Giosuè Impellizzeri Break the Wall

Giosuè Impellizzeri

Nessun spazio all’improvvisazione, ma più lavoro di squadra e scambio di competenze per scrivere una nuova pagina.

Possiamo davvero – tutti insieme – pensare di scrivere una nuova pagina per la Club Culture nel nostro paese. Anche se non esiste una ricetta specifica da cui partire, abbiamo dalla nostra le conoscenze e l’esperienza di diverse persone dotate di grande spessore umano, artistico e culturale.

Giosuè Impellizzeri è sicuramente tra queste. Per gli artisti o i lavoratori culturali figure come quella di Giosuè rappresentano delle guide fondamentali, così come per gli appassionati che cercano nutrimento costante per placare l’insaziabile sete di conoscenza. Prendendo in prestito due versi a me cari di Eugenio Montale, il suo “scrivere” è come il “mastice che tiene insieme questi quattro sassi“. Uno di quelli che ha attraversato due decadi di storia musicale scrivendo tantissimo su riviste cartacee specializzate e svariate webzine. Ma non solo, ha prodotto musica su etichette italiane e internazionali, ha curato festival e realizzato una serie di set mixati per vari network radiofonici.

Suo il libro Gigolography. The International DeeJay Gigolo Records History Book su una delle figure chiavi per la Club Culture, Dj Hell, uscito per CRAC Edizioni, così come altri lavori sulla musica elettronica raccolti nella collana Decadance e realizzati assieme a Luca Giampetruzzi.

Gigolography. The International DeeJay Gigolo Records History Book

È un grande onore per noi poterci confrontare con lui tra queste pagine e attraverso le diverse domande di #BtW giungere assieme ad una nuova consapevolezza, muovendo un ulteriore passo avanti nel tentativo di contribuire a riscrivere una nuova pagina di CC! (qui il precedente numero).

Chi sei?

Mi occupo di musica elettronica e DJ culture da oltre vent’anni. Nel 1996 ho iniziato a scrivere con una vecchia Olivetti le prime recensioni che inviavo speranzosamente via fax alle redazioni di vari giornali. Nel corso del tempo mi sono dedicato anche alla composizione, alla radio, alla discografia e alla scrittura di libri, con una particolare predilezione per l’archivistica e le storicizzazioni, probabilmente derivata dagli studi universitari. In sostanza mi considero un appassionato desideroso di approfondire le conoscenze, in modo quasi scientifico, sulle cose per cui nutro interesse tra cui, ovviamente, la musica.

Quale musica elettronica ti rappresenta?

Difficile dirlo, è come chiedermi di estrarre dalla collezione il disco preferito. Essere nemico della monotematicità inoltre non mi aiuta a dare una risposta secca. Direi comunque da “Autobahn” dei Kraftwerk in giù, considerando il gruppo tedesco tra i principali “motori” di gran parte di ciò che è avvenuto all’elettronica dopo essersi smarcata dalla posizione più strettamente accademica delle decadi precedenti.

Kraftwerk – We are the Robots
Quando è iniziato questo amore?

Credo intorno al 1988, ma inconsapevolmente. A livello intenzionale invece indicherei il 1992, quando iniziai a comprare dischi (usati) per cimentarmi in mixaggi domestici. Raccattavo, per poche migliaia di lire, materiale di scarto di altri aspiranti DJ del mio paese, ben felici di sbarazzarsi di dischi che non avrebbero più potuto usare durante le feste casalinghe che si organizzavano negli anni delle scuole medie. Tra quelli trovai “Move Your Feet To The Rhythm Of The Beat” del compianto Hithouse, uscito nel 1989.

Lo ascoltavo decine di volte cercando di capire come si potesse “assemblare” una musica simile che mettevo agli antipodi di ciò che invece stavo apprendendo studiando il pianoforte, sin dal 1986. Un effetto ancora più dirompente lo provai attraverso la copertina di quel disco che, in una sorta di maxi tavola fumettistica, lasciava scorgere l’interno di uno studio di registrazione allestito in casa. Quelle “diavolerie” piene di pulsanti, leve e cursori alimentarono la mia curiosità per un mondo arcano e letteralmente tutto da scoprire.

Cosa ne pensi della cultura in Italia legata alla musica e in particolare alla scena che segui?

Dipende da cosa si intende per “cultura”. È sufficiente snocciolare la paternità di campionamenti seppur già svelati su WhoSampled? Identificare l’anno di uscita di un disco con un occhio fisso su Discogs? Fare un sunto o un copiaincolla di un capoverso di Wikipedia per descrivere un artista o un particolare periodo stilistico? Può forse ritenersi un divulgatore culturale chi scopiazza, per giunta male, libri ed articoli o realizza interviste compiacenti a personaggi famosi di turno col fine di accattivarsene le simpatie? Eppure c’è più di qualcuno, includendo persino chi si considera un appassionato, che di fronte a tutto ciò si mostra entusiasta, perché evidentemente considera “culturali” questo tipo di contenuti.

“È sufficiente snocciolare la paternità di campionamenti seppur già svelati su WhoSampled?”

Personalmente ritengo che la cultura musicale affondi le radici nella ricerca (autentica, non derivata dall’incrocio di una manciata di clic su Google), nella conoscenza (che per fortuna non è downloadabile ma frutto di esperienza accumulata in anni) e nell’imparzialità e capacità di analizzare criticamente anche più scenari stilistici senza spocchiose contrapposizioni da sterili battaglie ideologiche. La cultura musicale, per me, resta tale a prescindere dal campo di applicazione, che si parli dei Drexciya o dei 2 Unlimited, piuttosto che di Jesse Saunders o degli Oppenheimer Analysis, o degli Ace Of Base o Jimi Tenor. L’importante è muoversi col giusto intento, spirito, competenza e consapevolezza.

“..che si parli dei Drexciya o dei 2 Unlimited, piuttosto che di Jesse Saunders o degli Oppenheimer Analysis, o degli Ace Of Base o Jimi Tenor. L’importante è muoversi col giusto intento, spirito, competenza e consapevolezza”

A malincuore però giungo all’amara conclusione che la deculturalizzazione abbia avuto la meglio in Italia, ma con uno “storico” come il nostro era utopico sperare nel contrario. Nei decenni passati i media tradizionali (stampa, radio e tv) non hanno di certo aiutato, tolte poche eccezioni, a far emergere aspetti culturali legati al nightclubbing e alla musica correlata, puntando piuttosto a lucrare nel momento propizio per poi abbandonare il “giocattolo” una volta rotto e riprenderlo quando faceva più comodo. In assenza di un modello genuinamente ed autenticamente culturale che fungesse da traino, nell’immaginario collettivo si è insinuata una lunga serie di luoghi comuni che sarà arduo, o forse impossibile, estirpare.

“il grande pubblico e gli ambienti generalisti hanno iniziato a riconoscere ai disc jockey il ruolo di professionisti proprio quando di professionismo se ne lamenta la mancanza.”

Dalla house intesa come stile messo in piedi da non musicisti incapaci e costretti a ripiegare su campionamenti di brani altrui, alla techno, ossessionante martellio privo di senso, dalla discoteca, girone infernale e teatro di dissolutezza, ai DJ, più vicini ad un hobby dopolavorista che ad una professione vera e propria. Paradossalmente il grande pubblico e gli ambienti generalisti hanno iniziato a riconoscere ai disc jockey il ruolo di professionisti proprio quando di professionismo se ne lamenta la mancanza. In un quadro simile di cultura ne vedo davvero poca e se è vero che si raccoglie ciò che si semina, appare evidente che il campo sia stato seminato male o per niente.

Quali sono le principali criticità?

La musica in Italia è marginalmente considerata una forma culturale, figurarsi quella elettronica e prevalentemente utilizzata nelle discoteche. È un settore scarsamente riconosciuto anche dalle istituzioni, come del resto avviene a tutte quelle attività creativo/artistiche o intellettuali. È quindi facile intuire la ragione per cui sia così diffuso un pressappochismo allarmante e disarmante. Che dire poi di quegli addetti ai lavori (o presunti tali) che continuano ad alimentare plateali inesattezze o incongruenze storiche con nozionismo spicciolo? E i tanti magazine completamente disinteressati a finalità educative, didattiche e formative? Si può pensare di combattere l’ignoranza ed essere presi sul serio pubblicando un articolo che descrive la Love Parade come «evento organizzato per festeggiare la caduta del Muro di Berlino»?

L’Arte, così come il lavoro culturale di chi fa musica, la suona oppure la mixa sono considerati aspetti marginali in Italia; scarsamente riconosciuti dalle istituzioni emerge il bisogno di scrivere e di parlarne.

Persino in discoteca le cose sembrano complicarsi perché pare essersi sensibilmente assottigliato il numero di locali in cui poter avanzare proposte diverse dalla prevedibilità del mainstream, e ciò è avvenuto perché molti art director hanno smarrito la progettualità ma soprattutto la visione di un intrattenimento “illuminato”, lasciandosi conquistare da obiettivi economicamente più vantaggiosi.

Nel frattempo la club culture, un tempo vista di traverso dai benpensanti e conservatori, è stata cannibalizzata dal pop ed è diventata un grosso affare dato in pasto alla cultura di massa. La club music si è quindi affrancata ed emancipata uscendo dal circolo esclusivo delle discoteche mentre una parte di DJ non viene più annessa ai personaggi di serie b anzi, recentemente alcuni particolarmente noti, strapagati e brandizzati sono stati definiti le “rock star del nuovo millennio”.

“La club culture è stata cannibalizzata dal pop ed è diventata un grosso affare dato in pasto alla cultura di massa.”

Per certi versi però il “Dio DJ” che profetizzarono i Faithless nel 1998 è finito col diventare una parodia di ciò che era in origine. Consacrarsi a livello generalista ha voluto dire rinunciare all’autenticità perché, è bene rammentarlo, il divismo da stadio e il DJing non avevano molti punti in comune. Come scrissi già nel 2016, avremmo potuto parlare di rivoluzione se il DJing avesse scardinato la spettacolarizzazione delle rock band ma sembra invece che ne abbia semplicemente preso il posto.

Quella che molti indicano trionfalmente come rivoluzione insomma, assomiglia più ad uno scambio di ruoli che ha acuito ulteriormente il livello di criticità culturale. Che fine farà il disc jockey quando la grande industria dell’intrattenimento, che ora lo ha eletto come archetipo del trascinatore di folle, si stancherà e sarà in cerca di una nuova figura da mitizzare? L’idolo di milioni di giovani rischierà di essere declassato a banale pigiatasti mandando in fumo la credibilità di quella che nacque come virtuosa espressione artistica?

Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale stato delle cose e scrivere una nuova pagina?

A dispetto del distanziamento sociale imposto dalla pandemia che viviamo da qualche mese, credo sarebbe fruttuoso l’assembramento (non fisico ovviamente!) ossia fare squadra e sistema allineando chi è mosso dagli stessi intenti e soprattutto dalla medesima passione, perché in Italia esiste eccome uno zoccolo duro di autentici appassionati preparatissimi in materia, sebbene spesso sottovalutati e sottostimati.

La speranza non manca, serve coordinamento ed esperienza per scrivere una nuova pagina!

Questa prospettiva però, pur auspicata da tempo immemore, continua a non trovare facile applicazione nel nostro Paese dove si preferisce coltivare il proprio orticello e non dividerlo con altri per creare realtà più solide. Il resto lo fa (purtroppo) l’invidia, che mi pare un male particolarmente radicato nel settore, ed una competizione malsana che mira a soddisfare solo interessi e tornaconti personali.

Quali sono i pro (e i contro) delle eventuali operazioni da fare per migliorare la situazione?

Mi piace vedere solo i pro dietro un propositivo lavoro di squadra. Unire le forze, mettendo quindi a disposizione del team le proprie competenze, potrebbe equivalere a perfezionare ogni aspetto dell’operato. Poi lo scambio vicendevole di opinioni è costruttivo, un sano confronto aiuta a maturare e a superare i propri limiti.

Quali sono gli aspetti positivi del lavorare nell’ambito della musica al giorno d’oggi?

Anche in questo caso dipende dall’approccio che si riserva alla musica e al mondo che gravita intorno ad essa. C’è chi cerca successo e popolarità, chi donne, chi denaro, chi appagamento per sfamare il proprio ego. Io nulla di tutto ciò ma di aspetti positivi ne potrei elencare tanti come il rapportarsi con persone provenienti da ogni parte del globo, allargare i propri orizzonti ma soprattutto scoprire senza sosta cose nuove. Ad alimentare da sempre la mia attenzione e il mio interesse per ciò che faccio è esattamente il piacere per la scoperta e la musica, come tutte le espressioni artistiche, resta una fonte inesauribile di meravigliose scoperte.


Links:

Decadance il blog realizzato dallo stesso Giosuè.

“Gigolography. The International DeeJay Gigolo Records History Book” e recensione del libro su ondarock

Pagine Autore di Giosuè su DJMAGITALIA, Soundwall


Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.)

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Populous - Europe-pic-by-Ilenia-Tesoro-scaled.jpg Break the Wall

Populous

A metà fra mente e corpo

Intervista a Populous

Quale sarà il destino post-pandemia per la cultura e in particolare per tutti gli operatori e lavoratori culturali, di certo non lo possiamo ancora intravedere. Tuttavia, riprendendo le parole di Tim Exile in una sua recente intervista uscita su Medium, sappiamo con certezza che nel 2019, il 96% dei diritti musicali sono stati incassati dal solo 4% dei top musicisti.

Se e vero che la pandemia ha dato un durissimo colpo a tutto il settore, è altrettanto vero che “l’industria della musica” prima di questo colpo non lavorava comunque per i milioni di musicisti indipendenti e appassionati che, nonostante tutto continuano a fiorire intorno a noi.

“Un’arte diversa, più giusta e più resistente sta nascendo intorno a noi. Si concentra sulla creazione di comunità piuttosto che di soli contenuti e il blocco globale accelererà i suoi progressi”.

Allora con questo “ritrovato” slancio non vediamo l’ora di lasciare quello che si potrebbe chiamare un dark past per un migliore e speriamo più luminoso futuro. Su questa linea e in questa direzione, ci muoviamo in questa nuova puntata di Break The Wall con un ospite davvero speciale che ringraziamo di cuore per la sua disponibilità e grande sensibilità.

Populous è un artista di grandissimo spessore per la scena elettronica italiana e internazionale che si muove sui confini del noto e del sottobosco sin dal 2003, quando esordì con i primi pezzi per l’etichetta di Berlino Morr Music. Lo ringraziamo infinitamente per questo suo prezioso contributo nella ricerca di portare nuova conoscenza nella Cultura Club.

Prima di cominciare vi ricordiamo qui il precedente numero di #BtW. Buon Viaggio!

Cosa è per te la Club Culture?

Penso sia qualcosa esattamente a metà fra mente e corpo. La cultura da club non è solo andare a ballare, è andare a ballare sapendo dove e come farlo. Ma sopratutto sapendo COSA andare a ballare.

Un disco che la rappresenta?

Un disco, anzi forse meglio un nome, che mi catapultato in quella dimensione è stato “Leftism” dei Leftfield.

Letfield - cultura
Foto Dj MAg
Quale è la Club Culture che vorresti? 

Non c’è una cultura che vorrei, non una in particolare almeno. Non mi interessa spingere una scena più di un’altra. Ho i miei dj preferiti, i miei festival di riferimento, i media che consulto più spesso. Questo non vuol dire che non segua anche altro. Sono sempre curioso di sapere cosa succede negli altri dancefloor, cosa balla la gente quando suona tizio o perché vada a ballare su quell’isola o in quel club sotterraneo. L’importante è che ci sia sempre coscienza, stile, ricerca. 

Populous - cultura
Populous by Joana Ferreira
Parlaci dei tuoi ultimi lavori: quali sonorità, quali ritmi stai tirando fuori dal tuo cappello magico?

Ho passato anni ad ascoltare quella che qualcuno definirebbe “moderna world music”. Sono davvero contento e orgoglioso di questo percorso. Sento di aver raggiunto una sorta di diploma, in cui ho prima studiato, poi testato e infine interiorizzato ritmi non europei. Ora quei ritmi sono parte di me. Ma non ho più voglia ne stimoli nel volerlo mostrare per forza. Non ti verrò più a sbattere in faccia che sto facendo cumbia e dembow, lo faccio e basta perché ormai non me ne rendo più nemmeno conto. Forse il nuovo disco è solo un po’ più dancefloor degli altri. O forse no. Non sono bravo a capire certe cose.

Nicola Napoli - cultura
Fonte Rumoremag: Artwork di Nicola Napoli del nuovo album di Populous, in uscita il 22 maggio per Wonderwheel Recordings e La Tempesta International
Cultura e Arte sono tra le più colpite dalle necessarie attuali misure emergenziali a causa della loro profonda necessità di relazioni sociali, di eventi in-presenza, di partecipazione. Succede però che, in maniera forse inaspettata, si è messo in moto un meccanismo spontaneo in cui si sta diffondendo sempre di più una produzione e una fruizione artistica e culturale online sia a livello quantitativo (un’esplosione di performance, dj- e live-set, ecc.), che qualitativo (il mezzo – telecamere, tecnologie di comunicazione a distanza alla portata di tutti – che dà vita a oggetti culturali nuovi e mai visti). Una produzione e una fruizione dal basso, orizzontale e diffusa. Cosa ne pensi? Sta nascendo un nuovo underground?

Questa roba stravolgerà tutto. Ovvio che toccherà anche la cultura. Sta modificando equilibri umani, facendo mutare amicizie, relazioni, rapporti lavorativi, tutto. Anche la cultura verrà cambiata. Non ho ancora avuto modo di fermarmi a riflettere, ma è esattamente in situazioni come queste che l’underground (ri)nasce, si rafforza e resta impresso nella mente delle persone. 

Cosa pensi che ne resterà a emergenza finita (oppure è troppo presto per parlarne)?

Quando prima dicevo che non avevo ancora avuto modo di pensare era proprio a questo che mi riferivo. La gente imparerà qualcosa da tutto questo? Capirà che c’era qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro comportamento? Alcuni si. Ma altri, con quella sensibilità di merda che si ritrovano, ci metteranno un paio di settimane a rimuovere tutto e ricominciare a comportarsi da coglioni. Se questa cosa può in qualche modo essere stimolo per migliorare certi aspetti malati e insostenibili della scena club, ben venga.

Martina Loiola - cultura
Pink by Martina Loiola

Links:

W sta per Women” insghts sul nuovo album di Populous su Rumoremag

Il nuovo ritmo di Populous, intervista sul penultimo lavoro dell’artista “Azulejos” (soundwall)


Rozza - cultura

Edited by Domenica Carella. Domenica in arte Rozz Ella è una DJ impegnata e appassionata di musica elettronica. Il suo percorso artisitico nasce nella sua città di nascita (Taranto) e si sviluppa a Pisa, nei centri sociali e non solo, legali e non. Da ultimo la vediamo sulle frequenze della bass music con Neanderthal della crew di Space Vandals e come resident per il format ClubCultura al Caracol Pisa. In passato ha collaborato con la redazione di AutAut.

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Break the Wall

Direct Y & Nodezero Electronics

La Musica al Centro, in particolare l’Electro

Intervista all’artista e produttore romano Direct Y 

Oggi ci sposteremo nella musica della Capitale per Break the Wall. Si, avete capito bene, quella Roma della “rave generation” e parleremo di Underground: quello fatto di spazi sociali e di energie positive in cerca di una collocazione “stabile” sul territorio; di Club Culture e di aggregazione attorno alla musica, l’Electro con la “E” maiuscola, non una moda effimera, ma perpetua parte di un percorso musicale che ha abbattuto le regole del tempo; e di produzione musicale indipendente, con un artista davvero interessante e poliedrico e la sua “spaziale” label.

Oggi vi presentiamo con molto piacere, Fabrizio Rega aka Direct Y che assieme al socio Ivan Zanon (AHK) ha fondato da anni quella splendida realtà musicale che si chiama Nodezero Electronics.

Direct Y - Musica
Nodezero official Logo

Se vi va di perdervi tra le loro produzioni, vi assicuriamo che ne rimarrete colpiti. Troverete dei suoni “nuovi” ed energici accompagnati a delle ritmiche coinvolgenti e con quel pizzico di oscurità che ti lasciano semplicemente a bocca aperta. Prima di continuare, prendetevi un po’ di tempo e alzate il volume. Se vi siete persi il precedente numero di #BtW, oppure è la prima volta che vi trovate qui, questa è una rubrica di UNDER-BLOG che vuole portare nuova conoscenza nella Cultura Club, ogni volta con il prezioso e fondamentale contributo degli ospiti che intervengono.

Un vero e proprio percorso di ricerca nella speranza di contribuire a riscrivere una nuova pagina di CC! Buon Viaggio!

Chi sei?

Mi chiamo Fabrizio, sono di Roma, faccio musica elettronica con lo pseudonimo Direct Y e sono un papà.

Quale musica elettronica ti rappresenta?

L’Electro.

Quando è iniziato questo amore?

Vengo da un quartiere (Ostia Lido) dove nei primi 2000 la mia generazione aveva già un’eredità elettronica che veniva direttamente dal territorio. Esisteva una realtà chiamata Spaziokamino (SPZK) che negli anni 90 è stato parte di un movimento culturale rave poi sgomberato nel 2001, le cui energie e i giovani attivi della zona furono dislocate su diverse realtà e posti che non citerò.

Personalmente ho contribuito con degli amici all’organizzazione di party fatti con energie totalmente locali e senza guests, a meno di qualcuno che aveva più esperienza degli altri. Il contesto prevedeva l’interazione con l’audio, la console, l’acid techno e una non semplicissima gestione di situazioni sociali che includevano il consumo di sostanze stupefacenti.

“Energie locali, senza guests, e con la musica al centro”

In quel periodo facevo musica con un collettivo chiamato AudioResistance che già da diversi anni faceva uscite e compilation rivendicando un modello do it yourself e no copyright. Eravamo discretamente attivi sia nella produzione che nell’ascolto di materiale e ci sono ancora testimonianze del lavoro di quegli anni. Anche se non c’era un riferimento ad una vera e propria produzione discografica, molti artisti che parteciparono al progetto erano validissimi e sono tutt’ora attivi.

Successivamente a quell’esperienza nel 2010 ho creato il collettivo Nodezero che è poi divenuto la label “Nodezero Electronics” portata avanti da me e il mio socio Ivan (AHK) incentrata sullo stile Electro, che ormai era divenuto per me un riferimento che mi permetteva di spaziare tra viaggi cosmici e break più orientati al dancefloor.

Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre?

Roma è una grande città e inevitabilmente ci sono diversi club che fanno musica e proposte interessanti, ma è un sistema fatto di piccole organizzazioni, guests e tanto capitalismo.

Credo che in tutti questi anni non sia stato raggiunto un obiettivo a parer mio fondamentale: quello di alimentare le scene musicali del territorio. La mia città è un grande contenitore di energie e di tanti artisti che non hanno nulla da invidiare a nomi affermati del settore, ma ci sono poche valvole di sfogo, il confronto con la maggior parte dei proprietari dei locali si fa con i numeri e si rischia di incappare in pericolose avventure con alte possibilità di fallimento economico.

“Bisognerebbe alimentare le scene musicali del territorio”

La chiave potrebbe essere proprio la lungimiranza dei proprietari e dei gestori di club, chi di questi ha un background specifico ed è spinto dalla passione e dall’amore per quello che sta facendo, ha in mano un’arma potentissima. Bisogna metterci dentro la Culture, altrimenti è solo un Club, per quanto confortevole esso sia.

Quali sono le principali criticità?

Forse le ho appena descritte.

Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture?

Non credo di avere la soluzione in tasca, probabilmente si tratta di investire cercando di far parte di un network incentrato sulla musica e costituito da produttori, dj, etichette, studi, tecnici, negozi di dischi, uffici stampa, club e distribuzioni, che si supportano a vicenda e mirano a creare solidi rapporti, spinti da un’energia di base: la musica, che dovrebbe essere sempre al centro della narrazione.

E quali sono i pro (e i contro)?

Domanda di riserva?

Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

Fare musica, come le altre forme d’arte, ci permette di distrarci per un po’ dall’implacabile ritmo della nostra società globalizzata, di prenderne dei pezzi, rielaborarli e “talvolta” rivomitarli con eleganza ed ispirazione.

Quali sono le sensazioni che hai verso il tuo ultimo EP / album?

Sono molto positivo (nonostante mentre sto scrivendo le risposte a queste domande mi trovi in isolamento per lockdown covid-19) e nell’ultimo periodo ho collaborato con diverse persone, artisti che sono poi divenuti degli amici. La mia etichetta, Nodezero Electronics, ha diverse uscite su cui lavorare ed è in corso di preparazione “Spin Sonic Division 3”, compilation annuale che rappresenta a pieno la rete che siamo riusciti a costruire partendo proprio dal territorio, che come di consueto conterrà un mio pezzo. Consiglio vivamente di ascoltare la precedente, “Spin Sonic Division 2” a volume sostenuto.


Links:

Direct Y – Facebook

Nodezero Electronics – Bandcamp

Nodezero Electronics – Soundcloud

Nodezero Electronics – Facebook

Direct Y – The Electric Sheep – intervista su The Formant

Direct Y - Musica
Direct Y, The Electric Sheep
BIO (EN – written by Mischa Mathys)

Direct Y, aka Fabrizio Rega, has forged a unique musical sound from language of machines. It’s a language the artist knows intricately, translating it for the dystopian club land of Italy through tech-hybrid tracks that range from Electro to four to the floor Techno. Making his initial mark in 2006 with the aptly titled Human Vs Computer, Direct Y cemented the ideas behind his music within the bowels of the no-copyright project, Audioresistance.

It was through this project where his abstract view of the dance floor was first established, taking its cues from the underground rave scene of Rome and classic science fiction novels. Nodezero followed in 2008 and alongside AHK, Direct Y has been using the outlet to deliver the subterranean sounds of Europe’s nightlife to the world including that of the collective’s two remaining members.

The project, re-launched in 2012 as the independent label Nodezero Electronics, has been a nurturing environment for both AHK and Direct Y, allowing the latter the freedom to mature and develop his artistry since 2012, and leading to the seminal EP, Electric Sheep.

Direct Y continues to be a staple in Rome’s underground electronic scene while his work persistently finds new avenues of exploration in the realm of the electronic beat, decoding the language of machines.


Edited by Daniele V.

One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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Sterling, foto Martina Ridondelli Break the Wall

Sterling

La regola del fare, costanza, impegno e risultati

Intervista ad un nuovo producer di musica elettronica: Sterling aka Gabriele Bartolucci 

Oggi raggiungiamo la prima cifra doppia per Break the Wall. Decima puntata che festeggiamo assieme ad un nostro grande amico, compagno d’avventura. Un artista vulcanico, dotato di talento e metodo. Oggi vi presentiamo Gabriele Bartolucci aka Sterling che proprio in questi giorni ha raggiunto anche lui un primo importante traguardo. Parliamo dell’uscita del suo nuovo “ANAHEIM EP” per la teutonica Bunny Tiger di Sharam Jey.

Per chi in questi anni ha seguito le attività del PUM, o di recente ha avuto modo di partecipare a qualche serata per Club Cultura al Caracol (Pisa), si ricorderà di Sterling. I suoi set coinvolgenti, in grado di far ballare la pista, per ore. Lui, un producer amante del learning by doing, negli ultimi anni di esperienza ne ha maturata tanta, sia in studio che sulla pista. Innumerevoli notti senza dormire, inseguendo diversi demoni. Maturando nel contempo una forte versatilità, diverse capacità stilistiche e tecniche, atteggiamento, resistenza e l’esperienza necessaria per portare tutto al next level.

“Learning by doing, impegno ed esperienza hanno portato ad Anaheim EP per Sharam Jey”
Foto by Martina Ridondelli

Se vi siete persi il precedente numero di #BtW, oppure è la prima volta che vi trovate qui, #BtW è una rubrica di UNDERBLOG che vuole portare nuova conoscenza nella cultura club, ogni volta con il prezioso e fondamentale contributo degli ospiti che intervengono. Un vero e proprio percorso di ricerca nella speranza di contribuire a riscrivere una nuova pagina di CC! Buon Viaggio!

Chi c’è dietro al producer di nome Sterling?

L’idea del nome nasce da un personaggio di una serie televisiva americana di qualche anno fa “Mad Men”, le prime volte l’ho utilizzato come dj radiofonico del programma Fingertips su Radio Roarr e in Dj set back2back assieme a Dadapop nelle prime wild nights del colorificio occupato, si parla del 2012.

Inizio a fare musica molto prima di quel periodo, sperimentando inizialmente con diverse digital audio workstation (DAW) come Cubase e Reason, successivamente poi Ableton live. L’influenza musicale era quella dell’elettronica d’autore: Vitalic, Aphex Twin, Four Tet, Plastikman, Boards of Canada etc.. successivamente poi da quell’ ondata è nata l’elettronica come la conosciamo oggi.

“Il punto di partenza è l’elettronica d’autore: Aphex Twin, Four Tet, Plastikman etc.”

Parto dalla minimal elettronica, un must di metà anni 2000 per arrivare poco dopo alla dubstep che mi vedrà impegnato negli anni seguenti come dj del duo Bang’a’bros. 

Da li poi i vari progetti Machine Overdrive più sulle sonorità Moderat e John Hopkins, Wagual che riprende il sound Four Tet, Max Cooper e attualmente Tribalanza che punta decisamente sul dancefloor e sull’elettronica internazionale da Festival. Suono pure la chitarra e cerco quando possibile di riportare certe soluzioni chitarristiche ritmiche e melodiche all’interno delle mie tracce.

Cosa è per te la musica elettronica?

E’ l’espressione musicale dominante di questi anni, è il naturale sviluppo dell’espressività artistica nella musica nell’era del digitale e della rete. Piano piano i suoni sintetici hanno sostituito sempre di più quelli “reali” legati alla performazione di uno strumento usuale (con tutte le sue caratteristiche fisiche) come una chitarra o un pianoforte.

Da questo processo è nata l’estetica della musica elettronica e i suoi codici hanno sostituito molti punti di riferimento dati per scontati nel corso dei decenni precedenti. Oltre a questo è una forma creativa che permette molta libertà come si stà vedendo recentemente nel nuovo Rnb, nell’hip hop e anche nel Pop più in generale, generi che stanno vivendo una nuova rinascita stilistica. Oggi è l’universo dei suoni digitali scelti con parsimonia e processati in maniera maniacale dai producer di mezzo mondo attraverso effetti e plugin di ogni sorta, l’elettronica ad oggi sembra dare più possibilità combinatorie.

“L’elettronica ha sostituito i codici classici ma sembra dare più possibilità combinatorie”

Più in generale l’elettronica è il nuovo rock e si vede come le star di ibiza e del tomorrow land trovino nelle nuove generazioni un terreno più fertile per lanciare un nuovo mondo di suoni e di suggestioni legate alla loro musica. Adesso i ritmi e i suoni digitali sono il pane quotidiano, una generazione cresciuta con la minimal ha il background giusto per godere a pieno di questa musica e delle sue future (ulteriori) contaminazioni.

Come vedi la Club Culture in Toscana e dintorni?

Potrebbe andare meglio, ci sono tante piccole realtà poco sviluppate ma tenaci che non si coordinano tra di loro, c’è molta dispersione e si rischia come sempre in questi casi di non raggiungere l’obiettivo (comune) prefissato: la creazione di una scena che abbia una sua vitalità e che si tramuti anche in opportunità economica per tutti.

Non mancano realtà forti e che si muovono bene, così come producer di talento. Tra gli addetti ai lavori penso al Lattex Plus e a qualche altro club Fiorentino che è sul pezzo, poi chiaramente il Caracol con CC…ma sono di parte!

Il tuo nuovo Ep è appena uscito sull’etichetta tedesca Bunny Tiger… parlacene
Sterling – Anaheim Ep – Bunny Tiger

E’ un Ep che è nato nei ritagli di tempo del progetto Tribalanza con un altro producer di grande spessore, Alessandro del Fabbro (Dj Gomma) che negli ultimi anni mi ha impegnato (e insegnato) molto. Sono ritornato anche grazie ad Alessandro a Cubase che nel frattempo è molto migliorato diventando una delle migliori DAW sul mercato. Sono partito da una serie di tracce influenzate principalmente da Maceo Plex, Rampa e dalla Innervisions, una delle realtà più futurische e sul pezzo all’interno della nuova scena elettronica, volevo qualcosa di pulito e con pochi suoni che fosse il linea col momento attuale, più un lavoro tecnico-creativo e di sound design.

“Uno sguardo al futuro, non può mancare come ingrediente chiave”

Grazie a Sharem Jey e alla sua Bunny Tiger che ha creduto al mio suono e a queste tracce. Adesso sto lavorando a una decina di tracce tutte molto simili tra di loro e principalmente pensate per la pista e per la danza.


Alcuni preziosi link:

Beatport

Tribalanza

Ascolta “ANAHEIM EP” qui:

Foto by Ivo Almilamaro

Sterling aka. Gabriele Bartolucci inizia a sperimentare con la musica elettronica nel 2002 ed il primo EP esce nel 2005 sotto il nome di “Minimal Illness”. Nel 2009 inizia un percorso all’interno della musica uk bass, dubsteb lanciando il duo Bang’a’bros. Sotto lo pseudonimo di Sterling insieme a Dj Darius conduce 3 stagioni del formato radiofonico “Fingertips”, magazine settimanale di approfondimento legato alle ultime tendenze della musica elettronica.

Nel boom dell’elettronica Pisana, Fingertips è stato un punto di riferimento”

Insieme a Dadapop, Neuro e Chino fonda i Machine Overdrive, quartet live analog elettronico che si isprira alle sonorità di Vitalic e Moderat, nel 2013 esce il loro ep su Type Konnection. Nel 2014 nasce il Pum ed è uno dei fondatori. Nel 2016 insieme a Dadapop fonda il duet afro-ethnic-house Wagual. Dal 2017 collabora stabilmente con Alessandro del Fabbro e Daniele Vergamini all’interno del progetto Tribalanza, recenti le uscite su Traum Schallplatten, Opilec Music e prossimamente su Perplex!


Edited by Daniele V.

Daniele is one of the founder of PUM – Pisa Underground Movement, he is a musician and he loves to play as DJs. He is a Ph.D. in Agricultural and Resource Economics. Born and raised in Pisa (Italy), he collaborates in several projects and uses to travel around the Globe searching for new and interesting music, he loves digging rare and unknown music!


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Dj Michele Fonx Fontanelli Break the Wall

Dj Fonx

Riformare la CC, tre livelli su cui intervenire ma serve un maggiore coordinamento tra Club

Con molto piacere in questa ottava puntata di Break the Wall, ci spostiamo con Michele Fontanelli aka Dj Fonx per parlare di coordinamento e Club Culture. Due temi fondamentali che cercheremo di esplorare grazie alla sua esperienza e visione attraverso una riflessione che guarda al futuro con lucidità e prospettiva. Ringraziamo la nostra inviata speciale Rozz Ella per questa nuova ed interessante intervista.

Cosa è per te la Club Cultura?

Eh, in due righe mi sembra difficile, più che altro che cosa si intende per club culture? Sarò un’pò provocatorio. Dai tempi delle prime vere situazioni (Paradise garage, Loft, etc. e poi dopo tutta la scena Inglese) che hanno portato alla nascita di quello che oggi conosciamo, sono cambiate tantissime cose, a livello sociale, culturale, tecnologico ed economico.

Paradise Garage coordinamento
Fonte: m.dagospia, Paradise Garage (New York, 1977)

Questa “cultura”, se così vogliamo chiamarla, è nata in posti piccoli, con un humus umano che proveniva dagli ambienti più bistrattati e marginali, il pubblico medio di queste situazioni era composto da Gay Afro-Ispanico-Americani con tendenze tossicomane. Diciamo l’esatto opposto del modello italico che si è diffuso di più, discotecone fotoniche con tanta gnocca in bella evidenza, fighettismo diffuso, molti soldi e sostanze illecite di vario tipo (questo forse unico aspetto che ci accomuna con le esperienze estere citate). E la provocazione parte da qui: di quale club cultura vogliamo parlare? Di quella italiana? Perché il fenomeno veramente di massa in italia è stato quello dei ’90, con la progressive prima con l’house dopo fino ad arrivare alla Minimal dei 2000, quindi megadiscoteche e discorso fatto sopra.

“un humus umano che proveniva dagli ambienti più bistrattati e marginali”

Per il mio percorso personale, sia come dj/producer che come promoter ma anche come semplice clubber, la discoteca “ ufficiale” è arrivata dopo, quando in quegli ambienti si sono accorti, con quasi dieci di ritardo, che nel mondo la musica da ballo era cambiata, riguardava uno spettro più ampio di sonorità e ritmi, rispetto ad un solo tipo di cassa dritta (e anche le prime cose americane e tedesche qui venivano viste minacciosamente). Ci sono state esperienze in posti che erano sul pezzo con quello che stava succedendo nel mondo, ma non appartenenti a quegli ambienti, come ad esempio: Pergola a Milano, il Link ed il Livello57 a Bologna, il Maffia a Reggio Emilia, Agatha a Roma.

“Un tempo c’erano i centri sociali..”
L57 coordinamento
Fonte: segnalidivita.com, L57, Bologna 1998

Situazioni considerate off, molti di questi erano Squat o Centri sociali. Poi c’è stata tutta la scena dei rave e delle feste illegali. Chiamiamolo Underground? Anche se a me questa definizione non piace. In questi ambienti si respirava fondamentalmente controcultura, o subcultura, musicale, visiva e sociale. Non si delegava al sistema ufficiale dell’intrattenimento di proporci anche le cose “alternative”, ma queste situazioni diventavano esse stesse le Alternative.

“In Italia non c’è una cultura diffusa a livello di Club..”

Penso che in Italia non si possa parlare di una vera e propria cultura diffusa a livello di Club (aggiungiamo noi è forse mancato il coordinamento), penso piuttosto che ci siano state e ci siano ancora oggi realtà che si sono mosse in una direzione virtuosa (spesso anche mitologica, si pensi all’esperienza pionieristica della “ Baia degli angeli” e al fenomeno del cosiddetto afro, a gente come Baldelli e Mozart andrebbe fatto un monumento), ma spesso non molto collegate fra loro, e ognuna dipendente dalle proprie dinamiche territoriali. Altre persone ti diranno che il Tenax, l’Insonnia o l’Imperiale sono state il top, è una questione di gusti, percorsi personali e quindi molto soggettiva; e secondo me è anche il bello di questo ambiente, ogni suono e ritmo ha avuto la “sua casa”, l’importante sarebbe non fare i fondamentalisti. Alla fine la club culture, è una cosa molto semplice: musica proposta da un dj, un buon impianto audio che la riproduca e persone che hanno voglia di far festa e ballare. Come la si fa è la discriminante fra fare cultura e fare solamente business ed intrattenimento.

Un disco che la rappresenta? 

Domanda molto soggettiva e difficile, un disco che la rappresenti mi sembra impossibile…proprio per quello che ti ho detto prima, ognuno, per la propria esperienza, avrà dei riferimenti musicali diversi, per me sono parte della club culture anche la scena dei Sound System o la scena degli Allnighter, dipende dai punti di vista. 

Le persone frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la Germania, cosa potremmo fare qui?

Già da qualche anno la scena è, a mio avviso, alle prese con una trasformazione epocale. Per i giovanissimi “club culture” è un’espressione senza significato. I djs sono divi pop, Miley Cyrus vale quanto Guetta o Marshmellow. E non interessa più se sei bravo a mixare, se sei un cultore dei vinili, se hai la capacità di mettere i dischi per sei ore tenendo le persone incollate alla pista. Oggi conta solo lo show. E se poi il dj sul palco preme solo un tasto, poco importa. Sono nati tantissimi Festival di elettronica, e molto pubblico si è spostato su questo tipo di eventi, creando anche un’effetto negativo a cascata sui club, dato i cachet che vengono pagati ai Festival, non sono competitivi con quelli dei club, limitando la possibilità di programmazione di questi ultimi, che spesso si ritrovano a fare gli stessi nomi per non rischiare soldi.

Poi i Social e gli schiuma party di Ibiza (come esempio da seguire), con i suoi privée e i dj superstar hanno fatto il resto, ‘mercificando’ una scena club diventata cartolina e obbligando a epocali door selection il resto, nell’illusione che lo spirito originale possa in qualche modo sopravvivere nei muscoli dei buttafuori.

Assenza di coordinamento il modello delle cattedrali nel deserto (Ibiza)
Fonte: Ibiza Spotligh, Club Cartolina

Quindi la club culture non esiste più. O meglio, da fenomeno per pochi al successo popolare, oggi quella più autentica è ridiventata un fenomeno non per i molti. E secondo me deve ripartire dalle origini, dai piccoli spazi, dalle serate dove ancora si coltiva l’idea che il club è un luogo di sperimentazione. Un’occasione per condividere divertimento e musica. Noi aggiungiamo manca coordinamento.

“Ripartiamo dai clubbers”

Se si chiama club culture allora ripartiamo dai club e dai clubbers, cercando di creare percorsi inclusivi per far crescere delle reali scene locali, con numeri si spera superiori a quelli di una festa delle medie. Da una parte i soliti nomi hanno rotto le palle, ma anche i dj locali, che te la fanno pesare come se i generi che “ suonano” li avessero inventati loro, non sono il massimo. Lo so, non sarò molto simpatico, ma è meglio dirsi le cose per come sono (essendo io anche dj), l’ autoreferenzialità è un limite abbastanza comune di chi fa cose “Underground” in Italia, non capendo che l’obiettivo deve essere quello di fare più proseliti, come moderni evangelizzatori, e non stare a dare patentini di credibiltà  e purezza a questo o quello. Se si vuole affrontare seriamente il problema, va proprio rifondato un movimento. Un movimento multiforme e soprattutto “croccante”! (citazione da uno dei più genuini clubbers del Deposito!).

coordinamento all'interno del bar25, Berlino
Clubbers in Bar25, Berlin
Cosa manca?

Sono tre i livelli che mancano e un coordinamento tra questi: 

Uno, istituzionale 

inesistente, come sempre per quello che riguarda musica, cultura e divertimento “intelligente” in Italia. Questo settore viene considerato una rottura, trattato come un problema di ordine pubblico, una accolita di debosciati. L’esperienza tedesca è lontana anni luce rispetto alla nostra; 

Due, Club e Addetti ai lavori

Agenzie di booking per prime che non si aiutano. I Club molto impegnati a far quadrare i propri conti, non disdegnando anche scazzi con gli altri Club. Che scommettono poco sulle novità, e cercano di andare sul sicuro. E che per avere esclusive sugli altri Club, fanno il gioco delle peggiori agenzie di booking per riuscire a fare ospiti con prezzi fuori mercato. Le agenzie italiane si distinguono per questa oscillazione dei cachet degli artisti esteri (e spesso succede anche per gli artisti italiani), a Tizio gli chiedono X e a Caio Y, per poi scoprire dalla fonte estera che spesso i ricarichi sono anche del 30/40% di quello richiesto dal management dell’artista; 

Tre, il Pubblico 

ormai sempre più dipendente dall’hype di quell’artista o di quel club, senza uno sviluppo serio di un gusto personale e “critico”. Basta inseguire sempre e solo i soliti nomi, i “brand internazionali” del clubbing. Sarebbe positivo inoltre prestare attenzione anche ai “local heroes” e ai talenti più freschi ed inediti, perché in origine il clubbing era avventura e scoperta, non rassicurazione e teatrini da backstage. Fare più attenzione alla musica e meno agli aspetti accessorii, cercare le situazioni che fanno proposte artistiche non convenzionali ed originali, e non la solita pappa pronta coi soliti nomi. 

Cosa andrebbe cambiato?

Credo di aver già parlato di alcuni cambiamenti auspicabili, in più dovrebbero svilupparsi ulteriori aspetti: maggiore collaborazione tra i Club; coordinamento tra Club per evitare sovrapposizioni di programmazione; fronte unico con le istituzioni; fare rete per poter contrattare a livello nazionale, tour di artisti, direttamente con i management, bypassando molte inutili agenzie, per promuovere artisti minori in modo che possano girare in Italia, e altrettanto il lavoro contrario, in modo che anche talenti italiani arrivino a l’estero.

Costruire serate dal basso, facendo crescere un vivaio di dj locali, creando (attraverso il coordinamento) delle reali scene locali, e non “scenette” virtuali che si fermano esclusivamente all’ambito dei social network. Senza fare guerre ideologiche agli artisti più noti o alle agenzie e management, ci sono persone che hanno fatto molto per lo sviluppo di questa scena, ma si tratta piuttosto di riordinare e riequilibrare un po’ le dinamiche, come dobbiamo farlo per l’ecosistema e per l’economia, per il bene di tutti. Nessuno escluso. Darsi tutti una bella calmata, soprattutto dal punto di vista economico.

Ultima domanda quale è la cc che vorresti? 

Ritornare all’attitudine originale,  ritrovarsi in spazi dove la prima cosa da fare è abbinare il divertimento alla qualità e cercare di trasmetterlo al pubblico. Chi riuscirà in questa formula (e aggiungiamo ancora, serve coordinamento) saprà dare dignità alla parola clubbing. Diversamente il discorso verterà unicamente sulla scena più commerciale, come è sempre stato in Itaglia.

Cosa pensi che ne resterà a emergenza finita (oppure è troppo presto per parlarne)?

Immaginarsi ora come potrà essere il dopo è difficile, perché ci sono in ballo diverse variabili, te ne cito alcune: Come si comporteranno le istituzioni? Saremo sicuramente gli ultimi a ripartire, poi non abbiamo (dal punto di vista istituzionale ma non solo) valenza culturale come il teatro o il cinema o la musica classica, siamo i “ peggio”, quelli che fanno casino, si ubriacano e si drogano. Quindi chi riuscirà a tenere botta fino al momento della riapertura sarà già un grande, perché penso aiuti per noi non ci saranno, siamo un’Associazione e non una Società (nuovamente un coordinamento non sarebbe male!).

Pensare che dopo siano rispettate le distanze di sicurezza in posti dove si balla, si sta insieme, e si fa baldoria? Le persone saranno sempre così smaniose di trovarsi in luoghi chiusi? A stretto contatto con perfetti sconosciuti? Sinceramente non ho risposte a queste domande, so solo che quando ci penso mi prende una grossa angoscia. Se sarà trovato un vaccino, potremmo sperare di tornare a prima della reclusione forzata, in caso contrario la vedo parecchio hardcore. Già avere tirato su un posto con l’identità del Deposito Pontecorvo è una scommessa enorme, per la provincialissima Pisa, poi non poterlo fare in condizioni di normalità rende tutto un’avventura che sa di contemporanei Don Chisciotte. Sicuramente, per quanto mi riguarda, se ci saremo ancora, insisteremo ancora di più sulla sostenibilità della programmazione (e il coordinamento), alla qualità deve corrispondere un giusto valore economico altrimenti le cose non si fanno,  lascio volentieri il campo agli hipster del momento. 


Alcune info preziose:

Michele Fonx Fontanelli – Dj e Producer

Dj Fonx, Deposito Pontecorvo

Dj eclettico, nel vero senso della parola, il suo suono spazia dalla black music delle origini (funk, soul, jazz, reggae e disco) fino alle sue espressioni contemporanee (Hiphop, Drum’n’bass/Jungle, dubstep, breakbeat, nudisco, elettro, bassmusic). Ed ha fatto girare i dischi nei posti più diversi: dai centri sociali ai club, dai paddock della Formula 1 alle feste di quartiere per strada, dalle jam di b-boys ai più rinomati jazz club. Inizia a dedicarsi ai Giradischi e ai Vinili, come dj, nel ’ 6, con la crew SVC. E’ fondatore e animatore di Casseurs Foundation. Dopo varie esperienze negli ambienti Hip Hop-Breakbeat-Drum’n’bass toscani, nel 2001 fonda con il milanese Painè (Compl8/Temposphere rec) I Maniaci Dei Dischi e così inizia a lavorare sulle produzioni e suona mensilmente @ Cox 18 (Milano), oltre a molte date in giro per l’Italia e passaggi su varie radio (RadioRai2/Weekendance; Popolare Network). La prima testimonianza, pubblicata, di questa collaborazione è il singolo del secondo album di Painè (“Spontaneous”), per Temposphere records, dal titolo BENE feat. dj Fonx e con remix di: The Herbaliser (Ninja Tune-Uk), Quantic (Tru-Thoughts-Uk), Boogie Drama (Soundplant records-It). In seguito esce il primo EP de I Maniaci Dei Dischi ‘OUR HOUSE EP’ seguito da un’altro ep dal titolo “SMILING FACES EP” entrambi su Temposphere records (sub label di Right Tempo), oltre a un remix per Baixinho (Vitaminic/Royality) e tracce licenziate in Giappone ed Austria (primavera 2003). Inizio 2004 viene pubblicato il primo album de I Maniaci dei Dischi, dal titolo “Hey presto!”, su Temposphere Rec. Da Dicembre 2003 fino al 2010 cura, insieme a Matteo Pzzo Chellini, ogni sabato sera, su Controradio (radio fiorentina a copertura regionale affiliata al circuito nazionale di Radio Popolare), una trasmissione radiofonica settimanale dal titolo RITMO, un viaggio nelle musiche da ballo di domani, di ieri e di oggi.  E’ uno degli animatori della NuCombo crew, insieme a Nove, con cui è stato resident dj dell’appuntamento Massive Night, presso il DressCode (ex Insomnia, Pisa) dal 2004 al 2011, condividendo la consolle con il meglio della scena drum’n’bass/jungle europea ed italiana. Ha anche dato vita alla crew Black Friday, girando dischi in tutta la Toscana, all’insegna del suono black più puro, ovvero funk, soul, afrobeat, rap, disco e reggae. Nel 2012 esce con The Brother Green, collettivo con il tastierista/organista Paolo Peewee Durante, Roberto “Bombo” Fiorentini al basso, e Piero Gesuè alla voce. Pubblica l’album “No Country for young men”: un disco trascinante che contamina la matrice funk con l’elettro, la disco, il soul, l’hip hop, il blues ed una spruzzata di jazz. Ha fondato e gestito l’etichetta Burnow, che ha fatto uscire gli albums di: The Brother Green, Pezzone ed Apes on Tapes. E’ tra i fondatori, e ne è anche presidente, del Deposito Pontecorvo, music club situato a Pisa.

Ha collaborato e fatto girare dischi con: Casino Royale; SanAntonioRockSquat; Sun Wu Kung collective; Esa aka El Presidente Otr/Gente Guasta; Richard Dorfmeister (Austria); Daddy G (Massive Attack/Uk); Rayner Truby (Ge); Rich Medina (Usa); Boots Ryley (The Coop/Usa); Deda/Katzuma; Gopher; Dre Love; Andrea Mi; Biga; Rob Luis (Tru-Thoughts/Uk); Paul Murphy (Uk); Congo Natty (Congo Natty records/Uk); Rob Swift (Usa); dj Rocca/Ajello (Maffia Sound System/CrimeaX); Volcov; Michael Rutten (Jazzanova-Sonar Collective/ Ger); Lele Sacchi; Sergio Messina; Claudio Sinatti; Serial Killaz (Uk); Benny Page (Uk); Royalize; Andy Smith (Uk); Dj Vadim (Uk/Usa); Nick Record Kicks; Victor Duplayx; Rocco Pandiani; Gak Sato (Jp); Alien Army; General Levy; Bonnot; Next One; Roll Deep (Uk); XCoast; Gilles Petterson; Taxman; Sigma (uk); Pendolum (au); Shy Fx (Digital Soundboy/Uk); Rosalia De Souza; Nicola Conte; Ardiman Mc; Kleopatra j; Beans (Usa); Manitoba (oggi Caribou); dj Marky (Bra); dj Hype (Uk); dj Khalab; Aphrodyte (Uk); Colle der Fomento; Apes on Tapes; Fricat; Popolous; HomeGroove-Red Bull Music Academy; Eastpack Italia; Associazione Culturale M.Y.A.; Circolo ExWide; Associazione Culturale Cantiere S. Bernardo; Controradio Firenze; Cox18 Milano; Arezzo Wave Love Festival/Fondazione Italia Wave

Mimmo Falcone - MoBlack Records Break the Wall

MOBLACK

Ricerca, passione e innovazione i possibili ingredienti di Mimmo Falcone (MoBlack) per una nuova CC

Quinto episodio con Break the Wall, questa volta con un ospite speciale. Mimmo Falcone producer e manager dell’etichetta Afro-House MoBlack.

Ci spostiamo almeno a “livello di ritmiche”, a sud e continuiamo il nostro lento cammino per riscoprire o meglio riformulare, un senso comune in quello che abbiamo definito attraverso questa rubrica un vero e proprio “state of mind”.

Lo facciamo – come abbiamo diverse volte anticipato – attraverso nuove angolature, e oggi abbiamo l’onore di riflettere sul tema con uno degli addetti ai lavori, con qualcuno che ogni giorno partendo da questi interrogativi cerca di dare un senso comune alla sua produzione musicale.

“I am an African, not because I was born in Africa, but because Africa is born in me.” Kwame Nkrumah

In 2 righe, che cos’è per te la Club Culture?

Passione e ricerca musicale. Un posto dove si va soprattutto per la buona musica, per ballare, stare insieme e divertirci. Un posto che fa tendenza, che anticipa le mode musicali e non le segue.

Un disco che secondo te la rappresenta?

Non ci puo’ essere un solo disco che rappresenti tutta la club culture, la club culture e’ rappresentata da tutta la buona musica, da tutta quella musica innovativa e ricercata a volte anche sperimentale ma che lascia un segno nei tempi.

Le persone frequentano sempre meno i club. Molti chiudono, anche in paesi “avanti” come la Germania.. Cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

Mancano le idee, suonano sempre gli stessi, manca il rispetto per il clubber e la voglia di creare qualcosa di nuovo. Le discoteche italiane sono vecchie, alcune cadono a pezzi, non sono ben frequentate, troppo episodi funesti, dalle innumerevoli risse o al famigerato spray al peperoncino.

Qual’è la Club Culture che vorresti?

1. Continuita’: dare un appuntamento settimanale, dove i clubbers possono sentirsi protagonisti diretti dell’evoluzione musicale della serata e far parte della “storia”

2. Club: il punto di riferimento. Senza una fissa dimora le atmosfere non si creano, si perdono e il pubblico ha bisogno di sentirsi sempre a casa.

3. Ricerca: la ricerca musicale, proporre sempre qualcosa di nuovo, sconosciuto a molti e fresco (che non sia il solito nome sulle riviste di settore), porta quell’appeal in più’ e quella importanza di proposta che solo in pochi possono detenere.

Breve Bio e alcuni preziosi link:

MoBlack è un dj / produttore ed etichetta discografica. È in gran parte responsabile dell’hype che il genere Afro House sta avendo in tutto il mondo. I più grandi sostenitori di MoBlack: Black Coffee, Ame x Dixon, Solomun, Osunlade e ME, Rampa e Pete Tong solo per citarne alcuni. MoBlack (vero nome Mimmo Falcone) ha iniziato a danzare molto presto, più anni di esperienza nelle radio locali FM e 10 anni di esperienza nella in Africa (Ghana) hanno completato il suo enorme e unico background musicale. Dal suo arrivo in Africa nel 2003, ha suonato e condiviso la sua fede nel suono con artisti locali. Il progetto MoBlack è stato concepito in Ghana nel 2012. In Twi, la lingua principale parlata in Ghana, Mo significa “Ben fatto / Congratulazioni”. L’idea alla base era quella di dare voce allo straordinario talento che si concentrava sulla House Music dall’Africa. La prima uscita di MoBlack Records nel dicembre 2013 ha spianato la strada a un incredibile catalogo con tracce costantemente tracciate e riconosciute dalla House Community nel suo insieme con il raggiungimento del suo obiettivo: supportare artisti locali nell’industria club internazionale.

MoBlack web site

MoBlack su Beatport e Traxsource

Edited by Roberta “Cherrycola”

Facebook link; Instagram link;

Marco Dragoni Break the Wall

Marco Dragoni

Una riflessione aperta tra invecchiamento del club e le nuove scene

6a puntata di Break the Wall, questa volta con un caro amico: Marco Dragoni, classe 1977, membro fondatore della crew Casseurs Foundation con cui organizzava la storica HipHop Convention “Panico Totale”.

Dj e ricercatore musicale dalla metà degli anni 90, organizzatore di eventi legati alla street cultur; musicalmente nasce come selecter di rap e reggae, partecipa attivamente al progetto drum’n’bass di Nu Combo agli inizi dei 2000, per poi tornare a sonorità più black nelle serate organizzate dal collettivo Black Friday assieme agli amici Herrera e Padella per citarne alcuni. Nel 2005 crea Sanantonio42, negozio di street wear, skateboards, graffiti e dischi, ma soprattutto un punto di riferimento per tutta la scena locale che attualmente gestisce con il socio Dj Pzzo.

In 2 righe, che cos’è per te la Club Culture?

Drago: – “Posso dire che la CC non è solo quello che si trova dentro un club durante un party, però dentro a un club vorrei trovare un buon impianto audio prima di un bel bancone del bar. Ho troppo rispetto per la musica soprattutto per le sensazioni che mi da.

Un disco che secondo te la rappresenta?

Sono troppi i dischi che rappresentano questa cultura. Faccio fatica a dire anche un solo genere che mi piace, per me è fondamentale avere un approccio di ricerca, per questo quando mi chiedono cosa preferisco vado in crisi. Però mi fido sempre di chi ne sa più di me, cerco di seguire i loro consigli e così facendo espando le mie conoscenze.

Le persone frequentano sempre meno i club. Molti chiudono, anche in paesi “avanti” come la Germania.. Cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

I club cambiano a seconda dei mutamenti sociali, se la maggior parte chiudono bisogna capire che qualcosa sta cambiando e analizzare se il cambiamento ha contribuito a portare situazioni positive. Un’ analisi corretta sarebbe quella di capire che tutto cambia molto velocemente. Il festival concentra in poco tempo quello che il club ti dava in un intera stagione, ma bisogna vedere quanto il fruitore assorba in un periodo così breve. Per me la discoteca ha una funzione sociale non solo economica. Quindi siamo tutti responsabili di quello che succede nel bene e nel male.

Qual’è la Club Culture che vorresti?
Marco Dragoni e Matteo Pizzo per Sanantonio42

Quello che vorrei io non è detto che piaccia agli altri, ma si deve trovare un compromesso. Per esempio non mi piace che si generalizzi, ci sono scene che non mi entusiasmano musicalmente ma che mi hanno colpito per come hanno distrutto certi cliché. Mi viene da pensare alla Trap che considero la più popolare in questo momento, ha causato una rottura generazionale che non si verificava da tempo, soprattutto ha messo in discussione certi punti fermi tra i miei coetanei, non giovanissimi ma sempre giovani, che hanno iniziato a criticare il genere come è accaduto ai tempi del punk e della techno. Ha accelerato un invecchiamento che dovrebbe farci riflettere.”

Di seguito un bel mixtape che il Drago ha fatto per il canale mixcloud di Club Cultura con un sacco di sonorità da paesi diversi, ritimi che spaziano dalla bossanova alla nu-disco, passando per la disco e il funk!

Alcuni preziosi link:

About Marco through SANATONIO42


Edited by Roberta CherryCola.

Interview by Rozz Ella


Simone Lalli Break the Wall

Simone Lalli

Elettronica e tecnologie digitali nella musica contemporanea. 

Intervista a Simone Lalli.

Quarta puntata per Break the Wall, la nuova rubrica di UndeRbloG che vuole contribuire a ricostruire una matrice di senso comune per comprendere il suono di oggi e le sue evoluzioni, riportando al centro del rapporto tra arte e collettività quell’idea di movimento e di cultura, fondamentali per ricostruire una nuova Club Culture (CC).

Oggi abbiamo il piacere di presentarvi un nostro amico di vecchia data – Simone Lalli aka Autobam, che dopo l’ultimo lavoro Slave Labor EP ha dato vita in questi giorni alla sua ultima formidabile creatura Marefermo. Che sia Simone o Autobam o entrambi lo scopriremo durante l’intervista, di sicuro per noi è un enorme piacere trattandosi di un artista di grandissimo spessore, capacità, umiltà e umanità, tutte virtù molto rare da trovare nella stessa persona.

Se vi siete persi il precedente numero di BTW, stiamo cercando volta per volta di allargare il raggio di gravitazione dei concetti che trattiamo, ogni volta con il prezioso e fondamentale contributo degli ospiti che intervistiamo. Quindi non è solo una questione di scala o di distanza geografica, fondamentale – nel nostro esperimento – è il rapporto dialettico tra la qualità degli spunti che si sviluppano grazie ai diversi ospiti e la naturale imprevedibilità insita nelle loro risposte alle nostre domande (che lasciano ampio spazio agli intervistati per toccare a fondo i temi che gli stanno più a cuore). Buon Viaggio!

Chi è Simone Lalli e chi è Autobam?

Parto al contrario, inizio da Autobam e poi arrivo a Simone Lalli.

Autobam è stato un progetto che ha iniziato a prendere corpo nei primi anni 2000. All’inizio in modo molto rudimentale e poi piano piano in modo sempre più strutturato. E’ stato un modo per iniziare a sperimentare con la musica elettronica, anche se a dirla tutta agli inizi non era neanche propriamente elettronica, non sapevo assolutamente dove volevo andare. All’epoca la mia strumentazione era un 4 tracce a nastro, un sintetizzatore Korg-DW6000 e una drum machine Roland 505, alle quali poi aggiungevo parti di basso, chitarra e rumori vari.

Adesso considero Autobam un progetto finito, il punto è che mi fa fatica identificare un nome completamente con uno stile musicale, è molto utile per orientare la musica nel mercato ma in fondo la vedo come una forzatura, quindi da adesso in poi preferisco pubblicare semplicemente con il mio nome di nascita e concentrarmi di volta in volta sul lavoro che voglio fare.

Cosa è per te la musica elettronica?

Per me prima di tutto è un modo molto comodo di fare musica, mi piace molto la dimensione solitaria, la possibilità di sperimentare nuove soluzioni e differenti approcci, di diversificare i lavori anche in modo radicale. Inoltre a livello sonoro ti da la capacita di usare uno spettro di frequenze molto più esteso di altri generi, in pratica puoi scendere molto più in basso e più in alto.

Il problema dell’elettronica semmai è che se da un lato ti da molta libertà espressiva, paradossalmente dall’altro ti costringe ad incanalare le produzioni in un genere bene definito e questo perché ovviamente il pubblico da qualche parte si deve aggrappare, ma per come la vedo io non è sempre una cosa positiva.

Come vedi la Club Culture in Toscana e dintorni?

Purtroppo penso di essere la persona meno adatta a rispondere a questa domanda, in questo senso sono proprio fuori dal mondo, la verità è che non sono mai stato un gran frequentatore di club o dei contesti più “dance”.

In generale però quello che ho visto in questi ultimi anni è che via via l’attenzione delle persone si è sempre più concentrata sul contesto piuttosto che sulla proposta musicale ed artistica, diciamo che la musica è diventata il “contorno” e non il “piatto principale”, almeno questa è la mia sensazione, spero comunque di sbagliarmi.

Il tuo nuovo Ep punta molto sulla potenza sonora…parlacene

Non so se sia potente o meno.. Marefermo per me è un album in bianco e nero, il vocabolario sonoro è molto ridotto in una certa fascia di suoni. Ad esempio non ho usato volutamente ne virtual instruments ne plugin esterni, non tanto per purismo (non sono un purista e non mi interessa) ma solo per avere un campo limitato di possibilità. Marefermo per me è una sorta di nuovo inizio e quindi volevo fare le cose in modo più semplice e diretto possibile, tra l’altro per la prima volta tutte le tracce dell’album hanno lo stesso identico Bpm. Ogni volta che avviavo una nuova sessione sapevo già a che velocità sarebbe stata la traccia e anche questo è stato un elemento utile per semplificare molto il flusso di lavoro.

Inoltre è stato anche pensato per avere poi dal vivo una certa coerenza con la traccia finita e prodotta, una cosa che nel mondo dell’elettronica ha sempre un equilibrio molto difficile.

 

 

Alcuni preziosi link:

Marefermo EP Bandcamp

Autobam Bandcamp

Discogs

Altre interviste

Rockit

Flipboard


Breve Bio

Dopo le produzioni a nome di Autobam, Simone
Lalli lascia definitivamente il suo moniker ed
inizia a firmare le produzioni semplicemente
con il suo nome di nascita.
Vicino alla musica elettronica di matrice
“intelligente” comunemente detta “IDM” cerca
comunque di tracciare una propria traiettoria
sonora fuori dagli schemi di genere di quel
vastissimo universo sonoro che è la musica
elettronica contemporanea.
Marefermo EP è la sua ultima fatica e allo
stesso tempo il suo nuovo debutto.

 

 

Edited by Daniele V. and Rozz Ella

Daniele is one of the founder of PUM – Pisa Underground Movement, he is a musician and he loves to play as DJs. He is a Ph.D. in Agricultural and Resource Economics. Born and raised in Pisa (Italy), he collaborates in several projects and uses to travel around the Globe searching for new and interesting music, he loves digging rare and unknown music!

Rozz Ella is one of the main resident DJ for Club Cultura (CC) at Carcol Club in Pisa (Italy), where she also promotes a bass night with the project Neanderthal of the Space Vandals crew. Despite the music, she also collaborates with the AutAut independent journal and with Underblog (www.pumfactory.it) where she manage “Break the Wall”.

Break the Wall

Andrea Mi

“Andrea Mi e il ritorno alla genesi”

In questo primo episodio di Break the Wall, come ci suggerisce il titolo, cominceremo a rompere quel “wall of sound” che oggi si erge dietro ai più comuni generi DANCE (Techno, House, Bass, Indie Dance) per recuperare quelle matrici lontane dal mainstream e quell’idea di movimento e di cultura che in quasi tutte le parti del mondo continuano a definire uno State of Mind.

Ci lanciamo così nel tentativo di rimettere assieme, con molta pazienza, i diversi pezzi di un puzzle scombinato ma che continua ad esprimere un immenso valore per la nostra società contemporanea. Se la musica è un linguaggio universale, musica + danza rappresenta una forma di libertà e di espressione irrinunciabile, la nostra “Club Cultura – CC”
Sulla scia dell’esperimento “Club Cultura” in corso nei locali di Via Carlo Cattaneo Pisa – “il Caracol” – dove da mesi ha preso vita un nuovo progetto di night-life inclusiva, aperta alle nuove tendenze, accessibile (gratuita) e modulare, creiamo un continuum esperenziale amplificandolo con contenuti di diversa natura all’interno di questa nuova rubrica.
Nasce break the wall.
La musica sarà al centro di questo progetto per chi ama ballare, chi ha la curiosità di scoprire nuove tendenze musicali e soprattutto per chi vuole sentirsi parte di una comunità. Proporremo una peculiare visione che mette a sistema musica, architettura, design, arti grafiche in senso lato, con l’esplicita intenzione di abbattere ogni steccato “artistico”, immergendo lo spettatore in una “bolla” di stimolante creatività.

Il 14 Febbraio avremo come ospite speciale della 6a serata di “Club Cultura – Music is the Answer” Andrea Mi uno dei Djs, artisti, conduttore radiofonico (Controradio) e produttore di musica elettronica (Ooh sounds) di maggiore rilievo qui in Toscana che per l’occasione abbiamo pensato di intervistare grazie alla nostra amica e resident Dj Rozz Ella, per fare con lui un punto della situazione sulla CC e guardare assieme al futuro prossimo.

Andrea e la genesi, passato e futuro della CC

“Andrea Mi” nasce come dj radiofonico curando, dal 1993, trasmissioni e dj-set sull’emittente toscana Controradio e sulle frequenze nazionali di Popolare Network, dedicate principalmente ai nuovi suoni della scena elettronica internazionale. ‘Mixology’ è il suo radioshow settimanale e l’omonimo podcast che vanta oltre 30.000 followers in 26 paesi del mondo. Scrive per Soundwall, DLSO, Sentireascoltare e RBMA. L’ispirazione per il suo suono muove dal dub e dai beat e si sposta verso nuove le contaminazioni elettroniche all’insegna dell’eclettismo: bass music e progressioni ritmiche di varia natura. Con Backwords ha fondato la label OOH Sounds dedicata ai suoni sperimentali. Negli anni ha fatto girare i dischi in molti club italiani e internazionali tra Spagna, Grecia, Albania, Kosovo, Inghilterra e Francia.È resident dj del Kode1 di Bari e della one night _Underpop al Tenax di Firenze, oltre che delle storiche Vibranite all’Auditorium Flog e degli appuntamenti Rooty da BUH! Firenze. Ha girato i dischi con artisti come Coldcut, Kode9, Daddy G, Tricky, Jazzanova, Soul Jazz Sound System, Lee Scratch Perry, ?uestlove, Cooly G, Mala, DaM-Funk, Kode9 e molti altri… Ama definire il suo suono “from dub to club”.

Grazie alla nostra amica e Dj Rossella in arte Rozz Ella abbiamo raccolto da Andrea le seguenti risposte.

In due righe cosa è per te la cc?

È un incredibile bagaglio di conoscenze, esperienze, storie, pratiche e visioni che costituiscono un vero e proprio patrimonio culturale, fondamentale per capire la contemporaneità. Poche altre figure, infatti, sono al centro del paesaggio culturale odierno come quella del DJ, dato che siamo diventati tutti semionauti, navigatori di segni, marinai in un mare di frammenti di senso, remixatori della realtà… Siamo quotidianamente chiamati a connettere concetti e input che ci arrivano dalle parti più disparate. E chi meglio di uno che ha sempre ricercato e mixato può farci capire come si fa? Per costruire quel patrimonio culturale, ora disponibile a tutti, è servito il lavoro (certosino, durissimo e spesso mal pagato) di migliaia di dj, digger, promoter, imprenditori, designer, musicisti… Per essere compresa e utile necessita di molto rispetto e di tanto studio.

Un disco che la rappresenta?

Un solo disco che rappresenti tutto questo? Davvero la più difficile delle domande visto che parliamo di una storia già molto lunga e articolata. Non voglio sottrarmi al gioco ma concedetemi un minimo di provocazione. Parto dal presupposto che dal mio punto di vista il concetto di Club Culture è in continua evoluzione, quindi l’ultima release è importante quanto la pietra miliare storica, anche se ancora non lo sappiamo. Ecco, per me un disco che la rappresenta molto bene è ‘Submerged’, l’ultimo EP di Om Unit, produttore inglese fondamentale che dopo essersi portato a casa qualche titolo DMC (il circuito mondiale più accreditato per i turntublist supertecnici) con il nome di Too Tall, da qualche anno sta dando un contributo fondamentale alla musica elettronica con un’etichetta, tante release e una straordinaria capacità innovativa. Le 6 tracce che compongono l’uscita sono altrettante sintesi dense, profonde, bellissime di stili e scuole che hanno strutturato la storia della Club Culture negli ultimi decenni: dalla jungle alla techno, dalla bass music ai ritmi house. Per procedere in avanti spediti, ogni tanto è fondamentale che qualcuno ci fornisca dei quadri di sintesi.

 

Le persone frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la Germania, cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

Le ragioni sono tante e le “mancanze” ancora di più. Qui sintetizzare troppo non aiuta. Bisogna analizzare. Allora mi permetto di suggerire qualche spunto. I club sono stati (e, per certi versi, sono ancora) luoghi fondamentali per l’emersione e la crescita di molte subculture. Zone temporaneamente autonome, come le avrebbe chiamate Hakim Bey, o eterotopie, a sentire Michel Foucault. Oltre agli eventi musicali, per i quali hanno costituito il laboratorio delle nuove tendenze, sono stati la cornice ideale per lo sviluppo delle arti performative e del design, di certa arte visiva e di molta moda. Uno spazio, al contempo, fisico e immateriale, partecipativo e democratico. Dei ‘Non Luoghi’ nel senso buono del termine, potrebbe notare qualcuno. I club hanno amplificato alcuni dei movimenti (anche sociali) e delle scuole di moda più radicali e creative, hanno generato un nuovo modo di intendere l’editoria di costume e società, hanno proficuamente intrecciato la propria storia con quella di tanti momenti fondamentali dell’arte più rivoluzionaria e fuori dagli schemi. E non si tratta solo di edonismo, anzi. A ben guardare, dalla mostra emerge una continuità forte quella tra i movimenti di emancipazione rivendicazione sociale e la scena club. Per tacere del fondamentale ruolo nell’evoluzione musicale. Fino a qualche tempo fa erano gli unici posti nei quali tutto questo avveniva. Poi sono arrivati i Rave, quando ci siamo resi conto che certi club diventavano troppo legati a logiche commerciali. Successivamente i Festival hanno creato delle nuove occasioni per fruire, in modi diversi, contenuti simili.

Ad un certo punto è entrata in gioco, pesantemente, la rete e con lo streaming gratuito del dj set del tuo artista preferito in una cantina di Dubai ti ha tolto la voglia di alzare il culo dal divano per andarti a sentire come mixa il dj resident del tuo club sotto casa. Dopo ancora sono arrivate le piattaforme di virtual djing e i servizi attraverso i quali puoi pagare ‘on demand’ il tuo dj del cuore per suonare nel suo studio mentre tu lo balli nel tuo club preferito… La gentrificazione ha spopolato i centri delle nostre città, ha sottratto loro vita autentica e sputato fuori i club, troppo rumorosi e imprevedibili per i ricchi e vecchi nuovi abitanti che il capitalismo realista a messo a vivere lì. Inoltre tanti proprietari di club e altrettanti direttori artistici hanno messo la logica del profitto davanti a tutto. Di conseguenza, nei loro spazi, gli impianti audio hanno cominciato a fare schifo, come i cocktail al bancone del bar, e soprattutto, i set dei resident che se facevano dell’ottima ricerca ma non portavano gente sparivano dalla busta paga molto velocemente.  È per tutte queste ragioni (e per molte altre) che il club non ha più la stessa pregnanza di prima. Non ce l’avrà più? Secondo me invece sì. Saturi dell’eccessivo grado di finzione di tante esperienze virtuali, torneremo a scoprire il valore del sudore sulla nostra pelle, rivaluteremo il senso del ballare pigiati vicini, capiremo nuovamente cosa vuol dire stare sotto cassa, immersi nel suono… a cellulare in modalità aereo.

Quale è la cc che vorresti?

Quella nella quale si riflette seriamente e con cognizione di causa sul ‘mestiere’ del DJ. Quella nella quale non si va a ballare un genere, una formula, i nostri sbalzi ormonali che ci rendono bestie a caccia di prede ma si va a ballare un viaggio che il DJ ci invita a fare con lui. Quella nella quale anche gli impianti sono fatti con amore, le acustiche dei luoghi curati e il loro spazio non è un luogo di risulta ma un ambiente pensato, specificatamente, per poterci far immergere nel rito collettivo del ballo. Quella nella quale si torna a fare rete ma sul serio, lasciando da parte lego edonista e condividendo passioni, conoscenze, visioni. Quella nella quale guardiamo le cose in una prospettiva più ampia e conscia, senza accontentarci della superficialità del consumo alla quale un certo sistema economico vuole farci arrendere. Perché, come diceva Vicki Baum: “Ci sono delle scorciatoie per la felicità, e la danza è una di queste”.

 

Restate in contatto con noi, presto uscirà anche un mixtape e altre informazioni molto interessanti.

Se vorrete incontrarlo e ascoltarlo vi invitiamo il 14 Febbraio a non perdervi l’evento al Caracol:

https://www.facebook.com/events/631568790980945/

 

Alcuni preziosi link su Andrea:

https://www.soundwall.it/author/andrea-mi/

https://www.facebook.com/andreamidj/

https://www.controradio.it/tag/andrea-mi/

 

Edited by Daniele V. and Rozz Ella

Daniele is one of the founder of PUM – Pisa Underground Movement, he is a musician and he loves to play as DJs. He is a Ph.D. in Agricultural and Resource Economics. Born and raised in Pisa (Italy), he collaborates in several projects and uses to travel around the Globe searching for new and interesting music, he loves digging rare and unknown music!

Rozz Ella is one of the main resident DJ for Club Cultura (CC) at Carcol Club in Pisa (Italy), where she also promotes a bass night with the project Neanderthal of the Space Vandals crew. Despite the music, she also collaborates with the AutAut independent journal and with Underblog (www.pumfactory.it) where she manage “Break the Wall”.