GAD TIDHAR Factory Asks

Gad Tidhar

GAD TIDHAR

Factory Ask meets today a really interesting artist, Gad Tidhar. He was born in Israel in 1983, and his musical education began with the guitar. At the age of twenty-two, he bought his first oud and started to explore the music of Turkey, Persia and the Arab world. He studied Persian music for three years with tar virtuoso Piris Eliyahu, followed by oud with Nizar Rohana, and also traveled to Crete to study Turkish music with Ross Daly. In 2009 he formed the Faran Ensemble with kamancheh player Roy Smila and percussionist Refael Ben-Zichry – the trio released their first album in 2013, have performed as far as Germany, the Netherlands, and Poland, and even appeared in a video by the band U2! He also founded the ‘Durbar’ trio in 2015, together with Jordi Pratz on sarod and various percussionists, to combine Persian and Indian music. In 2016 established ‘Lucid trio’ with two great artist from small Mitzpe Ramon. Sigi Yadgar plays the piano and Jacky Fay with the cello.

Gad currently lives in Mitzpe Ramon, in the heart of the Negev Desert and we are really pleased to interview Gad for our UNDERBLOG.

01. How did your artistic career begin?

About ten years ago, a friend told me that there is one teacher I must go to. I had just started to play the “oud”. At that time, I was herding camels in the Negev desert. Traveling with 50 camels from place to place. Sleeping mostly outdoor, for about ten days a month, living an ancient version of life. After Reaching the teacher, I have understood that music is what have been searching. I have started to practice as much as I could and compositions started to come. A few years after, with that Roy Smila and Refael Ben Zichry, we have founded Faran.

"Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista" Factory Asks 0026
Gad Tidhar play oud in Nagev desert
02. What are the main sources of inspiration for your work?

Nature’s silence. Traveling in the desert or any other timeless landscape fills me with melodies.

03. As an artist what is your maximum aspiration?

Well, I don’t know.. I wish I had something like that. I wish to do soundtracks to amazing movies, to keep learning from the ancient traditions.

04. Is there a characterizing message related to your work?

Love nature. respect the creation.

Gad Tidhar
Gad Tidhar reflections
05. What does underground mean to you?

Creation moved by inner passion, ignoring functional thoughts and doubts.

06. What are your next projects?

I have some projects that I love and try to promote.
Lucid – the new trio of oud cello and piano
Durbar – the oud & sarod, Tombak & Tabla
, and Faran, the first professional project I have. Trio wishes Kamancha, oud, and percussions.

Some precious links:

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

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Martino Prendini Factory Asks

Martino Prendini

MARTINO PRENDINI

Un video-artista molto promettente: Martino Prendini. Lui non sa di preciso cosa fa. Nel suo sito c’è scritto “illustratore ed animatore 2d” ma è sempre un bel po’ difficile spiegare ciò che sta facendo e che vorrà fare. Video, illustrazioni, animazioni, live visual, ma d’altra parte le etichette contano poco, servono più per scrivere tag o compilare curricula che per altro. Di certo c’è che è nato a Rovigo nel 1985, che quindi ha passato i 31 anni, e che gli piacciono i contrasti e le contraddizioni, come la giustapposizione fra la concretezza delle arti tradizionali e le sperimentazioni dell’epoca digitale.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

A dire il vero, il mio percorso da video-artista è sempre stato abbastanza strano ed un pò difficile da seguire ed identificare, almeno ad un occhio esterno. In ambito visivo ho cominciato con grafica e web design, mano a mano provando cose diverse, dall’illustrazione alle riprese live. Ultimamente mi affascina molto la glitch art, tutto ciò che compete una performance live visual e, naturalmente, l’animazione. Tendo a muovermi molto, in ambito creativo, da un lato per una questione di curiosità dall’altro perchè vivo molto a periodi… Posso smettere di disegnare a lungo, ad esempio, perché in un periodo mi coinvolge maggiormente lavorare con una camera. » probabile quindi che in futuro questo percorso potrà cambiare ancora, d’altra parte mi piace lasciarmi sorprendere.

An Exit from Martino Prendini on Vimeo.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Le influenze sono molte e molto differenti fra loro. Anzitutto la musica ha sempre avuto un ruolo chiave. Molto del mio lavoro si lega ad essa, ed anche quando non lo fa direttamente questa mi influenza nel processo creativo. Sono un divoratore di musica e piuttosto onnivoro, e difficilmente lavoro senza. Se devo pensare ad un’influenza specifica, le chine zen ad esempio sono state la ragione per cui ho cominciato a disegnare tanti anni fa. Nello specifico la copertina di un’edizione del Tao Te Ching, che da ragazzino mi catturava incredibilmente e dalla quale ho provato ad imitarne lo stile. Ma da qui si procede in modo parecchio caotico… Molto cinema, fotografia, scenografia teatrale, certa scena indie nei video-game, per cominciare. Mi impongo quotidianamente almeno un’ora di ricerca in campo creativo, visto fra l’altro che gestisco un sito di ispirazioni. Un altro ruolo chiave lo hanno le persone e gli incontri, spesso sono la maggiore fonte di ispirazione anche se apparentemente in forma indiretta.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Anzitutto tendo sempre a schivare i termini “video-artista” e “arte”. Non sono etichette che mi competono, che ci si possa auto-affibbiare con nonchalance. Ho sempre preferito l’ambiguità fumosa del termine “creativo”. Chiarirò questo, ciò che voglio è semplicemente essere diverso domani rispetto ad oggi. In un’altra posizione ed un altro punto di vista. Costi quel che costi, e coi miei limiti. Non voglio ridurmi ad essere solo me stesso per tutta la vita. Questa credo sia la mia massima aspirazione, sia umana che relativa a tutto ciò che faccio.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Più che messaggio si tratta di suggestioni. Amo il termine suggestione, perchè si relaziona all’inconscio e all’impatto che da video-artista ricerco sempre. Amo la tensione, provare a renderla, viverla, credo sia un fil rouge di ogni cosa che faccio. Non cerco risoluzioni ed equilibri nei miei lavori, ma il tendersi, il volgersi verso, spesso in posizioni scomode, uno sforzo quasi fisico coi tendini in mostra, che coinvolga il corpo anche se indirettamente. Non a caso prima ho parlato di musica, non a caso mi affascina il movimento attraverso varie accezioni. Un’altra suggestione per me importante è l’impatto col mistero femminile. Per me il mistero più bello e inconoscibile e struggente dell’universo. Si tratta di un mondo intero, un ecosistema, un paesaggio completo in per sé stesso, fragile ed indistruttibile. Infondo tutto ciò che faccio è una lettera d’amore e al contempo un modo per scoprire o immaginare ciÚ che si cela dietro al mistero. Stranamente, persino nei lavori che sembrano meno legarsi alla femminilità essa c’è, magari in un tratto o nel modo in cui compare un’idea.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Se penso ad underground, per un video-artista penso ad un muoversi dal basso. Che per me è il movimento più autentico e potente. Come dire, qualcosa che sale dalla pancia per coinvolgere tutto il corpo, tutto quanto l’attorno. Chi parte dal basso lo fa per necessità, lo fa per un sentire irrefrenabile, lo fa perchè proprio non può fare altro. Ed in questi casi è necessario condividere, trovare urgenze simili alla tua, ed è allora che diventa un movimento. E conosco bene cosa voglia dire questa urgenza fuori dai circuiti, venendo da una realtà piccola e dimenticata come Rovigo. C’è bisogno di questo, l’underground è il luogo mentale e di condivisione di questo movimento che parte dalla pancia.

This is what detox feels like – short film for BBC’s Drugsland series from Martino Prendini on Vimeo.

Alcuni preziosi links:

Video di Martino Prendini

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

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TANIA FILIPA Factory Asks

Tania Filipa

TANIA FILIPA

Tânia Filipa is a very recognizable graphic designer from Lisbon, Portugal. The work of self-taught Portuguese artist Tânia Filipa embodies an abstract vision. Her project is running since March 2013 and she has worked with a variety of clientage, from start-up labels to “big” labels and clients. The visual project is immensely connected to electronic music influence. The main influence present in all projects is minimal art. Simple, objective and catchy. Her approach is very striking and bold creating a beautiful outcome that combines an extremely strong and formal reduction in the use of neutral colors based products. Lines, circles, triangles, and squares it’s always part of the process, the beauty on simple elements it’s what she stands for.

01. How did your artistic career as a graphic designer begin?

My artistic career began around 2011/2012. The interest in Graphic Design was something that grew up naturally by seeing the work of others at the time, in my home country Portugal (for me it made no sense the Art that was being associated with certain projects).

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Tania Filipa for Refresh

The first projects I did were only meant to be shared with friends and to try to give them a different perspective of what could be done in a matter of Art – Music relationship. The feedback at the time was insanely good, I was not expecting it at all. I just started by doing some very basic stuff on Photoshop and later on, I started using Illustrator and Corel Draw to really create my own original pieces of artwork. I must say this all happened because of a dear friend called Diego Ortiz, who encourage me to take things to the next level and to get more serious about what I was creating… That I could actually have a future with the Art I was creating in the Electronic Music scene. I wasn’t as positive as he was I must admit, however, I gave it a try in early 2013, choose a name for the project, launched a website, started contacting some labels, and it has been growing ever since! I’m very happy with my achievements so far and I hope to keep contributing more and more with my Art in the Electronic Music world.

02. What are your main sources of inspiration?

My work as a graphic designer is mainly inspired by… Myself. My thoughts, the way I like to see things. It’s very simple, minimalistic and abstract, I love neutral colors, I love small text, I love to keep it consistent… But the key element is of course… Music! When I’m working, I’m always listening to music, discovering new artists, listening to something related to the project who hired me… It all started because of Electronic Music, so it is the key element! Of course, there are also a lot of Designers that have done exquisite projects that also inspire me like Network Osaka; Ray Sison a.k.a SkilledConcept and Ross Gunter.

03. As an artist what is your maximum aspiration?

My maximum aspiration is to always work with people who understand the message that I’m trying to pass. People that love my Art and that trust me completely when it comes to finalizing a project that they requested. It’s very important for me to be surrounded by people who make me comfortable, and that does not pressure me by confining my creative process. People who see the same beauty in Abstract Art as I do. So, basically as long as I get to do what I love, with people who love to see and also connect themselves with what I, I can say that I’m fulfilled.

Tania Filipa
Tania Filipa for Alex Harmony
04. Is there a characterizing message related to your work?

Yes for sure, the message behind my work as a graphic designer is that less is more! You can always see more and understand more with less to look at. My work is done around simplicity and what can be achieved by… Personally I think the more Info you put on a Flyer, for example, the fewer people actually see what that Flyer is trying to transmit you. So it’s always good to keep things at a level where it’s harmonious. For me, nothing else makes more sense than something Minimalistic and full of Geometry!

05. What does underground mean to you?

Well… Lately, it seems to be such an “ordinary” word, people who have no clue about how it all began, what it stands for, or even when it began, say that they are underground, that they “live” for the underground. Unfortunately, it seems to be like a plague nowadays, it’s more of a status than a movement for the majority. However for me, it stands for roots, I love to watch documentaries about it, about how it expanded, how it all started… Underground for me right now, means not a crowded place, not a trendy DJ and people around me that I have never seen before in my life, just dancing…

Thank you, Tania, from all Factory Asks followers!

Some useful links:

TF Concept Design on Facebook

Latest works

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“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”  

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PLATO - AWAKE Factory Asks

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PLATO

Musicista di formazione pianista, di sicuro uno dei talenti nascosti del bel paese. Vi presentiamo un caro amico, Pasquale Lauro alias Plato. Ho iniziato con la musica nel 1996, con dei compagni di scuola ci trovavamo davanti al Teatro Regio di Torino per ballare e fare freestyle su beat registrati un’ora prima a casa. Da lì a poco avrei iniziato a fare qualche serata in alcuni locali torinesi. Ho studiato chitarra classica e pianoforte presso il Centro Jazz di Torino suonando poi negli anni in parecchi progetti, spesso band o collettivi. Tra i miei collaboratori/amici storici, con i quali lavoro tutt’ora, figurano Imo, ottimo producer (con cui seguo il progetto Unlimit in collaborazione con il cantante e performer londinese Randolph Matthews) e Mdns che da sempre cura tutto l’aspetto grafico e visual dei miei lavori.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso da musicista?

Ho iniziato quasi per caso. Avevo 14 anni e un giorno con altri due amici trovammo un annuncio: vendevano due technics usati, un mixer 2 canali di una marca sconosciuta, due casse passive e un amplificatore, più una raccolta di vinili di musica elettronica di svariati generi, dance, trance, progressive e hardcore alla modica cifra di 900 mila lire. Perché non approfittare? Uno dei due amici aveva una stanza poco più grande di uno sgabuzzino e il giorno dopo l’acquisto iniziammo a metterci sui piatti a fare pratica, tutti i pomeriggi lì a macinare dischi. Poi dopo poco tempo mi venne voglia di iniziare a produrre, fu quell’anno che scoprii i primi software. Iniziai con Acid 1.0 della Sonic Foundry e da lì, passando da un po’ di generi, non ho più smesso.

PLATO - AWAKE
PLATO – AWAKE
02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Come musicista, cerco di ispirarmi con qualsiasi cosa mi capiti sotto gli occhi, musica, libri, un articolo, un concetto, un avvenimento, tutto può servire per scrivere un pezzo o tirare giù un beat. 

PLATO LIVE
PLATO-AWAKE

Ho sempre lavorato su un mio suono cercando di rimanere sempre attuale ispirandomi anche a generi diversi dall’elettronica. Per citare alcuni dei miei artisti preferiti al quale spesso mi ispiro: Apparat, James Blake, Synkro, Robot Koch, l’italianissimo Clap! Clap!, Jon Hopkins.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Credo che la massima aspirazione, per me come per la maggior parte degli artisti, sia creare cose che piacciano a se stessi e poi agli altri in una misura sempre più grande.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Il messaggio che credo accomuni tutti i miei lavori da musicista è di matrice emotiva, suoni che cercano di traghettarti oltre l’estetica di genere. Nei pezzi cerco sempre di bucare in profondità, di catturare l’attenzione ma a livelli più profondi, mi piace creare tessuti sonori riconducibili in un periodo storico ma che superino il tempo e mi auguro di riuscirci.

PLATO LIVE
PLATO – LIVE
05. Che cosa vuol dire underground per te?

E’ il laboratorio per un musicista, la base senza la quale il mainstream non potrebbe esistere. E’ li che avviene la vera sperimentazione, dove ci si sporca le mani insomma, l’esempio più famoso è il dubstep, in cima alle classifiche grazie alla devozione e la passione di a producer come El B, Skream. o Burial. Gente come Skrillex deve molto a loro. In ogni città è sempre importante avere uno o più zone dove l’underground possa crescere e svilupparsi, purtroppo qui a Torino negli ultimi anni tutto ciò è venuto a mancare con la chiusura di posti come i Murazzi, centro nevralgico non solo della movida ma anche di tutti i movimenti sotterranei.

PLATO LIVE
PLATO LIVE
Alcuni preziosi link:

Bandcamp

Sideshape records

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

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Factory Asks

FACTORY ASKS 0018 : BRIAN DI CALMA

     BrianDiCalma

Nome Artista 0018 : Brian Di Calma

BIO

Sono quello che nella mia lingua del tutto inventata descriverei come un personaggiurdo. Sono Italo-Americano, nato negli Stati Uniti a Pittsburgh, e sono dieci anni che vivo in Europa, la maggior parte in Italia. La mia vita è un’ esperienza vissuta dentro un film di serie B. Ho vissuto per sei anni in eco-villaggi in Andalusia e sugli Appennini: so allevare animali, coltivare ortaggi, curare con medicine naturali, fare birra, vini, liquori, formaggi, carni, e sono un mito in cucina. Faccio coltelli artigianali realizzati con materiali riciclati e corna caduche di cervo, e sono artista di strada. Sono cantante e disegnatore. Ho una mentalità fortemente contro il sistema e cerco di vivere fuori dalle regole. Essendo una persona che tecnicamente non esiste, per me dunque non esistono regole, a parte una, semplice e che comprende tutto – il rispetto.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

La musica è sempre stata una presenza fortissima nella mia vita e non credo di poter vivere senza. Ho cominciato a suonare per strada in Andalusia nel 2011, e ho girato cinque paesi europei suonando con diversi artisti. Con la creazione dei coltelli ho cominciato nel 2012 vicino a Pistoia, più o meno per caso e il disegno nell’ottobre 2015 essendomi trovato in una casa di artisti a Bologna.

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02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Musicalmente, ci sono troppi artisti che mi hanno modellato per scriverli tutti. Ho un dono meraviglioso nella mia voce, e non ho mai studiato. Quando canto, mi sento uno strumento collegato all’ energia ambientale circostante e in qualche maniera riesco a canalizzare quest’energia e a trasformarla in musica. Anche se io sono fisicamente presente, il mio conscio è scollegato dal mondo fisico che mi circonda per quel breve periodo, in rete con un altro mondo, rete costruita di onde energetiche invisibili. Riguardo al disegno, dovrei ringraziare i miei amici artisti (e famiglia) qui a Bologna, specialmente: Mario Ventriglia, Davide Urgo, Albero Cosenza e Daniele Ventola in quanto senza il loro supporto e osmosi non mi troverei a scrivere questo, ora.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Direi di riuscire a vivere tranquillamente fuori dal sistema con i diversi tipi di arte che creo.

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04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Sì, questo per me è fondamentale. Essendo uno che vende la propria arte, mi rifiuto di ‘vendermi’ creando qualcosa che a me non piace, che non manda un messaggio mio personale, in maniera da guadagnare di più o commercializzando la mia arte. A volte i messaggi sono ben chiari, a volte molto più sottili, e a volte è puro divertimento. In ogni caso, il messaggio dipende da come viene interpretata l’opera nell’occhio e la mente degli altri, e forse ogni persona interpreta il messaggio in maniera diversa. Uso poche parole scritte perché vorrei che il disegno o la pittura parlassero per sè e si lasciasse all’ osservatore la possibilità di vedere e ricevere il messaggio in maniera personale senza essere già indirizzato altrimenti.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Per me è la rete…la rete tra noi artisti, noi alternativi, contro un sistema corrotto e orwelliano. Ci vivo dentro, ed è molto forte.

06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato vari disegni, tra cui i miei primi di “Mondo Cane!” (i miei animali antropomorfizzati), e la serie “Bottiglie in banana” (una specia di delirio alcoolico surrealistico). Ho portato pure qualche coltello. In realtà, avevo cominciato col disegnare solamente due mesi prima, e il PUM Factory Fest è stata la mia prima mostra. L’esperienza per me è stata molto, ma molto positiva e la cosa più importante sono stati i contatti fatti con gli altri artisti e “undergroundiani” per espandere e far crescere questa “rete”.

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07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Secondo me sono molto importanti, specialmente per i contatti e possibilità che possono crearsi. Di solito io lavoro per strada, e incoraggio i giovani artisti a mostrarsi anche loro assieme a noi per le opportunità che la strada ti presenta: dopotutto, ho beccato l’invito al PUM Fest lavorando per  strada durante Lucca Comics, grazie a Nicol P. La strada ti dà un guadagno (anche se minimo) subito, ti dà visibilità, ti aiuta a sviluppare autostima e confidenza e ti presenta possibilità di fare mostre, partecipare a riviste, etc. Incontri un sacco di persone. Hai un contatto dal vivo insieme alla tua arte con tanta gente diversa ogni giorno, e ogni tanto incontri qualcuni che ti può portare opportunità interessanti.

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| The Factory | Brian Di Calma |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

Factory Asks

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Nome Artista 0017 : M45

BIO

Sono un figlio degli anni ’90 convinto che per saltare esista solamente il tasto A , ho spalmato i miei primi neuroni sopra “sprite” di videogiochi che la gioventù di adesso considererebbe talmente difficili e frustranti da sembrare test per l’università degli X-man o degli enigmi di “Cicada 3301” (questo riferimento lo capiranno in tre sì e no). Nel frattempo disegnavo dove potevo, sopratutto dove non potevo, finché i due mondi si sono toccati vedendo i lavori della GRL (Graffiti Research Lab) e scoprendo che non ero l’unico a essere cresciuto a inchiostro e pixel.

1. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

La risposta più breve sarebbe a casaccio, o meglio “trovandomici”… la mia filosofia di base è “iterate faster and release early and often” e “c’è sempre un modo”. Questa tendenza all’essere “MacGyver digitali” (senza la permanente e il capello biondo) viene sostanzialmente dal non avere budget e dall’avere un innegabile spirito “hack-to-learn”. Ho avuto la fortuna di lavorare con gente veramente meravigliosa a bellissimi progetti e anche di essere sfruttato in malo modo per cose di cui non ho preso merito. Quindi riassumendo, come ho intrapreso il mio percorso artistico? Come la Parigi-Dakar in mono-ciclo.

                                                  foto di Studio 47

2. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Mi ispiro alla gente, banale ma vero…mi pongo sempre dal lato dell’utente e cerco di fare qualcosa che alla fine non sia un aulico “l’artista voleva rappresentare la palingenetica obliterazione dell’io siderale che si avviluppa tra le pieghe dello spazio tempo”, ma che prima di tutto diverta, poi che possa essere vista come un gioco, un mezzo o un’ esperienza. Penso che gli spazi espositivi siano già spazi ostici per il pubblico “comune”, se poi metti quattro ore di inquadratura su una mela e lo chiami “decadimento della materia” ci sta che la gente non venga…

3. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Aggiungere almeno altre dieci virgolette intorno alla parola artista. Non morire di gastrite. Avere abbastanza soldi per poter comprare pizza e caffè (ma questo è più un obbiettivo nella vita). La pace nel mondo?

4. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Non credo, forse più il sapore DIY (do it yourself) e quella poca cura dei dettagli …del messaggio mi occupo poco, il mezzo è il messaggio, è triste ma è così, fateci pace.

foto di Studio 47

 

5. Che cosa vuol dire underground per te?

Domanda spinosa: purtroppo esiste il mercato dell’underground che in alcuni casi è peggio di quello mainstream, un marasma di gente con scarse competenze che sta in una situazione perché “fa figo” ma poi manca la sbatta, manca il sudore. Ma il termine “underground “ è perfetto perché sotto terra trovi fango, melma e vermi…ma ogni tanto trovi anche gente brillante come i diamanti, preziosa come l’oro e forte come il ferro e che ti ripaga di tutto il fango che hai spalato.

 

 

6. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato un mio “giocattolo” che per mancanza di termini migliori si chiama “loop music”: tecnicamente una variante di reactable usando la libreria reactivision e i segnali osc/tuio per controllare ableton e triggerare loop quantizzati e divisi in tipi di suoni. Se non vi siete ancora addormentati la versione breve è “metti cubetto sul tavolo e parte un loop di batteria, ne metti un altro parte il basso e via dicendo”. Per me significa democratizzazione del gesto di composizione musicale, far provare a tutti la gioia di “suonare” senza necessariamente saperlo fare. In più ho partecipato assieme a Micol e Lorè all’ allestimento delle tre serate per quanto riguarda visual, montaggio, smontaggio, rollaggio cicchini, caffè, conversioni video, bestemmie, cioccolate calde alle 5, etc etc.

PUM ART FEST / Foto di Nicol P.

7. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Ovviamente è una cosa importante e sinceramente bisognerebbe dare più spazio a chi organizza queste cose, ma quando dico spazio intendo spazio fisico -non “attenzione giornalistica”- e spazio di azione convertito in vil denaro. Inoltre sarebbe bello avere uno spazio dove allestire esperimenti, workshop, residenze artistiche e quant’altro.

 

| The Factory | M45 |

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Save The Music

Save the Music: Label #02

GIEGLING

 

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Certe cose si creano e basta. Un po’ come l’amore. L’unione e la comunione di intenti di unità singole che vanno ad intrecciarsi con estremità differenti, parallele fino a quel determinato momento. E’ quello che ci ricorda il battito estenuante di un goccia che esplode a contatto con il terreno. Giegling evoca terra. Sapore di reale, estremamente al passo coi tempi, forse anche in anticipo sulla tabella di marcia. Rude ed allo stesso tempo tremendamente efficace. Il contatto con la natura che si attacca alla ferma convinzione dell’uomo, esso stesso influenzato nel suo incessante e quantomai necessario rapporto con ciò che fisicamente lo circonda.

Il messaggio principale che passa non è il prolisso arrivismo dell’etichetta “standard”, dove tutto ciò che conta è saper vendere bene il proprio prodotto “no matter what”, ma la rivalutazione in chiave puramente musicale di ciò che dovrebbe essere un collettivo discografico: la musica è al centro dell’universo. Nessun ghirigoro, nessun tentativo di ammaliare l’ascoltatore con strambe trovate pubblicitarie. Resta qualcosa di minimale e al contempo affascinante: il mood del suono.

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Giegling non a caso nasce fuori dalle ingombranti sagome delle metropoli tedesche. A Weimar. In una fabbrica abbandonata Konstantin (metà del duo Kettenkarussell) e Dj Dustin iniziano una serie di serate per promuovere la propria musica. Nel fabbricato si sviluppano 3 sale che trattano rispettivamente house e techno, elettronica sui generis, funk e soul. Futuri temi principali e punti cardine dalla label. Nel 2008 la fabbrica viene abbattuta e coi pochi soldi rimasti il non più duo (si è aggiunto Ateq) decide di stampare il primo vinile.

You and me make love forever di Kettenkarussell segna fin da principio il carattere camaleontico delle opere Giegling. Un approccio alla dancefloor allo stesso tempo tradizionale e rivoluzionario. In ogni release dell’etichetta di Weimer si trovano pezzi tipicamente dance che vengono accompagnati da una introspezione che il produttore di turno compie su sé stesso, sulla propria musica e sul rapporto tra essa e il pubblico ricevente. Questa ricerca rende l’ascolto adatto a qualsiasi tipo di situazione. Sia essa all’interno di un club, sul proprio divano, durante una corsa oppure negli gli attimi di un lungo viaggio.

Come funzionino le cose all’interno del collettivo lo spiega bene in un’intervista Ateq: si scopre che Vril è il “ministro del destino”, Leafar Legov è responsabile delle mutandine bagnate in pista. Dustin si occupa dei contratti, Konstantin della pressione, Prince of Denmark dei sogni. Ateq delle vibrazioni artistiche, Dwig è responsabile dei samples mentre Deer è il tutor tecnico del progetto. In definitiva ciò che fa la differenza è un’organizzazione che rende semplice il lavoro di ciascuno. Certo poi è la musica che parla e in questo caso lo fa incantando.

Il carattere peculiare che rende difficilmente catalogabile sotto un unico filone il genere trattato nelle produzioni Giegling parte dal minimalismo di Kettenkarussell per arrivare ai tre moniker Prince Of Denmark, Traumprinz e Dj Metatron, che fanno da maschera ad un’unica identità (talmente importante e libera da qualsiasi vincolo da avere dedicata una sub label chiamata per l’appunto Traumprinz), anonima per il momento e che è una fusione di house, techno, ambient e breakbeat, oltre che una gioia per le orecchie in tutte le salse. In mezzo troviamo produzioni tra le più complete e visionarie degli ultimi anni. Si passa dalla classe cristallina di Edward al vento sonoro e impetuoso di Vril, per non parlare dei talentuosi Map Ache e Matthias Reiling (già noto per il suo altro progetto Session Victim).

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Tra i progetti più interessanti della casa discografica meritano una menzione: la “Staub Serie”, letteralmente la “Serie di Polvere”, che comprende 7 12” realizzati da Prince of Denmark, Vril, Rau (un alias di Ateq) e Zum Goldenem Schwarm ( lo “Sciame Dorato”) e che è descritta dallo stesso Ateq come “un messaggio segreto di come le cose dell’universo e l’umana natura si leghino insieme” e, i “Giegling Mix” simbolo delle produzioni della casa tedesca e giunti alla fama internazionale proprio quest’anno, dato che “This is Not”, l’ultimo della serie realizzato da Dj Metatron e contenente materiale unreleased, è stato nominato miglior mix dell’anno dalla rivista specializzata Resident Advisor.

Altro cenno lo merita “Forum” sub-label nata dalla madre nel 2013 e specializzata nella produzione di Lp a caratteri techno. Partendo da “The Body” di Prince of Denmark  l’obiettivo di Forum è sempre stato quello di scandagliare un genere sempre più inflazionato donandogli un tocco unico e riconoscibile. Ecco allora gli effetti visionari di Prince of Denamrk con il suo The Body, la potenza espressiva di Vril nel suo Tours, la peculiarità di Zum Goldenen Schwarm con Aufgang e le sonorità ambient e mistiche di Sa Pa.

In definitiva cosa ci si può aspettare per il futuro di Giegling e cosa il lavoro di questi ragazzi ci ha insegnato? Che con la qualità e una giusta programmazione, si possano bipassare le leggi scontate del mercato musicale odierno. Il resto sono solo lacrime e godimenti sonori.

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Lista Releases: www.discogs.com/label/144751-Giegling

Qua sotto trovate 24 tracce che ripercorrono la storia dell’etichetta dal 2010 ad oggi. Le canzoni sono in ordine cronologico per evidenziare lo sviluppo e l’attività incessante di ricerca.

Factory Asks

FACTORY ASKS 0013 : FRANCESCA PUCCI

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Nome artista 0013: Francesca Pucci

BIO

Francesca un po’ per scelta, un po’ per abitudine, nata nel freddo gennaio del 1983 e dove per usi e costumi sono rimasta. Da sempre innamorata dell’arte in tutte le sue forme, colleziono immagini e suoni, pane quotidiano in un mondo immaginario dal sapore a metà fra ”Dylan Dog” e ”Pretty in Pink”. Diplomata alla scuola di fotografia APAB a Firenze qualche anno fa, adesso collaboro con festival di cinema e riviste di musica. Inoltre gestisco laboratori artistici per bambini e ragazzi e mi piace farli provare a colorare non solo con i pennarelli, ma anche con quella polvere magica che è la fotografia.

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01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Io da piccola preferivo colorare con i pennarelli. Coloravo tantissimo. E non doveva disturbarmi nessuno. Nemmeno papà, con quella macchina fotografica gigante. Da perfetto fotografo amatoriale mi invitava a posare troppo spesso per lui e io non sopportavo l’idea di starmene impalata. Poi qualcosa è cambiato: mi sono accorta di stare dalla parte sbagliata dell’obbiettivo. È successo che l’amore, i viaggi e soprattutto la musica mi hanno portato ad aver bisogno di documentare tutto quando questi non erano con me, inscatolare le emozioni per non perderle mai. E per saperle raccontare nel tempo.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Senza dubbio la musica e tutto quello che la circonda sono il motore del mio lavoro artistico. Con lei tutti quegli artisti che hanno saputo raccontarla in maniera eccellente, che hanno portato le atmosfere dei backstage e dei palchi a portata di occhi. Fra gli altri A. Leibniz, P. Smith, A. Corbijn, R. Mapplethorpe, G. Harari, L. Ghirri.

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03. In quanto “artista” qual’è la tua massima aspirazione?

Regalare storie. Da vedere, da ascoltare, da raccontare.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Attraverso la fotografia provo a scrivere storie musicate, forse una sottospecie di canzoni. Ho sempre voluto fare musica,ma non sono mai riuscita a salire su un palco. Con la fotografia ho trovato il modo di suonare , di rappresentare a mio modo la musica, di cantare con la luce. Un chiaro esempio è ”Sunday”, un mio progetto che nasce dall’esigenza di rappresentare la musica, così ho provato ad illustrare canzoni che raccontano di domeniche diverse, canzoni ascoltate oltre la sonorità e oltre le parole, descritte per quello che ti lasciano, per l’emozione che può diventare immagine. Ho riproposto ipotetiche copertine dei singoli da me scelti: con esse si ha un impatto visivo, la copertina veste la musica, diventa mezzo di comunicazione.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Sperimentare. Sempre innamorati di quello che stiamo facendo.

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“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

Factory Asks

FACTORY ASKS 0012 : YOUNG FELIX

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Nome artista 0012 : Young Felix

BIO

Mi chiamo Marco Rossitto, in arte Young Felix. Sono cresciuto a Palermo, anzi per precisare a Bagheria. Mi sono approcciato alla musica fin da piccolo grazie allo studio del pianoforte; col tempo ho assecondato questa passione approfondendo altri generi e provando a suonare la chitarra con amici al liceo. Vecchi ricordi a pensarci adesso! Nel 2013 nasce la Sud Attitude CREW, il collettivo musicale con cui lavoro, che prima di essere un gruppo è una famiglia. Da un paio di anni mi sono avvicinato al video e alla fotografia, passioni che mi hanno portato a trasferirmi a Pisa; qui da qualche mese collaboro con Cino che oltre a essere il mio produttore mi accompagna anche sul palco.

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01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Come dicevo sono sempre stato affascinato dall’ambiente musicale e persino da piccolo provavo a fare delle basi su cui poter cantare. Dato che tra il dire e il fare… Mi sono ritrovato a cercare i classici “Beat Instrumental” su Youtube per allenarmi fino a quando non sono arrivati i primi pezzi registrati e i primi progetti realizzati.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Inizialmente mi sono ispirato alla scena palermitana, con artisti come Stokka & MadBuddy. Col tempo ho cominciato ad ascoltare sempre meno rap italiano per passare all’americano, e sinceramente ora provo ad ascoltare meno rap possibile. Per cercare ispirazione uso tutto quello che ho sotto gli occhi quotidianamente.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Fare la mia musica senza nessun tipo di vincolo o compromesso. Assecondare la propria identità artistica penso sia il regalo migliore che un artista si possa fare.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

In ogni pezzo, in ogni video, tendo sempre a mettere qualcosa di mio, anche nascosto, ma che le persone che mi conoscono e vivono sanno capire. Anche la semplice sigla BC35 è uno di quei “messaggi” che vanno a rendere davvero miei i lavori. Diciamo che sfrutto Felix per dare spazio a una parte di me che normalmente tendo a tenere privata.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Cose fatte bene e con la voglia di condividerle ad altri con tutta la fatica e il lavoro che ci sta dietro.

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“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

Stories

Underground Iran

 Giovani, musica, cultura e libertà nell’Iran contemporaneo

L’IRAN è un paese del quale in Italia si sa poco o niente.

Luoghi comuni e stereotipi ci fanno produrre una versione fasulla e semplificata della realtà, in cui tutto è bianco o nero e in cui ci sono paesi da visitare ed esplorare ed altri che non è neanche possibile menzionare.

E quando il terrore mediatico è al suo picco più alto, è ancora più difficile pensare di poter far luce sugli aspetti più umani e positivi di culture tanto lontane e diverse dalla nostra.

Nonostante ciò, ho voluto provarci lo stesso, ho incontrato e intervistato Giulia Frigieri, fotografa laureata in antropologia e media alla Goldsmiths University di Londra, che nel settembre 2014 ha fatto un lungo e affascinante viaggio in Iran.

 

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Parlaci del tuo viaggio in Iran. Perché hai sentito il bisogno di partire da sola per un avventura così particolare?

Sono partita dopo esser stata in Marocco e in Libano. Visitare questi paesi ha fatto crescere in me il bisogno di esplorare altri paesi orientali e di conoscere più da vicino il mondo arabo. Sapevo che l’estate seguente sarei andata in Turchia con un’amica e così ho deciso che avrei continuato il mio viaggio spingendomi sempre di più nel Medio Oriente. All’inizio volevo andare in Armenia. Ovviamente in Siria non potevo andare, in Iraq neppure.
Alla fine una serie di avvenimenti mi ha portato a scegliere l’Iran. Al tempo lavoravo in una galleria d’arte nell’est di Londra la cui gallerista è un’iraniana espatriata. Lei mi ha descritto il suo paese in un modo stupendo, ma non può più tornarci perché non la farebbero più uscire. Io non avevo un piano ben preciso, ma sapevo che avrei preso un treno da Van (la città più a est della Turchia) e sarei arrivata a Teheran via terra. C’era sempre un piccolo ostacolo da superare per la buona riuscita del mio piano: per avere il visto per l’Iran non basta pagare, è necessaria una lettera di invito di una persona garante. Ma io avevo un contatto. Un amico di un’amica che avevo conosciuto su Facebook ha garantito per me e si offerto di ospitarmi, perciò dopo ventiquattro meravigliose ore di treno ero a Teheran. Arrivare in Iran via terra è un esperienza che consiglio a tutti ed è bellissimo vedere il paesaggio che muta e il miscuglio di Turchi e Iraniani che attraversano il confine. Infatti la Turchia è uno dei pochi paesi a cui cittadini iraniani hanno libero accesso, grazie all’antica amicizia tra i due paesi.

È stato difficile far accettare a amici e familiari la tua decisione di partire? 

Qui in Inghilterra no. Perché l’ambiente è molto cosmopolita. Tanti dei miei amici hanno a loro volta amici iraniani, quindi non ci vedevano niente di strano. In Italia invece mi hanno preso per pazza. Tutti mi chiedevano perché proprio l’Iran; mi dicevano che sarebbe stato pericoloso andare in treno e attraversare il confine. A dire la verità io mi sono sempre sentita al sicuro. La situazione in Medio Oriente era più tranquilla rispetto a tempi recenti. Si sentiva parlare di Daesh e di scontri nel Kurdistan iracheno. Ma niente di tutto ciò succedeva in Iran. La maggioranza degli iraniani sono sciiti, infatti anche le donne non devono essere completamente coperte. Ovviamente c’è chi lo fa, ma c’è anche tutto un mondo di donne che hanno lenti a contatto colorate, nasi rifatti, capelli biondi eccetera che sfoggiano a modo loro. La prima volta che ho messo l’hijab è stato nell’est della Turchia quando sono scesa dal treno al confine.

 

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Foto tratte dal reportage Sar Zamin a cura di Giulia Frigieri

 

Quanto non sappiamo sull’Iran sulla cultura e la vita dei giovani in Iran?

Non sappiamo assolutamente niente. In Iran la cultura dei giovani è in tutti i sensi una subcultura. Perché i giovani iraniani fanno esattamente tutto quello che facciamo noi, ma lo fanno 5 o 6 metri sottoterra, nascosti nei cantieri, nei seminterrati, nelle fattorie. E non perché è figo farlo, ma perché altrimenti ti arrestano. Tutti i miei amici hanno Facebook, ma è vietato per legge insieme ad Instagram ed altri social network. Internet ha un filtro che ti impedisce di accedere molti siti, ma è stato trovato il modo per aggirarlo e avere comunque accesso al web. Vanno tutti pazzi per i social networks occidentali. Anche Couchsurfing è illegale, ma la gente lo fa lo stesso. Io ho conosciuto un ragazzo su Couchsurfing che ho poi incontrato a Shiraz. Anche se non mi ha potuto ospitare ha voluto conoscermi per parlare inglese e portarmi in giro. In generale l’Iran non è un paese che promuove la coesione sociale. Per esempio i sessi a scuola sono separati fino all’università. E anche in città è difficile incontrarsi: un uomo e una donne che vanno in giro insieme devono essere parenti o sposati se non vogliono passare guai; anche riunirsi in più di cinque persone in luoghi pubblici desta subito l’allerta della polizia. Quando ero a Teheran mi hanno raccontato di un parco in cui giovani amanti si incontrano in segreto, ma lo fanno mentre girano in macchina per non attirare l’attenzione. Si scambiano i numeri abbassando il finestrino!

Un’altra cosa interessante è che in Iran si vede un sacco di televisione americana e ci sono molti programmi per il pubblico all’estero. La mia amica gallerista lavora anche per Manoto.tv una televisione britannica che trasmette da Londra e che appunto offre programmi in Farsi per iraniani all’estero con usi e costumi occidentali.

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Pensi che sia possibile un graduale attenuamento delle politiche repressive per quanto riguarda la produzione culturale e musicale in Iran? 

Questa è una domanda difficile. Da quello che ho sentito c’è una forte voglia di cambiamento da parte dei giovani iraniani. Sono stanchi di politiche repressive che li costringono a nascondersi. Purtroppo non credo che la classe dirigente presente al momento permetterà questo cambiamento. Forse ci sarà un’ulteriore chiusura, forse serve solo un ricambio generazionale? Potrebbe anche succedere che niente cambi e che ci sia una fuga di cervelli come in tanti altri paesi. Sembra ci sia una tendenza per molti paesi medio-orientali a diventare ultra capitalisti e forse i giovani lo percepiscono sempre di più. Un amico si lamentava con me che molti giovani provenienti da famiglie benestanti pensano solo a rifarsi il naso, comprare macchine, vestiti e non mostrano nessun interesse nel voler cambiare l’Iran. Mentre coloro che hanno le idee e la voglia di cambiare le cose, sono scoraggiati dalla mancanza di risorse e supporto.

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L’Iran purtroppo non è un paese libero, è retto da un regime. E la cosa più sconvolgente è che la gente ha tanta voglia di vivere e nonostante il paese sia molto represso, è anche un paese felice. L’Iran va visto da molti punti di vista per essere compreso a pieno. Tante persone che ho conosciuto se ne vogliono andare e hanno un forte desiderio di cambiare il paese. Forse qualcosa cambierà tra una ventina d’anni, quando gli adolescenti di oggi che sono cresciuti con principi diversi da quelli che hanno animato la rivoluzione, diventeranno la classe dirigente. Chi sa che ne sarà dell’Iran tra vent’anni! E’ possibile farsi un idea attraverso i lavori di Newsha Tavakolian una fotoreporter e documentarista iraniana. Uno dei suoi ultimi progetti è diventato copertina del Times di recente, penso che il suo approccio sia molto interessante.

 

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Iran 2025 foto di Newsha Tavakolian

 

Tempo fa mi hai consigliato un bellissimo film che ho guardato con molto piacere, I Gatti Persiani di Bahman Ghobadi (2009). Il film è ambientato nella Teheran odierna e racconta la storia di due giovani musicisti alle prese con la terribile rigidità della legge locale. Girata senza autorizzazione, questa pellicola rappresenta una forte denuncia della forzata clandestinità di band e musicisti in Iran. Ogni scena racconta un aspetto diverso del panorama musicale underground iraniano, dall’indie rock al rap, all’heavy metal.

Cosa ne pensi del film e quanto di ciò che viene raccontato hai personalmente vissuto durante il tuo viaggio?

Il film è abbastanza veritiero, ritrae bene la realtà underground iraniana. Quando ero a Teheran sono stata a casa di amici del ragazzo che mi ospitava, un’insegnante di Francese e un musicista. Ci hanno offerto l’Arak un drink tipico dei paesi arabi, dell’erba da fumare e abbiamo passato la serata a chiacchierare e suonare. In Iran le feste in casa sono molto in voga, solitamente si tengono in seminterrati mentre i ragazzi che appartengono ai ceti più abbienti si trovano in location segrete fuori Teheran.

Inoltre tutti sono molto creativi e vivono molto male il fatto che non possono esprimersi, talvolta nascondendosi anche dalla propria famiglia. Lo scenario descritto nel film è reale ma da turista non è possibile averne accesso, perché è una realtà veramente underground: è impossibile arrivarci a meno che non ci si venga portati da qualcuno del posto.

 

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Il tuo futuro ti riporterà in Iran?

Assolutamente sì. Stanno accadendo molte cose interessanti in Iran, soprattutto relative allo sport. In particolare, Waves of Freedom è un organizzazione di volontariato no-profit e scuola di surf gestita da donne nella regione del Baluchestan, che ha l’obiettivo di promuovere l’empowerment e la libertà di giovani donne e bambine. Un’altro fatto interessante di cui però non si parla: in Iran c’è anche un’attiva scena snowboard and skiing , perché ci sono zone climatiche e località montane adattissime per questi sport. Quindi, sì, sicuramente tornerò in Iran.

Voglio imparare il Farsi che è una lingua meravigliosa, perché in nessun’altra lingua al mondo ci sono dieci modi di dire grazie.

 

Foto tratte dal reportage Sar Zamin a cura di Giulia Frigieri

 

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