PLATO - AWAKE Factory Asks

PLATO

L’Underground come laboratorio

Musicista di formazione pianista, di sicuro uno dei talenti nascosti del bel paese. Vi presentiamo oggi su Factory Asks un caro amico, Pasquale Lauro in arte Plato.

Ho iniziato con la musica nel 1996, con dei compagni di scuola ci trovavamo davanti al Teatro Regio di Torino per ballare e fare freestyle su beat registrati un’ora prima a casa. Da lì a poco avrei iniziato a fare qualche serata in alcuni locali torinesi. Ho studiato chitarra classica e pianoforte presso il Centro Jazz di Torino suonando poi negli anni in parecchi progetti, spesso band o collettivi. Tra i miei collaboratori/amici storici, con i quali lavoro tutt’ora, figurano Imo, ottimo producer (con cui seguo il progetto Unlimit in collaborazione con il cantante e performer londinese Randolph Matthews) e Mdns che da sempre cura tutto l’aspetto grafico e visual dei miei lavori.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso da musicista?

Ho iniziato quasi per caso. Avevo 14 anni e un giorno con altri due amici trovammo un annuncio: vendevano due technics usati, un mixer 2 canali di una marca sconosciuta, due casse passive e un amplificatore, più una raccolta di vinili di musica elettronica di svariati generi, dance, trance, progressive e hardcore alla modica cifra di 900 mila lire. Perché non approfittare? Uno dei due amici aveva una stanza poco più grande di uno sgabuzzino e il giorno dopo l’acquisto iniziammo a metterci sui piatti a fare pratica, tutti i pomeriggi lì a macinare dischi. Poi dopo poco tempo mi venne voglia di iniziare a produrre, fu quell’anno che scoprii i primi software. Iniziai con Acid 1.0 della Sonic Foundry e da lì, passando da un po’ di generi, non ho più smesso.

PLATO - AWAKE
PLATO – AWAKE
02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Come musicista, cerco di ispirarmi con qualsiasi cosa mi capiti sotto gli occhi, musica, libri, un articolo, un concetto, un avvenimento, tutto può servire per scrivere un pezzo o tirare giù un beat. 

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Ho sempre lavorato su un mio suono cercando di rimanere sempre attuale ispirandomi anche a generi diversi dall’elettronica. Per citare alcuni dei miei artisti preferiti al quale spesso mi ispiro: Apparat, James Blake, Synkro, Robot Koch, l’italianissimo Clap! Clap!, Jon Hopkins.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Credo che la massima aspirazione, per me come per la maggior parte degli artisti, sia creare cose che piacciano a se stessi e poi agli altri in una misura sempre più grande.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Il messaggio che credo accomuni tutti i miei lavori da musicista è di matrice emotiva, suoni che cercano di traghettarti oltre l’estetica di genere. Nei pezzi cerco sempre di bucare in profondità, di catturare l’attenzione ma a livelli più profondi, mi piace creare tessuti sonori riconducibili in un periodo storico ma che superino il tempo e mi auguro di riuscirci.

PLATO LIVE
PLATO – LIVE
05. Che cosa vuol dire underground per te?

E’ il laboratorio per un musicista, la base senza la quale il mainstream non potrebbe esistere. E’ li che avviene la vera sperimentazione, dove ci si sporca le mani insomma, l’esempio più famoso è il dubstep, in cima alle classifiche grazie alla devozione e la passione di a producer come El B, Skream. o Burial. Gente come Skrillex deve molto a loro. In ogni città è sempre importante avere uno o più zone dove l’underground possa crescere e svilupparsi, purtroppo qui a Torino negli ultimi anni tutto ciò è venuto a mancare con la chiusura di posti come i Murazzi, centro nevralgico non solo della movida ma anche di tutti i movimenti sotterranei.

PLATO LIVE
PLATO LIVE

Grazie Pasquale, un abbraccio!

Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista
Links:

Bandcamp

Sideshape records


Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.)

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Factory Asks

FACTORY ASKS 0021 : ELENA BRAVI & FRANCESCA PUCCI

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Nome progetto 0021 : Elena Bravi // Francesca Pucci

BIO

Elena | Mi chiamo Elena, 30 anni (a maggio ahimè 31!), laureata in storia dell’ arte all’università di Firenze. Dopo un’ esperienza in galleria mi sono avvicinata al mondo della didattica per bambini legata all’arte grazie ad alcune collaborazioni prima su Firenze poi con associazioni del territorio lucchese.

Francesca | Francesca Pucci, classe 1983. Come ho già raccontato mi sono diplomata alla scuola di fotografia APAB di Firenze. Collaboro con festival di cinema e riviste di musica e da circa un anno e mezzo gestisco laboratori artistici per bambini e ragazzi insieme ad Elena.

 01. Come nasce il tuo interesse per l’arte? C’è un momento che ricordi in particolare?

Elena | Il mio interesse per l’arte nasce alle scuole superiori. Inizialmente i piani erano altri, ho fatto il liceo scientifico linguistico perchè volevo diventare interprete e girare il mondo, poi al terzo anno, grazie ad una professoressa di storia dell’arte, arriva la folgorazione. L’arte antica, il rinascimento, il ‘600, l ‘800 e le Avanguardie, Picasso. Musei, mostre, libri d’arte erano diventati la mia priorità! Finito il liceo non è stato difficile scegliere a quale facoltà iscrivermi.

Francesca | Ero davvero piccolissima. Mi nutro di arte da sempre. Dalle elementari le materie artistiche erano le mie preferite e a 14 anni ho scelto di frequentare l’istituto d’arte ad occhi chiusi. Da ”grande” la passione artistica è spaziata nel cinema e soprattutto nella fotografia. Il percorso è stato lungo e tortuoso, ma è stato ed è ancora bello,  sperimentare, sbagliare e imparare. Tanto.

02. Che esperienza hai nel campo culturale?

Elena | Le mie esperienze più importanti fino a questo momento in ambito culturale riguardano i bambini e i laboratori d’arte a loro dedicati. Citerei i laboratori di due anni fa durante il festival Cartasia. Lì ho avuto carta bianca per progettare visite giudate e laboratori creativi. Più recentemente ho avuto modo, insieme a Francesca, di portare alla scuola primaria di Capannori dei laboratori di avviamento alla fotografia, ideati e progettati interamente da noi.

Francesca | Come fotografa mi occupo di fotografia di musica e cinema. E’ impossibile per me non pensare alla fusione di queste arti tra di loro. Nell’ultimo periodo le mie esperienze in ambito culturale hanno spostato l’attenzione anche sui bambini lavorando insieme a Elena.

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03. Quali sono i maggiori ostacoli che hai incontrato (o che incontri) nella tua realizzazione professionale?

Elena | Gli ostacoli più grandi riguardano soprattutto la resistenza riguardo l’arte contemporanea, che spesso non viene capita o è ritenuta non adatta ai bambini. In una città piccola come Lucca poi è difficile farsi strada tra associazioni o realtà già ben radicate nel territorio. Devo dire però che in alcuni casi ho trovato molta collaborazione e interesse e sono riuscita a concretizzare alcuni miei progetti.

Francesca | La diffidenza dei “grandi”.

04. Quali son state le più grandi soddisfazioni fino ad ora?

Elena | Credo che la più grande soddisfazione sia vedere i bambini incuriositi e interessati a un linguaggio artistico nuovo per loro. Appassionarli all’arte contemporanea è il mio obiettivo principale e loro mi ripagano dieci volte tanto!

Francesca | Gli occhi incuriositi dei bambini. Ma anche le loro risposte inaspettate. I bambini sono degli osservatori e dei creatori di immagini puri!

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05. A cosa stai lavorando al momento?

Elena | In questo momento sto portando avanti un progetto di fotografia insieme a Francesca. Dopo l’esperienza alla primaria di Capannori vorremmo coinvolgere i ragazzi delle medie e avvicinarli alle tecniche e al linguaggio fotografico. Personalmente sto lavorando con una cooperativa che gestisce la didattica del Centro Pecci e altri musei tra Prato, Pistoia, Pescia e Montecatini.

Francesca | Come ha già detto Elena, vorremmo avvicinare sempre più bambini e ragazzi al mondo della fotografia e dell’arte in generale, riuscire a nostro modo ad educarli a leggere le immagini che ci circondano e  quelle che stanno nella loro immaginazione.

06. Perché hai scelto di lavorare con i bambini/adolescenti?

Elena | I bambini sono ad oggi i miei unici interlocutori per quanto riguarda l’arte! Sono curiosi, senza pregiudizi, senza schemi, sinceri. E arrivano al cuore delle cose. Sono capaci di capire Pollock o Fontana meglio di qualsiasi critico d’arte!

Francesca | Perché sono puri. Perché dovremmo re-imparare anche noi a vivere il mondo attraverso i loro occhi. E a raccontare storie attraverso le loro voci.

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07. Come vedi il panorama artistico italiano? Quali i punti di forza, quali di debolezza?

Elena | Lo vedo un po’ stagnante, non c’è ancora quella spinta decisiva, non si investe a dovere, l’arte è ancora argomento di serie B. Credo che le cose più interessanti siano al di fuori dei circuiti ufficiali, penso alla street art ad esempio. Il mondo dell’arte è sempre più eterogeneo, così come i mezzi espressivi. Per quanto riguarda l’arte italiana, forse sta perdendo un po’ quella capacità di saper parlare del proprio tempo, di essere specchio della società.

Francesca | Sottovalutato, purtroppo!

| The Factory | Elena Bravi & Francesca Pucci |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

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FACTORY ASKS 0020 : DAVIDE URGO

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Nome Artista 0020 : Davide Urgo

BIO

Davide Urgo è nato a Napoli nel 1990. Ha frequentato il Liceo Artistico e poi l’Accademia di Belle Arti di Napoli dove si è laureato in Pittura. L’incontro con disegnatori e scrittori della sua città ha inclinato i suoi interessi verso il fumetto e lo ha portato a partecipare alla creazione di una rivista indipendente, “Hey,Pachuco!” e ad attività culturali di diverso genere, come mostre e performances. Attualmente vive e lavora a Bologna, dove frequenta il corso di Linguaggi del Fumetto all’Accademia di Belle Arti.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Disegno da sempre, fin da quando ero bambino. Ho studiato arte e il disegno per anni a scuola e soprattutto con amici artisti che ho incontrato lungo la via. Dagli incontri e dagli esperimenti conseguenti è lentamente emerso ciò che personalmente mi piace dell’arte visiva e quello che potrei definire il mio “stile”, formato amalgamando spunti  diversi , presi da diversi ambiti come la psicologia, l’esoterismo e la musica.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Le mie ispirazioni sono l’arte antica, la pittura rinascimentale, Moebius (Jean Giraud) e i fumettisti degli anni 70, l’arte psichedelica e i sogni.

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03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Vivere con l’arte e le mie creazioni.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Il messaggio più importante dei miei lavori è che esistono realtà nascoste ai nostri occhi, ma ugualmente presenti e influenti nella nostra vita. E che il linguaggio e la coscienza permeano ogni cosa nella realtà, rendendola significativa. L’universo è più vasto di quanto appare e non finiremo mai di scoprire i suoi contenuti.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Underground è una rete di persone che lavora in questo momento per creare qualcosa di così nuovo che non riesci a definirlo, l’avanguardia della percezione.

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06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato con me le ultime produzioni e anche lavori più datati, a cui sono affezionato. Sono i disegni che porto con me in strada con lo scopo di esporli e diffonderli. Per me il festival P.U.M è stata un occasione per conoscere persone interessanti ed ampliare le mie vedute, scambiando opinioni e visioni.

07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Secondo me sono fondamentali eventi come questo per espadere i propri orizzonti e mostrare il proprio lavoro in un ambiente amichevole ed aperto. Credo che ci vorrebbe maggiore disponibilità delle istituzioni, connessioni tra i diversi eventi che crescono in tutto il mondo e più interesse da parte delle persone che non praticano arte.

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| The Factory | Davide Urgo |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

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Nome Artista 0019: Device

BIO:

Mi chiamo Lorenzo anno 1993, sono nato a Bologna. Ho sempre apprezzato l’arte, non ho seguito scuole di musica. Mi sono formato autonomamente nell’ambito musicale, da lì mi sono spinto in vari ambiti artistici.
Al momento lavoro a progetti come Broken Mirror (presentato al festival P.U.M. del Dicembre 2015) in cui mi occupo di installazioni per VideoMapping e collaboro con Marco Rossitto ad un progetto di VideoMaking. Invito a partecipare chiunque sia interessato alle nostre attività. Siamo un bell’agglomerato di gioventù per lo più Pisana.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Percorso? Quale percorso? Penso di non aver mai scelto un percorso, o meglio, non mi sono mai accorto di aver fatto una scelta per essere dove sono o per essere quello che sono. Posso dire che i miei genitori mi hanno sempre supportato/sopportato nell’incremento della mia cultura artistica e non. Ho mosso i miei primi passi nell’ambito musicale, ma sono sempre stato attratto da qualsiasi tipo di forma artistica.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Beh, diciamo che mi faccio aiutare dalle mie emozioni. Mi accorgo che al giorno d’oggi l’ambito artistico, come quasi tutti gli ambiti, si sta evolvendo nella nostra cultura del multitasking. Molto spesso, sopratutto negli ultimi anni, stiamo optando quasi sempre per “rappresentazioni” che sfocino in molteplici campi, per dare sfogo a molteplici voci e a molteplici collaborazioni, questo perchè siamo ispirati da molteplici flussi.

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03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Penso di essere realista da questo punto di vista, non aspiro alla massima onorificenza o anche al semplice “portare la pagnotta a casa”. Io spero che la mia arte, ma non solo la mia, un giorno possa essere libera. Sarebbe bello avere spazi dove persone comuni possano esporsi, scambiarsi idee, informazioni, contatti o anche solo complimenti e critiche. Sono convinto che un’opera d’arte al di fuori del valore economico che può esserle assegnato, debba avere un’importante valore socio-culturale.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Credo sia impossibile non innamorarsi della propria opera, completa o incompleta che sia.  È come una relazione che nasce e che inevitabilmente è destinata a finire prima o poi. Può sembrare triste vederla così, ma nel momento in cui espongo qualcosa, essa diventa materia di analisi da parte di chi la osserva; molte volte anche se concretizzata, può capitare che l’osservatore stesso non riesca a percepire le emozioni che si celano dietro quel Lavoro perché non sono partecipi della mia evoluzione/crescita nel realizzarla.  Alla fine l’osservatore sovrapporrà il proprio punto di vista su quello dell’autore, ogni “fottutissima” volta.
Per concludere e rispondere alla domanda, esplico: non c’è bisogno di lasciare un vero e proprio messaggio ogni volta, basta saper essere, saper rappresentare e saper metabolizzare ogni esperienza… L’arte è solo un rubinetto aperto dal quale bisogna decidere se idratarsi o no.

 

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05. Che cosa vuol dire underground per te?

Ormai faccio poca distinzione tra cosa è Underground e cosa è alla “Moda”… sono due facce della stessa medaglia. Solo che nella “Moda” girano un sacco di soldi, e una volta che ti sei fatto un nome l’opera più banale può essere valorizzata al “Must” della cultura. Penso che i movimenti Underground servano a persone come me e i miei colleghi, che nel mondo della “Moda” sanno bene che vestirebbero abiti stretti, sempre che si riesca a varcare quella soglia sottilissima tra Moda e Underground.

06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Mi sono immerso in questo fantastico ambiente culturale fondato dal P.U.M.  A dire il vero mi avevano chiamato per supportare il lavoro del VJ, compito che non avevo mai preso realmente in considerazione, fino a quando non sono stato istruito e supportato da Giacomo Dell’Apina, che per giunta ho avuto la fortuna di ospitare a casa tre giorni, durante i quali abbiamo legato un sacco. Abbiamo dedicato un sacco di tempo per montare uno “schermo” dove proiettare le opere Visual. Alla fine del festival questa esperienza mi ha invogliato ad organizzarmi con un altro ragazzo per la progettazione di nuovi pannelli, il progetto si chiama Broken Mirror e speriamo che per il prossimo festival vi si possa lasciare senza fiato.

deviceHand Job – Lorenzo Puccini – PUM ART FEST // Foto di Nicol P.

Oltre a questo mi sono dilettato nell’ambito della scultura insieme ad una amica, per progettare un logo per il P.U.M.,  l’opera si chiama HandsJob (coraggioso gioco di parole che richiama il lavoro “manuale”).

L’idea era semplice: tre mani in gesso che dovevano comunicare le lettere P, U e M… Nulla di complicato, vero? Ad essere sincero, sì! Grazie ai consigli di un professore dell’Istituto Artistico di Pisa, sono riuscito a creare delle mani lontane dall’anamorfismo (compito che mi ero preposto per l’opera), senza dover ricorrere a calchi su calchi, e sopratutto spendendo il giusto.
Devo essere sincero, questa scultura in fase di assemblaggio ha avuto un sacco di problemi, che grazie alla pazienza e alla manualità di mia madre siamo riusciti a risolvere, giusto in tempo per la mostra… Il risultato? Penso sia piaciuta… Anche se la maggior parte dei visitatori non ha riconosciuto le lettere, ma è riuscita a spiegare semplici gesti riconducendoli addirittura ad ambienti socioculturali questo a dimostrazione che l’osservatore sovrappone il proprio punto di vista su quello dell’autore e alla fine il bello dell’arte e dei festival che la ospitano, è anche questo.

07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso

In realtà non abbiamo bisogno di molto, basterebbe un luogo dove poter lavorare, dove poter investire tempo, più che soldi. Mi interesserebbe vedere un posto dove gli artisti di tutta Pisa, possibilmente anche di tutta Italia/Europa/Mondo/Universo, possano sentirsi liberi di esprimersi senza mediazioni.

Vorrei che l’arte fosse contagiosa, vorrei che ogni giorno la gente sentisse il bisogno di esprimere qualcosa, vorrei che ci provassero tutti, anche senza riportare a casa dei risultati… La vita è effimera, l’arte è immortale.

 

| The Factory | Device |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

Factory Asks

FACTORY ASKS 0018 : BRIAN DI CALMA

     BrianDiCalma

Nome Artista 0018 : Brian Di Calma

BIO

Sono quello che nella mia lingua del tutto inventata descriverei come un personaggiurdo. Sono Italo-Americano, nato negli Stati Uniti a Pittsburgh, e sono dieci anni che vivo in Europa, la maggior parte in Italia. La mia vita è un’ esperienza vissuta dentro un film di serie B. Ho vissuto per sei anni in eco-villaggi in Andalusia e sugli Appennini: so allevare animali, coltivare ortaggi, curare con medicine naturali, fare birra, vini, liquori, formaggi, carni, e sono un mito in cucina. Faccio coltelli artigianali realizzati con materiali riciclati e corna caduche di cervo, e sono artista di strada. Sono cantante e disegnatore. Ho una mentalità fortemente contro il sistema e cerco di vivere fuori dalle regole. Essendo una persona che tecnicamente non esiste, per me dunque non esistono regole, a parte una, semplice e che comprende tutto – il rispetto.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

La musica è sempre stata una presenza fortissima nella mia vita e non credo di poter vivere senza. Ho cominciato a suonare per strada in Andalusia nel 2011, e ho girato cinque paesi europei suonando con diversi artisti. Con la creazione dei coltelli ho cominciato nel 2012 vicino a Pistoia, più o meno per caso e il disegno nell’ottobre 2015 essendomi trovato in una casa di artisti a Bologna.

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02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Musicalmente, ci sono troppi artisti che mi hanno modellato per scriverli tutti. Ho un dono meraviglioso nella mia voce, e non ho mai studiato. Quando canto, mi sento uno strumento collegato all’ energia ambientale circostante e in qualche maniera riesco a canalizzare quest’energia e a trasformarla in musica. Anche se io sono fisicamente presente, il mio conscio è scollegato dal mondo fisico che mi circonda per quel breve periodo, in rete con un altro mondo, rete costruita di onde energetiche invisibili. Riguardo al disegno, dovrei ringraziare i miei amici artisti (e famiglia) qui a Bologna, specialmente: Mario Ventriglia, Davide Urgo, Albero Cosenza e Daniele Ventola in quanto senza il loro supporto e osmosi non mi troverei a scrivere questo, ora.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Direi di riuscire a vivere tranquillamente fuori dal sistema con i diversi tipi di arte che creo.

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04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Sì, questo per me è fondamentale. Essendo uno che vende la propria arte, mi rifiuto di ‘vendermi’ creando qualcosa che a me non piace, che non manda un messaggio mio personale, in maniera da guadagnare di più o commercializzando la mia arte. A volte i messaggi sono ben chiari, a volte molto più sottili, e a volte è puro divertimento. In ogni caso, il messaggio dipende da come viene interpretata l’opera nell’occhio e la mente degli altri, e forse ogni persona interpreta il messaggio in maniera diversa. Uso poche parole scritte perché vorrei che il disegno o la pittura parlassero per sè e si lasciasse all’ osservatore la possibilità di vedere e ricevere il messaggio in maniera personale senza essere già indirizzato altrimenti.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Per me è la rete…la rete tra noi artisti, noi alternativi, contro un sistema corrotto e orwelliano. Ci vivo dentro, ed è molto forte.

06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato vari disegni, tra cui i miei primi di “Mondo Cane!” (i miei animali antropomorfizzati), e la serie “Bottiglie in banana” (una specia di delirio alcoolico surrealistico). Ho portato pure qualche coltello. In realtà, avevo cominciato col disegnare solamente due mesi prima, e il PUM Factory Fest è stata la mia prima mostra. L’esperienza per me è stata molto, ma molto positiva e la cosa più importante sono stati i contatti fatti con gli altri artisti e “undergroundiani” per espandere e far crescere questa “rete”.

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07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Secondo me sono molto importanti, specialmente per i contatti e possibilità che possono crearsi. Di solito io lavoro per strada, e incoraggio i giovani artisti a mostrarsi anche loro assieme a noi per le opportunità che la strada ti presenta: dopotutto, ho beccato l’invito al PUM Fest lavorando per  strada durante Lucca Comics, grazie a Nicol P. La strada ti dà un guadagno (anche se minimo) subito, ti dà visibilità, ti aiuta a sviluppare autostima e confidenza e ti presenta possibilità di fare mostre, partecipare a riviste, etc. Incontri un sacco di persone. Hai un contatto dal vivo insieme alla tua arte con tanta gente diversa ogni giorno, e ogni tanto incontri qualcuni che ti può portare opportunità interessanti.

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| The Factory | Brian Di Calma |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

Factory Asks

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Nome Artista 0017 : M45

BIO

Sono un figlio degli anni ’90 convinto che per saltare esista solamente il tasto A , ho spalmato i miei primi neuroni sopra “sprite” di videogiochi che la gioventù di adesso considererebbe talmente difficili e frustranti da sembrare test per l’università degli X-man o degli enigmi di “Cicada 3301” (questo riferimento lo capiranno in tre sì e no). Nel frattempo disegnavo dove potevo, sopratutto dove non potevo, finché i due mondi si sono toccati vedendo i lavori della GRL (Graffiti Research Lab) e scoprendo che non ero l’unico a essere cresciuto a inchiostro e pixel.

1. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

La risposta più breve sarebbe a casaccio, o meglio “trovandomici”… la mia filosofia di base è “iterate faster and release early and often” e “c’è sempre un modo”. Questa tendenza all’essere “MacGyver digitali” (senza la permanente e il capello biondo) viene sostanzialmente dal non avere budget e dall’avere un innegabile spirito “hack-to-learn”. Ho avuto la fortuna di lavorare con gente veramente meravigliosa a bellissimi progetti e anche di essere sfruttato in malo modo per cose di cui non ho preso merito. Quindi riassumendo, come ho intrapreso il mio percorso artistico? Come la Parigi-Dakar in mono-ciclo.

                                                  foto di Studio 47

2. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Mi ispiro alla gente, banale ma vero…mi pongo sempre dal lato dell’utente e cerco di fare qualcosa che alla fine non sia un aulico “l’artista voleva rappresentare la palingenetica obliterazione dell’io siderale che si avviluppa tra le pieghe dello spazio tempo”, ma che prima di tutto diverta, poi che possa essere vista come un gioco, un mezzo o un’ esperienza. Penso che gli spazi espositivi siano già spazi ostici per il pubblico “comune”, se poi metti quattro ore di inquadratura su una mela e lo chiami “decadimento della materia” ci sta che la gente non venga…

3. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Aggiungere almeno altre dieci virgolette intorno alla parola artista. Non morire di gastrite. Avere abbastanza soldi per poter comprare pizza e caffè (ma questo è più un obbiettivo nella vita). La pace nel mondo?

4. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Non credo, forse più il sapore DIY (do it yourself) e quella poca cura dei dettagli …del messaggio mi occupo poco, il mezzo è il messaggio, è triste ma è così, fateci pace.

foto di Studio 47

 

5. Che cosa vuol dire underground per te?

Domanda spinosa: purtroppo esiste il mercato dell’underground che in alcuni casi è peggio di quello mainstream, un marasma di gente con scarse competenze che sta in una situazione perché “fa figo” ma poi manca la sbatta, manca il sudore. Ma il termine “underground “ è perfetto perché sotto terra trovi fango, melma e vermi…ma ogni tanto trovi anche gente brillante come i diamanti, preziosa come l’oro e forte come il ferro e che ti ripaga di tutto il fango che hai spalato.

 

 

6. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato un mio “giocattolo” che per mancanza di termini migliori si chiama “loop music”: tecnicamente una variante di reactable usando la libreria reactivision e i segnali osc/tuio per controllare ableton e triggerare loop quantizzati e divisi in tipi di suoni. Se non vi siete ancora addormentati la versione breve è “metti cubetto sul tavolo e parte un loop di batteria, ne metti un altro parte il basso e via dicendo”. Per me significa democratizzazione del gesto di composizione musicale, far provare a tutti la gioia di “suonare” senza necessariamente saperlo fare. In più ho partecipato assieme a Micol e Lorè all’ allestimento delle tre serate per quanto riguarda visual, montaggio, smontaggio, rollaggio cicchini, caffè, conversioni video, bestemmie, cioccolate calde alle 5, etc etc.

PUM ART FEST / Foto di Nicol P.

7. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Ovviamente è una cosa importante e sinceramente bisognerebbe dare più spazio a chi organizza queste cose, ma quando dico spazio intendo spazio fisico -non “attenzione giornalistica”- e spazio di azione convertito in vil denaro. Inoltre sarebbe bello avere uno spazio dove allestire esperimenti, workshop, residenze artistiche e quant’altro.

 

| The Factory | M45 |

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Don’t think twice

pillola #1

La pillola n.1…ricordo che imperversava l’estate ed il sottoscritto contava i tre soldi che gli restavano nelle tasche, come sempre.

Tre soldi erano parecchi perché in effetti non aveva una ragazza a cui pagar la cena (sono uno che cambia poco e lo fa lentamente, per cui non prendetevela) ma solo parecchi amici che comunque costavano meno della ragazza che non c’era.

Allora nel brodo di pensieri e riflessioni (altresì note come seghe mentali da cui tutti siamo affetti più o meno intensamente) giunsi alla conclusione che potevo farne un interesse condiviso (poiché appunto il disagio è cosa diffusa e presente, non prendetevela neppure questa volta). 


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Così nasce la rubrica don’t think twice, che si fa promotrice del soprappensiero e del pensare intenso, spesso paralizzante, omicida di qualsiasi azione, in comode pillole.

Non si tratta di una sola pillola o consiglio ma piuttosto di una sottospecie di conforto che magari, per errore o per puro caso, può condurre ad una fortuita accettazione del sé, mica cazzi.


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Mettiamola così, tutti abbiamo visto quella puntata dei Simpsons in cui Marge ripete ossessivamente a Lisa che è riuscita a cambiare suo padre Homer, come un mantra, per convincere sé stessa e tentare vanamente di convincere la povera Lisa.

Se non l’avete vista andate a vederla, sia chiaro però che non ho la più pallida idea di quale cazzo di stagione si tratti delle millantamila disponibili della serie… forse wikipedia può aiutare, forse decisamente no.

Ma tutto questo cosa c’entra col resto o con questa dannata rubrica? come te lo spiego… il tema è il mutamento che mettiamo in atto quando vogliamo piacere all’altro, cioè le molteplici seghe mentali, i super filtri che molti (non tutti eh) di noi mettono in atto per far trasparire la parte più splendida di sé. m’è capitato per esempio di cominciare ad ascoltare i Chemical Brothers per capire meglio cosa ascoltasse la ragazza dai capelli rossi (true story, non si tratta dei peanuts). è stato un abbozzo di cambiamento finito lì, perché oltre non mi sono spinto, non ce n’è stato bisogno, trasmettevo e trasmetto tutt’ora troppo l’idea del dissociato… i più buoni dicono che ricordi un professore stressato di cambridge.

…in ogni caso cambiamo poco e lentamente più di quanto ci piaccia credere, non parliamo poi delle abitudini mattiniere, un disastro. nella pillola di questa settimana una dichiarazione di sconfitta, l’ennesima.
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La rubrica don’t think twice si fa promotrice del soprappensiero e del pensare intenso, spesso paralizzante, omicida di qualsiasi azione, in comode pillole. Non si tratta di consigli ma piuttosto di una sottospecie di conforto che magari, per errore o per puro caso, può condurre ad una fortuita accettazione del sé, mica bruscolini.


Edited by Davide L.

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Factory Asks

FACTORY ASKS 0016 : BRUCIO

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Nome Artista 0016: Brucio

BIO

Nasco nel 1985. Faccio parte di alcune associazioni di promozione culturale e cerco di partecipare a più progetti fallimentari possibili, ho girato un po’ negli ultimi anni portando in giro le mie tavole di legno dipinte ad acrilico guadagnando il maldischiena.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Mi è sempre piaciuto disegnare, prima col writing poi coi fumetti e ora con gli acrilici, è sempre stato una buona alternativa a quello che avrei dovuto realmente fare e visto che mi veniva decentemente ho continuato.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Prima dal lettering dei writer, i movimenti delle lettere e le colorazioni, poi i classiconi del fumetto underground italiano e americano (Crumb, Paz, BadTrip…), sono tutte cose che rivedo nei miei disegni.
Anche i libri che leggo e la musica che ascolto influenzano quello che sto disegnando in un dato periodo, come soprattutto le cose che mi accadono direttamente, gli stati d’animo e i luoghi che vivo. Assorbo tutto ma poi cerco sempre di non copiare e trovare un modo diverso e personale di fare le cose.

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03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Non so rispondere a questa domanda. Mi sono impegnato ma mi vengono in mente solo cagate.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Ho cambiato un sacco di temi nei miei disegni anche a seconda delle tecniche, un quadro è difficile che lanci lo stesso messaggio di un fumetto o di una vignetta, credo e spero che tuttavia siano legati da un’atmosfera di fondo.
Ci sono però messaggi che non metterei mai nei miei lavori. Almeno per ora.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Sotto terra.
È dove andremo quando moriremo, e pensare di starci anche da vivo non è del tutto confortante anche se la gente è più simpatica, la musica è più bella e l’arte è più spontanea, le persone non se la menano col copyright e se possono aiutarti o insegnarti qualcosa di solito lo fanno, si mangia un sacco di pasta al sugo vegetariano e si dorme mezzi collassati su dei materassi di solito accanto ad altri uomini, la gente fuma un sacco di sigarette, le bariste e i baristi di solito sono molto simpatici ma fanno i cocktail a caso perché sono sbronzi anche loro, però io me ne frego perché spesso mi porto da bere da casa.

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06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato alcune tavole di legno dipinte ad acrilico e alcuni fumetti di Lo-Fi comics.

07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Ogni festival è un occasione di incontro e di scambio di conoscenze un modo per creare una rete di collaborazioni.

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Foto di Nicol P.

| The Factory | Brucio |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”