Gabriele de Luca, innovazione Break the Wall

Gabriele, Andrea e il Lumiere

Il club come luogo di innovazione culturale capace di migliorare la vivibilità delle città.

Oggi ci lanciamo a bomba come negli ultimi numeri di Break the Wall sull’innovazione alla portata e su alcune riflessioni spinose, ma centrali nel futuro dibattito sui Club e la Club Cultura post-epidemia. Grazie alla nostra inviata speciale Rozz Ella abbiamo raccolto il pensiero di un giovane e brillante imprenditore della cultura, Gabriele De Luca, gestore assieme al socio Andrea Vescio dello storico Lumiere a Pisa.

Come tutti, Gabriele e Andrea stanno vivendo questo momento con molta preoccupazione, sopratutto a causa dell’assenza di risposte e misure concrete a livello istituzionale per tutti gli “operatori (associazioni), imprenditori, artisti, tecnici e lavoratori del mondo della cultura. Un mondo che noi tutti conosciamo e frequentiamo attivamente, un mondo che non ha eguali in nessun altro posto come qualità e capacità d’innovazione, ma che di fatto nel nostro paese diviene sistematicamente l’ultima ruota del carro.

“Ci dimentichiamo troppo facilmente degli eroi del presente, di chi contribuisce oggi alla bellezza di questo paese”

Il mondo della cultura passa così in secondo o terzo piano. Forti dei tesori del passato, come Italiani ci dimentichiamo troppo facilmente degli eroi del presente, di chi oggi cerca contro tutte le avversità del caso di sfornare nuova bellezza.

innovazione lumiere: C'mon Tigre live
C’mon Tigre (Live at Lumiere, Pisa)

Per tenere viva e tutelare questa bellezza, con Gabriele cercheremo di scoprire il nesso che esiste tra cultura, club, innovazione culturale e miglioramento della vivibilità nelle nostre città.

Ciao Gabriele, cosa è per te la Club Culture?

Credo sia una domanda un po’ troppo troppo ampia perché possa trovare risposta in due righe, quindi mi prenderò una licenza e sforerò lo spazio, partendo con una premessa: credo si possa parlare di club cultura in due modi, uno ristretto e uno allargato.

In senso stretto, credo che l’espressione rimandi a tutto ciò che, storicamente, ha ruotato intorno a quelli che, per capirsi, sono i luoghi in cui si balla. In senso lato invece, credo che l’espressione possa rimandare a ciò che sta intorno ad un music club in generale. Ovviamente si tratta di una distinzione un po’ artefatta, come tutte le distinzioni, dal momento che – così inizio anche a rispondere – i due aspetti – quello dance e quello più legato ai concerti – tendono a mischiarsi, o almeno, nelle esperienze più virtuose e interessanti che mi vengono in mente si sono mischiati.

innovazione lumiere: Manzini live
Manzini (Live at Lumiere, Pisa)

Il club, sia esso inteso come discoteca o come live club, per me è e deve essere un essere ibrido, che pur ruotando intorno alla musica, tiene insieme molti aspetti, culturali in genere. Mi viene in mente la mostra – e ancor più il catalogo! – curata dal Vitra Museum qualche anno fa, e recentemente passata dal Museo Pecci, che affronta il fenomeno del clubbing dal punto di vista del design, dell’innovazione, anzi delle innovazioni nate all’interno dei club dal punto di vista dell’architettura e dell’interior design. Ecco, l’ho trovata illuminante perché sottolinea molto bene come il club possa essere luogo di innovazione culturale a tutto tondo, dal punto di vista dell’esplorazione di una socialità altra, da quello del design, a quello della moda, fino a quello musicale.

“Il club come epsressione della CC, è e deve essere un ibrido, un luogo di innovazione culturale a tutto tondo”

Io, come sai, sono il gestore di un club la cui vocazione principale è senza dubbio il live, ma nel mio lavoro io e il mio complice Andrea Vescio cerchiamo di avere un approccio il più possibile vasto, aperto. Mi piace immaginare – e fare in modo che la mia fantasia si trasformi il più possibile in realtà – il Lumiere come uno spazio di innovazione culturale, dove possano trovar spazio presentazioni di libri, dj-set, mostre, dibattiti e ovviamente concerti. Ma non si tratta solo di cosa fa un club. Forse ancor più importante per un club, e dunque per la club-cultura, è l’attitudine, la capacità di creare e proporre un’atmosfera di libertà creativa e di libertà in generale, che favorisca gli incontri, di tutti i generi.

Un disco che la rappresenta? 

Questa è una domanda da esperti, a cui nemmeno alcuni miei colleghi ben più esperti di me hanno saputo rispondere, quindi dirò un disco che per me rappresenta una svolta, ma una svolta personale: Drukqs di Aphex Twin. Era il 2001, avevo 19 anni, e i miei ascolti erano molto distanti dalle sonorità di quel tipo. Quel disco mi ha senza dubbio aperto una finestra su un mondo che da allora non ho smesso di frequentare e apprezzare.

Innovazione, Aphex Twin
Aphex Twin Drukqs (Warp Records, 2001)
Le persone frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la Germania, cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

Qui in Italia, purtroppo, da questo punto di vista siamo abbastanza lontani dalla Germania, dove i grandi club berlinesi come il Berghein o il Tresor vengono assimilati a musei piuttosto che a problemi di ordine pubblico, come tende a succedere in Italia, dove non solo non esiste praticamente nessuna forma di politica a sostegno e sviluppo dei club musicali, ma anzi si assiste ad una forma di demonizzazione basata sull’assimilazione di questi spazi a luoghi di perdizione.

Una prima cosa da fare sarebbe riuscire ad invertire questa tendenza, facendosi riconoscere dalle istituzioni come operatori economici al pari di tutti gli altri, operatori che possono contribuire a migliorare la vivibilità delle città, operando come vettori di collegamento tra divertimento e cultura, socialità e accrescimento culturale.

“Dovremmo invertire questa tendenza, facendosi riconoscere dalle istituzioni come operatori economici al pari di tutti gli altri, con il ruolo speciale di migliorare la vivibilità delle città”

Tuttavia credo che si tratti di un problema culturale prima che politico. Dubito che il riconoscimento istituzionale possa arrivare a forza di richieste. Occorre piuttosto un cambiamento di mentalità (aggiungiamo noi, un innovazione). Ma i cambiamenti di mentalità sono lenti e faticosi, per cui ora come ora credo che la cosa più importante sia far bene il proprio lavoro senza tante lagne. Farsi le domande giuste. Farsi tante domande, in generale, ed essere noi per primi – noi gestori di club – a intendere i nostri spazi come vorremmo che fossero intesi dagli altri.

“Più responsabilità da parte dei gestori come operatori culturali”

Comprendere ed assumere senza paura, senza risparmiarsi, la responsabilità che sta dietro la gestione di un club. Non solo quella, ovvia, nei confronti dei dipendenti, delle strutture che gestiamo ecc., ma anche quella legata al nostro ruolo di operatori culturali: la responsabilità nei confronti dei nostri spettatori, dei nostri colleghi, dei vicini di casa ecc.

Ecco, questo, a volte, manca.

innovazione lumiere: Lee Renaldo
Lee Renaldo (Live at Lumiere, Pisa)

Passando al lato del pubblico, direi che manca la consapevolezza della natura complessa di questi luoghi. Mi spiego meglio, a rischio di risultare antipatico, con un esempio: se faccio – e la faccio! – una serata in cui suonano 5 gruppi e suona un dj, e decido di non imporre un biglietto d’ingresso ma di lasciar libero il pubblico di offrire ciò che vuole, e tu mi lasci una manciata di ramini, lo puoi fare, certo, ma chiaramente non hai compreso la fatica, sia materiale che economica, che sta dietro la creazione di una serata del genere, e ne mini alla base la riproducibilità.

A me piacerebbe parecchio un mondo in cui i club venissero nazionalizzati e io dovessi preoccuparmi solo del livello artistico della mia proposta. Fino a che non succederà però, il successo della club culture non può che basarsi su una forma di cooperazione tra pubblico, artista e manager, una sorta di patto sociale.

“Serve maggiore cooperazione tra pubblico, artista e manager”

Chissà che l’emergenza che stiamo vivendo non serva, almeno in parte, ad andare in questa direzione. Con l’emergenza legata alla pandemia mondiale hanno chiuso tutti i club d’Italia. Ora come ora, mentre scrivo, è chiusa praticamente ogni altra attività economica del Paese. Tuttavia, mentre per quanto riguarda tutto il resto, sembrerebbe vicina la fine del lockdown, per quanto riguarda i club ancora non si parla nemmeno di riaperture. Ci sarà dunque senza alcun dubbio una lunga fase in cui si tornerà ad una vita più o meno normale, ma senza club. Chissà che questo vuoto, questa assenza, non serva a far percepire la mancanza, e dunque l’importanza e il valore di certi luoghi. Non ci spero molto. Credo che le cose si capiscano meglio facendole che non facendole. Ma chissà, magari mi sbaglio. Lo spero.

“Durante il lockdown tutto sembra tacere per quanto riguarda i club e i lavoratori della cultura”

Personalmente, in questa fase di stop, quello che sento con particolare forza, e che mi manca, è la comunità che sta intorno al club che gestisco: rapporti umani, incroci, una fitta rete di intrecci, creativi e personali, che ora come ora manca, anche se cerchiamo di tenerla viva con tutti i mezzi a nostra disposizione. L’iniziativa stay @live che abbiamo proposto nelle prime settimane di lockdown andava proprio in questa direzione: non tanto e non solo un appello agli artisti che sono passati dal club di Vicolo del Tidi a concederci un concertino in streaming, ma una chiamata alle armi per tutta la nostra comunità, dai nostri dipendenti ai nostri clienti, dai nostri amici ai nostri collaboratori.

Quale è la Club cultura che vorresti? 

Sogno una club cultura piena di curiosità, con meno culto del grande nome e più spirito d’avventura, che sappia divertire e sorprendere, che faccia pensare e ballare. 

innovazione lumiere: Silvia Calderoni
Silvia Calderoni (Dj Set at Lumiere, Pisa)

Alcuni preziosi links:

Pagina Facebook

Sito Web Ufficiale

Caracol Pisa Break the Wall

Cristiano Manetti

R-esistire per rilanciare la curiosità e l’aggregazione

In questo momento non è facile esprimere certi pensieri, sopratutto parlare di aggregazione sociale e culturale. Siamo sommersi costantemente da un sacco di informazioni positive e negative e in più c’è la forte pressione emotiva che sentiamo a causa della stasi globale. Tuttavia è anche forte il bisogno di confrontarsi e di comunicare anche se distanziati dai nostri schermi, conservando la speranza di tornare a promuove e fare aggregazione, socialità, cultura.

“Servono nuove esperienze autentiche e non-riproducibili”

Con molto piacere in questa nona puntata di Break the Wall abbiamo il piacere di riflettere con Cristiano Manetti (Re-paly, Carcol) che ci porterà in uno dei luoghi nella nostra città di Pisa, dove da tempo si cerca di riportare al centro della discussione una riformulazione della cultura club a 360 gradi. Non a caso, è anche lo spazio che ospita, o meglio ospitava prima della pandemia, il nostro progetto Club Cultura con una serata al mese. Avete capito, parliamo del Caracol, ma non è il club il solo tema di questo episodio. Ringraziamo la nostra inviata speciale Rozz Ella per questa ulteriore e preziosa intervista.

Prima di perdervi in questo nuovo episodio, vi chiediamo tuttavia di prestare 5 minuti del vostro tempo e se riterrete importante sostenere e condividere una campagna che il Caracol ha avviato da pochi giorni qui.

Cosa è per te la Club Culture?

La Club Culture per me è l’idea che esistano degli spazi in grado di fare aggregazione, di dare e ricevere stimoli riguardo a tutto quello che si muove in ambito culturale, con particolare attenzione alle esperienze più autentiche ed innovative. Posti che evolvono nel corso del tempo e contribuiscano alla formazione in ambito culturale di chi li frequenta, dando al contempo la possibilità di esprimersi a chi è animato da sincera passione. Posti che si pongano nei confronti degli artisti e dei frequentatori con un atteggiamento aperto e rispettoso, garantendo standard il più possibile elevati riguardo all’acustica, alla strumentazione tecnica, mantenendo prezzi accessibili e non chiudendosi alle collaborazioni esterne, se compatibili con la propria sensibilità artistica.

Un disco che la rappresenta? 

Eh… non saprei, sono talmente tanti. Credo che sceglierei una compilation. Tipo quella del 2006 dell’Hacienda, dove ci sono molti artisti in campo elettronico che hanno contribuito alla formazione di una nuova scena.

Fonte Ultrasonica
Quale è la Club cultura che vorresti? 

Vorrei soprattutto che venisse riconosciuto il valore di esperienze (di aggregazione) che non mettono al primo posto il risultato immediato delle serate, in termini di affluenza e incassi, consentendo ad ognuno di fare scelte effettivamente innovative o comunque libere dalla necessità di  mediare per garantirsi la sopravvivenza. Vorrei che fossero riconosciute e tutelate alcune professionalità, come quella dei dj, dei fonici, dei facchini  in modo da garantire un livello adeguato delle proposte e non tagliarle fuori in momenti come questo che stiamo vivendo. Purtroppo su questo terreno l’Italia non è il posto migliore dove aprire un club o pensare di costruirsi un futuro in ambito creativo. 

Fonte Il Tirreno, I Be Forest
Dal ” vecchio Caracol” ad oggi, cosa è  successo?

Se ti riferisci ai due spazi, diciamo che il primo nacque un po’ per caso come luogo di aggregazione culturale e venne adattato alle nostre esigenze mantenendo però diversi aspetti critici a livello strutturale, riguardo ad esempio alla disposizione degli spazi alla collocazione del locale, ecc. mentre il secondo abbiamo avuto la possibilità di progettarlo in modo più libero e forti dell’esperienza precedente. Se ti riferisci invece ai due periodi storici in ambito culturale, sono successe diverse cose. E’ aumentata l’offerta ma è forse diminuita la curiosità e l’abitudine a frequentare certi spazi, specie nelle generazioni più giovani. Alcune proposte “indipendenti” sono diventate “mainstream”, attirando l’interesse dell’industria discografica, il che è stato un bene per loro ma ha trascinato tutto il movimento su livelli difficilmente sostenibili per i locali e tagliato fuori, a livello di visibilità le realtà più piccole. 

Fonte: La Kinzica, Jackdaw with Crowbar
Cultura e arte sono tra le più colpite dalle necessarie attuali misure emergenziali, a causa della loro profonda necessità di relazioni sociali, di eventi in-presenza, di partecipazione. Succede però che, in maniera forse inaspettata, si è messo in moto un meccanismo spontaneo in cui si sta diffondendo sempre di più una produzione e una fruizione artistica e culturale online sia a livello quantitativo (un’esplosione di performance, dj- e live-set, ecc.), che qualitativo (il mezzo – telecamere, tecnologie di comunicazione a distanza alla portata di tutti – che dà vita a oggetti culturali nuovi e mai visti). Una produzione e una fruizione dal basso, orizzontale e diffusa. Cosa ne pensi? Sta nascendo un nuovo underground?

Non lo so, sono molto confuso su questo punto. Credo che questo meccanismo dal basso sia nato, lodevolmente, da una certa forma di “resistenza” alla situazione, un modo per mantenere i contatti, reclamare di esserci ancora, sostenere chi si è trovato di colpo chiuso in casa senza un sacco di cose. La mia idea di club cultura però prevede come componente fondamentale l’aggregazione, la non-riproducibilità dell’esperienza dal vivo, sia essa riguardo ai concerti che riguardo al ballare. L’impatto sonoro è  una delle cose che rende significativamente differente l’ascolto di un disco rispetto alla sua esecuzione dal vivo.

“Resistenza, contro-cultura, aggregazione, non-riproducibilità”

E poi c’è la componente “rituale”, consistente nell’essere in un posto, insieme ad altre persone, che magari urlano ed entrano nei microfoni delle bands o dei dj, rendendo tutto molto diverso e più comunitario. Mi spaventano un po’, inoltre, le possibili prospettive riguardo allo streaming a pagamento. Sento già alcune istituzioni parlare di possibili “Netflix della musica”, una cosa che personalmente mi fa inorridire.

Abbiamo visto l’effetto dello streaming sui cinema, che in gran parte hanno chiuso, sui negozi di dischi con l’avvento di spotify, sul calcio con la vendita dei diritti tv. Pensare a Netflix che si compra l’esclusiva sul rock, sky dell’elettronica e i dj, amazon del rap, e così via, mi terrorizza. Temo inoltre che siano soluzioni che possano fare molto gola a chi è stato sempre insofferente nei riguardi della “movida” così come chi ha mascherato da lotta alla violenza degli stadi una spietata commercializzazione di qualcosa che era popolare e svolgeva una funzione sociale e aggregativa con pochi paragoni. Quindi, in conclusione, starei attento a parlare di “nuovo underground” o nuove forme creative, perché il rischio è di condannarsi all’estinzione (noi aggiungiamo senza aggregazione non può esserci la rivoluzione e tantomeno la produzione culturale).

Cosa pensi che ne resterà a emergenza finita (oppure è troppo presto per parlarne)?

Penso che sia troppo presto per parlarne. Siamo tutti ancora molto coinvolti e sconvolti e le previsioni che possiamo fare al momento possono essere troppo pessimistiche o troppo ottimistiche al riguardo. Credo che sia il momento di tenere duro e di confrontarsi, certo, per non restare impreparati, ma senza farsi prendere troppo dall’emotività del momento.


Save your Club – Aiuta il Caracol:

In questo momento il Caracol come moltissimi altri club si trova a dover fronteggiare una tempesta. Questa come altre non sono solo la storia di un Club che rischia di chiudere, ma quella di persone e idee che hanno fatto molto per tutti noi e per la città. Aiutare il Caracol non significa solo permettere a questo fiore di continuare il suo percorso, ma di mantenere vivo un ideale, nella speranza che continui a diffondere i suoi messaggi e benefici.

Se potete vi chiediamo di sostenere attivamente questa realtà con un contributo simbolico (dona qui)

Se non potete vi chiediamo almeno di diffondere questo messaggio e far si che possa essere apprezzato da tutti.

Difendere il Caracol significa garantire il futuro della comunità artistica e dell’aggregazione in città che con esso e altri posti come il Caracol si sviluppa. Come una famiglia chiediamo a tutti di raccoglierci attorno a questo tavolo virtuale e stringerci per superare questo momento.

Marco Dragoni Break the Wall

Marco Dragoni

Una riflessione aperta tra invecchiamento del club e le nuove scene

6a puntata di Break the Wall, questa volta con un caro amico: Marco Dragoni, classe 1977, membro fondatore della crew Casseurs Foundation con cui organizzava la storica HipHop Convention “Panico Totale”.

Dj e ricercatore musicale dalla metà degli anni 90, organizzatore di eventi legati alla street cultur; musicalmente nasce come selecter di rap e reggae, partecipa attivamente al progetto drum’n’bass di Nu Combo agli inizi dei 2000, per poi tornare a sonorità più black nelle serate organizzate dal collettivo Black Friday assieme agli amici Herrera e Padella per citarne alcuni. Nel 2005 crea Sanantonio42, negozio di street wear, skateboards, graffiti e dischi, ma soprattutto un punto di riferimento per tutta la scena locale che attualmente gestisce con il socio Dj Pzzo.

In 2 righe, che cos’è per te la Club Culture?

Drago: – “Posso dire che la CC non è solo quello che si trova dentro un club durante un party, però dentro a un club vorrei trovare un buon impianto audio prima di un bel bancone del bar. Ho troppo rispetto per la musica soprattutto per le sensazioni che mi da.

Un disco che secondo te la rappresenta?

Sono troppi i dischi che rappresentano questa cultura. Faccio fatica a dire anche un solo genere che mi piace, per me è fondamentale avere un approccio di ricerca, per questo quando mi chiedono cosa preferisco vado in crisi. Però mi fido sempre di chi ne sa più di me, cerco di seguire i loro consigli e così facendo espando le mie conoscenze.

Le persone frequentano sempre meno i club. Molti chiudono, anche in paesi “avanti” come la Germania.. Cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

I club cambiano a seconda dei mutamenti sociali, se la maggior parte chiudono bisogna capire che qualcosa sta cambiando e analizzare se il cambiamento ha contribuito a portare situazioni positive. Un’ analisi corretta sarebbe quella di capire che tutto cambia molto velocemente. Il festival concentra in poco tempo quello che il club ti dava in un intera stagione, ma bisogna vedere quanto il fruitore assorba in un periodo così breve. Per me la discoteca ha una funzione sociale non solo economica. Quindi siamo tutti responsabili di quello che succede nel bene e nel male.

Qual’è la Club Culture che vorresti?
Marco Dragoni e Matteo Pizzo per Sanantonio42

Quello che vorrei io non è detto che piaccia agli altri, ma si deve trovare un compromesso. Per esempio non mi piace che si generalizzi, ci sono scene che non mi entusiasmano musicalmente ma che mi hanno colpito per come hanno distrutto certi cliché. Mi viene da pensare alla Trap che considero la più popolare in questo momento, ha causato una rottura generazionale che non si verificava da tempo, soprattutto ha messo in discussione certi punti fermi tra i miei coetanei, non giovanissimi ma sempre giovani, che hanno iniziato a criticare il genere come è accaduto ai tempi del punk e della techno. Ha accelerato un invecchiamento che dovrebbe farci riflettere.”

Di seguito un bel mixtape che il Drago ha fatto per il canale mixcloud di Club Cultura con un sacco di sonorità da paesi diversi, ritimi che spaziano dalla bossanova alla nu-disco, passando per la disco e il funk!

Alcuni preziosi link:

About Marco through SANATONIO42


Edited by Roberta CherryCola.

Interview by Rozz Ella


Simone Lalli Break the Wall

Simone Lalli

Elettronica e tecnologie digitali nella musica contemporanea. 

Intervista a Simone Lalli.

Quarta puntata per Break the Wall, la nuova rubrica di UndeRbloG che vuole contribuire a ricostruire una matrice di senso comune per comprendere il suono di oggi e le sue evoluzioni, riportando al centro del rapporto tra arte e collettività quell’idea di movimento e di cultura, fondamentali per ricostruire una nuova Club Culture (CC).

Oggi abbiamo il piacere di presentarvi un nostro amico di vecchia data – Simone Lalli aka Autobam, che dopo l’ultimo lavoro Slave Labor EP ha dato vita in questi giorni alla sua ultima formidabile creatura Marefermo. Che sia Simone o Autobam o entrambi lo scopriremo durante l’intervista, di sicuro per noi è un enorme piacere trattandosi di un artista di grandissimo spessore, capacità, umiltà e umanità, tutte virtù molto rare da trovare nella stessa persona.

Se vi siete persi il precedente numero di BTW, stiamo cercando volta per volta di allargare il raggio di gravitazione dei concetti che trattiamo, ogni volta con il prezioso e fondamentale contributo degli ospiti che intervistiamo. Quindi non è solo una questione di scala o di distanza geografica, fondamentale – nel nostro esperimento – è il rapporto dialettico tra la qualità degli spunti che si sviluppano grazie ai diversi ospiti e la naturale imprevedibilità insita nelle loro risposte alle nostre domande (che lasciano ampio spazio agli intervistati per toccare a fondo i temi che gli stanno più a cuore). Buon Viaggio!

Chi è Simone Lalli e chi è Autobam?

Parto al contrario, inizio da Autobam e poi arrivo a Simone Lalli.

Autobam è stato un progetto che ha iniziato a prendere corpo nei primi anni 2000. All’inizio in modo molto rudimentale e poi piano piano in modo sempre più strutturato. E’ stato un modo per iniziare a sperimentare con la musica elettronica, anche se a dirla tutta agli inizi non era neanche propriamente elettronica, non sapevo assolutamente dove volevo andare. All’epoca la mia strumentazione era un 4 tracce a nastro, un sintetizzatore Korg-DW6000 e una drum machine Roland 505, alle quali poi aggiungevo parti di basso, chitarra e rumori vari.

Adesso considero Autobam un progetto finito, il punto è che mi fa fatica identificare un nome completamente con uno stile musicale, è molto utile per orientare la musica nel mercato ma in fondo la vedo come una forzatura, quindi da adesso in poi preferisco pubblicare semplicemente con il mio nome di nascita e concentrarmi di volta in volta sul lavoro che voglio fare.

Cosa è per te la musica elettronica?

Per me prima di tutto è un modo molto comodo di fare musica, mi piace molto la dimensione solitaria, la possibilità di sperimentare nuove soluzioni e differenti approcci, di diversificare i lavori anche in modo radicale. Inoltre a livello sonoro ti da la capacita di usare uno spettro di frequenze molto più esteso di altri generi, in pratica puoi scendere molto più in basso e più in alto.

Il problema dell’elettronica semmai è che se da un lato ti da molta libertà espressiva, paradossalmente dall’altro ti costringe ad incanalare le produzioni in un genere bene definito e questo perché ovviamente il pubblico da qualche parte si deve aggrappare, ma per come la vedo io non è sempre una cosa positiva.

Come vedi la Club Culture in Toscana e dintorni?

Purtroppo penso di essere la persona meno adatta a rispondere a questa domanda, in questo senso sono proprio fuori dal mondo, la verità è che non sono mai stato un gran frequentatore di club o dei contesti più “dance”.

In generale però quello che ho visto in questi ultimi anni è che via via l’attenzione delle persone si è sempre più concentrata sul contesto piuttosto che sulla proposta musicale ed artistica, diciamo che la musica è diventata il “contorno” e non il “piatto principale”, almeno questa è la mia sensazione, spero comunque di sbagliarmi.

Il tuo nuovo Ep punta molto sulla potenza sonora…parlacene

Non so se sia potente o meno.. Marefermo per me è un album in bianco e nero, il vocabolario sonoro è molto ridotto in una certa fascia di suoni. Ad esempio non ho usato volutamente ne virtual instruments ne plugin esterni, non tanto per purismo (non sono un purista e non mi interessa) ma solo per avere un campo limitato di possibilità. Marefermo per me è una sorta di nuovo inizio e quindi volevo fare le cose in modo più semplice e diretto possibile, tra l’altro per la prima volta tutte le tracce dell’album hanno lo stesso identico Bpm. Ogni volta che avviavo una nuova sessione sapevo già a che velocità sarebbe stata la traccia e anche questo è stato un elemento utile per semplificare molto il flusso di lavoro.

Inoltre è stato anche pensato per avere poi dal vivo una certa coerenza con la traccia finita e prodotta, una cosa che nel mondo dell’elettronica ha sempre un equilibrio molto difficile.

 

 

Alcuni preziosi link:

Marefermo EP Bandcamp

Autobam Bandcamp

Discogs

Altre interviste

Rockit

Flipboard


Breve Bio

Dopo le produzioni a nome di Autobam, Simone
Lalli lascia definitivamente il suo moniker ed
inizia a firmare le produzioni semplicemente
con il suo nome di nascita.
Vicino alla musica elettronica di matrice
“intelligente” comunemente detta “IDM” cerca
comunque di tracciare una propria traiettoria
sonora fuori dagli schemi di genere di quel
vastissimo universo sonoro che è la musica
elettronica contemporanea.
Marefermo EP è la sua ultima fatica e allo
stesso tempo il suo nuovo debutto.

 

 

Edited by Daniele V. and Rozz Ella

Daniele is one of the founder of PUM – Pisa Underground Movement, he is a musician and he loves to play as DJs. He is a Ph.D. in Agricultural and Resource Economics. Born and raised in Pisa (Italy), he collaborates in several projects and uses to travel around the Globe searching for new and interesting music, he loves digging rare and unknown music!

Rozz Ella is one of the main resident DJ for Club Cultura (CC) at Carcol Club in Pisa (Italy), where she also promotes a bass night with the project Neanderthal of the Space Vandals crew. Despite the music, she also collaborates with the AutAut independent journal and with Underblog (www.pumfactory.it) where she manage “Break the Wall”.

PODCAST

CC#001 ARTF

CC#001 September 2019 with Dj Darius aka ARTF

Il detroittiano di Navacchio (Pisa), ARTF (per chi non lo conosce vedi la bio qui) ci fa l’onore di inaugurare la nuova stagione dei PODCAST. Lasciamo il resto alla musica, buon ascolto!

# Track, Artist
Detroit Is Black, Tiff Massey
I Just Wanna Tell, Waajeed
He Can Save You (Re-Plant), Floorplan
I’m In Trouble, Rimarkable
Funky Souls, Robert Hood Presents Floorplan
Just Work It (featuring Paris The Black Fu), DJ 3000
Our Nation, Subradeon
We Will Still Resist (Original Mix), Subradeon
Never Grow Old, Floorplan ‎

5ve records

Clap! Clap!

Clap! Clap! i 5 dischi che hanno cambiato la mia vita

Inizia oggi questa nuova e bella avventura: #5ve_R!, un piccolo diario di bordo. Una bussola molto preziosa che vi aiuterà a fuggire dal rumore di fondo per recuperare un pò di tempo con la parte più profonda dell’ascolto musicale, quei dischi che vi hanno emozionato sin da subito e che porterete sempre con voi. Rompiamo gli indugi e siamo molto orgogliosi di lanciare questa nuova rubrica con uno dei più influenti esponenti a livello mondiale delle nuove sonorità afro-elettroniche, uno dei più genuini ed interessanti artisti/produttori toscani di musica elettronica, Cristiano Crisci aka Clap! Clap! che ringraziamo di cuore per la sua grande disponibilità e passione assieme alla nostra inviata Rozz Ella per questa perla per #5ve r!. Read more “Clap! Clap!”

Break the Wall

Raffaele Costantino

“Raffaele Costantino: Il valore aggiunto della ricerca

Seconda e importantissima tappa per Break the Wall dove tassello dopo tassello cercheremo di ricostruire una cornice per comprendere il suono di oggi e le sue evoluzioni con lo scopo di riportare al centro del rapporto tra arte e collettività un’idea di movimento e di cultura in una matrice sonora “rinnovata”. Nelle righe che seguono, con molta emozione vi presentiamo le idee e lo spirito critico di Raffaele Costantino, tra i più autorevoli artisti Italiani di musica elettronica e Africana oggi, noto anche agli ascoltatori di Radio2 per il grande successo del suo programma MusicalBox.

Musical Box

Come abbiamo già anticipato nel precedente numero, l’obiettivo di questa rubrica è quello di rompere e allo stesso tempo codificare, con molta pazienza, la matrice sonora dell’epoca in cui viviamo all’interno di una cornice che abbiamo definito “Club Cultura – CC”. Uno spazio forse troppo ristretto per l’obiettivo che ci siamo dati, quindi forse, un punto di partenza. Il modello in una buona ricerca, aiuta il ricercatore nel comprendere i fenomeni oggetto della sua indagine. Il modello è solo uno strumento, la cui utilità è strumentale alla capacità del ricercatore di estrapolare leggi di portata più ampia. Sulla scia dell’esperimento di una nuova night life a Pisa, “Club Cultura” da buoni ricercatori, vogliamo creare attraverso questa rubrica un ponte per amplificarne i contenuti e le scoperte.
Per questo nuovo numero ringraziamo la nostra inviata speciale Rozz Ella che ha riproposto a Raffaele una serie di domande spinose, lasciando poi lo spazio per le risposte alla sua creatività, competenza e lungimiranza e sono emerse diverse cose interessanti che vi riportiamo di seguito. Buon Viaggio!
DJ Khalab: Il valore aggiunto della ricerca
In due righe cosa e’ per te la cc?

La club culture è un laboratorio, un luogo dove fare ricerca. I risultati di questa ricerca, una volta maturi, arrivano alle masse sotto forma di produzioni mainstream. E’ sempre stato così, persone creative e curiose sperimentano cellule ritmiche e variazioni estetiche da proporre ai clubbers, oppure scavano nel passato per dare l’immortalità a cose che altrimenti si sarebbero perse per sempre. Gli stessi clubbers poi portano fuori dai luoghi del ballo questo “virus” che si diffonde piano piano e diventa un paradigma di riferimento; Te ne accorgi quando vedi brani come “il coro delle lavandaie” inserito da Sorrentino in un episodio di “The New Pope”. Quel pezzo è stato riscoperto anni fa dai dj e pian piano è arrivato alle masse tramite il cinema.

Un disco che la rappresenta?

Ogni epoca ha avuto i suoi dischi, per me oggi un disco che rappresenta bene i nostri tempi è American Intelligence d Theo Parrish. Dentro c’è la techno, il Footwork, il soul, l’hip hop, il jazz, il funk, etc. Tutto sintetizzato per il club.

Le persone frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la germania, cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

I club non rappresentano più l’unico luogo dove poter fruire di buona musica alternativa. In ogni paese d’Europa i festival si sono moltiplicati e rappresentano il luogo ideale dove andare a sentire buona musica, in condizioni di confort mediamente alte, con una esperienza più immersiva perchè per due o tre giorni puoi evitare di connetterti alla realtà. I club pagano il prezzo di questa evoluzione ma anche la loro mancanza di investimenti strutturali. In Italia per esempio sono pochissimi i club con impianti degni d questo nome. C’è anche da dire che la tendenza oggi è quella dei concerti, delle band, dei palchi. Questo cozza con l’essenza della cultura del club.

Quale è la cc che vorresti?

Quella in cui i club sono confortevoli, la musica si sente perfettamente ed i dj sono dei veri ricercatori, che studiano a lavorano tanto per far ascoltare il meglio della musica in circolazione ai clubbers che altrimenti rimangono a casa ad ascoltare spotify. Un luogo dove ascoltare di tutto e dove ballare anche la musica che potrebbe sembrare impossibile da ballare, grazie alla bravura dei dj ed alla qualità del sistema audio.

Dj Khalab“Afro future beat shake. An ongoing round trip journey between tribes and psyche, desert and spaceships, jungle and skyscrapers”

 

 

 

 

 

 

Alcuni preziosi link:

Profilo Bandcamp

 

Musical Box Rai play

 

Altre interviste:

Dj Khalab

Dj Khalab: la musica è un viaggio tra radici e futuro

 

L’Africa scura di DJ Khalab

 

Se vi interessa qui il prossimo appuntamento dal vivo con Club Cultura con Andrea Mi DJ in programma per il 14 Febbraio

 

Edited by Daniele V. and Rozz Ella

Daniele is one of the founder of PUM – Pisa Underground Movement, he is a musician and he loves to play as DJs. He is a Ph.D. in Agricultural and Resource Economics. Born and raised in Pisa (Italy), he collaborates in several projects and uses to travel around the Globe searching for new and interesting music, he loves digging rare and unknown music!

Rozz Ella is one of the main resident DJ for Club Cultura (CC) at Carcol Club in Pisa (Italy), where she also promotes a bass night with the project Neanderthal of the Space Vandals crew. Despite the music, she also collaborates with the AutAut independent journal and with Underblog (www.pumfactory.it) where she manage “Break the Wall”.

PHOTOGRAPHS Factory Asks

Photographs

PHOTOGRAPHS

Intervistiamo oggi un giovane artista romano per Factory Asks: Photographs. È un progetto dall’atmosfera cupa, con influenze IDM e glitch. Dopo varie sperimentazioni giunge alla pubblicazione di 4 ep “MVMNT”. Il primo album sulla lunga distanza esce autoprodotto, nel maggio del 2017, “EKKLESIA”. “ALMA MATER”, è il suo secondo lavoro, contenente 8 tracce, composte con il contributo dei magnifici testi di GIANPIERO DE FILIPPO, pubblicato sotto l’etichetta Disorder rec. “Hurt” è un’album introspettivo, sicuramente più maturo nella composizione. il buio si accosta alla luce, le emozioni più forti prendono forma. 11 brani atmosferici, profondi, ideali per perdersi quando fuori tutto crolla.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico? 

Ciao, il mio percorso artistico parte da molto lontano, da 20 anni faccio musica. Anche se sono passato da vari genere, diciamo un po’ tutti (ahahah), quello di integrare l’elettronica nelle mie musiche è stata da sempre una mia ossessione, tanto da diventare adesso parte inscindibile e portante di esse. Da quando sono a Roma (4 anni), dopo aver chiuso il progetto clones theory (molto più dark wave oriented) , ho iniziato a sperimentare con i suoni per cercar di tirar fuori qualcosa che stia a metà strada tra dark, pop, idm, ambient (cosa che con HURT ho, credo, portato a compimento).

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Ti potrei sembrare pretenzioso, ma a nessuno in particolare; i miei gruppi/progetti preferiti sono talmente distanti da ciò che faccio ( pink floyd, neurosis, isis, sigur ros, sunn0, genesis…). Forse ultimamente ascoltando molta roba idm, tipo clark, apparat, oneothrix point never, autechre, aphex Twin, boards of canada, mi son fatto influenzare a mia insaputa. (Ahahah)

03. In quanto “artista” qual’è la tua massima aspirazione?

Non ho più un aspirazione, prima l’avevo, ora non più: compongo per necessità, suono per necessità, scrivo per necessità, sarei un depresso cronico se non esternassi i miei sentimenti in musica. Diciamo che la mia musica proviene dall’egoismo: é prima di tutto per me, poi per gli altri. (Certo è che gli apprezzamenti fanno mooooolto piacere comunque).

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Sono sempre stato ossessionato dalla guerra, in tutte le sue accezioni possibili, dal modo in cui l’uomo si autodistrugge, distrugge il suo habitat, i suoi simili; si, al centro di tutti i miei lavori c’è l’uomo ed il suo masochismo.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Vuol dire essere libero, libero di fare ciò che si vuole, a prescindere da ciò che vuole o vorrebbe la gente: le maggiori evoluzioni musicali provengono da lì.

06. Nel tempo che stiamo vivendo cosa dovrebbero fare le nuove generazioni?

Le nuove generazioni?? Ehm. Dovrebbero dedicarsi a qualche hobby, dovrebbero coltivare una o più passioni: vedo orde di ragazzini senza una passione , senza nulla, mi dici così come si fa a vivere, come si fa a tramandare la bellezza?

07. Cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro? E che ruolo possono avere i piccoli gruppi e le associazioni come la nostra molto legate al proprio territorio e alla comunità di riferimento, che si muovono nel sottobosco di molte provincie e periferie italiane tra sopravvivenza, controcultura e ricerca di una scena?

Dal mio futuro non so ancora cosa dovreste aspettarvi, sono coerente, ma a volte imprevedibile, quindi…per quanto riguarda le associazioni come la vostra, sono un faro, un faro di speranza, perché è sempre bellissimo trovare qualcuno che crede nell’arte, e cerca di tramandarla come meglio può, e per questo grazie.A prestoE soprattutto ci vediamo al concerto!! (link evento fcbk)

Alcuni preziosi link

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

Factory Asks 0027

La Fondazione

Foundation il nuovo underground italiano?

Un nuovo inizio

La Fondazione. Un nuovo magma culturale si muove dietro a piccoli sinth autocostruiti, chitarre appositamente scordate e organi arrugginiti dal suono ruvido. Ma anche cavi che sfregolano e regalano glitch improvvisi, sensori ottici e altre diavolerie elettroniche che permettono la realizzazione di nuove sonorità. Questa è una ricerca sonora che comincia  molto tempo fa – con i primi lavori di Karlheinz Stockhausen – e giunge a noi attraverso artisti conosciuti come Tim Hecker.

La Fondazione at Factory Dn@
Sinergia Elettronica (Germany, Italy) – Live at Fondazione 2018 – Foto by Andrea Caracciolo

 

Una ricerca senza fine

Tuttavia la Fondazione come esperienza innovativa si presenta come una ricerca in continua evoluzione: “una lava in continua discesa che stenta a solidificarsi – a prendere una forma precisa – e continua a sfuggire ai diversi clichè“. In Italia, pochi sono gli spazi e le occasioni per poter respirare questa atmosfera. Forse si possono contare sulle dita di una mano quelli che offrono contenuti di taratura internazionale, quelli che riescono a farti vivere una nuova esperienza come – fondante – di nuova conoscenza e socialità.

Rafael Toral (Portugal) – Live at Fondazione 2018 – Foto by Andrea Caracciolo

La geografia nazionale, da sempre spietata se parliamo di cultura, anche per questo ambito si muove solamente da Milano a Roma come “il pendolo in un orologio che oscilla tra due poli”. Ogni tanto appare qualcosa in quel di Bologna, ma nel resto del “bel paese” questo magama non viene nemmeno immaginato. Tuttavia dal 31 marzo 2018, da un’idea nata in un periodo ancora non sospetto (ai tempi dell’Ex Colorificio di Pisa cioè il lontano 2013), emerge la Fondazione, una serie di incontri musicali per scoprire insieme il nuovo underground italiano ed europeo.

La ri-nascita di questo progetto – La Fondazione – in un’area storicamente così importante, come il bacino della costa Toscana, con base nella città Universitaria di Pisa – rappresenta un chiaro segnale ai tempi nostri. Pisa già fulcro del primo underground italiano (per chi non sa di cosa stiamo parlando si legga Black Hole di Turi Messineo),  ancora oggi nonostante tutte le batoste e i cambiamenti globali “che anche qui si fanno sentire“, resta e continua a rappresentare una fucina di resistenza culturale una laboratorio di nuove pratiche e controcultura.

Come in tutte le esperienze di resistenza, al momento sono solo i cuori più coraggiosi che vivono appieno quest’onda rivoluzionaria. Un’onda fatta di strani arrangiamenti musicali, spesso improvvisati, di muri di suono, di nebbie elettriche e colori acidi. “Ma di rivoluzione stiamo parlando” e non a caso, queste sessioni sperimentali hanno un pubblico di ribelli ancora più interessato e numeroso di molti altri generi musicali. Un pubblico che si muove e si sposta da tutta Italia per seguire gli artisti e trovare le serate nei diversi spazi che osano su queste vibes.

Trrmà (Italy) – Live at Fondazione 2018 – Foto by Andrea Caracciolo

 

La prima stagione

A Pisa, gli eventi della prima stagione della Fondazione, così come i futuri eventi vengono ospitati all’interno della Factory. L’hub di riqualificazione, orientamento e condivisione tra cultura, socialità e formazione creato dall’Associazione Pum Factory in via Volpe 98 ad Ospedaletto, Pisa. Una vera e propria factory, uno spazio aperto alla controcultura, anch’esso tutto sperimentale, fatto di tecnologia, arte, installazioni e musica. Uno spazio che merita di essere visitato di per sé, un’esperienza nuova per il visitatore, un’occasione sempre più rara nel panorama italiano, frutto della tenacia e della volontà dei suoi inquilni e fondatori.

Nella Factory prendono vita diversi progetti, tra cui La Fondazione: un progetto originariamente lanciato nel 2013 all’interno dell’ex-colorificio, che il Pisa Underground MovementAmbient-Noise Session (ANS) hanno ripreso dopo anni di eventi e sperimentazioni. PUM e ANS hanno creato sin da subito un ricco calendario di “sessioni” con artisti nazionali e internazionali, che spaziano dall’occult punk targato MACAO all’unione di musica africana e modular synth fino ad arrivare alle composizioni eclettiche del Portoghese Rafael Toral e all’ambient melodico Californiano degli Ensamble Economique.

Qui ricordiamo i concerti promossi già dalla prima stagione della Fondazione:

#1 Cerimonia secreta (Milano) – Alga Alma (Firenze)
#2 Sinergia Elettronica (Germany, Italy) – Andrea Borghi , Marco Baldini (Italy)
#3 Serpentu (Italy) , TRRMA (Italy)
#4 Nicola Vinciguerra, Nicola Tirabasso (Firenze)
#5 Rafael a Toral (Portugal) , David lucchesi , Fausto caricato (Pisa)

Sinergia Elettronica (Germany, Italy) – Live at Fondazione 2018 – Foto by Andrea Caracciolo

Il concept

Outsider che non si riconoscono in nessuna etichetta e preferiscono mettere mano alla materia sonora per produrre la loro personale idea di futuro: PUM e ANS vogliono riportare in questa parte di Toscana la possibilità di confrontarsi con scenari musicali differenti e meno codificati, ricollegandosi alla lunga tradizione di sperimentazione sonora pisana.

Trrmà (Italy) – Live at Fondazione 2018 – Foto by Andrea Caracciolo

La controcultura è movimento e il magma che scende da questa nuova vetta prima o poi non tarderà ad arrivare anche nelle vostre case.

Francesco Catelani – Live painting at Fondazione 2018 – Foto by Andrea Caracciolo

 

Restate all’acolto! e veniteci a trovare alle prossime tappe della Fondazione presso la Factory.

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La Via del Vento

Inizio dell’inverno sulle rotte della transumanza nella Mongolia rurale.

La Mongolia è un paese remoto per molti di noi amici di ROADS. Un luogo intriso di mistero, dal fascino esotico che peró non riusciamo a visualizzare perché appunto molto lontano dal nostro immaginario comune. Per questo abbiamo deciso di farci raccontare la Mongolia da chi l’ha vissuta, da chi l’ha fotografata.

La Mongolia by Federico

Federico Pellici, classe 1985, si avvicina alla fotografia nel 2008, durante gli anni dell’Università a Firenze, rispolverando la precoce curiosità manifestata già da bambino per questa strana forma di magia in cui il mondo si ferma, e fa da specchio all’osservatore. Per Federico la fotograia è una ricerca del sé attraverso il risultato dell’ incontro tra dentro e fuori.

Fedrico Pellici mappa Viaggio roads

Successivamente, affiancando l’interesse umanistico alla comunicazione visiva, si concentra sulla fotografia sociale e antropologica, che perfeziona con gli studi presso lo Studio Marangoni di Firenze, corso di fotogiornalismo.

Partendo dalle periferie, dalla condizione degli emarginati,  dalla vita contadina e dal conflitto estetico e culturale con il mito del progresso e dei modelli televisivi,  trova un momento di distensione tramite il viaggio, e la scoperta di antichi esempi di umanità in armonia con il loro ambiente.

A cavallo dell’eterno vento della steppa si fanno incontri rari ma importanti, carichi di valore. Le parole ed i gesti hanno valore. Gli sguardi hanno valore. Mi trovo costretto a porre un costante paragone con la società da cui provengo, in cui la “saturazione di umanità” porta un’inevitabile indifferenza per le vite altrui ma un’inspiegabile terrore della morte. I popoli nomadi della Mongolia sembrano incarnare le qualità dei loro luoghi ancestrali, ed il vento accompagna da secoli le loro vite, plasmandole, facendo loro da maestro sapiente e severo.

Mongolia by Federico Pellici

Da qui nel 2016, realizza un viaggio sulle orme del nomadismo. Mantenendo uno spirito di apertura e curiosità verso tutto ciò che è “diverso” o ignorato dalla cultura mainstream, attraverso questo viaggio Federico ci comunica il suo tentativo di comprensione di sé  attraverso lo studio e il rapporto con le diverse culture nomadi della Mongolia.

Fedrico Pellici mappa Viaggio roads

La Via del vento

“I nomadi salvaguardano la Grande Vita, e la sopravvivenza della prateria e della natura è ben più importante di quella degli uomini. I coltivatori invece proteggono la Piccola vita, badano alla sopravvivenza dell’essere umano, a cui danno il valore più grande. Tuttavia senza la Grande vita non ci sarebbe la Piccola” – Jiang Rong.

La Mongolia by Federico Pellici

Giorno 1.

Secondo il calendario lunare mongolo, il 31 ottobre è stato il primo giorno d’inverno. Sono arrivato qui per il Bituun, l’ultima notte senza luna della stagione. Tra i pastori della steppa centrale si dice che sarà l’inverno più freddo degli ultimi 160 anni. Molti sono già in viaggio verso le valli dell’Uvurkhangai, a sud-est. Una distesa interrotta da pochi villaggi e qualche cittadina sovietica, in genere capoluogo di aimag (provincia), sorta in prossimità della miniera di carbone.

LA Mongolia by Federico Pellici

Famiglia nomade venuta al villaggio di Khorgo per far visitare la bambina malata

E’ la stessa domanda che mi sorge quando, dopo decine di chilometri di steppa, spunta un accampamento. Perchè proprio qui?  Due famiglie, come un’oasi nel deserto. In un momento ben preciso, un antenato di questo clan ha deciso di fermarsi dopo settimane di viaggio. E così, da allora, i suoi discendenti tornano qua ogni inverno. Ci sono un sacco di motivi a me invisibili per cui questo è un buon posto, e un buon momento per venirci. Una rete di informazioni, consigli e ammonimenti portate dagli spiriti del vento e dell’acqua, dagli animali e piante della terra. Indirizzati da questi presagi e auspici ci si muove sempre nella giusta direzione, da millenni. Perchè non ascoltare il Padre Cielo e la Madre Terra, significa rompere un fragile equilibrio e perdere tutto. Come i marinai guidati dalle stelle, qui si ascolta la voce del vento.

La Mongolia by Federico Pellici

Giorno 8.

Già in questo mese si sono toccati i -20 C°, e qualcuno, sottovoce, ricorda il catastrofico inverno del 2010. Un inverno gelido, qui chiamato dzud, che sconvolse la Mongolia. Per tre mesi abbondanti il Paese asiatico rimase paralizzato da un gelo intensissimo, accompagnato da nevicate continue. Oltre cinque milioni di animali, tra yak, pecore, capre, cavalli e cammelli, morirono per il freddo e per la fame.Intere regioni rimasero a lungo isolate. Decine di pastori nomadi morirono per gli stenti, tra loro molti bambini. Quest’anno l’eccessivo altalenare delle temperature preoccupa gli allevatori, lo scioglimento della neve causato da una settimana più calda può significare una successiva gelata che “brucia” l’erba dei pascoli e rende impraticabili i passi di montagna. Attualmente in Mongolia sono censiti più di 30 milioni di capi. Sui laghi ghiacciati si raccoglie il sale da gettare agli animali, ”lo mangiano da soli, il sale fa grasso per l’inverno”, mi dicono.

LA Mongolia by Federico Pellici

Giorno 15.

La carne essiccata è quasi pronta, come 800 anni fa. Con un procedimento altrettanto antico, dopo varie bolliture e la preparazione in sacchi di cotone, si ottiene l’essiccazione di formaggi e yogurt, unico metodo di conservazione dei prodotti caseari. Carne e derivati del latte sono gli unici ingredienti della dieta delle famiglie nomadi, salvo quel poco che offre la montagna, funghi e piccole bacche rosse ricche di vitamine, che vengono date ai bambini in acqua calda.

LA Mongolia by Federico Pellici

Oltre un milione dei quasi tre della moderna mongolia sono ancora pastori, nomadi o semi- nomadi. E’ una vita dura, senza domeniche, dagli odori forti. Un occidentale non può conoscere queste realtà senza una guida e buon fuoristrada, meglio russo, più facile da riparare. Lontani dalle arterie principali (sono poche le strade asfaltate) gli sparuti gruppi familiari si distribuiscono omogeneamente su una superficie di un milione e seicentomila kmq, qualcosa come cinque volte l’Italia. I nomadi di queste parti sono gente ospitale, l’incontro tra persone viene ancora celebrato con l’immancabile tè salato al latte e lunghi racconti.

La Mongolia by Federico Pellici

Nella gher, la tradizionale tenda mongola, si rispettano riti e usanze antichissimi, ormai assorbiti dalla normalità. La forma stessa dell’abitazione,un’unica stanza con la stufa al centro, regno della donna e centro di ogni attività sociale, ricalca una visione sintetica di concetti spirituali e astronomici, nella stessa ottica in cui in occidente si costruivano chiese e santuari.Tra i nomadi mongoli sono ancora forti le credenze di derivazione sciamanica soprattutto a nord, nella taiga dell’hovsgol, ma dopo secoli di rivalità con il buddismo lamaista e 60 anni di comunismo sovietico,è un culto ormai custodito da pochi gruppi etnici più isolati.

Giorno 21.

Come le altre civiltà nomadi, la vita dei pastori mongoli mostra una grande conflittualità con la moderna cultura stanziale e cittadina. La volontà dell’uomo sugli animali e sulla natura conosce e rispetta un limite ancestrale, oltre il quale in nome del progresso, della comodità e della ricchezza l’uomo sedentario si è progressivamente spinto negli ultimi secoli. Finché rimangono nomadi, questi uomini non lasciano tracce indelebili del loro passaggio,non sporcano, non inquinano,e lavorano.Si muovono dietro agli animali, quando la distanza tra la mandria e l’accampamento supera il giorno a cavallo. Si muovono seguendo valli o corsi d’acqua, Si muovono osservando la terra e il cielo.

cavallo bianco neve

Avvicinandosi alle città, visibili da decine di km, avvolte nella caratteristica coltre di smog e rumore, il contrasto è forte. Si avverte la tentazione di individuare la causa di tutto questo caos proprio nella “forma città”. Come se la cessazione della millenaria abitudine errante di questo popolo abbia creato tutt’a un tratto povertà, inquinamento, e abissali divari tra gli strati di una società competitiva e verticale.

Nelle asciutte e fredde sere d’autunno, mi trovo a paragonare la realtà in cui sono cresciuto,che sento fortemente terrena e pesante, immobile, solida e protettiva, ad un’altra realtà di interdipendenza con le forze della natura, da cui siamo separati da appena pochi strati di feltro della tenda. Orizzontale, paritaria. Spietata e generosa. Potrebbe sembrare un rapporto esclusivamente di dipendenza dagli animali e dalla natura, in realtà è forte in loro la consapevolezza che ogni azione nel piccolo risuona nello spazio sterminato,e che esso ne risente in molti modi, attraverso il clima, le piogge e tutti i cicli vegetali e animali. Potremmo parlare di una proto-coscienza ecologista, traslitterata in tradizioni sciamaniche e modellate dal buddhismo lamaista, quello barocco e minuzioso, e superstizioni di ogni tipo.

Baasanjav, passa l'inverno da sola sul lago Hovsgol in mezzo alla foresta

Baasanjav, passa l’inverno da sola sul lago Hovsgol in mezzo alla foresta

Giorno 26.

L’intento di tutte le attività nomadi è l’autonomia, necessaria tradizionalmente in paesi sterminati, aridi e poco popolosi. Autonomia sempre piu limitata anche a causa di politiche tese paradossalmente alla conservazione del terriotorio, come i severi controlli sulla caccia e il taglio della legna.Oppure il divieto di pascolo nei nuovi parchi nazionali, dove però le auto dei turisti sono sempre ben accette. Vengono talvolta adottate dai nomadi limitate forme di commercio e scambio, ma tendenzialmente si fa poco uso del denaro.Tutto quello che si produce è ad uso e consumo dello stesso nucleo di una o due famiglie (comunque legate da parentela) che possiedono il gregge o la mandria, tenuti rigorosamente in libertà in un regime di allevamento estensivo.

La Mongolia by Federico Pellici

Un sistema chiuso, quindi, che può essere messo in crisi quando intervengono fattori che minano le fondamenta di queste strutture sociali monocellulari,come l’acquisto delle terre da parte delle grandi compagnie straniere, l’avvelenamento delle acque e i cambiamenti climatici.In Mongolia piu che mai appare evidente come il concetto stesso di modernità si stia perpetuando attraverso un sistema globalmente interconnesso, a scapito delle millenarie modalità di autosussistenza che non possono essere assorbite da un macro-flusso economico statale. Difficoltà già venuta drammaticamente alla luce negli anni del totalitarismo comunista,in cui le attività di pastorizia vennero forzatamente abbandonate cedendo il posto a impieghi nell’enorme apparato produttivo sovietico.

Giorno 30.

Nonostante il ritorno di molti alla vita nomade a partire dagli anni ’90, la conservazione di questo stile di vita è seriamente compromessa dalla totale inconciliabilità di bisogni e risorse con un paese che sogna l’occidente, vive di importazione, ma anche ricchissimo di carbone, rame e oro.
La vita lenta, laboriosa e quasi incontaminata che mostro nelle mie fotografie, in queste arcaiche forme di equilibrio e armonia con i ritmi naturali, sta subendo forti cambiamenti.

La diffusione di televisione satellitare e internet nella Mongolia rurale sta contribuendo ad allargare la crepa nelle coscienze delle giovani generazioni.Il futuro è più incerto, nuovi modelli appaiono loro, in confronto ai quali la vita quotidiana dietro agli animali appare sporca e miserabile, mentre il miraggio di un lavoro in città va ad espandere le bidonville della capitale. Così l’occidente ha esportato l’ansia identitaria, e la fermezza dei volti più anziani non trova continuità in quelli decisamente più insicuri dei giovani.

Certo, la realtà nella Mongolia moderna non è solo questo, si vedono evidenti contraddizioni in un paese che vive di importazione, di miniere di rame e centrali a carbone. Le città sono avvolte in una nube di smog. Agglomerati di gher si formano nelle periferie delle poche grandi città, e famiglie ex-nomadi conoscono per la prima volta la povertà.

In ogni caso, ciò che salta ai miei occhi appena fuori i centri abitati, ciò che ho scoperto che stavo in realtà cercando in questo posto remoto, è un umile rispetto delle regole universali, una non imposizione della volontà umana sul creato, nato e sviluppato già perfetto.

La Mongolia by Federico Pellici

Il governo sta cercando di incentivare l’educazione dei bambini tra i gruppi nomadi, e molti di loro riescono a frequentare la scuola del villaggio usufruendo del dormitorio gratuito. Una volta finita la scuola primaria, si sceglie: chi può, continua gli studi a Ulan Baatar, dove si studia l’inglese (non più il russo) e dove sorgono moltissimi istituti privati, per lo più stranieri e molto costosi.

La via del Vento by Federico Pellici

Per questo la Via del Vento è anche la mia via. E’ la storia di un viaggio iniziatico, una testimonianza per immagini di questa mia scoperta, raccolta poco prima dell’Inverno, lontano dal turismo, dalle strade principali. Ero solo alla ricerca del silenzio e della chiarezza perdute tra la folla o nel traffico. Un dialogo privato tra me, la Natura, e i suoi antichi abitanti.

Fedrico Pellici, 2016 Pisa.