PLATO - AWAKE Factory Asks

PLATO

L’Underground come laboratorio

Musicista di formazione pianista, di sicuro uno dei talenti nascosti del bel paese. Vi presentiamo oggi su Factory Asks un caro amico, Pasquale Lauro in arte Plato.

Ho iniziato con la musica nel 1996, con dei compagni di scuola ci trovavamo davanti al Teatro Regio di Torino per ballare e fare freestyle su beat registrati un’ora prima a casa. Da lì a poco avrei iniziato a fare qualche serata in alcuni locali torinesi. Ho studiato chitarra classica e pianoforte presso il Centro Jazz di Torino suonando poi negli anni in parecchi progetti, spesso band o collettivi. Tra i miei collaboratori/amici storici, con i quali lavoro tutt’ora, figurano Imo, ottimo producer (con cui seguo il progetto Unlimit in collaborazione con il cantante e performer londinese Randolph Matthews) e Mdns che da sempre cura tutto l’aspetto grafico e visual dei miei lavori.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso da musicista?

Ho iniziato quasi per caso. Avevo 14 anni e un giorno con altri due amici trovammo un annuncio: vendevano due technics usati, un mixer 2 canali di una marca sconosciuta, due casse passive e un amplificatore, più una raccolta di vinili di musica elettronica di svariati generi, dance, trance, progressive e hardcore alla modica cifra di 900 mila lire. Perché non approfittare? Uno dei due amici aveva una stanza poco più grande di uno sgabuzzino e il giorno dopo l’acquisto iniziammo a metterci sui piatti a fare pratica, tutti i pomeriggi lì a macinare dischi. Poi dopo poco tempo mi venne voglia di iniziare a produrre, fu quell’anno che scoprii i primi software. Iniziai con Acid 1.0 della Sonic Foundry e da lì, passando da un po’ di generi, non ho più smesso.

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PLATO – AWAKE
02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Come musicista, cerco di ispirarmi con qualsiasi cosa mi capiti sotto gli occhi, musica, libri, un articolo, un concetto, un avvenimento, tutto può servire per scrivere un pezzo o tirare giù un beat. 

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Ho sempre lavorato su un mio suono cercando di rimanere sempre attuale ispirandomi anche a generi diversi dall’elettronica. Per citare alcuni dei miei artisti preferiti al quale spesso mi ispiro: Apparat, James Blake, Synkro, Robot Koch, l’italianissimo Clap! Clap!, Jon Hopkins.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Credo che la massima aspirazione, per me come per la maggior parte degli artisti, sia creare cose che piacciano a se stessi e poi agli altri in una misura sempre più grande.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Il messaggio che credo accomuni tutti i miei lavori da musicista è di matrice emotiva, suoni che cercano di traghettarti oltre l’estetica di genere. Nei pezzi cerco sempre di bucare in profondità, di catturare l’attenzione ma a livelli più profondi, mi piace creare tessuti sonori riconducibili in un periodo storico ma che superino il tempo e mi auguro di riuscirci.

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05. Che cosa vuol dire underground per te?

E’ il laboratorio per un musicista, la base senza la quale il mainstream non potrebbe esistere. E’ li che avviene la vera sperimentazione, dove ci si sporca le mani insomma, l’esempio più famoso è il dubstep, in cima alle classifiche grazie alla devozione e la passione di a producer come El B, Skream. o Burial. Gente come Skrillex deve molto a loro. In ogni città è sempre importante avere uno o più zone dove l’underground possa crescere e svilupparsi, purtroppo qui a Torino negli ultimi anni tutto ciò è venuto a mancare con la chiusura di posti come i Murazzi, centro nevralgico non solo della movida ma anche di tutti i movimenti sotterranei.

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Grazie Pasquale, un abbraccio!

Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista
Links:

Bandcamp

Sideshape records


Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.)

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FACTORY ASKS 0021 : ELENA BRAVI & FRANCESCA PUCCI

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Nome progetto 0021 : Elena Bravi // Francesca Pucci

BIO

Elena | Mi chiamo Elena, 30 anni (a maggio ahimè 31!), laureata in storia dell’ arte all’università di Firenze. Dopo un’ esperienza in galleria mi sono avvicinata al mondo della didattica per bambini legata all’arte grazie ad alcune collaborazioni prima su Firenze poi con associazioni del territorio lucchese.

Francesca | Francesca Pucci, classe 1983. Come ho già raccontato mi sono diplomata alla scuola di fotografia APAB di Firenze. Collaboro con festival di cinema e riviste di musica e da circa un anno e mezzo gestisco laboratori artistici per bambini e ragazzi insieme ad Elena.

 01. Come nasce il tuo interesse per l’arte? C’è un momento che ricordi in particolare?

Elena | Il mio interesse per l’arte nasce alle scuole superiori. Inizialmente i piani erano altri, ho fatto il liceo scientifico linguistico perchè volevo diventare interprete e girare il mondo, poi al terzo anno, grazie ad una professoressa di storia dell’arte, arriva la folgorazione. L’arte antica, il rinascimento, il ‘600, l ‘800 e le Avanguardie, Picasso. Musei, mostre, libri d’arte erano diventati la mia priorità! Finito il liceo non è stato difficile scegliere a quale facoltà iscrivermi.

Francesca | Ero davvero piccolissima. Mi nutro di arte da sempre. Dalle elementari le materie artistiche erano le mie preferite e a 14 anni ho scelto di frequentare l’istituto d’arte ad occhi chiusi. Da ”grande” la passione artistica è spaziata nel cinema e soprattutto nella fotografia. Il percorso è stato lungo e tortuoso, ma è stato ed è ancora bello,  sperimentare, sbagliare e imparare. Tanto.

02. Che esperienza hai nel campo culturale?

Elena | Le mie esperienze più importanti fino a questo momento in ambito culturale riguardano i bambini e i laboratori d’arte a loro dedicati. Citerei i laboratori di due anni fa durante il festival Cartasia. Lì ho avuto carta bianca per progettare visite giudate e laboratori creativi. Più recentemente ho avuto modo, insieme a Francesca, di portare alla scuola primaria di Capannori dei laboratori di avviamento alla fotografia, ideati e progettati interamente da noi.

Francesca | Come fotografa mi occupo di fotografia di musica e cinema. E’ impossibile per me non pensare alla fusione di queste arti tra di loro. Nell’ultimo periodo le mie esperienze in ambito culturale hanno spostato l’attenzione anche sui bambini lavorando insieme a Elena.

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03. Quali sono i maggiori ostacoli che hai incontrato (o che incontri) nella tua realizzazione professionale?

Elena | Gli ostacoli più grandi riguardano soprattutto la resistenza riguardo l’arte contemporanea, che spesso non viene capita o è ritenuta non adatta ai bambini. In una città piccola come Lucca poi è difficile farsi strada tra associazioni o realtà già ben radicate nel territorio. Devo dire però che in alcuni casi ho trovato molta collaborazione e interesse e sono riuscita a concretizzare alcuni miei progetti.

Francesca | La diffidenza dei “grandi”.

04. Quali son state le più grandi soddisfazioni fino ad ora?

Elena | Credo che la più grande soddisfazione sia vedere i bambini incuriositi e interessati a un linguaggio artistico nuovo per loro. Appassionarli all’arte contemporanea è il mio obiettivo principale e loro mi ripagano dieci volte tanto!

Francesca | Gli occhi incuriositi dei bambini. Ma anche le loro risposte inaspettate. I bambini sono degli osservatori e dei creatori di immagini puri!

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05. A cosa stai lavorando al momento?

Elena | In questo momento sto portando avanti un progetto di fotografia insieme a Francesca. Dopo l’esperienza alla primaria di Capannori vorremmo coinvolgere i ragazzi delle medie e avvicinarli alle tecniche e al linguaggio fotografico. Personalmente sto lavorando con una cooperativa che gestisce la didattica del Centro Pecci e altri musei tra Prato, Pistoia, Pescia e Montecatini.

Francesca | Come ha già detto Elena, vorremmo avvicinare sempre più bambini e ragazzi al mondo della fotografia e dell’arte in generale, riuscire a nostro modo ad educarli a leggere le immagini che ci circondano e  quelle che stanno nella loro immaginazione.

06. Perché hai scelto di lavorare con i bambini/adolescenti?

Elena | I bambini sono ad oggi i miei unici interlocutori per quanto riguarda l’arte! Sono curiosi, senza pregiudizi, senza schemi, sinceri. E arrivano al cuore delle cose. Sono capaci di capire Pollock o Fontana meglio di qualsiasi critico d’arte!

Francesca | Perché sono puri. Perché dovremmo re-imparare anche noi a vivere il mondo attraverso i loro occhi. E a raccontare storie attraverso le loro voci.

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07. Come vedi il panorama artistico italiano? Quali i punti di forza, quali di debolezza?

Elena | Lo vedo un po’ stagnante, non c’è ancora quella spinta decisiva, non si investe a dovere, l’arte è ancora argomento di serie B. Credo che le cose più interessanti siano al di fuori dei circuiti ufficiali, penso alla street art ad esempio. Il mondo dell’arte è sempre più eterogeneo, così come i mezzi espressivi. Per quanto riguarda l’arte italiana, forse sta perdendo un po’ quella capacità di saper parlare del proprio tempo, di essere specchio della società.

Francesca | Sottovalutato, purtroppo!

| The Factory | Elena Bravi & Francesca Pucci |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

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FACTORY ASKS 0020 : DAVIDE URGO

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Nome Artista 0020 : Davide Urgo

BIO

Davide Urgo è nato a Napoli nel 1990. Ha frequentato il Liceo Artistico e poi l’Accademia di Belle Arti di Napoli dove si è laureato in Pittura. L’incontro con disegnatori e scrittori della sua città ha inclinato i suoi interessi verso il fumetto e lo ha portato a partecipare alla creazione di una rivista indipendente, “Hey,Pachuco!” e ad attività culturali di diverso genere, come mostre e performances. Attualmente vive e lavora a Bologna, dove frequenta il corso di Linguaggi del Fumetto all’Accademia di Belle Arti.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Disegno da sempre, fin da quando ero bambino. Ho studiato arte e il disegno per anni a scuola e soprattutto con amici artisti che ho incontrato lungo la via. Dagli incontri e dagli esperimenti conseguenti è lentamente emerso ciò che personalmente mi piace dell’arte visiva e quello che potrei definire il mio “stile”, formato amalgamando spunti  diversi , presi da diversi ambiti come la psicologia, l’esoterismo e la musica.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Le mie ispirazioni sono l’arte antica, la pittura rinascimentale, Moebius (Jean Giraud) e i fumettisti degli anni 70, l’arte psichedelica e i sogni.

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03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Vivere con l’arte e le mie creazioni.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Il messaggio più importante dei miei lavori è che esistono realtà nascoste ai nostri occhi, ma ugualmente presenti e influenti nella nostra vita. E che il linguaggio e la coscienza permeano ogni cosa nella realtà, rendendola significativa. L’universo è più vasto di quanto appare e non finiremo mai di scoprire i suoi contenuti.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Underground è una rete di persone che lavora in questo momento per creare qualcosa di così nuovo che non riesci a definirlo, l’avanguardia della percezione.

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06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Ho portato con me le ultime produzioni e anche lavori più datati, a cui sono affezionato. Sono i disegni che porto con me in strada con lo scopo di esporli e diffonderli. Per me il festival P.U.M è stata un occasione per conoscere persone interessanti ed ampliare le mie vedute, scambiando opinioni e visioni.

07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso?

Secondo me sono fondamentali eventi come questo per espadere i propri orizzonti e mostrare il proprio lavoro in un ambiente amichevole ed aperto. Credo che ci vorrebbe maggiore disponibilità delle istituzioni, connessioni tra i diversi eventi che crescono in tutto il mondo e più interesse da parte delle persone che non praticano arte.

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| The Factory | Davide Urgo |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

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FACTORY ASKS 0019 : DEVICE

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Nome Artista 0019: Device

BIO:

Mi chiamo Lorenzo anno 1993, sono nato a Bologna. Ho sempre apprezzato l’arte, non ho seguito scuole di musica. Mi sono formato autonomamente nell’ambito musicale, da lì mi sono spinto in vari ambiti artistici.
Al momento lavoro a progetti come Broken Mirror (presentato al festival P.U.M. del Dicembre 2015) in cui mi occupo di installazioni per VideoMapping e collaboro con Marco Rossitto ad un progetto di VideoMaking. Invito a partecipare chiunque sia interessato alle nostre attività. Siamo un bell’agglomerato di gioventù per lo più Pisana.

01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Percorso? Quale percorso? Penso di non aver mai scelto un percorso, o meglio, non mi sono mai accorto di aver fatto una scelta per essere dove sono o per essere quello che sono. Posso dire che i miei genitori mi hanno sempre supportato/sopportato nell’incremento della mia cultura artistica e non. Ho mosso i miei primi passi nell’ambito musicale, ma sono sempre stato attratto da qualsiasi tipo di forma artistica.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Beh, diciamo che mi faccio aiutare dalle mie emozioni. Mi accorgo che al giorno d’oggi l’ambito artistico, come quasi tutti gli ambiti, si sta evolvendo nella nostra cultura del multitasking. Molto spesso, sopratutto negli ultimi anni, stiamo optando quasi sempre per “rappresentazioni” che sfocino in molteplici campi, per dare sfogo a molteplici voci e a molteplici collaborazioni, questo perchè siamo ispirati da molteplici flussi.

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03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Penso di essere realista da questo punto di vista, non aspiro alla massima onorificenza o anche al semplice “portare la pagnotta a casa”. Io spero che la mia arte, ma non solo la mia, un giorno possa essere libera. Sarebbe bello avere spazi dove persone comuni possano esporsi, scambiarsi idee, informazioni, contatti o anche solo complimenti e critiche. Sono convinto che un’opera d’arte al di fuori del valore economico che può esserle assegnato, debba avere un’importante valore socio-culturale.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Credo sia impossibile non innamorarsi della propria opera, completa o incompleta che sia.  È come una relazione che nasce e che inevitabilmente è destinata a finire prima o poi. Può sembrare triste vederla così, ma nel momento in cui espongo qualcosa, essa diventa materia di analisi da parte di chi la osserva; molte volte anche se concretizzata, può capitare che l’osservatore stesso non riesca a percepire le emozioni che si celano dietro quel Lavoro perché non sono partecipi della mia evoluzione/crescita nel realizzarla.  Alla fine l’osservatore sovrapporrà il proprio punto di vista su quello dell’autore, ogni “fottutissima” volta.
Per concludere e rispondere alla domanda, esplico: non c’è bisogno di lasciare un vero e proprio messaggio ogni volta, basta saper essere, saper rappresentare e saper metabolizzare ogni esperienza… L’arte è solo un rubinetto aperto dal quale bisogna decidere se idratarsi o no.

 

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05. Che cosa vuol dire underground per te?

Ormai faccio poca distinzione tra cosa è Underground e cosa è alla “Moda”… sono due facce della stessa medaglia. Solo che nella “Moda” girano un sacco di soldi, e una volta che ti sei fatto un nome l’opera più banale può essere valorizzata al “Must” della cultura. Penso che i movimenti Underground servano a persone come me e i miei colleghi, che nel mondo della “Moda” sanno bene che vestirebbero abiti stretti, sempre che si riesca a varcare quella soglia sottilissima tra Moda e Underground.

06. Che progetto hai portato al festival e cosa ha significato per te?

Mi sono immerso in questo fantastico ambiente culturale fondato dal P.U.M.  A dire il vero mi avevano chiamato per supportare il lavoro del VJ, compito che non avevo mai preso realmente in considerazione, fino a quando non sono stato istruito e supportato da Giacomo Dell’Apina, che per giunta ho avuto la fortuna di ospitare a casa tre giorni, durante i quali abbiamo legato un sacco. Abbiamo dedicato un sacco di tempo per montare uno “schermo” dove proiettare le opere Visual. Alla fine del festival questa esperienza mi ha invogliato ad organizzarmi con un altro ragazzo per la progettazione di nuovi pannelli, il progetto si chiama Broken Mirror e speriamo che per il prossimo festival vi si possa lasciare senza fiato.

deviceHand Job – Lorenzo Puccini – PUM ART FEST // Foto di Nicol P.

Oltre a questo mi sono dilettato nell’ambito della scultura insieme ad una amica, per progettare un logo per il P.U.M.,  l’opera si chiama HandsJob (coraggioso gioco di parole che richiama il lavoro “manuale”).

L’idea era semplice: tre mani in gesso che dovevano comunicare le lettere P, U e M… Nulla di complicato, vero? Ad essere sincero, sì! Grazie ai consigli di un professore dell’Istituto Artistico di Pisa, sono riuscito a creare delle mani lontane dall’anamorfismo (compito che mi ero preposto per l’opera), senza dover ricorrere a calchi su calchi, e sopratutto spendendo il giusto.
Devo essere sincero, questa scultura in fase di assemblaggio ha avuto un sacco di problemi, che grazie alla pazienza e alla manualità di mia madre siamo riusciti a risolvere, giusto in tempo per la mostra… Il risultato? Penso sia piaciuta… Anche se la maggior parte dei visitatori non ha riconosciuto le lettere, ma è riuscita a spiegare semplici gesti riconducendoli addirittura ad ambienti socioculturali questo a dimostrazione che l’osservatore sovrappone il proprio punto di vista su quello dell’autore e alla fine il bello dell’arte e dei festival che la ospitano, è anche questo.

07. Quanto sono importanti secondo te occasioni come il festival per promuovere i giovani creativi locali e cos’altro vorresti che venisse fatto in questo senso

In realtà non abbiamo bisogno di molto, basterebbe un luogo dove poter lavorare, dove poter investire tempo, più che soldi. Mi interesserebbe vedere un posto dove gli artisti di tutta Pisa, possibilmente anche di tutta Italia/Europa/Mondo/Universo, possano sentirsi liberi di esprimersi senza mediazioni.

Vorrei che l’arte fosse contagiosa, vorrei che ogni giorno la gente sentisse il bisogno di esprimere qualcosa, vorrei che ci provassero tutti, anche senza riportare a casa dei risultati… La vita è effimera, l’arte è immortale.

 

| The Factory | Device |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista.”

don't think twice Archivio

Don’t think twice

pillola #1

La pillola n.1…ricordo che imperversava l’estate ed il sottoscritto contava i tre soldi che gli restavano nelle tasche, come sempre.

Tre soldi erano parecchi perché in effetti non aveva una ragazza a cui pagar la cena (sono uno che cambia poco e lo fa lentamente, per cui non prendetevela) ma solo parecchi amici che comunque costavano meno della ragazza che non c’era.

Allora nel brodo di pensieri e riflessioni (altresì note come seghe mentali da cui tutti siamo affetti più o meno intensamente) giunsi alla conclusione che potevo farne un interesse condiviso (poiché appunto il disagio è cosa diffusa e presente, non prendetevela neppure questa volta). 


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Così nasce la rubrica don’t think twice, che si fa promotrice del soprappensiero e del pensare intenso, spesso paralizzante, omicida di qualsiasi azione, in comode pillole.

Non si tratta di una sola pillola o consiglio ma piuttosto di una sottospecie di conforto che magari, per errore o per puro caso, può condurre ad una fortuita accettazione del sé, mica cazzi.


pillola #2

Mettiamola così, tutti abbiamo visto quella puntata dei Simpsons in cui Marge ripete ossessivamente a Lisa che è riuscita a cambiare suo padre Homer, come un mantra, per convincere sé stessa e tentare vanamente di convincere la povera Lisa.

Se non l’avete vista andate a vederla, sia chiaro però che non ho la più pallida idea di quale cazzo di stagione si tratti delle millantamila disponibili della serie… forse wikipedia può aiutare, forse decisamente no.

Ma tutto questo cosa c’entra col resto o con questa dannata rubrica? come te lo spiego… il tema è il mutamento che mettiamo in atto quando vogliamo piacere all’altro, cioè le molteplici seghe mentali, i super filtri che molti (non tutti eh) di noi mettono in atto per far trasparire la parte più splendida di sé. m’è capitato per esempio di cominciare ad ascoltare i Chemical Brothers per capire meglio cosa ascoltasse la ragazza dai capelli rossi (true story, non si tratta dei peanuts). è stato un abbozzo di cambiamento finito lì, perché oltre non mi sono spinto, non ce n’è stato bisogno, trasmettevo e trasmetto tutt’ora troppo l’idea del dissociato… i più buoni dicono che ricordi un professore stressato di cambridge.

…in ogni caso cambiamo poco e lentamente più di quanto ci piaccia credere, non parliamo poi delle abitudini mattiniere, un disastro. nella pillola di questa settimana una dichiarazione di sconfitta, l’ennesima.
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La rubrica don’t think twice si fa promotrice del soprappensiero e del pensare intenso, spesso paralizzante, omicida di qualsiasi azione, in comode pillole. Non si tratta di consigli ma piuttosto di una sottospecie di conforto che magari, per errore o per puro caso, può condurre ad una fortuita accettazione del sé, mica bruscolini.


Edited by Davide L.

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Factory Asks

FACTORY ASKS 0013 : FRANCESCA PUCCI

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Nome artista 0013: Francesca Pucci

BIO

Francesca un po’ per scelta, un po’ per abitudine, nata nel freddo gennaio del 1983 e dove per usi e costumi sono rimasta. Da sempre innamorata dell’arte in tutte le sue forme, colleziono immagini e suoni, pane quotidiano in un mondo immaginario dal sapore a metà fra ”Dylan Dog” e ”Pretty in Pink”. Diplomata alla scuola di fotografia APAB a Firenze qualche anno fa, adesso collaboro con festival di cinema e riviste di musica. Inoltre gestisco laboratori artistici per bambini e ragazzi e mi piace farli provare a colorare non solo con i pennarelli, ma anche con quella polvere magica che è la fotografia.

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01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Io da piccola preferivo colorare con i pennarelli. Coloravo tantissimo. E non doveva disturbarmi nessuno. Nemmeno papà, con quella macchina fotografica gigante. Da perfetto fotografo amatoriale mi invitava a posare troppo spesso per lui e io non sopportavo l’idea di starmene impalata. Poi qualcosa è cambiato: mi sono accorta di stare dalla parte sbagliata dell’obbiettivo. È successo che l’amore, i viaggi e soprattutto la musica mi hanno portato ad aver bisogno di documentare tutto quando questi non erano con me, inscatolare le emozioni per non perderle mai. E per saperle raccontare nel tempo.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Senza dubbio la musica e tutto quello che la circonda sono il motore del mio lavoro artistico. Con lei tutti quegli artisti che hanno saputo raccontarla in maniera eccellente, che hanno portato le atmosfere dei backstage e dei palchi a portata di occhi. Fra gli altri A. Leibniz, P. Smith, A. Corbijn, R. Mapplethorpe, G. Harari, L. Ghirri.

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03. In quanto “artista” qual’è la tua massima aspirazione?

Regalare storie. Da vedere, da ascoltare, da raccontare.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Attraverso la fotografia provo a scrivere storie musicate, forse una sottospecie di canzoni. Ho sempre voluto fare musica,ma non sono mai riuscita a salire su un palco. Con la fotografia ho trovato il modo di suonare , di rappresentare a mio modo la musica, di cantare con la luce. Un chiaro esempio è ”Sunday”, un mio progetto che nasce dall’esigenza di rappresentare la musica, così ho provato ad illustrare canzoni che raccontano di domeniche diverse, canzoni ascoltate oltre la sonorità e oltre le parole, descritte per quello che ti lasciano, per l’emozione che può diventare immagine. Ho riproposto ipotetiche copertine dei singoli da me scelti: con esse si ha un impatto visivo, la copertina veste la musica, diventa mezzo di comunicazione.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Sperimentare. Sempre innamorati di quello che stiamo facendo.

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|  The Factory | Francesca Pucci  |

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FACTORY ASKS 0012 : YOUNG FELIX

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Nome artista 0012 : Young Felix

BIO

Mi chiamo Marco Rossitto, in arte Young Felix. Sono cresciuto a Palermo, anzi per precisare a Bagheria. Mi sono approcciato alla musica fin da piccolo grazie allo studio del pianoforte; col tempo ho assecondato questa passione approfondendo altri generi e provando a suonare la chitarra con amici al liceo. Vecchi ricordi a pensarci adesso! Nel 2013 nasce la Sud Attitude CREW, il collettivo musicale con cui lavoro, che prima di essere un gruppo è una famiglia. Da un paio di anni mi sono avvicinato al video e alla fotografia, passioni che mi hanno portato a trasferirmi a Pisa; qui da qualche mese collaboro con Cino che oltre a essere il mio produttore mi accompagna anche sul palco.

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01. Come hai intrapreso il tuo percorso artistico?

Come dicevo sono sempre stato affascinato dall’ambiente musicale e persino da piccolo provavo a fare delle basi su cui poter cantare. Dato che tra il dire e il fare… Mi sono ritrovato a cercare i classici “Beat Instrumental” su Youtube per allenarmi fino a quando non sono arrivati i primi pezzi registrati e i primi progetti realizzati.

02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Inizialmente mi sono ispirato alla scena palermitana, con artisti come Stokka & MadBuddy. Col tempo ho cominciato ad ascoltare sempre meno rap italiano per passare all’americano, e sinceramente ora provo ad ascoltare meno rap possibile. Per cercare ispirazione uso tutto quello che ho sotto gli occhi quotidianamente.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?

Fare la mia musica senza nessun tipo di vincolo o compromesso. Assecondare la propria identità artistica penso sia il regalo migliore che un artista si possa fare.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

In ogni pezzo, in ogni video, tendo sempre a mettere qualcosa di mio, anche nascosto, ma che le persone che mi conoscono e vivono sanno capire. Anche la semplice sigla BC35 è uno di quei “messaggi” che vanno a rendere davvero miei i lavori. Diciamo che sfrutto Felix per dare spazio a una parte di me che normalmente tendo a tenere privata.

05. Che cosa vuol dire underground per te?

Cose fatte bene e con la voglia di condividerle ad altri con tutta la fatica e il lavoro che ci sta dietro.

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|  The Factory | Young Felix  |

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FACTORY ASKS 0004 : MARTINA RIDONDELLI

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Bianca Garzella Photo by Martina Ridondelli, M.U.A. Isabella Biagini

Nome artista 0004 : Martina Ridondelli

BIO

Nata a Pisa, diplomata all’istituto d’arte con indirizzo di “architettura e arredo” decide di approfondire la sua passione per la fotografia trasferendosi a Milano e studiando presso l’Istituto Italiano di Fotografia. Si specializza in ritrattistica e in fotografia di concerti, lavorando in buona parte nel settore musicale. Essendo la musica un’altra sua forte passione, incomincia a fare foto promozionali, artwork e a collaborare in modo sempre più diretto con i musicisti. Nel corso degli anni, approfondisce progetti personali che espone in diverse città italiane. Attualmente sviluppa i suoi lavori sia in interno, presso il suo studio, sia in esterno.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Ho incominciato a far fotografie grazie a mio padre che mi regalò la prima macchina fotografica intorno ai 9 anni e posso dire che da lì è incominciato tutto.

02. A chi o a cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

A tutti e a nessuno o a tutto e a niente. Mi piace osservare ma non ho un riferimento ben preciso e molto spesso le influenze e le ispirazioni cambiano di mese in mese.

03. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Cuore e stomaco.

04. Che cosa vuol dire Underground per te?

Underground è qualcosa di bello ma strano perchè sembra parlare sottovoce ma urla più forte delle realtà della cultura di massa. Il concetto di “underground” in questo periodo storico di confusione estetica e concettuale assume tante forme. E’ tutto un grosso calderone dove difficilmente si riconosce cosa ci sia dentro.

 

|  The Factory  | Martina Ridondelli  |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

 

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Giorgio Canali Photo by Martina Ridondelli

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FACTORY ASKS 0003 : BEATRICE TACCOGNA

foto di Nicol P.
foto di Nicol P.

Nome artista 0003: Beatrice Taccogna

BIO

Nata a Pontedera il 4 febbraio del 1992 vive a Cascina (Pisa) dove ha studiato all’Istituto d’arte conseguendo diploma in scenografia teatrale. Attualmente frequenta il terzo anno di pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Sin da bambina dimostra interesse verso il disegno e la pittura. Protagoniste dei suoi quadri sono spesso le donne che una volta dipinte diventano autoritratti introspettivi. Vede la pittura come un momento di evasione dalla vita quotidiana e cerca, attraverso le sue opere, di succitare nell’animo di chi le guarda, sensazioni che solo l’arte sa provocare.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Non ricordo cosa in particolare mi abbia spinto verso l’Arte, ma fin da piccola disegno e dipingo, mio nonno lo faceva e come lui mio padre,credo si una sorta di “eredità artistica” arrivata fino a me .

02. A chi o a cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Amo Frida Kahlo, come artista e persona.La sua vita mi ha ispirata molto, non una cosa di lei o un quadro, ma l’insieme delle sue opere che raccontano una storia tormentata quanto piena di emozioni che mi ha colpita e mi ha ispirata tantissimo verso il tipo di arte che faccio oggi

03. In quanto artista qual è la tua massima aspirazione?

La mia massima aspirazione è quella di poter viaggiare e, anche se può sembrare un utopia visti i tempi, vivere della mia arte e magari creare spazi che diano possibilità a giovani artisti come me di potersi esprimere e farsi conoscere.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

Quando dipingo ricordo a me stessa che ci sono e che l’Arte è qualcosa che nessuno potrà mai togliermi o contestarmi. Non c’è un messaggio in particolare che voglio comunicare, forse egoisticamente le mie opere parlano solo di me, un momento tutto mio nel quale però possono identificarsi altre persone apprezzando i miei lavori. Non credo si debba percorsa cercare o imporsi un messaggio sociale legato all’arte o almeno non sempre, si può anche fare arte per il piacere di farla.

05. Che cosa vuol dire Underground per te?

Underground è un termine molto complesso e spesso dimenticato, underground non significa solo “alternativo” come spesso viene sintetizzato questo concetto.per me significa indipendenza e voglia di innovazione rispetto alle “tradizioni” artistiche, culturali e sociali.

|  The Factory  |  Beatrice Taccogna  |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

foto di Nicol P. (Summer Carnival Opening Party, Maggio 2014)

Factory Asks

FACTORY ASKS 0001 : FRANCESCO CATELANI

Cosimo
Cosimo il giornalaio

Nome Artista 0001:  Francesco Catelani

BIO

Mi chiamo Francesco Catelani. Studio lettere perchè mi piacciono abbastanza i libri.
Sono sempre stato chiaramente un nerd: mi piacciono i fumetti dei supereroi (quelli della DC, ma soprattutto Pk), mi piacciono i videogiochi (quelli del Nintendo, meglio se dai 16bit al cubo, o quelli da sala giochi quando ancora esistevano), mi piacciono i cartoni animati (tutti, apparte quelli proprio giapponesi giapponesi).
Sono sempre stato un autoproduttore di nerderia casalinga: il primo fumetto l’ho fatto insieme al mio babbo, quando ancora non sapevo scrivere e dettavo a lui le didascalie (è molto brutto, ma ne vado fiero. Nei disegni, poi, non sono migliorato molto; nei contenuti ho cambiato genere).
Da allora non ho mai smesso di far fumettini e disegnozzi, a parte per qualche anno del liceo, quando avevo le mani troppo impegnate a giocare al Gamecube, a strizzarmi i brufoli, a rollare le canne, a farmi le seghe (oppure, quando ho avuto qualche ragazza, a toccarle le puppe come se non ci fosse un domani).
Da qualche anno cerco di buttar via il poco tempo libero a disposizione stampando i miei fumetti e vignettelle, e facendo disegnastri per vari progetti e vari gruppi di persone, ritrovandomi spesso a passar delle ore dietro un banchino pieno di fotocopie spillate con una serie di altri amici sganasciati, scambiandoci birrini, chiacchiere, cicchini scollati.
Faccio spesso mostre nelle toilette, e a volte sono vittima di censure e recentemente di rogo dei miei albi…il che è anche piuttosto strano, visto che in realtà faccio le cose della tenerezza e del bene.
La mia più grande aspirazione è riuscire a ridiventare, anche fisicamente, un piccolo bimbino, e farmi spupacchiare sul fasciatoio tutto il giorno, durante un’infinita sessione di cambio-pannolone.

01. Come hai intrapreso questo percorso artistico?

Parlare di “percorso artistico” riferito a quel che faccio è davvero troppo generoso nei miei confronti e mi imbarazza un po’… Più di come ho iniziato un percorso artistico, direi come ho iniziato a fare una cosa, e cioè trasformare i miei disegni e fumetti in fanzines e portarle in giro allestendo banchetti accanto alle distro dei gruppi durante le serate e i concerti. Per uno come me che non suona, credo semplicemente fosse una maniera per sentirsi presente in ambienti nei quali tutti fanno cose e stringono amicizia organizzando i concerti assieme, dividendo il palco, facendo canzoni e parlando di musica. Era -ed è- la mia maniera di essere presente, di dare il mio apporto in una situazione che creiamo in collettività. Col tempo poi questa cosa ha assunto anche altri significati… tipo che fare i banchetti coi fumetti ti dà un punto di gravità per startene seduto da una parte a far qualcosa, tipo che è un po’ un modo di offrire un piglio alle persone per venir a scuriosare in quel che fai e attaccar bottone con te. Questo per quanto riguarda il “far banchetto”; per quanto riguarda i fumetti in se non saprei cosa dire: li ho davvero sempre fatti, e per questo è una cosa che percepisco più come una costante anzichè come un “percorso”. I tentativi di rendere periodiche le fanzine mi hanno dato una certa continuità nell’uso di alcuni personaggi, e questo con il tempo mi ha suggerito l’idea e il progetto di costruzione di una sorta di universo narrativo tutto mio… Ma è qualcosa che richiede un tempo immane (o un team di persone) e al momento attuale è ancora ai primi vagiti. Ovviamente la mia maniera di disegnare, ciò di cui parlo, e come ne parlo è cambiata e cambierà nel tempo, ma più che come un percorso evolutivo (anche se in realtà forse un pò lo è) lo percepisco come il susseguirsi di periodi di vita diversi, e quindi caratterizzati da pensieri, immaginari, gusti e suggestioni differenti.

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02. A chi o cosa ti ispiri per quanto riguarda i tuoi lavori?

Per un lungo periodo ho preso come punto d’orgoglio il non leggere-esplorare niente, così da non farmi influenzare e da poter cercare nella mia autoreferenzialità gli spunti per quel che facevo (e questa è poi la ragione della mia scarsa cultura nei campi del fumetto, illustrazione, letteratura). Probabilmente questo sembra un pò un ragionamento snobistico o comunque anti-evolutivo, ma in realtà credo che sia stato piuttosto fruttifero per me.. sia a livello umano di -diciamo- esplorazione di se, sia a livello umano di evitare ansie da paragone che avrebbero di sicuro portato all’auto-boicottamento, sia -forse- nella costruzione di un’identità stilistica e/o tematica. Poi mi ha dato una certa libertà, anche di fare cagate: senza termini di paragone non ci sono modelli e non ci sono parametri per definire cosa fa schifo e cosa no, quel che fai va sempre bene. Comunque, a una certa, l’auto-referenzialità DEVE interrompersi, altrimenti diventa una gabbia: nell’ultimo anno sono diventato davvero avido di scoprire e studiare quel che sta venendo prodotto e pubblicato oggi, in ogni ambiente e di ogni genere.. un po’ tipo la fame dopo il digiuno, questo è un periodo in cui sto cercando proprio il contrario dell’auto-referenzialità: riempirmi il più possibile di tutto, per poi magari tra un pò chiudere di nuovo il rubinetto e vedere cosa mi esce a quel punto.
Ciò che mi appassiona più di tutto, e di cui da piccolo mi nutrivo ben più del pane, sono le cose da nerd, e nonostante poi io faccia cose molto distanti, secondo me questo si vede benissimo tra le righe: mi piacciono i supereroi e i loro mondi, i videogiochi, i cartoni animati, i film delle avventure e del fantasy…personaggio preferito batman e tutta la sua cricca, scrittore preferito Alan Moore: no seghe. Non mi piacciono le giapponesate, apparte giusto poche cose selezionate che, invece, adoro (Matsumoto più di ogni altro: mi ha insegnato ad amare-disegnare i teschi).
Di italiani per me sopra ogni cosa ci sono i disegni di BadTrip. Mi dicono spessissimo che parecchie cose che faccio ricordano Pazienza, di cui però ho letto pochissimo (anche se in un’occasione lo cito)… ma nell’adolescenza ho letto ossessivamente Bastogne di Brizzi, prima fino alla memoria come libro, e poi con trasognanza nella sua versione illustrata da Manfredi: sono sicuro che Pazienza mi è arrivato filtrato da quello.
Quel che leggo sempre con entusiasmo e attenzione, che a volte addirittura studio e di cui sono sempre felice di cercare e trovare le influenze nei miei lavori sono i fumetti e le fanzine dei miei compari di banchetto: primi fra tutti il Brucio, Fabio Monster, il Champa e la loro Lo-Fi Comics, poi i mostri e le città di Robo, Silvicius, più recentemente l’immaginario del Fabbri, Lafabbricadibraccia, il Pagliarulo. Sono tutti amici di cui mi piace il lavoro, e con cui spesso divido le serate, i banchetti e le sbronze, con cui ci scambiam consigli, pareri.. è normale che le maggiori influenze le prenda da loro.

03. In quanto “artista” qual è la tua massima aspirazione?                                                            

Se di mestiere facessi l’artista ovviamente la mia aspirazione sarebbe quella di riuscire a vivere con la mia arte… ma mi sa che non sono un artista, e di sicuro non lo faccio di mestiere.
Anzichè come artista, ha più senso riferirsi a me come persona, e come persona la mia massima aspirazione è quella di essere una bella persona, magari di rappresentare qualcosa per qualcuno, di riuscire a dare un consiglio, uno spunto di riflessione, un sorriso al momento giusto con quello che dico o scrivo. Se è vero che ogni persona è una storia, io vorrei essere una bella storia. Vorrei essere una persona che amo, vorrei essere amato per la persona che sono. La mia massima aspirazione come persona che fa delle cose, poi, è il riconoscimento di un valore in quello che faccio… possibilmente in vita. In soldoni, aspetto con ansia di approdare su wikipedia.

04. C’è un messaggio legato ai tuoi lavori senza il quale non li chiameresti tuoi?

C’è il fatto che li ho fatti io a renderli miei. C’è il fatto che parlino di me, o di una parte di me, o di qualcosa che ho immaginato, o di qualcosa che mi sono divertito a fare. In generale non ci sono messaggi in cui mi riconosco mai totalmente; magari ci sono dei temi attorno ai quali esprimo dei pensieri, dei punti di vista, delle interpretazioni… che sono le mie opinabili verità! Può darsi che nelle maniere che ho di fare le cose si possano leggere dei messaggi, o si possa pensare da quel che scrivo che prenda delle posizioni o roba del genere… Ma sono letture, non è quello che faccio io. Il mio è un relativismo non totale ma molto dilagante… Il relativismo -relativamente alla mia concezione- è qualcosa di così immanente in tutto ciò che esiste da diventare espressione stessa dell’assoluto: posso esprimere le mie verità relative, ma non messaggi. Posso, soprattutto, dire minchiate divertendomi a far cose sceme, tipo inserire il maggior numero possibile di volte la stessa parola in un periodo di senso compiuto, per dire cose serie prendendo un po’ per il culo chi legge, tipo adesso.

10389449_273614826159198_7036947347853791027_n05. Che cosa vuol dire underground per te?
Ecco la domanda difficile, se non altro perché credo sia una parola il cui significato è cambiato parecchio nel tempo.
Underground è un termine che ha avuto un significato, una suggestione e una fascinazione molto forti per me, soprattutto quando ero più piccolo… ed era una parola molto selettiva: una di quelle etichette che servono per dividere le cose buone dalle cose cattive. Underground per me rappresentava tutto ciò che era… underground appunto! Quindi roba di nicchia, situazioni con una certa estetica, l’illegalità, il rifiuto del mondo… un certo tipo di chiusura snobistica anche, che si traduceva nella negazione di comunicazione con l’esterno. Per fare degli esempi scemi: non le rockoteche ma i posti occupati, non le discoteche ma le feste coi furgoni, non le riviste ma le fanzines, non la pubblicità e i social network ma il passaparola.. poi per fortuna tutto questo è cambiato e ho un po’ abbandonato queste divisioni dell’adolescenza.
Oggi underground è una di quelle parole strausate da chiunque e in ogni situazione -tipo “rock”, per dire- e questo le ha fatto perdere la sua identità, la sua funzione realmente categorizzante. Underground vuol dire un po’ tutto e un po’ niente, e alla fine va bene così: le etichette fanno male al mondo, e le identità sono qualcosa di molto in bilico tra l’essere un valore ed essere una gabbia. Dal canto mio, io ho imparato a tralasciare completamente ogni tipo di etichetta ed evitare di assegnare questo gran valore distintivo alle parole, così come ho imparato a non dar peso a questioni estetiche o di “categoria”, come i luoghi, gli immaginari, i colori, gli atteggiamenti… Ognuno possa definirsi o venir definito un po’ come gli pare o come pare agli altri: per me contano le persone, e alla fine con le persone le parole e le etichette sono sempre inutili.
Ci sono persone con cui passo volentieri il tempo e con cui faccio cose assieme con entusiasmo, e altre con cui preferisco non stare e di cui non apprezzo il lavoro: per me conta questo, e non ci sono termini validi per fare questa distinzione, è una cosa umana punto e basta. Lo stesso dicasi per gli ambienti: se in una situazione ci respiro aria buona, per me è un bel posto e ci rimango finché mi va, altrimenti vado altrove; mi piacciono i posti dove si può sentirsi liberi di fare, e non mi importa se si tratti di uno squat o una discoteca: esperienza insegna che anche questa è una questione umana, e ci sono centri sociali paramilitari dove devi chiedere il permesso per pisciare e locali dove puoi proporre e realizzare quel che vuoi come fosse casa tua.
Poi che a livello estetico mi piaccia di più un certo tipo di ambiente, un tipo di musica o un immaginario rispetto ad altri è un altro discorso… Si tratta di gusto personale e di cosa sento più mio e cosa meno. In definitiva a me interessano le persone: se mi sento a mio agio con loro, se hanno lo spirito giusto, si gli piace farsi le cose da soli e han voglia di sbattersi, se tutti ci sentiamo liberi di fare quel che ci pare -liberi anche di andare in paranoia o litigare senza catastrofi-, allora va bene. Definizioni e autodefinizioni, almeno per me, lasciano un po’ il tempo che trovano… Meglio conoscere, immergersi un po’, e scoprire se ci stai bene o no. Se proprio dovessi assegnare un significato specifico al termine “UNDERGROUND”, gli darei lo stesso significato indefinibile che Celentano assegnava alla parola “ROCK” nel suo programma… ma giusto per dire una cazzata sul finale di queste risposte, e perché Celentano è un gran figo ed è sempre bene ricordarlo.

 

|  The Factory  |  Francesco Cate  |

“Nessun artista è stato maltrattato durante la realizzazione di questa intervista”

foto di Celeste Arzilla
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