Gabriele de Luca, innovazione Break the Wall

Gabriele, Andrea e il Lumiere

Il club come luogo di innovazione culturale capace di migliorare la vivibilità delle città.

Oggi ci lanciamo a bomba come negli ultimi numeri di Break the Wall sull’innovazione alla portata e su alcune riflessioni spinose, ma centrali nel futuro dibattito sui Club e la Club Cultura post-epidemia. Grazie alla nostra inviata speciale Rozz Ella abbiamo raccolto il pensiero di un giovane e brillante imprenditore della cultura, Gabriele De Luca, gestore assieme al socio Andrea Vescio dello storico Lumiere a Pisa.

Come tutti, Gabriele e Andrea stanno vivendo questo momento con molta preoccupazione, sopratutto a causa dell’assenza di risposte e misure concrete a livello istituzionale per tutti gli “operatori (associazioni), imprenditori, artisti, tecnici e lavoratori del mondo della cultura. Un mondo che noi tutti conosciamo e frequentiamo attivamente, un mondo che non ha eguali in nessun altro posto come qualità e capacità d’innovazione, ma che di fatto nel nostro paese diviene sistematicamente l’ultima ruota del carro.

“Ci dimentichiamo troppo facilmente degli eroi del presente, di chi contribuisce oggi alla bellezza di questo paese”

Il mondo della cultura passa così in secondo o terzo piano. Forti dei tesori del passato, come Italiani ci dimentichiamo troppo facilmente degli eroi del presente, di chi oggi cerca contro tutte le avversità del caso di sfornare nuova bellezza.

innovazione lumiere: C'mon Tigre live
C’mon Tigre (Live at Lumiere, Pisa)

Per tenere viva e tutelare questa bellezza, con Gabriele cercheremo di scoprire il nesso che esiste tra cultura, club, innovazione culturale e miglioramento della vivibilità nelle nostre città.

Ciao Gabriele, cosa è per te la Club Culture?

Credo sia una domanda un po’ troppo troppo ampia perché possa trovare risposta in due righe, quindi mi prenderò una licenza e sforerò lo spazio, partendo con una premessa: credo si possa parlare di club cultura in due modi, uno ristretto e uno allargato.

In senso stretto, credo che l’espressione rimandi a tutto ciò che, storicamente, ha ruotato intorno a quelli che, per capirsi, sono i luoghi in cui si balla. In senso lato invece, credo che l’espressione possa rimandare a ciò che sta intorno ad un music club in generale. Ovviamente si tratta di una distinzione un po’ artefatta, come tutte le distinzioni, dal momento che – così inizio anche a rispondere – i due aspetti – quello dance e quello più legato ai concerti – tendono a mischiarsi, o almeno, nelle esperienze più virtuose e interessanti che mi vengono in mente si sono mischiati.

innovazione lumiere: Manzini live
Manzini (Live at Lumiere, Pisa)

Il club, sia esso inteso come discoteca o come live club, per me è e deve essere un essere ibrido, che pur ruotando intorno alla musica, tiene insieme molti aspetti, culturali in genere. Mi viene in mente la mostra – e ancor più il catalogo! – curata dal Vitra Museum qualche anno fa, e recentemente passata dal Museo Pecci, che affronta il fenomeno del clubbing dal punto di vista del design, dell’innovazione, anzi delle innovazioni nate all’interno dei club dal punto di vista dell’architettura e dell’interior design. Ecco, l’ho trovata illuminante perché sottolinea molto bene come il club possa essere luogo di innovazione culturale a tutto tondo, dal punto di vista dell’esplorazione di una socialità altra, da quello del design, a quello della moda, fino a quello musicale.

“Il club come epsressione della CC, è e deve essere un ibrido, un luogo di innovazione culturale a tutto tondo”

Io, come sai, sono il gestore di un club la cui vocazione principale è senza dubbio il live, ma nel mio lavoro io e il mio complice Andrea Vescio cerchiamo di avere un approccio il più possibile vasto, aperto. Mi piace immaginare – e fare in modo che la mia fantasia si trasformi il più possibile in realtà – il Lumiere come uno spazio di innovazione culturale, dove possano trovar spazio presentazioni di libri, dj-set, mostre, dibattiti e ovviamente concerti. Ma non si tratta solo di cosa fa un club. Forse ancor più importante per un club, e dunque per la club-cultura, è l’attitudine, la capacità di creare e proporre un’atmosfera di libertà creativa e di libertà in generale, che favorisca gli incontri, di tutti i generi.

Un disco che la rappresenta? 

Questa è una domanda da esperti, a cui nemmeno alcuni miei colleghi ben più esperti di me hanno saputo rispondere, quindi dirò un disco che per me rappresenta una svolta, ma una svolta personale: Drukqs di Aphex Twin. Era il 2001, avevo 19 anni, e i miei ascolti erano molto distanti dalle sonorità di quel tipo. Quel disco mi ha senza dubbio aperto una finestra su un mondo che da allora non ho smesso di frequentare e apprezzare.

Innovazione, Aphex Twin
Aphex Twin Drukqs (Warp Records, 2001)
Le persone frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la Germania, cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

Qui in Italia, purtroppo, da questo punto di vista siamo abbastanza lontani dalla Germania, dove i grandi club berlinesi come il Berghein o il Tresor vengono assimilati a musei piuttosto che a problemi di ordine pubblico, come tende a succedere in Italia, dove non solo non esiste praticamente nessuna forma di politica a sostegno e sviluppo dei club musicali, ma anzi si assiste ad una forma di demonizzazione basata sull’assimilazione di questi spazi a luoghi di perdizione.

Una prima cosa da fare sarebbe riuscire ad invertire questa tendenza, facendosi riconoscere dalle istituzioni come operatori economici al pari di tutti gli altri, operatori che possono contribuire a migliorare la vivibilità delle città, operando come vettori di collegamento tra divertimento e cultura, socialità e accrescimento culturale.

“Dovremmo invertire questa tendenza, facendosi riconoscere dalle istituzioni come operatori economici al pari di tutti gli altri, con il ruolo speciale di migliorare la vivibilità delle città”

Tuttavia credo che si tratti di un problema culturale prima che politico. Dubito che il riconoscimento istituzionale possa arrivare a forza di richieste. Occorre piuttosto un cambiamento di mentalità (aggiungiamo noi, un innovazione). Ma i cambiamenti di mentalità sono lenti e faticosi, per cui ora come ora credo che la cosa più importante sia far bene il proprio lavoro senza tante lagne. Farsi le domande giuste. Farsi tante domande, in generale, ed essere noi per primi – noi gestori di club – a intendere i nostri spazi come vorremmo che fossero intesi dagli altri.

“Più responsabilità da parte dei gestori come operatori culturali”

Comprendere ed assumere senza paura, senza risparmiarsi, la responsabilità che sta dietro la gestione di un club. Non solo quella, ovvia, nei confronti dei dipendenti, delle strutture che gestiamo ecc., ma anche quella legata al nostro ruolo di operatori culturali: la responsabilità nei confronti dei nostri spettatori, dei nostri colleghi, dei vicini di casa ecc.

Ecco, questo, a volte, manca.

innovazione lumiere: Lee Renaldo
Lee Renaldo (Live at Lumiere, Pisa)

Passando al lato del pubblico, direi che manca la consapevolezza della natura complessa di questi luoghi. Mi spiego meglio, a rischio di risultare antipatico, con un esempio: se faccio – e la faccio! – una serata in cui suonano 5 gruppi e suona un dj, e decido di non imporre un biglietto d’ingresso ma di lasciar libero il pubblico di offrire ciò che vuole, e tu mi lasci una manciata di ramini, lo puoi fare, certo, ma chiaramente non hai compreso la fatica, sia materiale che economica, che sta dietro la creazione di una serata del genere, e ne mini alla base la riproducibilità.

A me piacerebbe parecchio un mondo in cui i club venissero nazionalizzati e io dovessi preoccuparmi solo del livello artistico della mia proposta. Fino a che non succederà però, il successo della club culture non può che basarsi su una forma di cooperazione tra pubblico, artista e manager, una sorta di patto sociale.

“Serve maggiore cooperazione tra pubblico, artista e manager”

Chissà che l’emergenza che stiamo vivendo non serva, almeno in parte, ad andare in questa direzione. Con l’emergenza legata alla pandemia mondiale hanno chiuso tutti i club d’Italia. Ora come ora, mentre scrivo, è chiusa praticamente ogni altra attività economica del Paese. Tuttavia, mentre per quanto riguarda tutto il resto, sembrerebbe vicina la fine del lockdown, per quanto riguarda i club ancora non si parla nemmeno di riaperture. Ci sarà dunque senza alcun dubbio una lunga fase in cui si tornerà ad una vita più o meno normale, ma senza club. Chissà che questo vuoto, questa assenza, non serva a far percepire la mancanza, e dunque l’importanza e il valore di certi luoghi. Non ci spero molto. Credo che le cose si capiscano meglio facendole che non facendole. Ma chissà, magari mi sbaglio. Lo spero.

“Durante il lockdown tutto sembra tacere per quanto riguarda i club e i lavoratori della cultura”

Personalmente, in questa fase di stop, quello che sento con particolare forza, e che mi manca, è la comunità che sta intorno al club che gestisco: rapporti umani, incroci, una fitta rete di intrecci, creativi e personali, che ora come ora manca, anche se cerchiamo di tenerla viva con tutti i mezzi a nostra disposizione. L’iniziativa stay @live che abbiamo proposto nelle prime settimane di lockdown andava proprio in questa direzione: non tanto e non solo un appello agli artisti che sono passati dal club di Vicolo del Tidi a concederci un concertino in streaming, ma una chiamata alle armi per tutta la nostra comunità, dai nostri dipendenti ai nostri clienti, dai nostri amici ai nostri collaboratori.

Quale è la Club cultura che vorresti? 

Sogno una club cultura piena di curiosità, con meno culto del grande nome e più spirito d’avventura, che sappia divertire e sorprendere, che faccia pensare e ballare. 

innovazione lumiere: Silvia Calderoni
Silvia Calderoni (Dj Set at Lumiere, Pisa)

Alcuni preziosi links:

Pagina Facebook

Sito Web Ufficiale

Caracol Pisa Break the Wall

Cristiano Manetti

R-esistire per rilanciare la curiosità e l’aggregazione

In questo momento non è facile esprimere certi pensieri, sopratutto parlare di aggregazione sociale e culturale. Siamo sommersi costantemente da un sacco di informazioni positive e negative e in più c’è la forte pressione emotiva che sentiamo a causa della stasi globale. Tuttavia è anche forte il bisogno di confrontarsi e di comunicare anche se distanziati dai nostri schermi, conservando la speranza di tornare a promuove e fare aggregazione, socialità, cultura.

“Servono nuove esperienze autentiche e non-riproducibili”

Con molto piacere in questa nona puntata di Break the Wall abbiamo il piacere di riflettere con Cristiano Manetti (Re-paly, Carcol) che ci porterà in uno dei luoghi nella nostra città di Pisa, dove da tempo si cerca di riportare al centro della discussione una riformulazione della cultura club a 360 gradi. Non a caso, è anche lo spazio che ospita, o meglio ospitava prima della pandemia, il nostro progetto Club Cultura con una serata al mese. Avete capito, parliamo del Caracol, ma non è il club il solo tema di questo episodio. Ringraziamo la nostra inviata speciale Rozz Ella per questa ulteriore e preziosa intervista.

Prima di perdervi in questo nuovo episodio, vi chiediamo tuttavia di prestare 5 minuti del vostro tempo e se riterrete importante sostenere e condividere una campagna che il Caracol ha avviato da pochi giorni qui.

Cosa è per te la Club Culture?

La Club Culture per me è l’idea che esistano degli spazi in grado di fare aggregazione, di dare e ricevere stimoli riguardo a tutto quello che si muove in ambito culturale, con particolare attenzione alle esperienze più autentiche ed innovative. Posti che evolvono nel corso del tempo e contribuiscano alla formazione in ambito culturale di chi li frequenta, dando al contempo la possibilità di esprimersi a chi è animato da sincera passione. Posti che si pongano nei confronti degli artisti e dei frequentatori con un atteggiamento aperto e rispettoso, garantendo standard il più possibile elevati riguardo all’acustica, alla strumentazione tecnica, mantenendo prezzi accessibili e non chiudendosi alle collaborazioni esterne, se compatibili con la propria sensibilità artistica.

Un disco che la rappresenta? 

Eh… non saprei, sono talmente tanti. Credo che sceglierei una compilation. Tipo quella del 2006 dell’Hacienda, dove ci sono molti artisti in campo elettronico che hanno contribuito alla formazione di una nuova scena.

Fonte Ultrasonica
Quale è la Club cultura che vorresti? 

Vorrei soprattutto che venisse riconosciuto il valore di esperienze (di aggregazione) che non mettono al primo posto il risultato immediato delle serate, in termini di affluenza e incassi, consentendo ad ognuno di fare scelte effettivamente innovative o comunque libere dalla necessità di  mediare per garantirsi la sopravvivenza. Vorrei che fossero riconosciute e tutelate alcune professionalità, come quella dei dj, dei fonici, dei facchini  in modo da garantire un livello adeguato delle proposte e non tagliarle fuori in momenti come questo che stiamo vivendo. Purtroppo su questo terreno l’Italia non è il posto migliore dove aprire un club o pensare di costruirsi un futuro in ambito creativo. 

Fonte Il Tirreno, I Be Forest
Dal ” vecchio Caracol” ad oggi, cosa è  successo?

Se ti riferisci ai due spazi, diciamo che il primo nacque un po’ per caso come luogo di aggregazione culturale e venne adattato alle nostre esigenze mantenendo però diversi aspetti critici a livello strutturale, riguardo ad esempio alla disposizione degli spazi alla collocazione del locale, ecc. mentre il secondo abbiamo avuto la possibilità di progettarlo in modo più libero e forti dell’esperienza precedente. Se ti riferisci invece ai due periodi storici in ambito culturale, sono successe diverse cose. E’ aumentata l’offerta ma è forse diminuita la curiosità e l’abitudine a frequentare certi spazi, specie nelle generazioni più giovani. Alcune proposte “indipendenti” sono diventate “mainstream”, attirando l’interesse dell’industria discografica, il che è stato un bene per loro ma ha trascinato tutto il movimento su livelli difficilmente sostenibili per i locali e tagliato fuori, a livello di visibilità le realtà più piccole. 

Fonte: La Kinzica, Jackdaw with Crowbar
Cultura e arte sono tra le più colpite dalle necessarie attuali misure emergenziali, a causa della loro profonda necessità di relazioni sociali, di eventi in-presenza, di partecipazione. Succede però che, in maniera forse inaspettata, si è messo in moto un meccanismo spontaneo in cui si sta diffondendo sempre di più una produzione e una fruizione artistica e culturale online sia a livello quantitativo (un’esplosione di performance, dj- e live-set, ecc.), che qualitativo (il mezzo – telecamere, tecnologie di comunicazione a distanza alla portata di tutti – che dà vita a oggetti culturali nuovi e mai visti). Una produzione e una fruizione dal basso, orizzontale e diffusa. Cosa ne pensi? Sta nascendo un nuovo underground?

Non lo so, sono molto confuso su questo punto. Credo che questo meccanismo dal basso sia nato, lodevolmente, da una certa forma di “resistenza” alla situazione, un modo per mantenere i contatti, reclamare di esserci ancora, sostenere chi si è trovato di colpo chiuso in casa senza un sacco di cose. La mia idea di club cultura però prevede come componente fondamentale l’aggregazione, la non-riproducibilità dell’esperienza dal vivo, sia essa riguardo ai concerti che riguardo al ballare. L’impatto sonoro è  una delle cose che rende significativamente differente l’ascolto di un disco rispetto alla sua esecuzione dal vivo.

“Resistenza, contro-cultura, aggregazione, non-riproducibilità”

E poi c’è la componente “rituale”, consistente nell’essere in un posto, insieme ad altre persone, che magari urlano ed entrano nei microfoni delle bands o dei dj, rendendo tutto molto diverso e più comunitario. Mi spaventano un po’, inoltre, le possibili prospettive riguardo allo streaming a pagamento. Sento già alcune istituzioni parlare di possibili “Netflix della musica”, una cosa che personalmente mi fa inorridire.

Abbiamo visto l’effetto dello streaming sui cinema, che in gran parte hanno chiuso, sui negozi di dischi con l’avvento di spotify, sul calcio con la vendita dei diritti tv. Pensare a Netflix che si compra l’esclusiva sul rock, sky dell’elettronica e i dj, amazon del rap, e così via, mi terrorizza. Temo inoltre che siano soluzioni che possano fare molto gola a chi è stato sempre insofferente nei riguardi della “movida” così come chi ha mascherato da lotta alla violenza degli stadi una spietata commercializzazione di qualcosa che era popolare e svolgeva una funzione sociale e aggregativa con pochi paragoni. Quindi, in conclusione, starei attento a parlare di “nuovo underground” o nuove forme creative, perché il rischio è di condannarsi all’estinzione (noi aggiungiamo senza aggregazione non può esserci la rivoluzione e tantomeno la produzione culturale).

Cosa pensi che ne resterà a emergenza finita (oppure è troppo presto per parlarne)?

Penso che sia troppo presto per parlarne. Siamo tutti ancora molto coinvolti e sconvolti e le previsioni che possiamo fare al momento possono essere troppo pessimistiche o troppo ottimistiche al riguardo. Credo che sia il momento di tenere duro e di confrontarsi, certo, per non restare impreparati, ma senza farsi prendere troppo dall’emotività del momento.


Save your Club – Aiuta il Caracol:

In questo momento il Caracol come moltissimi altri club si trova a dover fronteggiare una tempesta. Questa come altre non sono solo la storia di un Club che rischia di chiudere, ma quella di persone e idee che hanno fatto molto per tutti noi e per la città. Aiutare il Caracol non significa solo permettere a questo fiore di continuare il suo percorso, ma di mantenere vivo un ideale, nella speranza che continui a diffondere i suoi messaggi e benefici.

Se potete vi chiediamo di sostenere attivamente questa realtà con un contributo simbolico (dona qui)

Se non potete vi chiediamo almeno di diffondere questo messaggio e far si che possa essere apprezzato da tutti.

Difendere il Caracol significa garantire il futuro della comunità artistica e dell’aggregazione in città che con esso e altri posti come il Caracol si sviluppa. Come una famiglia chiediamo a tutti di raccoglierci attorno a questo tavolo virtuale e stringerci per superare questo momento.

Mimmo Falcone - MoBlack Records Break the Wall

MOBLACK

Ricerca, passione e innovazione i possibili ingredienti di Mimmo Falcone (MoBlack) per una nuova CC

Quinto episodio con Break the Wall, questa volta con un ospite speciale. Mimmo Falcone producer e manager dell’etichetta Afro-House MoBlack.

Ci spostiamo almeno a “livello di ritmiche”, a sud e continuiamo il nostro lento cammino per riscoprire o meglio riformulare, un senso comune in quello che abbiamo definito attraverso questa rubrica un vero e proprio “state of mind”.

Lo facciamo – come abbiamo diverse volte anticipato – attraverso nuove angolature, e oggi abbiamo l’onore di riflettere sul tema con uno degli addetti ai lavori, con qualcuno che ogni giorno partendo da questi interrogativi cerca di dare un senso comune alla sua produzione musicale.

“I am an African, not because I was born in Africa, but because Africa is born in me.” Kwame Nkrumah

In 2 righe, che cos’è per te la Club Culture?

Passione e ricerca musicale. Un posto dove si va soprattutto per la buona musica, per ballare, stare insieme e divertirci. Un posto che fa tendenza, che anticipa le mode musicali e non le segue.

Un disco che secondo te la rappresenta?

Non ci puo’ essere un solo disco che rappresenti tutta la club culture, la club culture e’ rappresentata da tutta la buona musica, da tutta quella musica innovativa e ricercata a volte anche sperimentale ma che lascia un segno nei tempi.

Le persone frequentano sempre meno i club. Molti chiudono, anche in paesi “avanti” come la Germania.. Cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

Mancano le idee, suonano sempre gli stessi, manca il rispetto per il clubber e la voglia di creare qualcosa di nuovo. Le discoteche italiane sono vecchie, alcune cadono a pezzi, non sono ben frequentate, troppo episodi funesti, dalle innumerevoli risse o al famigerato spray al peperoncino.

Qual’è la Club Culture che vorresti?

1. Continuita’: dare un appuntamento settimanale, dove i clubbers possono sentirsi protagonisti diretti dell’evoluzione musicale della serata e far parte della “storia”

2. Club: il punto di riferimento. Senza una fissa dimora le atmosfere non si creano, si perdono e il pubblico ha bisogno di sentirsi sempre a casa.

3. Ricerca: la ricerca musicale, proporre sempre qualcosa di nuovo, sconosciuto a molti e fresco (che non sia il solito nome sulle riviste di settore), porta quell’appeal in più’ e quella importanza di proposta che solo in pochi possono detenere.

Breve Bio e alcuni preziosi link:

MoBlack è un dj / produttore ed etichetta discografica. È in gran parte responsabile dell’hype che il genere Afro House sta avendo in tutto il mondo. I più grandi sostenitori di MoBlack: Black Coffee, Ame x Dixon, Solomun, Osunlade e ME, Rampa e Pete Tong solo per citarne alcuni. MoBlack (vero nome Mimmo Falcone) ha iniziato a danzare molto presto, più anni di esperienza nelle radio locali FM e 10 anni di esperienza nella in Africa (Ghana) hanno completato il suo enorme e unico background musicale. Dal suo arrivo in Africa nel 2003, ha suonato e condiviso la sua fede nel suono con artisti locali. Il progetto MoBlack è stato concepito in Ghana nel 2012. In Twi, la lingua principale parlata in Ghana, Mo significa “Ben fatto / Congratulazioni”. L’idea alla base era quella di dare voce allo straordinario talento che si concentrava sulla House Music dall’Africa. La prima uscita di MoBlack Records nel dicembre 2013 ha spianato la strada a un incredibile catalogo con tracce costantemente tracciate e riconosciute dalla House Community nel suo insieme con il raggiungimento del suo obiettivo: supportare artisti locali nell’industria club internazionale.

MoBlack web site

MoBlack su Beatport e Traxsource

Edited by Roberta “Cherrycola”

Facebook link; Instagram link;

Simone Lalli Break the Wall

Simone Lalli

Elettronica e tecnologie digitali nella musica contemporanea. 

Intervista a Simone Lalli.

Quarta puntata per Break the Wall, la nuova rubrica di UndeRbloG che vuole contribuire a ricostruire una matrice di senso comune per comprendere il suono di oggi e le sue evoluzioni, riportando al centro del rapporto tra arte e collettività quell’idea di movimento e di cultura, fondamentali per ricostruire una nuova Club Culture (CC).

Oggi abbiamo il piacere di presentarvi un nostro amico di vecchia data – Simone Lalli aka Autobam, che dopo l’ultimo lavoro Slave Labor EP ha dato vita in questi giorni alla sua ultima formidabile creatura Marefermo. Che sia Simone o Autobam o entrambi lo scopriremo durante l’intervista, di sicuro per noi è un enorme piacere trattandosi di un artista di grandissimo spessore, capacità, umiltà e umanità, tutte virtù molto rare da trovare nella stessa persona.

Se vi siete persi il precedente numero di BTW, stiamo cercando volta per volta di allargare il raggio di gravitazione dei concetti che trattiamo, ogni volta con il prezioso e fondamentale contributo degli ospiti che intervistiamo. Quindi non è solo una questione di scala o di distanza geografica, fondamentale – nel nostro esperimento – è il rapporto dialettico tra la qualità degli spunti che si sviluppano grazie ai diversi ospiti e la naturale imprevedibilità insita nelle loro risposte alle nostre domande (che lasciano ampio spazio agli intervistati per toccare a fondo i temi che gli stanno più a cuore). Buon Viaggio!

Chi è Simone Lalli e chi è Autobam?

Parto al contrario, inizio da Autobam e poi arrivo a Simone Lalli.

Autobam è stato un progetto che ha iniziato a prendere corpo nei primi anni 2000. All’inizio in modo molto rudimentale e poi piano piano in modo sempre più strutturato. E’ stato un modo per iniziare a sperimentare con la musica elettronica, anche se a dirla tutta agli inizi non era neanche propriamente elettronica, non sapevo assolutamente dove volevo andare. All’epoca la mia strumentazione era un 4 tracce a nastro, un sintetizzatore Korg-DW6000 e una drum machine Roland 505, alle quali poi aggiungevo parti di basso, chitarra e rumori vari.

Adesso considero Autobam un progetto finito, il punto è che mi fa fatica identificare un nome completamente con uno stile musicale, è molto utile per orientare la musica nel mercato ma in fondo la vedo come una forzatura, quindi da adesso in poi preferisco pubblicare semplicemente con il mio nome di nascita e concentrarmi di volta in volta sul lavoro che voglio fare.

Cosa è per te la musica elettronica?

Per me prima di tutto è un modo molto comodo di fare musica, mi piace molto la dimensione solitaria, la possibilità di sperimentare nuove soluzioni e differenti approcci, di diversificare i lavori anche in modo radicale. Inoltre a livello sonoro ti da la capacita di usare uno spettro di frequenze molto più esteso di altri generi, in pratica puoi scendere molto più in basso e più in alto.

Il problema dell’elettronica semmai è che se da un lato ti da molta libertà espressiva, paradossalmente dall’altro ti costringe ad incanalare le produzioni in un genere bene definito e questo perché ovviamente il pubblico da qualche parte si deve aggrappare, ma per come la vedo io non è sempre una cosa positiva.

Come vedi la Club Culture in Toscana e dintorni?

Purtroppo penso di essere la persona meno adatta a rispondere a questa domanda, in questo senso sono proprio fuori dal mondo, la verità è che non sono mai stato un gran frequentatore di club o dei contesti più “dance”.

In generale però quello che ho visto in questi ultimi anni è che via via l’attenzione delle persone si è sempre più concentrata sul contesto piuttosto che sulla proposta musicale ed artistica, diciamo che la musica è diventata il “contorno” e non il “piatto principale”, almeno questa è la mia sensazione, spero comunque di sbagliarmi.

Il tuo nuovo Ep punta molto sulla potenza sonora…parlacene

Non so se sia potente o meno.. Marefermo per me è un album in bianco e nero, il vocabolario sonoro è molto ridotto in una certa fascia di suoni. Ad esempio non ho usato volutamente ne virtual instruments ne plugin esterni, non tanto per purismo (non sono un purista e non mi interessa) ma solo per avere un campo limitato di possibilità. Marefermo per me è una sorta di nuovo inizio e quindi volevo fare le cose in modo più semplice e diretto possibile, tra l’altro per la prima volta tutte le tracce dell’album hanno lo stesso identico Bpm. Ogni volta che avviavo una nuova sessione sapevo già a che velocità sarebbe stata la traccia e anche questo è stato un elemento utile per semplificare molto il flusso di lavoro.

Inoltre è stato anche pensato per avere poi dal vivo una certa coerenza con la traccia finita e prodotta, una cosa che nel mondo dell’elettronica ha sempre un equilibrio molto difficile.

 

 

Alcuni preziosi link:

Marefermo EP Bandcamp

Autobam Bandcamp

Discogs

Altre interviste

Rockit

Flipboard


Breve Bio

Dopo le produzioni a nome di Autobam, Simone
Lalli lascia definitivamente il suo moniker ed
inizia a firmare le produzioni semplicemente
con il suo nome di nascita.
Vicino alla musica elettronica di matrice
“intelligente” comunemente detta “IDM” cerca
comunque di tracciare una propria traiettoria
sonora fuori dagli schemi di genere di quel
vastissimo universo sonoro che è la musica
elettronica contemporanea.
Marefermo EP è la sua ultima fatica e allo
stesso tempo il suo nuovo debutto.

 

 

Edited by Daniele V. and Rozz Ella

Daniele is one of the founder of PUM – Pisa Underground Movement, he is a musician and he loves to play as DJs. He is a Ph.D. in Agricultural and Resource Economics. Born and raised in Pisa (Italy), he collaborates in several projects and uses to travel around the Globe searching for new and interesting music, he loves digging rare and unknown music!

Rozz Ella is one of the main resident DJ for Club Cultura (CC) at Carcol Club in Pisa (Italy), where she also promotes a bass night with the project Neanderthal of the Space Vandals crew. Despite the music, she also collaborates with the AutAut independent journal and with Underblog (www.pumfactory.it) where she manage “Break the Wall”.

PODCAST

CC#001 ARTF

CC#001 September 2019 with Dj Darius aka ARTF

Il detroittiano di Navacchio (Pisa), ARTF (per chi non lo conosce vedi la bio qui) ci fa l’onore di inaugurare la nuova stagione dei PODCAST. Lasciamo il resto alla musica, buon ascolto!

# Track, Artist
Detroit Is Black, Tiff Massey
I Just Wanna Tell, Waajeed
He Can Save You (Re-Plant), Floorplan
I’m In Trouble, Rimarkable
Funky Souls, Robert Hood Presents Floorplan
Just Work It (featuring Paris The Black Fu), DJ 3000
Our Nation, Subradeon
We Will Still Resist (Original Mix), Subradeon
Never Grow Old, Floorplan ‎

5ve records

Clap! Clap!

Clap! Clap! i 5 dischi che hanno cambiato la mia vita

Inizia oggi questa nuova e bella avventura: #5ve_R!, un piccolo diario di bordo. Una bussola molto preziosa che vi aiuterà a fuggire dal rumore di fondo per recuperare un pò di tempo con la parte più profonda dell’ascolto musicale, quei dischi che vi hanno emozionato sin da subito e che porterete sempre con voi. Rompiamo gli indugi e siamo molto orgogliosi di lanciare questa nuova rubrica con uno dei più influenti esponenti a livello mondiale delle nuove sonorità afro-elettroniche, uno dei più genuini ed interessanti artisti/produttori toscani di musica elettronica, Cristiano Crisci aka Clap! Clap! che ringraziamo di cuore per la sua grande disponibilità e passione assieme alla nostra inviata Rozz Ella per questa perla per #5ve r!. Read more “Clap! Clap!”

Break the Wall

Raffaele Costantino

“Raffaele Costantino: Il valore aggiunto della ricerca

Seconda e importantissima tappa per Break the Wall dove tassello dopo tassello cercheremo di ricostruire una cornice per comprendere il suono di oggi e le sue evoluzioni con lo scopo di riportare al centro del rapporto tra arte e collettività un’idea di movimento e di cultura in una matrice sonora “rinnovata”. Nelle righe che seguono, con molta emozione vi presentiamo le idee e lo spirito critico di Raffaele Costantino, tra i più autorevoli artisti Italiani di musica elettronica e Africana oggi, noto anche agli ascoltatori di Radio2 per il grande successo del suo programma MusicalBox.

Musical Box

Come abbiamo già anticipato nel precedente numero, l’obiettivo di questa rubrica è quello di rompere e allo stesso tempo codificare, con molta pazienza, la matrice sonora dell’epoca in cui viviamo all’interno di una cornice che abbiamo definito “Club Cultura – CC”. Uno spazio forse troppo ristretto per l’obiettivo che ci siamo dati, quindi forse, un punto di partenza. Il modello in una buona ricerca, aiuta il ricercatore nel comprendere i fenomeni oggetto della sua indagine. Il modello è solo uno strumento, la cui utilità è strumentale alla capacità del ricercatore di estrapolare leggi di portata più ampia. Sulla scia dell’esperimento di una nuova night life a Pisa, “Club Cultura” da buoni ricercatori, vogliamo creare attraverso questa rubrica un ponte per amplificarne i contenuti e le scoperte.
Per questo nuovo numero ringraziamo la nostra inviata speciale Rozz Ella che ha riproposto a Raffaele una serie di domande spinose, lasciando poi lo spazio per le risposte alla sua creatività, competenza e lungimiranza e sono emerse diverse cose interessanti che vi riportiamo di seguito. Buon Viaggio!
DJ Khalab: Il valore aggiunto della ricerca
In due righe cosa e’ per te la cc?

La club culture è un laboratorio, un luogo dove fare ricerca. I risultati di questa ricerca, una volta maturi, arrivano alle masse sotto forma di produzioni mainstream. E’ sempre stato così, persone creative e curiose sperimentano cellule ritmiche e variazioni estetiche da proporre ai clubbers, oppure scavano nel passato per dare l’immortalità a cose che altrimenti si sarebbero perse per sempre. Gli stessi clubbers poi portano fuori dai luoghi del ballo questo “virus” che si diffonde piano piano e diventa un paradigma di riferimento; Te ne accorgi quando vedi brani come “il coro delle lavandaie” inserito da Sorrentino in un episodio di “The New Pope”. Quel pezzo è stato riscoperto anni fa dai dj e pian piano è arrivato alle masse tramite il cinema.

Un disco che la rappresenta?

Ogni epoca ha avuto i suoi dischi, per me oggi un disco che rappresenta bene i nostri tempi è American Intelligence d Theo Parrish. Dentro c’è la techno, il Footwork, il soul, l’hip hop, il jazz, il funk, etc. Tutto sintetizzato per il club.

Le persone frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la germania, cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

I club non rappresentano più l’unico luogo dove poter fruire di buona musica alternativa. In ogni paese d’Europa i festival si sono moltiplicati e rappresentano il luogo ideale dove andare a sentire buona musica, in condizioni di confort mediamente alte, con una esperienza più immersiva perchè per due o tre giorni puoi evitare di connetterti alla realtà. I club pagano il prezzo di questa evoluzione ma anche la loro mancanza di investimenti strutturali. In Italia per esempio sono pochissimi i club con impianti degni d questo nome. C’è anche da dire che la tendenza oggi è quella dei concerti, delle band, dei palchi. Questo cozza con l’essenza della cultura del club.

Quale è la cc che vorresti?

Quella in cui i club sono confortevoli, la musica si sente perfettamente ed i dj sono dei veri ricercatori, che studiano a lavorano tanto per far ascoltare il meglio della musica in circolazione ai clubbers che altrimenti rimangono a casa ad ascoltare spotify. Un luogo dove ascoltare di tutto e dove ballare anche la musica che potrebbe sembrare impossibile da ballare, grazie alla bravura dei dj ed alla qualità del sistema audio.

Dj Khalab“Afro future beat shake. An ongoing round trip journey between tribes and psyche, desert and spaceships, jungle and skyscrapers”

 

 

 

 

 

 

Alcuni preziosi link:

Profilo Bandcamp

 

Musical Box Rai play

 

Altre interviste:

Dj Khalab

Dj Khalab: la musica è un viaggio tra radici e futuro

 

L’Africa scura di DJ Khalab

 

Se vi interessa qui il prossimo appuntamento dal vivo con Club Cultura con Andrea Mi DJ in programma per il 14 Febbraio

 

Edited by Daniele V. and Rozz Ella

Daniele is one of the founder of PUM – Pisa Underground Movement, he is a musician and he loves to play as DJs. He is a Ph.D. in Agricultural and Resource Economics. Born and raised in Pisa (Italy), he collaborates in several projects and uses to travel around the Globe searching for new and interesting music, he loves digging rare and unknown music!

Rozz Ella is one of the main resident DJ for Club Cultura (CC) at Carcol Club in Pisa (Italy), where she also promotes a bass night with the project Neanderthal of the Space Vandals crew. Despite the music, she also collaborates with the AutAut independent journal and with Underblog (www.pumfactory.it) where she manage “Break the Wall”.

Break the Wall

Andrea Mi

“Andrea Mi e il ritorno alla genesi”

In questo primo episodio di Break the Wall, come ci suggerisce il titolo, cominceremo a rompere quel “wall of sound” che oggi si erge dietro ai più comuni generi DANCE (Techno, House, Bass, Indie Dance) per recuperare quelle matrici lontane dal mainstream e quell’idea di movimento e di cultura che in quasi tutte le parti del mondo continuano a definire uno State of Mind.

Ci lanciamo così nel tentativo di rimettere assieme, con molta pazienza, i diversi pezzi di un puzzle scombinato ma che continua ad esprimere un immenso valore per la nostra società contemporanea. Se la musica è un linguaggio universale, musica + danza rappresenta una forma di libertà e di espressione irrinunciabile, la nostra “Club Cultura – CC”
Sulla scia dell’esperimento “Club Cultura” in corso nei locali di Via Carlo Cattaneo Pisa – “il Caracol” – dove da mesi ha preso vita un nuovo progetto di night-life inclusiva, aperta alle nuove tendenze, accessibile (gratuita) e modulare, creiamo un continuum esperenziale amplificandolo con contenuti di diversa natura all’interno di questa nuova rubrica.
Nasce break the wall.
La musica sarà al centro di questo progetto per chi ama ballare, chi ha la curiosità di scoprire nuove tendenze musicali e soprattutto per chi vuole sentirsi parte di una comunità. Proporremo una peculiare visione che mette a sistema musica, architettura, design, arti grafiche in senso lato, con l’esplicita intenzione di abbattere ogni steccato “artistico”, immergendo lo spettatore in una “bolla” di stimolante creatività.

Il 14 Febbraio avremo come ospite speciale della 6a serata di “Club Cultura – Music is the Answer” Andrea Mi uno dei Djs, artisti, conduttore radiofonico (Controradio) e produttore di musica elettronica (Ooh sounds) di maggiore rilievo qui in Toscana che per l’occasione abbiamo pensato di intervistare grazie alla nostra amica e resident Dj Rozz Ella, per fare con lui un punto della situazione sulla CC e guardare assieme al futuro prossimo.

Andrea e la genesi, passato e futuro della CC

“Andrea Mi” nasce come dj radiofonico curando, dal 1993, trasmissioni e dj-set sull’emittente toscana Controradio e sulle frequenze nazionali di Popolare Network, dedicate principalmente ai nuovi suoni della scena elettronica internazionale. ‘Mixology’ è il suo radioshow settimanale e l’omonimo podcast che vanta oltre 30.000 followers in 26 paesi del mondo. Scrive per Soundwall, DLSO, Sentireascoltare e RBMA. L’ispirazione per il suo suono muove dal dub e dai beat e si sposta verso nuove le contaminazioni elettroniche all’insegna dell’eclettismo: bass music e progressioni ritmiche di varia natura. Con Backwords ha fondato la label OOH Sounds dedicata ai suoni sperimentali. Negli anni ha fatto girare i dischi in molti club italiani e internazionali tra Spagna, Grecia, Albania, Kosovo, Inghilterra e Francia.È resident dj del Kode1 di Bari e della one night _Underpop al Tenax di Firenze, oltre che delle storiche Vibranite all’Auditorium Flog e degli appuntamenti Rooty da BUH! Firenze. Ha girato i dischi con artisti come Coldcut, Kode9, Daddy G, Tricky, Jazzanova, Soul Jazz Sound System, Lee Scratch Perry, ?uestlove, Cooly G, Mala, DaM-Funk, Kode9 e molti altri… Ama definire il suo suono “from dub to club”.

Grazie alla nostra amica e Dj Rossella in arte Rozz Ella abbiamo raccolto da Andrea le seguenti risposte.

In due righe cosa è per te la cc?

È un incredibile bagaglio di conoscenze, esperienze, storie, pratiche e visioni che costituiscono un vero e proprio patrimonio culturale, fondamentale per capire la contemporaneità. Poche altre figure, infatti, sono al centro del paesaggio culturale odierno come quella del DJ, dato che siamo diventati tutti semionauti, navigatori di segni, marinai in un mare di frammenti di senso, remixatori della realtà… Siamo quotidianamente chiamati a connettere concetti e input che ci arrivano dalle parti più disparate. E chi meglio di uno che ha sempre ricercato e mixato può farci capire come si fa? Per costruire quel patrimonio culturale, ora disponibile a tutti, è servito il lavoro (certosino, durissimo e spesso mal pagato) di migliaia di dj, digger, promoter, imprenditori, designer, musicisti… Per essere compresa e utile necessita di molto rispetto e di tanto studio.

Un disco che la rappresenta?

Un solo disco che rappresenti tutto questo? Davvero la più difficile delle domande visto che parliamo di una storia già molto lunga e articolata. Non voglio sottrarmi al gioco ma concedetemi un minimo di provocazione. Parto dal presupposto che dal mio punto di vista il concetto di Club Culture è in continua evoluzione, quindi l’ultima release è importante quanto la pietra miliare storica, anche se ancora non lo sappiamo. Ecco, per me un disco che la rappresenta molto bene è ‘Submerged’, l’ultimo EP di Om Unit, produttore inglese fondamentale che dopo essersi portato a casa qualche titolo DMC (il circuito mondiale più accreditato per i turntublist supertecnici) con il nome di Too Tall, da qualche anno sta dando un contributo fondamentale alla musica elettronica con un’etichetta, tante release e una straordinaria capacità innovativa. Le 6 tracce che compongono l’uscita sono altrettante sintesi dense, profonde, bellissime di stili e scuole che hanno strutturato la storia della Club Culture negli ultimi decenni: dalla jungle alla techno, dalla bass music ai ritmi house. Per procedere in avanti spediti, ogni tanto è fondamentale che qualcuno ci fornisca dei quadri di sintesi.

 

Le persone frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la Germania, cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

Le ragioni sono tante e le “mancanze” ancora di più. Qui sintetizzare troppo non aiuta. Bisogna analizzare. Allora mi permetto di suggerire qualche spunto. I club sono stati (e, per certi versi, sono ancora) luoghi fondamentali per l’emersione e la crescita di molte subculture. Zone temporaneamente autonome, come le avrebbe chiamate Hakim Bey, o eterotopie, a sentire Michel Foucault. Oltre agli eventi musicali, per i quali hanno costituito il laboratorio delle nuove tendenze, sono stati la cornice ideale per lo sviluppo delle arti performative e del design, di certa arte visiva e di molta moda. Uno spazio, al contempo, fisico e immateriale, partecipativo e democratico. Dei ‘Non Luoghi’ nel senso buono del termine, potrebbe notare qualcuno. I club hanno amplificato alcuni dei movimenti (anche sociali) e delle scuole di moda più radicali e creative, hanno generato un nuovo modo di intendere l’editoria di costume e società, hanno proficuamente intrecciato la propria storia con quella di tanti momenti fondamentali dell’arte più rivoluzionaria e fuori dagli schemi. E non si tratta solo di edonismo, anzi. A ben guardare, dalla mostra emerge una continuità forte quella tra i movimenti di emancipazione rivendicazione sociale e la scena club. Per tacere del fondamentale ruolo nell’evoluzione musicale. Fino a qualche tempo fa erano gli unici posti nei quali tutto questo avveniva. Poi sono arrivati i Rave, quando ci siamo resi conto che certi club diventavano troppo legati a logiche commerciali. Successivamente i Festival hanno creato delle nuove occasioni per fruire, in modi diversi, contenuti simili.

Ad un certo punto è entrata in gioco, pesantemente, la rete e con lo streaming gratuito del dj set del tuo artista preferito in una cantina di Dubai ti ha tolto la voglia di alzare il culo dal divano per andarti a sentire come mixa il dj resident del tuo club sotto casa. Dopo ancora sono arrivate le piattaforme di virtual djing e i servizi attraverso i quali puoi pagare ‘on demand’ il tuo dj del cuore per suonare nel suo studio mentre tu lo balli nel tuo club preferito… La gentrificazione ha spopolato i centri delle nostre città, ha sottratto loro vita autentica e sputato fuori i club, troppo rumorosi e imprevedibili per i ricchi e vecchi nuovi abitanti che il capitalismo realista a messo a vivere lì. Inoltre tanti proprietari di club e altrettanti direttori artistici hanno messo la logica del profitto davanti a tutto. Di conseguenza, nei loro spazi, gli impianti audio hanno cominciato a fare schifo, come i cocktail al bancone del bar, e soprattutto, i set dei resident che se facevano dell’ottima ricerca ma non portavano gente sparivano dalla busta paga molto velocemente.  È per tutte queste ragioni (e per molte altre) che il club non ha più la stessa pregnanza di prima. Non ce l’avrà più? Secondo me invece sì. Saturi dell’eccessivo grado di finzione di tante esperienze virtuali, torneremo a scoprire il valore del sudore sulla nostra pelle, rivaluteremo il senso del ballare pigiati vicini, capiremo nuovamente cosa vuol dire stare sotto cassa, immersi nel suono… a cellulare in modalità aereo.

Quale è la cc che vorresti?

Quella nella quale si riflette seriamente e con cognizione di causa sul ‘mestiere’ del DJ. Quella nella quale non si va a ballare un genere, una formula, i nostri sbalzi ormonali che ci rendono bestie a caccia di prede ma si va a ballare un viaggio che il DJ ci invita a fare con lui. Quella nella quale anche gli impianti sono fatti con amore, le acustiche dei luoghi curati e il loro spazio non è un luogo di risulta ma un ambiente pensato, specificatamente, per poterci far immergere nel rito collettivo del ballo. Quella nella quale si torna a fare rete ma sul serio, lasciando da parte lego edonista e condividendo passioni, conoscenze, visioni. Quella nella quale guardiamo le cose in una prospettiva più ampia e conscia, senza accontentarci della superficialità del consumo alla quale un certo sistema economico vuole farci arrendere. Perché, come diceva Vicki Baum: “Ci sono delle scorciatoie per la felicità, e la danza è una di queste”.

 

Restate in contatto con noi, presto uscirà anche un mixtape e altre informazioni molto interessanti.

Se vorrete incontrarlo e ascoltarlo vi invitiamo il 14 Febbraio a non perdervi l’evento al Caracol:

https://www.facebook.com/events/631568790980945/

 

Alcuni preziosi link su Andrea:

https://www.soundwall.it/author/andrea-mi/

https://www.facebook.com/andreamidj/

https://www.controradio.it/tag/andrea-mi/

 

Edited by Daniele V. and Rozz Ella

Daniele is one of the founder of PUM – Pisa Underground Movement, he is a musician and he loves to play as DJs. He is a Ph.D. in Agricultural and Resource Economics. Born and raised in Pisa (Italy), he collaborates in several projects and uses to travel around the Globe searching for new and interesting music, he loves digging rare and unknown music!

Rozz Ella is one of the main resident DJ for Club Cultura (CC) at Carcol Club in Pisa (Italy), where she also promotes a bass night with the project Neanderthal of the Space Vandals crew. Despite the music, she also collaborates with the AutAut independent journal and with Underblog (www.pumfactory.it) where she manage “Break the Wall”.

 

PHOTOGRAPHS Factory Asks

Photographs

PHOTOGRAPHS

Intervistiamo oggi un giovane artista romano per Factory Asks: Photographs. È un progetto dall’atmosfera cupa, con influenze IDM e glitch. Dopo varie sperimentazioni giunge alla pubblicazione di 4 ep “MVMNT”. Il primo album sulla lunga distanza esce autoprodotto, nel maggio del 2017, “EKKLESIA”. “ALMA MATER”, è il suo secondo lavoro, contenente 8 tracce, composte con il contributo dei magnifici testi di GIANPIERO DE FILIPPO, pubblicato sotto l’etichetta Disorder rec. “Hurt” è un’album introspettivo, sicuramente più maturo nella composizione. il buio si accosta alla luce, le emozioni più forti prendono forma. 11 brani atmosferici, profondi, ideali per perdersi quando fuori tutto crolla.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico? 

Ciao, il mio percorso artistico parte da molto lontano, da 20 anni faccio musica. Anche se sono passato da vari genere, diciamo un po’ tutti (ahahah), quello di integrare l’elettronica nelle mie musiche è stata da sempre una mia ossessione, tanto da diventare adesso parte inscindibile e portante di esse. Da quando sono a Roma (4 anni), dopo aver chiuso il progetto clones theory (molto più dark wave oriented) , ho iniziato a sperimentare con i suoni per cercar di tirar fuori qualcosa che stia a metà strada tra dark, pop, idm, ambient (cosa che con HURT ho, credo, portato a compimento).

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Ti potrei sembrare pretenzioso, ma a nessuno in particolare; i miei gruppi/progetti preferiti sono talmente distanti da ciò che faccio ( pink floyd, neurosis, isis, sigur ros, sunn0, genesis…). Forse ultimamente ascoltando molta roba idm, tipo clark, apparat, oneothrix point never, autechre, aphex Twin, boards of canada, mi son fatto influenzare a mia insaputa. (Ahahah)

03. In quanto “artista” qual’è la tua massima aspirazione?

Non ho più un aspirazione, prima l’avevo, ora non più: compongo per necessità, suono per necessità, scrivo per necessità, sarei un depresso cronico se non esternassi i miei sentimenti in musica. Diciamo che la mia musica proviene dall’egoismo: é prima di tutto per me, poi per gli altri. (Certo è che gli apprezzamenti fanno mooooolto piacere comunque).

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Sono sempre stato ossessionato dalla guerra, in tutte le sue accezioni possibili, dal modo in cui l’uomo si autodistrugge, distrugge il suo habitat, i suoi simili; si, al centro di tutti i miei lavori c’è l’uomo ed il suo masochismo.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Vuol dire essere libero, libero di fare ciò che si vuole, a prescindere da ciò che vuole o vorrebbe la gente: le maggiori evoluzioni musicali provengono da lì.

06. Nel tempo che stiamo vivendo cosa dovrebbero fare le nuove generazioni?

Le nuove generazioni?? Ehm. Dovrebbero dedicarsi a qualche hobby, dovrebbero coltivare una o più passioni: vedo orde di ragazzini senza una passione , senza nulla, mi dici così come si fa a vivere, come si fa a tramandare la bellezza?

07. Cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro? E che ruolo possono avere i piccoli gruppi e le associazioni come la nostra molto legate al proprio territorio e alla comunità di riferimento, che si muovono nel sottobosco di molte provincie e periferie italiane tra sopravvivenza, controcultura e ricerca di una scena?

Dal mio futuro non so ancora cosa dovreste aspettarvi, sono coerente, ma a volte imprevedibile, quindi…per quanto riguarda le associazioni come la vostra, sono un faro, un faro di speranza, perché è sempre bellissimo trovare qualcuno che crede nell’arte, e cerca di tramandarla come meglio può, e per questo grazie.A prestoE soprattutto ci vediamo al concerto!! (link evento fcbk)

Alcuni preziosi link

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

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