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L’UNDERGROUND A MILANO NON E’ MORTO, E’ SEPOLTO VIVO.

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Cox, Milano

Nel 1961 Marcel Duchamp immaginava l’underground come la nuova via da percorrere per gli artisti che volevano distinguersi all’interno nuovo panorama culturale dominato principalmente da logiche economiche[1]. Secondo questa definizione, le forme d’arte e di espressione underground si pongono in antitesi ad una concezione dell’arte come prodotto per le masse. Le conseguenze dei processi mediatici e sociali imposti dalla nuova economia incidono profondamente sulla dimensione artistica e culturale delle grandi città di tutto il mondo.

Dato che nel nostro paese Milano è una delle città che più risente degli effetti delle politiche economiche dettate dalla nuova economia, ho deciso di intervistare quattro dj e produttori che vivono e lavorano a Milano, per scoprire se esiste ancora una scena underground in questa città, almeno dal punto di vista musicale, e qual è il futuro di essa.

 

  1. Chi sei e di che cosa ti occupi a Milano?

Butti: Sono Andrea Buttinelli e al momento vivo a Londra ma sono nato e cresciuto a Milano, dove tra un lavoretto e l’altro ho organizzato concerti e serate fin da quando avevo 15 anni e ho iniziato la mia carriera da dj e produttore musicale.

Nobel: Ciao, sono Francesco, in arte Nobel, da alcuni mesi non vivo più a Milano ma ci vivevo fino a poco tempo fa. Quando ero lì, ero dj e produttore. In realtà nasco come produttore ma è da ormai parecchi anni che faccio entrambi per lo stile di musica che mi piace produrre, fare il dj è una naturale conseguenza.

Federico – Ltd Colours: Ciao, sono Federico e faccio parte, insieme a Riccardo, del duo Ltd Colours. Sono un produttore di musica elettronica e dj. Ltd Colours affonda le sue radici nella bass music e nasce dal desiderio, da parte di entrambi, di voler sperimentare, senza porci troppi paletti, con le differenti sfaccettature e sonorità che compongono il panorama della musica elettronica. Nel nostro primo EP uscito per Infinite Machine, abbiamo cercato di trasmettere proprio questo concetto, spaziando dalla jungle alla techno, alla dubstep, alla power house.

Riccardo – Ltd Colours: Sono Riccardo Baldoni, fonico di “Presa Diretta” e post-producer per vari studi di produzione video e ma, soprattutto sono un electronic music producer e dj nel progetto Ltd Colours insieme a Federico Nosari.

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Butti
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Nobel
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Ltd Colours
  1. Come descriveresti la scena artistica in cui si inserisce il tuo lavoro?

Butti: Penso che il termine scena costituisca un limite per l’arte stessa.

Nobel: La definirei viva e in continua evoluzione, qualcuno direbbe “satura“ ma penso che non sia il termine adatto, penso che “saturo“ sia qualcosa che si può riempire completamente e che quindi abbia un limite, una scena musicale non ha di questi vincoli fortunatamente.

Federico – Ltd Colours: La scena della bass music a Milano è realmente qualcosa di underground. Difficilmente, infatti, si riesce ad attirare il grande pubblico a serate di questo tipo. Si tratta di un genere che affonda le radici nella tradizione musicale britannica, senza dubbio estremamente differente dalla nostra. Per questo, probabilmente, il pubblico italiano risulta un po’ scettico e restio nei confronti di qualcosa che non conosce bene e che non appartiene al proprio bagaglio culturale. Nonostante questo, esistono collettivi e promoter come Lobo, Skeng, Elita che fanno del loro meglio per promuovere serate di qualità e artisti di rilievo.

Riccardo – Ltd Colours:  Anche se Ltd Colours trae ispirazione da molti e differenti ambienti musicali (tra i quali la scena techno berlinese, quella proto-DNB e garage londinese, quella house East Coast Americana e quella house francese) penso che il termine più efficace per descrivere la scena nella quale siamo inseriti sia Bass Music.

 

  1. Quali sono i luoghi a te più cari per quanto riguarda i movimenti underground che si sono costituiti e succeduti nella scena milanese?

Butti: Lo SGA di Arese va assolutamente al primo posto. Ora non esiste più ma è stato per molti anni un punto di riferimento soprattutto per la musica hardcore punk. Qualcuno una volta l’ha definito il CBGB d’Italia… entrare a far parte del collettivo di questo posto è stata la mia prima esperienza nel mondo della musica. Altri locali che meritano assolutamente un posto nel mio cuore sono Magnolia, Dude, Lo-Fi, Biko, Leoncavallo (e il suo vecchio basement Dauntaun)… Ho menzionato solo quelli a me piu cari, ma ce ne sono MOLTI altri.

Nobel: Posti importanti per la mia evoluzione musicale sono stati i Magazzini Generali, il Black Hole, il Biko, il Rocket e altri che che ora non ricordo neanche. A Milano la prima realtà musicale underground che ho seguito è stata la serata Klash ormai dieci anni fa nel 2005. La metto al primo posto sopratutto perché è stato il momento in cui ho capito che quello che ascoltavo poteva essere girato anche in chiave club. Non sono mai stato un party-harder se non forse durante un anno della mia vita, ho iniziato ad ascoltare musica IDM passando dalla Break Beat alla Big Beat fino ad arrivare all’ Electro Clash e poi a cose sempre più “club friendly”. Da quel momento ho sempre visto il mondo del clubbing come un lavoro, e andare alle serate era come andare a scuola. Ci sono due movimenti underground molto importanti per la mia carriera musicale: al primo posto assolutamente il collettivo veneto Trash Dance, che riesce ad unire (grazie alla sua forte presenza musicale e grafica) un grande seguito di persone educate su quello che vanno a sentire con una proposta musicale e artistica completamente in linea con quello che intendo io per underground. L’altro è il collettivo Weird Club Milan, anch’esso interessante nella proposta musicale e con una forte identità estetica.

Federico – Ltd Colours: I luoghi dove le realtà che citavo prima trovano terreno fertile e riescono a svilupparsi, sono i piccoli club e spesso i centri sociali, dove da sempre, in Italia, attecchiscono culture e tendenze lontane dai movimenti di massa. Il Dude Club è stato un buon punto di riferimento; da Via Plezzo16, prima che cambiasse location, sono passati un sacco di artisti della scena bass: da Kode9 a DVA, a Objekt, Dj Spinn, Cooly G ecc. Il Dude rappresenta uno dei luoghi a cui mi sono affezionato di più da quando sto a Milano. Nella vecchia location si respirava proprio un’aria familiare. Un piccolo club con un muro di casse che superava il pubblico dal dj, senza fronzoli, con poche luci e poche pretese se non quella di far ballare ottima musica. Con il passare del tempo, il cambio di location e l’ascesa totale della techno si è progressivamente adeguato al pubblico delle grandi occasioni. Ma ritengo che sia un procedimento normale, per uno dei migliori o forse il migliore tra i club milanesi.

Riccardo – Ltd Colours: Primo fra tutti il vecchio Dude. Poi sicuramente il Leoncavallo, Macao, il Cox, il Tunnel e il Bitte. In questi locali ho potuto assistere alle performance di alcuni dei dj e producer più importanti della scena underground europea e mondiale come Kode9, Bambounou, French Fries, Ron Morelli, Jon Hopkins, Kryptics Minds, Romare e molti altri.

Milano, Centro Sociale Leoncavallo, inaugurazione della mostra dei graffiti, l'esterno.
Centro Sociale Leoncavallo, Milano
  1. Data la diffusione su vasta scala di fenomeni un tempo considerati underground, come ad esempio la cultura hipster, credi che si possa ancora parlare dell’esistenza di una scena underground a Milano, o l’ossimoro ideologico è inevitabile su questo fronte?

Butti: La musica underground a Milano esiste perché c’è chi la fa. C’è un grande spirito artistico e in un certo senso “alternativo” all’interno della mentalità delle persone che ci vivono. Quello che manca è un senso di appartenenza territoriale e culturale e di conseguenza un ideale di unità, ma credo che ci siano delle personalità che potrebbero fare da anello tra i vari “gruppi di artisti”…

Nobel: La mia idea di underground non è la sperimentazione fine a se stessa. Un movimento musicale underground deve avere la consapevolezza e la voglia di crescere, il fatto che ora qualcosa che noi consideravamo underground non lo sia più o che arrivi molto velocemente alle masse non è una cosa per forza negativa, è negativo il fatto che ci si adagi su di questo e si cominci a fare qualcosa PER la massa.
In secondo luogo la veloce diffusione di sonorità un tempo considerate difficili o di nicchia denota un’apertura mentale dell’ascoltatore, e anche questa è una cosa positiva. Detto questo la scena underground a Milano esiste, solo che è molto diversa da come era un tempo perché, chi spinge qualcosa di innovativo adesso lo fa provando a farsi capire da tutti senza rimanere chiuso nel suo guscio, ad esempio puntando anche sull’aspetto grafico.

Federico – Ltd Colours: Credo che prima di poter parlare di fenomeni underground sia necessario presupporre l’esistenza di un’identità musicale. Un movimento nasce da artisti che riescono a trovare, all’interno di una comunità, gli spazi necessari per potersi esprimere e confrontare, soprattutto tra di loro. Manca questo a Milano, almeno per quanto riguarda la musica che produciamo. Spesso le serate sono organizzate dagli stessi 4 dj che si alternano per tutta la serata e per tutto l’anno. Viene quindi lasciato poco spazio ai dj locali emergenti rendendo sempre più difficile la creazione di un’identità. Manca una connessione tra le molteplici realtà che gravitano intorno alla città, ognuno si coltiva il proprio orticello inseguendo l’artista che l’anno precedente andava tanto di moda a Londra, Parigi o Berlino.

Riccardo – Ltd Colours:  Parlare di underground in questi anni è, secondo me, molto complesso visto che nell’ultimo periodo i canali di comunicazione e promozione per i generi che prima si definivano underground e per quelli mainstream sono praticamente gli stessi. Analizzando però il concetto dal punto di vista del seguito che un certo genere può avere il discorso cambia: a Milano ci sono alcune piccole realtà che cercano di di proporre artisti di qualità e generi di musica che in Italia possono essere considerati di nicchia. Collettivi come Elita, Lobo e Skeng stanno facendo un ottimo lavoro per far conoscere generi di musica che altrimenti rimarrebbero sconosciuti alla maggior parte dei clubber milanesi.

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Dude Club, Milano
  1. Quali nuove declinazioni culturali pensi possano scaturire dalla scena musicale e artistica milanese per com’è configurata oggi giorno?

Butti: Citando la risposta precedente manca un senso di unità tra gli artisti milanesi e di conseguenza prevedere cosa verrà fuori domani è impossibile, che a pensarci bene è anche quello che mantiene questa città misteriosamente interessante. Le uniche ideologie comuni di cui credo e spero di essere sicuro sono l’antifascismo e l’odio per ogni tipo di discriminazione.

Nobel: La musica da club a Milano è molto legata alla moda, ed è giusto che sia così. A noi la moda interessa e ci teniamo all’apparire, inutile negarlo. La domanda però rimane molto difficile: credo che da tutto questo usciranno prodotti e serate sempre più legate ad un’immagine estetica che intrattenga l’ascoltatore anche visivamente oltre che a livello uditivo, per poi magari arrivare all’antitesi di tutto questo eliminando tutti gli elementi grafici (il che è graficamente altrettanto potente). Sto solo viaggiando di fantasia. Che è quello che mi hai chiesto di fare sostanzialmente 🙂 Credo però  che spesso la qualità visiva è quasi più importante di quella sonora. Dubito che questo possa cambiare mai a Milano.

Riccardo – Ltd Colours: Un altro punto da prendere in considerazione è la mancanza di comunicazione tra le piccole realtà presenti a Milano che si chiudono a riccio e non riescono comunicare e collaborare in modo costruttivo. Sono sicuro che la scena musicale milanese possa dare molto ma c’è sicuramente bisogno di investire di più su artisti emergenti.

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artwork, Weird by SPG
  1. Secondo te, c’è un futuro per l’underground a Milano?

Butti: Si, ma ancora, solo se con il tempo si riuscirà a creare un senso di unità e appartenenza. Penso che l’ammirazione verso le realtà estere sia normale ma che allo stesso tempo dovrebbe essere fonte di motivazione per migliorare la propria realtà. Come ho già detto per il momento vivo a Londra, che è un’ottima scuola sotto molti punti di vista, ma sto pianificando di tornare a vivere a Milano per mettere in pratica quello che sto imparando e tornare a “schierarmi in prima linea”.

Nobel: Noi a Milano siamo molto chiusi per quanto riguarda i rapporti lavorativi e molto divisi in fazioni che si muovono parallelamente e non si incontrano mai (se non spesso per secondi fini). Questa è la cosa che non mi piace a livello personale e che inevitabilmente rallenta le cose. Ma non posso dire che non ci sia gente che provi a proporre cose nuove e non posso altrettanto dire che non ci sia gente pronta ad ascoltarle. Sicuramente non abbiamo una cultura musicale come la possono avere altri paesi. Siamo ancora giovani da questo punto di vista. Le cose stanno cambiando però e non credo sinceramente in una regressione in questo senso.

Federico – Ltd Colours: Sono convinto che possa esistere un futuro per l’underground milanese ma è fondamentale creare prima un’identità artistica.

Riccardo – Ltd Colours: E’ molto difficile prevedere se nasceranno nuovi generi e movimenti dalla scena artistica milanese. Quello che però si percepisce distintamente è la mancanza di un identità ben definita. Questo probabilmente deriva dal poco spazio che viene dato agli artisti emergenti che non riescono ad esprimersi a pieno e a confrontarsi tra loro.

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FACTORY ASK 0005: MYHANDS

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Nome artista 0005 : Myhands

BIO

Myhands è progetto scaturito dalla voglia di produrre qualcosa di altamente creativo e divertente riutilizzando materiale di scarto proveniente da capi di abbigliamento molto costosi. Astucci, borse, scatole, collane, porta-libri e tutto ciò che è possibile creare con jeans e altre stoffe riciclate di alta qualità; 100% hand-made.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Myhands è un’idea nata a Londra nel 2011. Al tempo lavoravo per un famoso brand di jeans e tra le varie mansioni, dovevo regolarmente fare orli e modifiche a jeans e altri capi d’abbigliamento. Lo sgomento era intrattenibile nel veder buttare via quotidianamente chili e chili di stoffa costosissima e riutilizzabille. In quel periodo mi affascinavano molti i lavori di Unwaste Poetic Upcyclingdesign, perciò iniziai a portarmi via tutti questi scarti e a creare con essi qualsiasi cosa mi venisse in mente. Dopo aver accumulato creazioni per circa due anni il progetto si è spostato a Pisa, e altre due fantastiche mani, quelle di Elisa Susini, si sono aggiunte al processo creativo.

02. A chi o a cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

I nostri oggetti sono pezzi unici e irripetibili e nella loro produzione ci affidiamo solo al caso. Myhands trova la sua ragion d’essere nella convinzione che tutto il fabbricabile sia stato fabbricato e che per il bene del Pianeta sia arrivato il momento di smettere di produrre e iniziare a riutilizzare, soprattutto nel campo dell’oggettistica.

03. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Alla base di tutte le creazioni c’è il jeans, poiché è il capo di abbigliamento più comune e largamente apprezzato che è diventato il simbolo della cultura di una generazione ribelle che ha rivoluzionato la società del secolo passato. Siamo convinte che al giorno d’oggi urga l’avvento di una nuova rivoluzione culturale e morale, ma soprattutto politica. Ovviamente non vogliamo illuderci che le nostre creazioni possano incidere sulla coscienza delle persone, ma tramite la diffusione dei nostri oggetti cerchiamo di far riflettere dimostrando che il riutilizzo non è un’utopia, e soprattutto lo si può fare con stile.

04. Che cosa vuol dire Underground per te?

Underground significa originalità intellettuale e artistica che evade dalle regole di consumo imposte. E’ una dimensione culturale nella quale si entra per caso e dalla quale si esce altrettanto inconsapevolente. Spesso non rendendosi conto dell’ossimoro concettuale, si fa l’errore di confondere fenomeni di massa con culture underground. Detto questo, non tutto ciò che è mainstream è negativo, ma difficilmente lascia spazio a forme d’espressione alternative che meriterebbero attenzione.
Noi crediamo che il concept di myhands rispecchi interamente questa idea di alternatività proprio perché promuove l’idea di autoproduzione e diversità di pensiero rispetto alle logiche commerciali dominanti.

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“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

 

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VOGUE, STRIKE A POSE

Italian Version – English

Quando queer, musica, danza e stigma sociale si uniscono, l’alchimia che si crea porta alla luce una dimensione culturale nuova, folle, che evade dalle logiche mainstream e dà ad ognuno la possibilità di brillare, di essere qualcuno a modo suo.

Malcolm-McLaren

 

“This society – going to a football game, basketball – that’s their entertainment. You know, a ball is ours. We prepare for a ball. We may spend more time preparing for a ball than anybody would spend preparing for anything else. You know, a ball is like our world. A ball, to us, is as close to reality as we’re gonna get to all of that fame and fortune and stardom and spotlights.”

Tratto dal documentario “Paris is Burning”, 1990

 

Vogue, una parola che sicuramente non vi suonerà nuova. Nota rivista di moda,  famoso singolo di Madonna, ma anche emblematico fenomeno artistico di grande rilievo, che ha animato per decenni ed anima ancora oggi la scena underground di molte città del mondo.

Questo termine non si riferisce solo a uno stile di danza contemporanea, ma rimanda a quella che viene considerata una vera e propria cultura radicata nelle comunità queer e LGBT della classe operaia nera e latina di New York ed altre città statunitensi. Essa unisce diverse forme di auto-espressione, in primis la danza, ma anche la musica e la moda, e  temi di natura politico-sociale come lo status, l’etnia, l’orientamento sessuale.

Tuttavia, l’elemento che più caratterizza questo movimento culturale è sicuramente lo stile di danza, appunto vogueing, che mescola pose plastiche a movimenti fluidi eseguiti con braccia e mani. Non a caso, il nome rimanda proprio alla famosa rivista, poiché le movenze e i gesti di questa danza vogliono ricreare le stesse pose e immagini di quelle iconiche pagine patinate.

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Al contrario di altri stili di danza nati da subculture urbane come l’hip hop o la breakdance in cui le performance avvengono principalmente per strada, il luogo prediletto per il vogueing sono le cosiddette ballrooms. All’interno di queste sale da ballo le varie houses, ovvero crews di ballerini organizzate gerarchicamente come vere e proprie famiglie, organizzano i balls: competizioni in cui i voguers o ball-walkers si esibiscono in diverse categorie (Fantasy, Realness, Solo ecc.).

Dagli anni Sessanta fino ad oggi il vogueing è andato evolvendosi, costituendo diversi stili. Lo stile Old Way, stile in voga prima del 1990, si configura come una vera e propria battaglia tra due walkers rivali. Nel famoso documentario sulla cultura Vogue Paris is Burning, un giovane parlando del significato del termine “house” afferma:

“Una house è una gang di strada gay. Se una gang di strada accresce la sua reputazione con gli street fights, una house lo fa esibendosi nelle categorie dei balls.”

Lo stile New Way della prima metà degli anni Novanta è caratterizzato invece da movimenti geometrici e articolati, a differenza del Vogue Femme, più aggraziato e fluido. Quest’ultimo dal 1995 in poi si è evoluto, dando vita a due nuove sotto categorie: Dramatics, stile acrobatico ed energetico, e Soft and Cunt, più femminile e sensuale.

Nato dalla dimensione comunitaria dei bassifondi delle inner cities americane, il vogueing si è poi esteso oltreoceano. Nel Regno Unito la scena Vogue si è diffusa da Londra ad altre città del paese come Liverpool, Manchester e Glasgow, nelle quali ha recentemente riacquistato una forte centralità. In particolare, a Liverpool ogni anno si tiene la competizione Vogue più grande a livello nazionale, il “Liverpool’s House of Suarez Ball”. L’evento è organizzato da Darren Suarez, ballerino professionista e mother, cioè fondatore, della House of Suarez. Per quanto riguarda la capitale, uno dei migliori modi per assistere ai più spiccati talenti della scena Vogue londinese è partecipare alle serate House of Trax. Questi party old-school organizzati mensilmente nell’East London, sono animati dai beat caratteristici della Chicago, Detroit e Baltimore House, generi che da qualche anno sono tornati in voga nella scena elettronica underground britannica anche grazie a etichette come la Night Slugs, che vanta artisti del calibro di Jam City e L-vis 1990.

Grazie a crews di ballerini professionisti, fashion shows e celebrità la cultura Vogue si è estesa in tutto il mondo. All’inizio degli anni Novanta Madonna con il suo singolo “Vogue”, è stata una delle prime insieme a Malcolm McLaren a rendere noto alle grandi masse questo movimento culturale.

Oggi, il merito per aver riportato all’attenzione internazionale, questo affascinante stile di danza va sicuramente a FKA Twigs. La cantante, ballerina, producer, coreografa e regista inglese la cui notorietà sta crescendo esponenzialmente in tutto il mondo, ha fatto del vogueing un tratto distintivo delle sue performance. Esibendosi con voguers professionisti come Benjamin Milan (mother della House of Milan) nei suoi spettacoli “Congregata” e in alcuni dei suoi video, Twigs ha riacceso i riflettori sul Vogue diventandone un’importante promotrice.

La potenza artistica ed espressiva di questo stile di danza negli ultimi anni è esplosa come non mai, arrivando anche in estremo oriente. In particolare, il voguing in Giappone è una vera e propria moda.  Aya Sato e Bambi, media-artists, ballerine, coreografe e modelle , unite sia nel lavoro che nella vita, oltre a girare video e a prendere parte a diversi progetti artistici, organizzano workshops di vogueing molto partecipati e apprezzati in tutto il mondo. Grazie al loro talento e alla loro originalità, Aya Sato e Bambi sono state volute dalla grande Madonna come backup dancers per la sua esibizione ai Brit Awards 2015. E’ indubbio che il futuro di queste due artiste nella scena Vogue nipponica ci riserverà molte interessanti sorprese.

La commistione artistica e concettuale di danza, moda e musica,  intese come forme di auto-espressione, rendono il vogueing e, più in generale, la cultura Vogue un fenomeno di originalità inequiparabile. Attraverso pose plastiche e movenze che spesso ricordano quelle di un mimo, questa espressione d’arte sembra mettere in contatto diretto ballerini e spettatori. Il vogueing è un vero e proprio linguaggio del corpo che non ha solo l’obiettivo di impressionare o emozionare, esso racconta l’intero universo di un individuo: non delinea solo lo status sociale e il background culturale, ma racconta anche i desideri, le passioni, i sogni. Racchiude quello che pensiamo che la società ci impedisca di essere o di avere. I voguers usano il loro corpo per esprimersi tramite un linguaggio inclusivo e universale che proprio grazie alla sua unicità sta tornando in voga nei panorami urbani di tutto il mondo.

D’altronde, come dice Madonna:

“life’s a ball, so get up on the dance floor!”.

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Factory Asks

FACTORY ASKS 0004 : MARTINA RIDONDELLI

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Bianca Garzella Photo by Martina Ridondelli, M.U.A. Isabella Biagini

Nome artista 0004 : Martina Ridondelli

BIO

Nata a Pisa, diplomata all’istituto d’arte con indirizzo di “architettura e arredo” decide di approfondire la sua passione per la fotografia trasferendosi a Milano e studiando presso l’Istituto Italiano di Fotografia. Si specializza in ritrattistica e in fotografia di concerti, lavorando in buona parte nel settore musicale. Essendo la musica un’altra sua forte passione, incomincia a fare foto promozionali, artwork e a collaborare in modo sempre più diretto con i musicisti. Nel corso degli anni, approfondisce progetti personali che espone in diverse città italiane. Attualmente sviluppa i suoi lavori sia in interno, presso il suo studio, sia in esterno.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Ho incominciato a far fotografie grazie a mio padre che mi regalò la prima macchina fotografica intorno ai 9 anni e posso dire che da lì è incominciato tutto.

02. A chi o a cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

A tutti e a nessuno o a tutto e a niente. Mi piace osservare ma non ho un riferimento ben preciso e molto spesso le influenze e le ispirazioni cambiano di mese in mese.

03. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Cuore e stomaco.

04. Che cosa vuol dire Underground per te?

Underground è qualcosa di bello ma strano perchè sembra parlare sottovoce ma urla più forte delle realtà della cultura di massa. Il concetto di “underground” in questo periodo storico di confusione estetica e concettuale assume tante forme. E’ tutto un grosso calderone dove difficilmente si riconosce cosa ci sia dentro.

 

|  The Factory  | Martina Ridondelli  |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

 

Autoritratti, Photo by Martina Ridondelli
Giorgio Canali Photo by Martina Ridondelli

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FACTORY ASKS 0003 : BEATRICE TACCOGNA

foto di Nicol P.
foto di Nicol P.

Nome artista 0003: Beatrice Taccogna

BIO

Nata a Pontedera il 4 febbraio del 1992 vive a Cascina (Pisa) dove ha studiato all’Istituto d’arte conseguendo diploma in scenografia teatrale. Attualmente frequenta il terzo anno di pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Sin da bambina dimostra interesse verso il disegno e la pittura. Protagoniste dei suoi quadri sono spesso le donne che una volta dipinte diventano autoritratti introspettivi. Vede la pittura come un momento di evasione dalla vita quotidiana e cerca, attraverso le sue opere, di succitare nell’animo di chi le guarda, sensazioni che solo l’arte sa provocare.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Non ricordo cosa in particolare mi abbia spinto verso l’Arte, ma fin da piccola disegno e dipingo, mio nonno lo faceva e come lui mio padre,credo si una sorta di “eredità artistica” arrivata fino a me .

02. A chi o a cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Amo Frida Kahlo, come artista e persona.La sua vita mi ha ispirata molto, non una cosa di lei o un quadro, ma l’insieme delle sue opere che raccontano una storia tormentata quanto piena di emozioni che mi ha colpita e mi ha ispirata tantissimo verso il tipo di arte che faccio oggi

03. In quanto artista qual è la tua massima aspirazione?

La mia massima aspirazione è quella di poter viaggiare e, anche se può sembrare un utopia visti i tempi, vivere della mia arte e magari creare spazi che diano possibilità a giovani artisti come me di potersi esprimere e farsi conoscere.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Quando dipingo ricordo a me stessa che ci sono e che l’Arte è qualcosa che nessuno potrà mai togliermi o contestarmi. Non c’è un messaggio in particolare che voglio comunicare, forse egoisticamente le mie opere parlano solo di me, un momento tutto mio nel quale però possono identificarsi altre persone apprezzando i miei lavori. Non credo si debba percorsa cercare o imporsi un messaggio sociale legato all’arte o almeno non sempre, si può anche fare arte per il piacere di farla.

05. Che cosa vuol dire Underground per te?

Underground è un termine molto complesso e spesso dimenticato, underground non significa solo “alternativo” come spesso viene sintetizzato questo concetto.per me significa indipendenza e voglia di innovazione rispetto alle “tradizioni” artistiche, culturali e sociali.

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“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

foto di Nicol P. (Summer Carnival Opening Party, Maggio 2014)

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FACTORY ASKS 0002 : FIERA & FREDDASTEREO

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Nome Artista 0002: Fiera e Freddastereo

BIO
Fiera & Freddastereo (Davide Barba- fiera e Federico Borghesi) sono un duo nato per caso, una sera del Dicembre 2012, quando la fine del mondo pre- detta dai Maya distava solo pochi giorni. I due decisero di piazzare una tele- camera ed improvvisare un dialogo, ironizzando su quel tema. Da quel momento in poi, cominciarono a prendere gusto nel girare questi cortometraggi, cercando di mantenere sempre lo stesso “mood” cinematografico, influenzato da un tipo di cinema minimalista e apparentemente spontaneo, venato di un’atmosfera surreale, come Aki Kaurismaki o Jim Jarmusch.

01. Come avete intrapreso questo percorso artistico?

L’idea di fare questo tipo di video è nata per caso, siamo entrambi appassionati di cinema ma non c’eravamo mai messi alla prova ed il giorno che ci siamo trovati tra le mani una videocamera abbiamo incominciato a girare d’istinto.

02. A chi o a cosa vi ispirate per quanto riguarda i vostri lavori?

Per i nostri lavori ci ispiriamo soprattutto alla storie, ai modi di fare, ai racconti ed alle esperienze che ci circondano, poi come dicevamo prima siamo entrambi amanti del cinema di un certo tipo quindi un nome su tutti Kaurismaki.

03. In quanto artisti qual è la vostra massima aspirazione?

Per entrambi la massima aspirazione è riuscire a vivere di quello che ci piace fare.

04. C’è un messaggio legato ai vostri lavori senza il quale non li chiameresti vostri?

Ci sono spesso le nostre facce…eheheh, no diciamo che una cosa che rende riconoscibile i nostri lavori è un mood amaro e disilluso.

05. Che cosa vuol dire Underground per voi?

Underground secondo noi significa riuscire a fare le cose che hai in testa senza compromessi ed influenze esterne non richieste, significa inoltre cercare di aggiungere qualcosa ad un tessuto, in questo caso artistico, di possibilmente innovativo e soprattutto personale.

 

|  The Factory  |  Fiera & Freddastereo  |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

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FACTORY ASKS 0001 : FRANCESCO CATELANI

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Cosimo il giornalaio

Nome Artista 0001:  Francesco Catelani

BIO

Mi chiamo Francesco Catelani. Studio lettere perchè mi piacciono abbastanza i libri.
Sono sempre stato chiaramente un nerd: mi piacciono i fumetti dei supereroi (quelli della DC, ma soprattutto Pk), mi piacciono i videogiochi (quelli del Nintendo, meglio se dai 16bit al cubo, o quelli da sala giochi quando ancora esistevano), mi piacciono i cartoni animati (tutti, apparte quelli proprio giapponesi giapponesi).
Sono sempre stato un autoproduttore di nerderia casalinga: il primo fumetto l’ho fatto insieme al mio babbo, quando ancora non sapevo scrivere e dettavo a lui le didascalie (è molto brutto, ma ne vado fiero. Nei disegni, poi, non sono migliorato molto; nei contenuti ho cambiato genere).
Da allora non ho mai smesso di far fumettini e disegnozzi, a parte per qualche anno del liceo, quando avevo le mani troppo impegnate a giocare al Gamecube, a strizzarmi i brufoli, a rollare le canne, a farmi le seghe (oppure, quando ho avuto qualche ragazza, a toccarle le puppe come se non ci fosse un domani).
Da qualche anno cerco di buttar via il poco tempo libero a disposizione stampando i miei fumetti e vignettelle, e facendo disegnastri per vari progetti e vari gruppi di persone, ritrovandomi spesso a passar delle ore dietro un banchino pieno di fotocopie spillate con una serie di altri amici sganasciati, scambiandoci birrini, chiacchiere, cicchini scollati.
Faccio spesso mostre nelle toilette, e a volte sono vittima di censure e recentemente di rogo dei miei albi…il che è anche piuttosto strano, visto che in realtà faccio le cose della tenerezza e del bene.
La mia più grande aspirazione è riuscire a ridiventare, anche fisicamente, un piccolo bimbino, e farmi spupacchiare sul fasciatoio tutto il giorno, durante un’infinita sessione di cambio-pannolone.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Parlare di “percorso artistico” riferito a quel che faccio è davvero troppo generoso nei miei confronti e mi imbarazza un po’… Più di come ho iniziato un percorso artistico, direi come ho iniziato a fare una cosa, e cioè trasformare i miei disegni e fumetti in fanzines e portarle in giro allestendo banchetti accanto alle distro dei gruppi durante le serate e i concerti. Per uno come me che non suona, credo semplicemente fosse una maniera per sentirsi presente in ambienti nei quali tutti fanno cose e stringono amicizia organizzando i concerti assieme, dividendo il palco, facendo canzoni e parlando di musica. Era -ed è- la mia maniera di essere presente, di dare il mio apporto in una situazione che creiamo in collettività. Col tempo poi questa cosa ha assunto anche altri significati… tipo che fare i banchetti coi fumetti ti dà un punto di gravità per startene seduto da una parte a far qualcosa, tipo che è un po’ un modo di offrire un piglio alle persone per venir a scuriosare in quel che fai e attaccar bottone con te. Questo per quanto riguarda il “far banchetto”; per quanto riguarda i fumetti in se non saprei cosa dire: li ho davvero sempre fatti, e per questo è una cosa che percepisco più come una costante anzichè come un “percorso”. I tentativi di rendere periodiche le fanzine mi hanno dato una certa continuità nell’uso di alcuni personaggi, e questo con il tempo mi ha suggerito l’idea e il progetto di costruzione di una sorta di universo narrativo tutto mio… Ma è qualcosa che richiede un tempo immane (o un team di persone) e al momento attuale è ancora ai primi vagiti. Ovviamente la mia maniera di disegnare, ciò di cui parlo, e come ne parlo è cambiata e cambierà nel tempo, ma più che come un percorso evolutivo (anche se in realtà forse un pò lo è) lo percepisco come il susseguirsi di periodi di vita diversi, e quindi caratterizzati da pensieri, immaginari, gusti e suggestioni differenti.

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02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Per un lungo periodo ho preso come punto d’orgoglio il non leggere-esplorare niente, così da non farmi influenzare e da poter cercare nella mia autoreferenzialità gli spunti per quel che facevo (e questa è poi la ragione della mia scarsa cultura nei campi del fumetto, illustrazione, letteratura). Probabilmente questo sembra un pò un ragionamento snobistico o comunque anti-evolutivo, ma in realtà credo che sia stato piuttosto fruttifero per me.. sia a livello umano di -diciamo- esplorazione di se, sia a livello umano di evitare ansie da paragone che avrebbero di sicuro portato all’auto-boicottamento, sia -forse- nella costruzione di un’identità stilistica e/o tematica. Poi mi ha dato una certa libertà, anche di fare cagate: senza termini di paragone non ci sono modelli e non ci sono parametri per definire cosa fa schifo e cosa no, quel che fai va sempre bene. Comunque, a una certa, l’auto-referenzialità DEVE interrompersi, altrimenti diventa una gabbia: nell’ultimo anno sono diventato davvero avido di scoprire e studiare quel che sta venendo prodotto e pubblicato oggi, in ogni ambiente e di ogni genere.. un po’ tipo la fame dopo il digiuno, questo è un periodo in cui sto cercando proprio il contrario dell’auto-referenzialità: riempirmi il più possibile di tutto, per poi magari tra un pò chiudere di nuovo il rubinetto e vedere cosa mi esce a quel punto.
Ciò che mi appassiona più di tutto, e di cui da piccolo mi nutrivo ben più del pane, sono le cose da nerd, e nonostante poi io faccia cose molto distanti, secondo me questo si vede benissimo tra le righe: mi piacciono i supereroi e i loro mondi, i videogiochi, i cartoni animati, i film delle avventure e del fantasy…personaggio preferito batman e tutta la sua cricca, scrittore preferito Alan Moore: no seghe. Non mi piacciono le giapponesate, apparte giusto poche cose selezionate che, invece, adoro (Matsumoto più di ogni altro: mi ha insegnato ad amare-disegnare i teschi).
Di italiani per me sopra ogni cosa ci sono i disegni di BadTrip. Mi dicono spessissimo che parecchie cose che faccio ricordano Pazienza, di cui però ho letto pochissimo (anche se in un’occasione lo cito)… ma nell’adolescenza ho letto ossessivamente Bastogne di Brizzi, prima fino alla memoria come libro, e poi con trasognanza nella sua versione illustrata da Manfredi: sono sicuro che Pazienza mi è arrivato filtrato da quello.
Quel che leggo sempre con entusiasmo e attenzione, che a volte addirittura studio e di cui sono sempre felice di cercare e trovare le influenze nei miei lavori sono i fumetti e le fanzine dei miei compari di banchetto: primi fra tutti il Brucio, Fabio Monster, il Champa e la loro Lo-Fi Comics, poi i mostri e le città di Robo, Silvicius, più recentemente l’immaginario del Fabbri, Lafabbricadibraccia, il Pagliarulo. Sono tutti amici di cui mi piace il lavoro, e con cui spesso divido le serate, i banchetti e le sbronze, con cui ci scambiam consigli, pareri.. è normale che le maggiori influenze le prenda da loro.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?                                                            

Se di mestiere facessi l’artista ovviamente la mia aspirazione sarebbe quella di riuscire a vivere con la mia arte… ma mi sa che non sono un artista, e di sicuro non lo faccio di mestiere.
Anzichè come artista, ha più senso riferirsi a me come persona, e come persona la mia massima aspirazione è quella di essere una bella persona, magari di rappresentare qualcosa per qualcuno, di riuscire a dare un consiglio, uno spunto di riflessione, un sorriso al momento giusto con quello che dico o scrivo. Se è vero che ogni persona è una storia, io vorrei essere una bella storia. Vorrei essere una persona che amo, vorrei essere amato per la persona che sono. La mia massima aspirazione come persona che fa delle cose, poi, è il riconoscimento di un valore in quello che faccio… possibilmente in vita. In soldoni, aspetto con ansia di approdare su wikipedia.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

C’è il fatto che li ho fatti io a renderli miei. C’è il fatto che parlino di me, o di una parte di me, o di qualcosa che ho immaginato, o di qualcosa che mi sono divertito a fare. In generale non ci sono messaggi in cui mi riconosco mai totalmente; magari ci sono dei temi attorno ai quali esprimo dei pensieri, dei punti di vista, delle interpretazioni… che sono le mie opinabili verità! Può darsi che nelle maniere che ho di fare le cose si possano leggere dei messaggi, o si possa pensare da quel che scrivo che prenda delle posizioni o roba del genere… Ma sono letture, non è quello che faccio io. Il mio è un relativismo non totale ma molto dilagante… Il relativismo -relativamente alla mia concezione- è qualcosa di così immanente in tutto ciò che esiste da diventare espressione stessa dell’assoluto: posso esprimere le mie verità relative, ma non messaggi. Posso, soprattutto, dire minchiate divertendomi a far cose sceme, tipo inserire il maggior numero possibile di volte la stessa parola in un periodo di senso compiuto, per dire cose serie prendendo un po’ per il culo chi legge, tipo adesso.

10389449_273614826159198_7036947347853791027_n05. Che cosa vuol dire underground per te?
Ecco la domanda difficile, se non altro perché credo sia una parola il cui significato è cambiato parecchio nel tempo.
Underground è un termine che ha avuto un significato, una suggestione e una fascinazione molto forti per me, soprattutto quando ero più piccolo… ed era una parola molto selettiva: una di quelle etichette che servono per dividere le cose buone dalle cose cattive. Underground per me rappresentava tutto ciò che era… underground appunto! Quindi roba di nicchia, situazioni con una certa estetica, l’illegalità, il rifiuto del mondo… un certo tipo di chiusura snobistica anche, che si traduceva nella negazione di comunicazione con l’esterno. Per fare degli esempi scemi: non le rockoteche ma i posti occupati, non le discoteche ma le feste coi furgoni, non le riviste ma le fanzines, non la pubblicità e i social network ma il passaparola.. poi per fortuna tutto questo è cambiato e ho un po’ abbandonato queste divisioni dell’adolescenza.
Oggi underground è una di quelle parole strausate da chiunque e in ogni situazione -tipo “rock”, per dire- e questo le ha fatto perdere la sua identità, la sua funzione realmente categorizzante. Underground vuol dire un po’ tutto e un po’ niente, e alla fine va bene così: le etichette fanno male al mondo, e le identità sono qualcosa di molto in bilico tra l’essere un valore ed essere una gabbia. Dal canto mio, io ho imparato a tralasciare completamente ogni tipo di etichetta ed evitare di assegnare questo gran valore distintivo alle parole, così come ho imparato a non dar peso a questioni estetiche o di “categoria”, come i luoghi, gli immaginari, i colori, gli atteggiamenti… Ognuno possa definirsi o venir definito un po’ come gli pare o come pare agli altri: per me contano le persone, e alla fine con le persone le parole e le etichette sono sempre inutili.
Ci sono persone con cui passo volentieri il tempo e con cui faccio cose assieme con entusiasmo, e altre con cui preferisco non stare e di cui non apprezzo il lavoro: per me conta questo, e non ci sono termini validi per fare questa distinzione, è una cosa umana punto e basta. Lo stesso dicasi per gli ambienti: se in una situazione ci respiro aria buona, per me è un bel posto e ci rimango finché mi va, altrimenti vado altrove; mi piacciono i posti dove si può sentirsi liberi di fare, e non mi importa se si tratti di uno squat o una discoteca: esperienza insegna che anche questa è una questione umana, e ci sono centri sociali paramilitari dove devi chiedere il permesso per pisciare e locali dove puoi proporre e realizzare quel che vuoi come fosse casa tua.
Poi che a livello estetico mi piaccia di più un certo tipo di ambiente, un tipo di musica o un immaginario rispetto ad altri è un altro discorso… Si tratta di gusto personale e di cosa sento più mio e cosa meno. In definitiva a me interessano le persone: se mi sento a mio agio con loro, se hanno lo spirito giusto, si gli piace farsi le cose da soli e han voglia di sbattersi, se tutti ci sentiamo liberi di fare quel che ci pare -liberi anche di andare in paranoia o litigare senza catastrofi-, allora va bene. Definizioni e autodefinizioni, almeno per me, lasciano un po’ il tempo che trovano… Meglio conoscere, immergersi un po’, e scoprire se ci stai bene o no. Se proprio dovessi assegnare un significato specifico al termine “UNDERGROUND”, gli darei lo stesso significato indefinibile che Celentano assegnava alla parola “ROCK” nel suo programma… ma giusto per dire una cazzata sul finale di queste risposte, e perché Celentano è un gran figo ed è sempre bene ricordarlo.

 

|  The Factory  |  Francesco Cate  |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

foto di Celeste Arzilla
foto di Celeste Arzilla