Per me fare arte è un modo per comunicare con la mia anima, per confrontarmi con me stessa. Ed è più un posto in cui vado piuttosto che una cosa che faccio. Ci vado ogni volta che mi perdo nei misteri della vita, dell’amore, del dolore, o quando sogno ad occhi aperti. La natura umana e i sentimenti sono un’ infinita fonte di ispirazione per me. Anche le persone che amo mi ispirano. E gli animali. E la natura. E l’universo stesso. L’esistenza del tutto.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Ogni volta che qualcuno vuole avere i miei disegni sulla sua parete mi si scalda il cuore. Fare arte ha senso quando dà gioia alle persone (e anche a me). Mi piacerebbe anche che i miei lavori fossero esposti in luoghi in cui la gente li può ammirare. Gallerie, bar o altri posti adatti. Però la mia più grande aspirazione al momento è essere in grado di creare, divertirmi e dare gioia alle persone il più possibile. Mi piacerebbe molto anche collaborare con altri artisti, creare performance, dipinti condivisi e anche video magari.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

In realtà no. Spesso il messaggio dei miei lavori è positivo o riguarda qualcosa su cui devi riflettere bene prima di capire o l’interesse verso un particolare fenomeno. O qualche volta è una battuta che nessuno capisce.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Per me arte undeground identifica qualcosa che è nato dal desiderio di creare, di dire qualcosa ad alta voce o di esprimersi. Arte pura, senza influenze esterne.

 

| The Factory | Liia Ahola |

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“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.” 

Stories

VOGUE, STRIKE A POSE

English version – Italian

Queer, music, dance and social stigma mixed together bring to life a new cultural dimension that escapes from mainstream trends and gives everybody the opportunity to shine, to be someone.

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“This society – going to a football game, basketball – that’s their entertainment. You know, a ball is ours. We prepare for a ball. We may spend more time preparing for a ball than anybody would spend preparing for anything else. You know, a ball is like our world. A ball, to us, is as close to reality as we’re gonna get to all of that fame and fortune and stardom and spotlights.”

From the documentary “Paris is Burning”, 1990

Vogue, a word that certainly doesn’t sound new. Well-know fashion magazine, unforgettable hit from the singer Madonna, but also emblematic artistic phenomenon that for decades has sparked the underground urban scene in many cities around the world.

This word not only refers to a contemporary style of dance, but it also indicates a sub-culture rooted in the queer, LGBT, working class black and latin communities of New York and other American cities. It combines various forms of self-expression, dance in the first place, but also music and fashion, with  political and social issues such as status, ethnicity and sexual orientation. However, the element that mostly characterises this cultural movement is the dance style: vogueing. It combines plastic poses and fluid movements performed with arms and hands, and, unsurprisingly, the name refers to the influential fashion magazine, as the moves and gestures aim at recreating those iconic poses.

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Unlike other dance styles come to light from urban sub-cultures such as hip hop or breakdancing – where performances take place mostly on the street – , the so-called “ballrooms” have a prominent role for vogueing. In these venues the various “houses” (crews of dancers organized hierarchically like real families) organize balls: competitions where the voguers or ball- walkers perform in different categories (e.g. Fantasy, Realness, etc.).

Since the Sixties vogueing has evolved in several different styles. The Old Way, popular before 1990, can be seen as a real fight between two rivals walkers. In the famous documentary on the Vogue culture “Paris is Burning“, Willi Ninja says:

“Now, where street gangs get their rewards from street fights, a gay house street-fights at a ball. And you street-fight at a ball by walking in the categories.”

The New Way style, characterized by geometric, articulate movements, was mainly performed during the first half of the nineties. It diverges consistenlty from another style, the Vogue Femme, more graceful and fluid, that since 1995 has evolved significantly creating two new subcategories: Dramatics, highly energetic acrobaticstyle and Soft and Cunt, more feminine and sensual.

Born from the working class communities of the american inner cities, vogueing expanded overseas.
In the United Kingdom the Vogue scene has spread from London to other cities like Liverpool, Manchester and Glasgow, where it recently regained a strong importance. Every year the city of Liverpool hosts the largest national Vogue competition, the “House of Suarez Liverpool’s Ball”. The event is organized by Darren Suarez, a professional dancer and mother of the House of Suarez.
For what concerns the capital, the best ways to be part of the London vogueing scene is to attend the House of Trax nights. These old-school parties are organized monthly in East London by the music label Trax Coture. It promotes club music such as Chicago, Detroit and Baltimore House, that have recently become prominent in the British underground electronic scene.

Thanks to professional crews of dancers, fashion shows and celebrities the vogue culture reached the whole world. At the beginning of the nineties Madonna (with her single “Vogue”) and Malcom McClaren were the first to let vogueing be known outside the USA.

Lately the british singer, dancer, producer, choreographer and director FKA Twigs, whose reputation is growing exponentially worldwide, made vogueing the hallmark of her performances. Unwillingly she has become one of the main promoters of Vogue in the current music industry by performing with professional voguers as Benjamin Milan (mother of the House of Milan) in the acclaimed shows “Congregata” and in some of  her music videos.

In recent years, the artistic and expressive power of this style of dance has grown as never before, reaching the Far East. In particular, this culture in Japan is a real art and fashion trend. Aya Sato and Bambi, media-artists, dancers, choreographers and models have an incredible entourage. They organize workshops and take part in international art projects. Thanks to their talent and their originality, Aya Sato and Bambi were chosen by Madonna as backup dancers for her infamous performance at the Brits Awards 2015.  With no doubt these two artists will bring new interesting outlooks to the nipponic Vogue scene.

The artistic and conceptual mix of dance, fashion and music as forms of self-expression, make vogueing and, more generally, the Vogue culture a phenomenon of incomparable originality. Thanks to plastic poses and movements that often resemble those of a mime, Vogue put into direct contact dancers and spectators. It is a unique form of art that represents a political statement, not only it outlines social status and cultural background, it also unveils the desires, passions and dreams of an individual. As Madonna says:

“Life’s a ball, so get up on the dance floor.”

| The Factory | Celine |

Save The Music

Save the Music: Label #01

SMALLVILLE RECORDS

smallville recordsGermania: terra ermetica, fredda, apparentemente distante dai popoli mediterranei scanzonati e umoristici. Posto perfetto per un’analisi lucida e ragionevole della società occidentale moderna. E cosa rappresenta più fedelmente a livello musicale l’ambiente odierno se non l’elettronica nelle sue varie e quasi infinite sfaccettature. Ecco perché i tedeschi sono così bravi. Dietro all’abilità a estraniarsi e al rigore mentale che unisce i puntini di una esistenza ordinata si nasconde il segreto delle grande produzioni “deep” che da parecchi anni questo popolo coltiva, crea e promuove.

Ed ecco anche perché questa terra è piena di etichette degne di nota che hanno fatto e continuano a fare la storia della cultura club nel mondo.

In questo articolo ci concentreremo su una in particolare: la Smallville Records. Una delle label più innovative e con un roaster tra i più interessanti e variegati sulla scena.

Nata dall’amore e la passione per la musica di Julius Steinhoff e Just von Ahlefeld (il duo alla base del progetto Smallpeople che esce ovviamente sotto l’etichetta di loro proprietà) e in seguito raggiunti da un altro musicista delle vicinanze, un tale chiamato Peter Kersten ai più conosciuto come Lawrence e co-fondatore di un’altra storica etichetta, la Dial Records. la Smallville era in principio un negozio per appassionati di vinili aperto ad Amburgo dai due fondatori che solo successivamente si sarebbe trasformata nell’etichetta che oggi conosciamo con il primo ep prodotto nell’ormai lontano 2006.

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Passione, dedizione e amore per il proprio lavoro. Ecco ciò che ha sempre contraddistinto e alimentato ogni passo intrapreso dalla coppia (poi diventata un trio). A questo va aggiunta la ricerca continua di un’evoluzione prima di tutto artistica e, di conseguenza anche musicale, che rimanesse sempre e comunque unica e indipendente rispetto a tutte le altre produzioni che circondavano il panorama degli artisti coinvolti nel processo creativo dell’etichetta. Possiamo esemplificare la filosofia della Smallville con il semplice dettato “creiamo una casa discografica dove noi e i nostri amici faremo sempre quello che vogliamo”. Alla base di tutto c’è quindi un’estrema confidenza tra musicisti e produttori, cosa che si riflette nel suono caldo e nella nuova spinta che questa etichetta sta dando ad un genere (la deep house) che rischiava di fossilizzarsi nella nomea appiccicatole addosso negli ultimi anni.

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Questo sentimento di indipendenza va ad influire su ogni decisione collegata all’uscita di un nuovo prodotto della casa discografica che debba essere fatto conoscere all’esterno. Ne nasce così una cura maniacale del dettaglio che fa la differenza e va in questo verso la decisione di affidare l’art work di ogni copertina al fumettista ed artista tedesco Stefan Marx, cosa che rende ogni Ep o Lp originale e con una propria impronta riconoscibile.

Scopriamo insieme quel sound che ha reso famosa l’etichetta di Amburgo nel corso degli anni. Ad oggi la Smallville ha prodotto e fatto uscire 42 opere di svariati artisti. I punti forti del collettivo rispondono ai nomi di: Moomin, Smallpeople, STL, Christopher Rau, Steven Tang, Arnaldo, Jacques Bon, i già citati possessori della label Julius Steinhoff e Lawrence e ancora molti altri.

Potremmo definire il genere trattato e affrontato come Deep House ma il merito principale di questa etichetta è stato quello di ristrutturare un genere troppo inflazionato negli ultimi anni aggiungendovi scorze di numerosi altre varietà, partendo dalla techno (e come non potrebbe? siamo in Germania, patria di questa variante musicale), per arrivare fino all’ambient music o anche alla dub (STL – At Disconnected Moments)  non rinunciando mai ad quel sapore jazzy (Moomin –  The Story About You) che s’intravede molto spesso tra le righe degli spartiti delle produzioni degli artisti sopracitati. Aldilà delle varianti sonore che ogni singolo artista porta con se nel suo bagaglio, quello che contraddistingue maggiormente il suono di questa label è la pulizia e la finezza di canzoni sempre eleganti che fanno un vero e proprio screening del pubblico ascoltatore, andando alla ricerca loro stesse di orecchi educati e sensibili, con l’obiettivo non dichiarato di creare un uditorio che si allontani il più possibile dai suoni commerciali e stereotipati dai quali siamo sommersi al giorno d’oggi.

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L’esigenza di cambiamento e autonomia si specchiano a meraviglia in tutto ciò che questa etichetta fa e la rendono in definitiva indiscutibilmente tra le migliori e più interessanti del momento.

Dulcis in fondo la playlist Spotify con cui potrete farvi un’idea e approfondire i temi e le note trattate dalla SMALLVILLE RECORDS.

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| The Factory | Jacopo Boni |