L’ARGONAUTA 6-14 Marzo 2020

L’argonauta: diario cosmico di viaggio

“L’impresa”
Marzo 6

Anno 2020, nel paese imperversa un nuovo nemico in combutta con Re Pelia che vuole mantenere il suo dominio incontrastato. La Tessaglia appare vuota e desolata, nella città di Iolco, gli umani sono costretti a rifugiarsi nelle loro abitazioni. La “società del benessere” così definita sin dai tempi di Re Aristo è in ginocchio. Tuttavia grazie al Dio della tecnologia Syncro cha ha creato diversi dispositivi per gli umani, questi rappresentano una possibile via di uscita. Dentro alle mura delle proprie abitazioni, grazie a queste apparecchiature che consentono la comunicazione a distanza, uomini e donne di cultura si organizzano per formare la resistenza.

«Da te sia l’inizio, Febo, a che io ricordi le gesta
degli eroi antichi che attraverso le bocche del Ponto
e le rupi Cianee, eseguendo i comandi di Pelia,
guidarono al vello d’oro Argo, la solida nave.»

Marzo 7

Uno di loro, un certo Giasone, rientrando alla sua abitazione trova una vecchia in difficoltà che aiuta con coraggio ad attraversare il fiume Anauro. Il gesto non rimane inosservato al Re Pelia, che temendo l’avverarsi di un’antica profezia decide di sbarazzarsi del giovano e di tutti coloro che avrebbero potuto instillare il seme del pensiero critico. Pelia affida così a Giasone un’impresa ritenuta impossibile: raggiungere la Colchide e conquistare il Vello d’oro, un manufatto d’oro, un manto dagli incredibili poteri magici che potrebbe portare al paese la tanta sospirata pace e aiutare a sconfiggere il nuovo nemico.

Vello d'oro
Copyright: EMANUELA GIACCO, Il Vello d’Oro 2015, acrylic on canvas, 50x50cm
Marzo 8

Giasone abbraccia l’avventura, con messanger inizia a formare una squadra dove riunisce tutti i più validi compagni e compagne d’avventura, e fa preparare dall’esperto armatore una grandiosa nave “l’Argo”. Purtroppo tra i prescelti, Pelia imbarca – di nascosto – anche il figlio Acasto con l’intento di sabotare l’impresa.

Masomenos
Copyright: Masomenos “M7TH ” – VIRTUAL INSTALLATION –

Tri i primi nomi che spiccano nella lista delle donne e uomini di cultura scelti da Giasone troviamo “Masomenos” una collaborazione tra Joan Costes, graphic designer e DJ, e Adrien de Maublanc, produttore e tecnico del suono. Due maestri nell’audiovisivo che usano per produrre il loro universo spontaneo, spensierato, psichedelico, senza limiti.

Marzo 9

La mattina della partenza, Giasone viene convocato dagli dèi sul monte Olimpo. Zeus assicura gli eroi che il loro viaggio sarà da questi benedetto e che grazie alla dea Era potranno ricevere tre aiuti. Era fornirà in caso di bisogno tre semplici risposte. Allora Giasone decide subito di porre una prima domanda. Quale destinazione dare a questo viaggio? Era li indirizza nella Colchide, la terra oltre i confini del mondo.

Subito dopo Argo la barca della compagnia salpa per l’avventura. Incertezza, paura, speranza, sono tutti i sentimenti che accompagnano questo momento. Il mare è sereno, l’orizzonte senza limiti. Giasone ha subito stabilito i diversi ruoli su Argo con l’intento di far collaborare tutti verso il successo dell’impresa. Coordinamento ed esperienza le due armi a disposizione di Giasone per portare a termine quest’avventura.

Nave Argo al tramonto
Marzo 10

I primi giorni scorrono veloci, il fresco odore del legno al mattino e i venti dolci e favorevoli, permettono a ciascuno di svolgere al massimo i propri compiti e di essere d’aiuto ai propri compagni. Tra le donne e gli uomini di cultura dell’equipaggio, Cairn e DEVICE, due giovanissimi mozzi reclutati da Giasone tra le fila del Pisa Underground Movement (una famiglia di artisti indipendenti), dopo aver tirato a lucido il ponte e gli altri ambienti della nave hanno dedicato po’ del loro tempo a completare un diario sonoro sul dipinto del pittore americano “I nottambuli” (Nighthawks) di Edward Hopper (1942). Questo diario potrà essere usato a bordo per distrarre i marinai dai canti delle sirene.

Il suono esce fuori come offuscato. Al centro della composizione l’attenzione si sposta all’interno del bar dove sta avvenendo una conversazione, per poi di nuovo spostarsi sul vuoto silenzio della strada. Il piano esprime un senso di rassegnazione, mentre pochi effetti (gestiti con SLOO, un sintetizzatore per Reaktor 6 sviluppato da Time Exhile anche lui tra i presenti sull’Argo) rinforzano il senso complessivo di nostalgia.

Marzo 11

Dopo un paio di giorni di navigazione gli argonauti sono costretti a fermarsi per un primo rifornimento sull’isola del Bronzo. Tutto appare deserto, i pochissimi abitanti presenti, in fila indiana davanti ai pochi supermercati aperti. In questi momenti ci rendiamo effettivamente conto di quanto sia fragile tutto il meccanismo sociale, che in ultima analisi ci induce a trovare sicurezza nell’immagine del “frigorifero pieno”.

Che danno ci farà un sistema che ci stordisce di bisogni artificiali per farci dimenticare i bisogni reali? Come si possono misurare le mutilazioni dell’anima umana? (Eduardo Galeano)

L’estrema fiducia del gruppo e la noncuranza degli dei durante la perlustrazione dell’isola causa il risveglio del gigante bronzeo Talo. Nello scontro la compagnia perde il marinaio semplice ARTF (Almost Ready to Fly).

Talo gigante di bronzo
Τάλως, Tálōs

La sua scomparsa spinge Ercole a disertare la missione per continuare da solo le ricerche del giovane amico.

Marzo 12

A quasi una settimana dall’inizio della loro storia il gruppo appare oggi indebolito. Le condizioni fisiche e morali dopo lo scontro sono precipitate ai minimi termini.

Giasone decide allora di richiedere nuovamente l’intervento di Era e la dea gli indica di mettersi alla ricerca del vecchio Sorrycat, un veggente punito dagli dèi con la cecità per aver osato sfidare le sacre danze tribali con ritmiche moderne e sinth eletrizzanti.

Marzo 13

Il morale della compagnia sta piano piano risalendo così come stanno guarendo le ferite causate dallo scontro con Talo.

Durante le notti su Argo la compagnia decide di avviare un canale streaming “CCTv” attraverso il quale aiutare chi intrappolato nelle proprie abitazioni in Tessaglia vuole seguire le avventure degli eroi.

Marzo 14

La compagnia giunge sull’isola dove dimora il vecchio SorryCat. Il vecchio produttore di House Tribe Records accoglie con entusiasmo così tanti uomini e donne di cultura, ma per indirizzare nuovamente le ricerche del vello d’oro chiede agli argonauti di liberarlo dalla TRAP, un mostro commerciale che si prende gioco di lui e degli ascoltatori con frasi scontate ma di forte effetto, ritmiche poverissime che si reggono soltanto su qualche fx ben posizionato.

Argo Mappa
Copyright memoriadise

A story by Daniele V.


Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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    La Mongolia by Federico

    La Via del Vento

    Un viaggio in foto sull’inizio dell’inverno sulle rotte della transumanza nella Mongolia rurale.

    La Mongolia è un paese remoto, forse molti di noi l’hanno vista solo in foto. Un luogo intriso di mistero, dal fascino esotico che però non riusciamo a visualizzare perché appunto molto lontano dal nostro immaginario comune. Per questo abbiamo deciso di farci raccontare la Mongolia da chi l’ha vissuta, da chi l’ha fotografata. E ve la presentiamo qui su Art novels and stories.

    La Mongolia by Federico
    Foto & Copyright by Federico Pellici

    Federico Pellici, classe 1985, si avvicina alla fotografia nel 2008, durante gli anni dell’Università a Firenze, rispolverando la precoce curiosità manifestata già da bambino per questa strana forma di magia in cui il mondo si ferma, e fa da specchio all’osservatore. Per Federico la fotografia è una ricerca del sé attraverso il risultato dell’incontro tra dentro e fuori.

    Fedrico Pellici mappa Viaggio roads
    Foto & Copyright by Federico Pellici

    Successivamente, affiancando l’interesse umanistico alla comunicazione visiva, si concentra sulla fotografia sociale e antropologica, che perfeziona con gli studi presso lo Studio Marangoni di Firenze, corso di foto-giornalismo.

    Partendo dalle periferie, dalla condizione degli emarginati,  dalla vita contadina e dal conflitto estetico e culturale con il mito del progresso e dei modelli televisivi,  trova un momento di distensione tramite il viaggio, e la scoperta di antichi esempi di umanità in armonia con il loro ambiente.

    Mi trovo costretto a porre un costante paragone con la società da cui provengo

    A cavallo dell’eterno vento della steppa si fanno incontri rari ma importanti, carichi di valore. Le parole ed i gesti hanno valore. Gli sguardi hanno valore. Mi trovo costretto a porre un costante paragone con la società da cui provengo, in cui la “saturazione di umanità” porta un’inevitabile indifferenza per le vite altrui ma un’inspiegabile terrore della morte. I popoli nomadi della Mongolia sembrano incarnare le qualità dei loro luoghi ancestrali, ed il vento accompagna da secoli le loro vite, plasmandole, facendo loro da maestro sapiente e severo.

    Mongolia by Federico Pellici
    Foto & Copyright by Federico Pellici

    Da qui nel 2016, realizza un viaggio sulle orme del nomadismo. Mantenendo uno spirito di apertura e curiosità verso tutto ciò che è “diverso” o ignorato dalla cultura mainstream, attraverso questo viaggio Federico ci comunica il suo tentativo di comprensione di sé  attraverso lo studio e il rapporto con le diverse culture nomadi della Mongolia.

    Fedrico Pellici mappa Viaggio roads
    Foto & Copyright by Federico Pellici

    La Via del vento

    “I nomadi salvaguardano la Grande Vita, e la sopravvivenza della prateria e della natura è ben più importante di quella degli uomini. I coltivatori invece proteggono la Piccola vita, badano alla sopravvivenza dell’essere umano, a cui danno il valore più grande. Tuttavia senza la Grande vita non ci sarebbe la Piccola” – Jiang Rong.

    La Mongolia by Federico Pellici
    Foto & Copyright by Federico Pellici
    Giorno 1

    Secondo il calendario lunare mongolo, il 31 ottobre è stato il primo giorno d’inverno. Sono arrivato qui per il Bituun, l’ultima notte senza luna della stagione. Tra i pastori della steppa centrale si dice che sarà l’inverno più freddo degli ultimi 160 anni. Molti sono già in viaggio verso le valli dell’Uvurkhangai, a sud-est. Una distesa interrotta da pochi villaggi e qualche cittadina sovietica, in genere capoluogo di aimag (provincia), sorta in prossimità della miniera di carbone.

    LA Mongolia by Federico Pellici
    Famiglia nomade venuta al villaggio di Khorgo per far visitare la bambina malata; Foto & Copyright by Federico Pellici

    E’ la stessa domanda che mi sorge quando, dopo decine di chilometri di steppa, spunta un accampamento. Perchè proprio qui?  Due famiglie, come un’oasi nel deserto. In un momento ben preciso, un antenato di questo clan ha deciso di fermarsi dopo settimane di viaggio. E così, da allora, i suoi discendenti tornano qua ogni inverno. Ci sono un sacco di motivi a me invisibili per cui questo è un buon posto, e un buon momento per venirci. Una rete di informazioni, consigli e ammonimenti portate dagli spiriti del vento e dell’acqua, dagli animali e piante della terra. Indirizzati da questi presagi e auspici ci si muove sempre nella giusta direzione, da millenni. Perchè non ascoltare il Padre Cielo e la Madre Terra, significa rompere un fragile equilibrio e perdere tutto. Come i marinai guidati dalle stelle, qui si ascolta la voce del vento.

    F. Pellici
    La Mongolia by Federico Pellici
    Foto & Copyright by Federico Pellici
    Giorno 8

    Già in questo mese si sono toccati i -20 C°, e qualcuno, sottovoce, ricorda il catastrofico inverno del 2010. Un inverno gelido, qui chiamato dzud, che sconvolse la Mongolia. Per tre mesi abbondanti il Paese asiatico rimase paralizzato da un gelo intensissimo, accompagnato da nevicate continue. Oltre cinque milioni di animali, tra yak, pecore, capre, cavalli e cammelli, morirono per il freddo e per la fame.Intere regioni rimasero a lungo isolate. Decine di pastori nomadi morirono per gli stenti, tra loro molti bambini.

    Quest’anno l’eccessivo altalenare delle temperature preoccupa gli allevatori, lo scioglimento della neve causato da una settimana più calda può significare una successiva gelata che “brucia” l’erba dei pascoli e rende impraticabili i passi di montagna. Attualmente in Mongolia sono censiti più di 30 milioni di capi. Sui laghi ghiacciati si raccoglie il sale da gettare agli animali, ”lo mangiano da soli, il sale fa grasso per l’inverno”, mi dicono.

    F. Pellici
    LA Mongolia by Federico Pellici
    Foto & Copyright by Federico Pellici
    Giorno 15

    La carne essiccata è quasi pronta, come 800 anni fa. Con un procedimento altrettanto antico, dopo varie bolliture e la preparazione in sacchi di cotone, si ottiene l’essiccazione di formaggi e yogurt, unico metodo di conservazione dei prodotti caseari. Carne e derivati del latte sono gli unici ingredienti della dieta delle famiglie nomadi, salvo quel poco che offre la montagna, funghi e piccole bacche rosse ricche di vitamine, che vengono date ai bambini in acqua calda.

    LA Mongolia by Federico Pellici
    Foto & Copyright by Federico Pellici

    Oltre un milione dei quasi tre della moderna mongolia sono ancora pastori, nomadi o semi- nomadi. E’ una vita dura, senza domeniche, dagli odori forti. Un occidentale non può conoscere queste realtà senza una guida e buon fuoristrada, meglio russo, più facile da riparare. Lontani dalle arterie principali (sono poche le strade asfaltate) gli sparuti gruppi familiari si distribuiscono omogeneamente su una superficie di un milione e seicentomila kmq, qualcosa come cinque volte l’Italia.

    I nomadi di queste parti sono gente ospitale, l’incontro tra persone viene ancora celebrato con l’immancabile tè salato al latte e lunghi racconti.”

    F. Pellici
    La Mongolia by Federico Pellici
    Foto & Copyright by Federico Pellici

    Nella gher, la tradizionale tenda mongola, si rispettano riti e usanze antichissimi, ormai assorbiti dalla normalità. La forma stessa dell’abitazione,un’unica stanza con la stufa al centro, regno della donna e centro di ogni attività sociale, ricalca una visione sintetica di concetti spirituali e astronomici, nella stessa ottica in cui in occidente si costruivano chiese e santuari.Tra i nomadi mongoli sono ancora forti le credenze di derivazione sciamanica soprattutto a nord, nella taiga dell’hovsgol, ma dopo secoli di rivalità con il buddismo lamaista e 60 anni di comunismo sovietico,è un culto ormai custodito da pochi gruppi etnici più isolati.

    Foto & Copyright by Federico Pellici
    Giorno 21

    Come le altre civiltà nomadi, la vita dei pastori mongoli mostra una grande conflittualità con la moderna cultura stanziale e cittadina. La volontà dell’uomo sugli animali e sulla natura conosce e rispetta un limite ancestrale, oltre il quale in nome del progresso, della comodità e della ricchezza l’uomo sedentario si è progressivamente spinto negli ultimi secoli. Finché rimangono nomadi, questi uomini non lasciano tracce indelebili del loro passaggio,non sporcano, non inquinano,e lavorano.Si muovono dietro agli animali, quando la distanza tra la mandria e l’accampamento supera il giorno a cavallo. Si muovono seguendo valli o corsi d’acqua, Si muovono osservando la terra e il cielo.

    cavallo bianco neve
    Foto & Copyright by Federico Pellici

    Avvicinandosi alle città, visibili da decine di km, avvolte nella caratteristica coltre di smog e rumore, il contrasto è forte. Si avverte la tentazione di individuare la causa di tutto questo caos proprio nella “forma città”. Come se la cessazione della millenaria abitudine errante di questo popolo abbia creato tutt’a un tratto povertà, inquinamento, e abissali divari tra gli strati di una società competitiva e verticale.

    Nelle asciutte e fredde sere d’autunno, mi trovo a paragonare la realtà in cui sono cresciuto,che sento fortemente terrena e pesante, immobile, solida e protettiva, ad un’altra realtà di interdipendenza con le forze della natura, da cui siamo separati da appena pochi strati di feltro della tenda. Orizzontale, paritaria. Spietata e generosa.

    F. Pellici
    Ogni azione nel piccolo risuona nello spazio sterminato

    Potrebbe sembrare un rapporto esclusivamente di dipendenza dagli animali e dalla natura, in realtà è forte in loro la consapevolezza che ogni azione nel piccolo risuona nello spazio sterminato,e che esso ne risente in molti modi, attraverso il clima, le piogge e tutti i cicli vegetali e animali. Potremmo parlare di una proto-coscienza ecologista, traslitterata in tradizioni sciamaniche e modellate dal buddhismo lamaista, quello barocco e minuzioso, e superstizioni di ogni tipo.

    Baasanjav, passa l'inverno da sola sul lago Hovsgol in mezzo alla foresta
    Baasanjav, passa l’inverno da sola sul lago Hovsgol in mezzo alla foresta; Foto & Copyright by Federico Pellici
    Giorno 26

    L’intento di tutte le attività nomadi è l’autonomia, necessaria tradizionalmente in paesi sterminati, aridi e poco popolosi. Autonomia sempre più limitata anche a causa di politiche tese paradossalmente alla conservazione del territorio, come i severi controlli sulla caccia e il taglio della legna.Oppure il divieto di pascolo nei nuovi parchi nazionali, dove però le auto dei turisti sono sempre ben accette. Vengono talvolta adottate dai nomadi limitate forme di commercio e scambio, ma tendenzialmente si fa poco uso del denaro.Tutto quello che si produce è ad uso e consumo dello stesso nucleo di una o due famiglie (comunque legate da parentela) che possiedono il gregge o la mandria, tenuti rigorosamente in libertà in un regime di allevamento estensivo.

    La Mongolia by Federico Pellici
    Foto & Copyright by Federico Pellici

    Un sistema chiuso, quindi, che può essere messo in crisi quando intervengono fattori che minano le fondamenta di queste strutture sociali monocellulari,come l’acquisto delle terre da parte delle grandi compagnie straniere, l’avvelenamento delle acque e i cambiamenti climatici.In Mongolia più che mai appare evidente come il concetto stesso di modernità si stia perpetuando attraverso un sistema globalmente interconnesso, a scapito delle millenarie modalità di auto-sussistenza che non possono essere assorbite da un macro-flusso economico statale. Difficoltà già venuta drammaticamente alla luce negli anni del totalitarismo comunista,in cui le attività di pastorizia vennero forzatamente abbandonate cedendo il posto a impieghi nell’enorme apparato produttivo sovietico.

    Giorno 30

    Nonostante il ritorno di molti alla vita nomade a partire dagli anni ’90, la conservazione di questo stile di vita è seriamente compromessa dalla totale inconciliabilità di bisogni e risorse con un paese che sogna l’occidente, vive di importazione, ma anche ricchissimo di carbone, rame e oro.

    La vita lenta, laboriosa e quasi incontaminata che mostro nelle mie fotografie, in queste arcaiche forme di equilibrio e armonia con i ritmi naturali, sta subendo forti cambiamenti.

    Foto & Copyright by Federico Pellici

    La diffusione di televisione satellitare e internet nella Mongolia rurale sta contribuendo ad allargare la crepa nelle coscienze delle giovani generazioni. Il futuro è più incerto, nuovi modelli appaiono loro, in confronto ai quali la vita quotidiana dietro agli animali appare sporca e miserabile, mentre il miraggio di un lavoro in città va ad espandere le bidonville della capitale. Così l’occidente ha esportato l’ansia identitaria, e la fermezza dei volti più anziani non trova continuità in quelli decisamente più insicuri dei giovani.

    La diffusione di televisione satellitare e internet nella Mongolia rurale sta contribuendo ad allargare la crepa nelle coscienze delle giovani generazioni.

    Certo, la realtà nella Mongolia moderna non è solo questo, si vedono evidenti contraddizioni in un paese che vive di importazione, di miniere di rame e centrali a carbone. Le città sono avvolte in una nube di smog. Agglomerati di gher si formano nelle periferie delle poche grandi città, e famiglie ex-nomadi conoscono per la prima volta la povertà.

    F. Pellici

    In ogni caso, ciò che salta ai miei occhi appena fuori i centri abitati, ciò che ho scoperto che stavo in realtà cercando in questo posto remoto, è un umile rispetto delle regole universali, una non imposizione della volontà umana sul creato, nato e sviluppato già perfetto.

    La Mongolia by Federico Pellici
    Foto & Copyright by Federico Pellici

    Il governo sta cercando di incentivare l’educazione dei bambini tra i gruppi nomadi, e molti di loro riescono a frequentare la scuola del villaggio usufruendo del dormitorio gratuito. Una volta finita la scuola primaria, si sceglie: chi può, continua gli studi a Ulan Baatar, dove si studia l’inglese (non più il russo) e dove sorgono moltissimi istituti privati, per lo più stranieri e molto costosi.

    La via del Vento by Federico Pellici
    Foto & Copyright by Federico Pellici

    Per questo la Via del Vento è anche la mia via. E’ la storia di un viaggio iniziatico, una testimonianza per immagini di questa mia scoperta, raccolta poco prima dell’Inverno, lontano dal turismo, dalle strade principali. Ero solo alla ricerca del silenzio e della chiarezza perdute tra la folla o nel traffico. Un dialogo privato tra me, la Natura, e i suoi antichi abitanti.

    A story by Fedrico Pellici, 2016 Pisa.


    Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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      ROADS by PUM

      Ultima graphic novel

      CAPITOLO 1. L’OMBRA

      TAVOLA 1 ULTIMA
      Copyright Ultima Graphic Novel; L’ombra

      tavola 2
      Copyright Ultima Graphic Novel; L’ombra

      tavola 3
      Copyright Ultima Graphic Novel; L’ombra

      tavola 4
      Copyright Ultima Graphic Novel; L’ombra

      tavola 5
      Copyright Ultima Graphic Novel; L’ombra


      Edited by Roberta Ada Cherrycola www.instagram.com/ada.cherrycola

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        Underground Iran

        Giovani, musica, cultura e libertà nell’Iran contemporaneo

        L’Iran è un paese del quale in Italia si sa poco o niente.

        Luoghi comuni e stereotipi ci fanno produrre una versione fasulla e semplificata della realtà, in cui tutto è bianco o nero e in cui ci sono paesi da visitare ed esplorare ed altri che non è neanche possibile menzionare.

        E quando il terrore mediatico è al suo picco più alto, è ancora più difficile pensare di poter far luce sugli aspetti più umani e positivi di culture tanto lontane e diverse dalla nostra.

        Nonostante ciò, ho voluto provarci lo stesso, ho incontrato e intervistato Giulia Frigieri, fotografa laureata in antropologia e media alla Goldsmiths University di Londra, che nel settembre 2014 ha fatto un lungo e affascinante viaggio in Iran.

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        Foto tratte dal reportage Sar Zamin a cura di Giulia Frigieri; Copyright Giulia Frigieri
        Parlaci del tuo viaggio in Iran. Perché hai sentito il bisogno di partire da sola per un avventura così particolare?

        Sono partita dopo esser stata in Marocco e in Libano. Visitare questi paesi ha fatto crescere in me il bisogno di esplorare altri paesi orientali e di conoscere più da vicino il mondo arabo. Sapevo che l’estate seguente sarei andata in Turchia con un’amica e così ho deciso che avrei continuato il mio viaggio spingendomi sempre di più nel Medio Oriente. All’inizio volevo andare in Armenia. Ovviamente in Siria non potevo andare, in Iraq neppure.

        Arrivare in Iran via terra è un esperienza che consiglio a tutti ed è bellissimo vedere il paesaggio che muta e il miscuglio di Turchi e Iraniani che attraversano il confine.

        Alla fine una serie di avvenimenti mi ha portato a scegliere l’Iran. Al tempo lavoravo in una galleria d’arte nell’est di Londra la cui gallerista è un’iraniana espatriata. Lei mi ha descritto il suo paese in un modo stupendo, ma non può più tornarci perché non la farebbero più uscire. Io non avevo un piano ben preciso, ma sapevo che avrei preso un treno da Van (la città più a est della Turchia) e sarei arrivata a Teheran via terra. C’era sempre un piccolo ostacolo da superare per la buona riuscita del mio piano: per avere il visto per l’Iran non basta pagare, è necessaria una lettera di invito di una persona garante. Ma io avevo un contatto. Un amico di un’amica che avevo conosciuto su Facebook ha garantito per me e si offerto di ospitarmi, perciò dopo ventiquattro meravigliose ore di treno ero a Teheran. Arrivare in Iran via terra è un esperienza che consiglio a tutti ed è bellissimo vedere il paesaggio che muta e il miscuglio di Turchi e Iraniani che attraversano il confine. Infatti la Turchia è uno dei pochi paesi a cui cittadini iraniani hanno libero accesso, grazie all’antica amicizia tra i due paesi.

        È stato difficile far accettare a amici e familiari la tua decisione di partire? 

        Qui in Inghilterra no. Perché l’ambiente è molto cosmopolita. Tanti dei miei amici hanno a loro volta amici iraniani, quindi non ci vedevano niente di strano. In Italia invece mi hanno preso per pazza. Tutti mi chiedevano perché proprio l’Iran; mi dicevano che sarebbe stato pericoloso andare in treno e attraversare il confine. A dire la verità io mi sono sempre sentita al sicuro. La situazione in Medio Oriente era più tranquilla rispetto a tempi recenti. Si sentiva parlare di Daesh e di scontri nel Kurdistan iracheno. Ma niente di tutto ciò succedeva in Iran. La maggioranza degli iraniani sono sciiti, infatti anche le donne non devono essere completamente coperte. Ovviamente c’è chi lo fa, ma c’è anche tutto un mondo di donne che hanno lenti a contatto colorate, nasi rifatti, capelli biondi eccetera che sfoggiano a modo loro. La prima volta che ho messo l’hijab è stato nell’est della Turchia quando sono scesa dal treno al confine.

        Non sappiamo assolutamente niente. In Iran la cultura dei giovani è in tutti i sensi una subcultura. Perché i giovani iraniani fanno esattamente tutto quello che facciamo noi, ma lo fanno 5 o 6 metri sottoterra, nascosti nei cantieri, nei seminterrati, nelle fattorie. E non perché è figo farlo, ma perché altrimenti ti arrestano. Tutti i miei amici hanno Facebook, ma è vietato per legge insieme ad Instagram ed altri social network. Internet ha un filtro che ti impedisce di accedere molti siti, ma è stato trovato il modo per aggirarlo e avere comunque accesso al web. Vanno tutti pazzi per i social networks occidentali. Anche Couchsurfing è illegale, ma la gente lo fa lo stesso. Io ho conosciuto un ragazzo su Couchsurfing che ho poi incontrato a Shiraz. Anche se non mi ha potuto ospitare ha voluto conoscermi per parlare inglese e portarmi in giro.

        Quando ero a Teheran mi hanno raccontato di un parco in cui giovani amanti si incontrano in segreto

        In generale l’Iran non è un paese che promuove la coesione sociale. Per esempio i sessi a scuola sono separati fino all’università. E anche in città è difficile incontrarsi: un uomo e una donne che vanno in giro insieme devono essere parenti o sposati se non vogliono passare guai; anche riunirsi in più di cinque persone in luoghi pubblici desta subito l’allerta della polizia. Quando ero a Teheran mi hanno raccontato di un parco in cui giovani amanti si incontrano in segreto, ma lo fanno mentre girano in macchina per non attirare l’attenzione. Si scambiano i numeri abbassando il finestrino!

        Un’altra cosa interessante è che in Iran si vede un sacco di televisione americana e ci sono molti programmi per il pubblico all’estero. La mia amica gallerista lavora anche per Manoto.tv una televisione britannica che trasmette da Londra e che appunto offre programmi in Farsi per iraniani all’estero con usi e costumi occidentali.

        Pensi che sia possibile un graduale attenuamento delle politiche repressive per quanto riguarda la produzione culturale e musicale in Iran?

        Questa è una domanda difficile. Da quello che ho sentito c’è una forte voglia di cambiamento da parte dei giovani iraniani. Sono stanchi di politiche repressive che li costringono a nascondersi. Purtroppo non credo che la classe dirigente presente al momento permetterà questo cambiamento. Forse ci sarà un’ulteriore chiusura, forse serve solo un ricambio generazionale? Potrebbe anche succedere che niente cambi e che ci sia una fuga di cervelli come in tanti altri paesi. Sembra ci sia una tendenza per molti paesi medio-orientali a diventare ultra capitalisti e forse i giovani lo percepiscono sempre di più. Un amico si lamentava con me che molti giovani provenienti da famiglie benestanti pensano solo a rifarsi il naso, comprare macchine, vestiti e non mostrano nessun interesse nel voler cambiare l’Iran. Mentre coloro che hanno le idee e la voglia di cambiare le cose, sono scoraggiati dalla mancanza di risorse e supporto.

        L’Iran purtroppo non è un paese libero, è retto da un regime. E la cosa più sconvolgente è che la gente ha tanta voglia di vivere e nonostante il paese sia molto represso, è anche un paese felice. L’Iran va visto da molti punti di vista per essere compreso a pieno. Tante persone che ho conosciuto se ne vogliono andare e hanno un forte desiderio di cambiare il paese. Forse qualcosa cambierà tra una ventina d’anni, quando gli adolescenti di oggi che sono cresciuti con principi diversi da quelli che hanno animato la rivoluzione, diventeranno la classe dirigente. Chi sa che ne sarà dell’Iran tra vent’anni! E’ possibile farsi un idea attraverso i lavori di Newsha Tavakolian una fotoreporter e documentarista iraniana. Uno dei suoi ultimi progetti è diventato copertina del Times di recente, penso che il suo approccio sia molto interessante.

        iran-cover-final
        Photograph by Newsha Tavakolian—Magnum for TIME
        Tempo fa mi hai consigliato un bellissimo film che ho guardato con molto piacere, I Gatti Persiani di Bahman Ghobadi (2009). Il film è ambientato nella Teheran odierna e racconta la storia di due giovani musicisti alle prese con la terribile rigidità della legge locale. Girata senza autorizzazione, questa pellicola rappresenta una forte denuncia della forzata clandestinità di band e musicisti in Iran. Ogni scena racconta un aspetto diverso del panorama musicale underground iraniano, dall’indie rock al rap, all’heavy metal.
        Cosa ne pensi del film e quanto di ciò che viene raccontato hai personalmente vissuto durante il tuo viaggio?

        Il film è abbastanza veritiero, ritrae bene la realtà underground iraniana. Quando ero a Teheran sono stata a casa di amici del ragazzo che mi ospitava, un’insegnante di Francese e un musicista. Ci hanno offerto l’Arak un drink tipico dei paesi arabi, dell’erba da fumare e abbiamo passato la serata a chiacchierare e suonare. In Iran le feste in casa sono molto in voga, solitamente si tengono in seminterrati mentre i ragazzi che appartengono ai ceti più abbienti si trovano in location segrete fuori Teheran.

        Inoltre tutti sono molto creativi e vivono molto male il fatto che non possono esprimersi, talvolta nascondendosi anche dalla propria famiglia. Lo scenario descritto nel film è reale ma da turista non è possibile averne accesso, perché è una realtà veramente underground: è impossibile arrivarci a meno che non ci si venga portati da qualcuno del posto.

        Iran
        Foto tratte dal reportage Sar Zamin a cura di Giulia Frigieri; Copyright Giulia Frigieri
        Il tuo futuro ti riporterà in Iran?

        Assolutamente sì. Stanno accadendo molte cose interessanti in Iran, soprattutto relative allo sport. In particolare, Waves of Freedom è un organizzazione di volontariato no-profit e scuola di surf gestita da donne nella regione del Baluchestan, che ha l’obiettivo di promuovere l’empowerment e la libertà di giovani donne e bambine. Un’altro fatto interessante di cui però non si parla: in Iran c’è anche un’attiva scena snowboard and skiing , perché ci sono zone climatiche e località montane adattissime per questi sport. Quindi, sì, sicuramente tornerò in Iran.

        Voglio imparare il Farsi che è una lingua meravigliosa, perché in nessun’altra lingua al mondo ci sono dieci modi di dire grazie.


        Edited by Celine Angbeletchy

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