NicoNote

Ridisegnare la Club Culture a partire dal suono e
dalla dimensione dell’ascolto

In attesa di un piccolo e piacevole rialzo delle temperature, abbiamo pensato di scaldarvi con la personalità di un’artista trasversale, abituata a muoversi fluida tra teatro e clubbing, in lungo e largo per il globo.

Conosciamo uno spaccato di Club Culture oggi con le impressioni e le riflessioni di Nicoletta Magalotti in arte “NicoNote”. Una persona molto disponibile e gentile, “Riminese D.O.C.”. Un’anima nobile e visionaria che abbiamo avuto l’onore e la possibilità di intervistare per la nostra rubrica “Break The Wall” grazie al grande lavoro di DJ Darius.

Dal 2019 insieme a Pierfrancesco Pacoda ha creato un osservatorio sulla Club Culture in Italia dal titolo “Tenera è la Notte”, una persona quindi che è dentro molte delle questioni che ci piacerebbe mettere in luce con #BtW.

Copyright NicoNote, ph. Chiara Maretti

Diamo un caloroso benvenuto a Nicoletta e lasciamo al piacere della scoperta lo sviluppo delle argomentazioni e delle idee che nascono da questo nuovo confronto per Break the Wall.

Carissima NicoNote, benvenuta su Break the Wall, parlaci brevemente di te? Qual è il tuo percorso?

Mi chiamo Nicoletta Magalotti (1962) sono italo/austriaca con base nella felliniana Rimini.

Sono un’ artista trasversale, agisco nei territori di musica, teatro, clubbing, installazioni, performance dedicandomi alle mie produzioni artistiche e a curatele.

Nel 1996 ho creato la sigla NicoNote.

Telegraficamente, il mio percorso va dalla new wave italiana con i Violet Eves al teatro di Romeo Castellucci passando per il Morphine nel Cocoricò, tour musicali e teatrali in Europa, Canada, Israele, Argentina, Brasile con discografia dal 1985 fino ad oggi con Chaos Variation V (Rizosfera/RoughTrade) del 2019, progetto tra filosofia ed elettronica.

Viaggio liquida in generi, formati e campi di applicazione anche distanti. Mi interessa assecondare la mia unicità, favorire l’ibridazione, connettere mondi che non si parlano, mettere insieme il fuoco e la neve, creare emozioni.

Quale musica elettronica ti rappresenta?

Fuggo da ogni definizione.

Rispondo con i primi due artisti a cui ho pensato mentre leggevo la domanda (ma potrei citarne altri 100), uno è l’universo di Robert Ashley con Private Parts, che è un disco che mi porto dietro dalla adolescenza. Fields recording, minimale, sovrapposizioni ambient, noise, concettuale e poetronica, e l’altro è Sun Ra direi opera Omnia. Sono una fan irriducibile del suo immaginario sonoro, visionario, futuro remoto ancestrale galattico. Ecco i miei fari da molte decadi.

Quando è iniziato questo amore?

Entrambi amori sonici gravidi di ispirazione visionaria. Li ho “incontrati” entrambi nell’adolescenza. Capitai a un concerto di Alvin Curran e nel banchetto del mech trovai il cofanetto della Lovely Music. Label di New York , 4 dischi con tracce da Blue Gene Tyranny a Maggi Payne e Robert Ashley appunto.

Folgorazione.

Da lì in poi apprezzai moltissimo Brian Eno con Music for airport e The Plateaux for mirror con Harold Budd, poi Laurie Anderson, e poi sempre perché N. Y. venne la scoperta John Cage, Berio…

NicoNote

Invece Sun Ra, mi incuriosì perché vidi i manifesti di un suo concerto per strada, si esibiva a Ravenna… e per fortuna cercai di ascoltare i dischi di quella figura così particolare.

Era il 1978 circa, la rete era ancora solo una fantasia distopica. I dischi costavano parecchio, inoltre non era facile trovarli, sopratutto se così particolari, andavano ordinati e comunque senza la certezza di riceverli in tempi brevi.

Per fortuna c’era il mio amico Konrad Wallinger che aveva tutti i dischi dell’universo.

Un universo per me assai prezioso. Trascorrevo l’estate in Austria, a Ebensee dove ora c’è un centro culturale il KINO luogo di cinema e concerti, fondato proprio dalla mia balotta , beh Kornrad mi face ascoltare tutto e di più. E a ruota dopo Robert Ashley e Sun Ra … arrivarono i Can, i Gong e lentamente arriviamo agli 80 ai concerti di Siouxsie, Tuxedomoon, Clock Dva, Suicide… e tanto altro.

Fascinazione del suono elettronico e della ricerca jazz futurtronika e poi amore per i suoni no wawe, concept, noise.

Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre? Quali sono le principali criticità?

In questo momento in Riviera esistono episodi interessanti nell’area Ravennate con HanaBi e Bronson produzioni e anche con Club Adriatico. Ci sono anche alcune soirèè underground secret .

Per quanto riguarda i locali mi sembra che ciò che esiste, sia legato a un pensiero stereotipato del club, non di ricerca dello spazio sonoro e della condivisione liquida.

Criticità rimangono gli alti costi di gestione di eventi e strutture.

Quindi la difficoltà di organizzare situazioni spontanee da un lato e dall’altro la necessità di agire in regola con le normative del lavoro, e della sicurezza.

Ecco questo sarebbe un obiettivo importante da perseguire insieme all’ evoluzione artistica. Un settore il clubbing, la musica, lo spettacolo che è fonte di reddito per molti, ha anche un indotto interessante ma che non è regolamentato pienamente.

Questo vuoto rischia di essere una arma a doppio taglio, soprattutto in momenti di crisi sistemica come questo.

Personalmente rispetto al Clubbing oggi mi interessa osservare “da fuori” ed eventualmente fruirne o interagire come artista.

Copyright DOC Live, NicoNote

Nel 2019 insieme al giornalista Pierfrancesco Pacoda abbiamo creato un osservatorio sulla Club Culture in Italia dal titolo Tenera è la Notte dedicato a Dino D’Arcangelo e alla rubrica che teneva su La Repubblica, forse il primo giornalista ad occuparsi di clubbing in forma strutturata su un giornale mainstream.

A lui è intitolato anche il Premio Dino D’Arcangelo, alla sua seconda edizione, la cui giuria è composta da Ernesto Assante (La Repubblica), Francesco Costantini (La Gazzetta del Mezzogiorno), Simona Faraone (Dj/producer), Nicoletta Magalotti (musicista), Pierfrancesco Pacoda (giornalista), Principe Maurice (performer), Pierluigi Pierucci (imprenditore), Claudio Coccoluto (dj), Damir Ivic (giornalista).

In marzo 2020 è uscito un libro curato da me e Pierfrancesco Pacoda che raccoglie articoli di Dino D’Arcangelo – lo presenteremo ufficialmente a Milano durante la MMW a novembre 2020.

Si tratta di una raccolta di articoli scritti da Dino d’Arcangelo per il quotidiano La Repubblica e per il supplemento Musica.

Reportage, recensioni, presentazioni di avvenimenti che hanno raccontato per la prima volta il risvolto culturale dell’universo dei club italiani su un giornale non specializzato. Dalla scena rave romana alle discoteche della riviera romagnola, dai dj superstar ai remix underground: nel libro si avvicendano i protagonisti di quella ribellione sonora (e non soltanto) che solo molti anni dopo sarebbe diventata fenomeno di consumo.

Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture? E quali sono i pro (e i contro)?

In questo momento di sospensione è proprio il momento di ridiseganre e riformulare nuove possibilità direi proprio a partire dal suono e
dalla dimensione dell’ascolto come esperienza personale e multisensoriale.

Mi interessano le vie di fuga, le propoagazioni che la club culture ha prodotto.

Le installazioni, le performance, ripensare agli spazi. Il suono ci può trasportare in un universo ibrido in cui l’immaginazione trova connivenze ed espansioni, l’ascolto, nello spazio condiviso, nello spazio solitario. Si può danzare nella mente. Si può danzare sul posto. Non servono (non ci sono!) grandi spazi, eppure il suono apre a spazi infiniti. il mondo del club sta cambiando e si sta domandando verso cosa, e dove.

Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

Oggi è evidente l’estrema facilità con cui poter produrre distribuire e creare, sia con l’utilizzo di software e programmi, e spargere in rete
soprattutto per chi fa generi come me non commerciali.

Anche dal vivo, a parte il momento covid, il ventaglio delle strutture che ospitano è molto vasta. Una maggiore attenzione e ascolti per tutti. Anche con mezzi minimi. Il comparto si e evoluto per certi versi.

Quali sono le sensazioni che hai verso il tuo ultimo EP / album?

Chaos variation, un Ep che ho realizzato su invito del collettivo Obsolete Capitalism e degli editori deleuziani Rizosfera di Reggio Emilia,
già cospiratori e autori del Maffia club. Un progetto di sperimentazione totale. Sono moltoo soddisfatta.

Il progetto è avvincente, e anche il dialogo con gli editori Rizosfera, collettivo assolutamente fuori dai sistemi del mercato ma con produzioni dalla qualità altissima, distribuiti da Rough Trade a Londra. Con Rizosfera continuiamo la collaborazione e a breve annuncerò Limbo Session – 1 , un album, una creazione improvvisativa in cui ho invitato a cocreare con me il producer Wang Inc. . Uscirà a fine 2020 inizio 2021.

Il progetto artistico Chaos Variations appartiene alla «Trilogia del Caos» che Obsolete Capitalism propone a partire dall’album-libro Chaossive natura (2017) come prima stazione intensiva. Mi è stato chiesto di creare una VARIAZIONE , non un remix, a partire dagli elementi , dagli stems di due brani a mia. scelta. Molto intrigante.

Condivido con voi le mie note di lavoro su questo EP:

Side A – Axtral Requiem – Variazione da titolo di partenza: Afro Abstractions/Xamaycan Funeral March.

Per Axtral Requiem ho lavorato sul frammento e l’accumulazione, casualità, sovrapposizione, accelerazione. Una Temporary Autonomous Zone in cui l’ascolto è esperienza transitiva, cambia e mi cambia a seconda del momento e del soggetto.

Il brano è stato trattato come un paesaggio sonoro con veri e propri frames/quadri che si trasformano lentamente, o per cut, e si stabilizzano, evolvono, vivono.

Ogni quadro vive di vita propria, evoca mondi differenti anche molto distanti uno dall’altro. Eppure parte di un unicum, parte dello stesso racconto.

La voce è stata sintetizzata, processata, trattata. Il testo affiora, è un disegno vocale “nascosto” emerge lentamente da un presagio atavico, ancestrale, oscuro, noise.

Mondo siderale e vulcanico, dalle viscere della terra o da un altrove lontanissimo, cupo, minimale. Ed ecco un Requiem, come inno a chiusura di un ciclo vitale. Contemporaneo ma con una astrazione tribale, dark scura. Una premonizione voodoo. Magia tribale e sintetica insieme, di provenienza dall’emisfero Australe, non meglio identificato. La Voce/ VOCI evocata/EVOCATE. Uno dei tanti elementi del paesaggio, la voce/parola emerge poi scompare, poi si duplica e come sample all’infinito replicata si confonde e diventa altro.

Polarizzazione Poliritmica/Riesposizione vocale/ Poliritmie post techno influenze/Sound Poetry/Voice accumulation/Post Miles/

Side B – Paysage mélodique avec Artaud Match vocale su una VARIAZIONE incrociata tra Deleuze/Bussotti /Artaud

Per Paysage mélodique avec Artaud ho disegnato una scrittura vocale e una drammaturgia lavorando in sottrazione a partire da vari elementi: da un Paesaggio Sonoro che mi è stato affidato da Obsolete Capitalism, dalla partitura di Bussotti Five Piano Pieces for David Tudor 4, da Mille Plateaux di Deleuze e Guattari, e dal testo di Artaud Position de la Chair, che Bussotti riporta in esergo alla sua partitura.

Un percorso drammaturgico a partire da una libera lettura degli elementi, ponendo uno spazio di osservazione e una distanza prospettica dai tre giganti Deleuze/Bussotti/Artaud, dalla loro inevitabile presenza, lavorando con un profondo rispetto eppure tenendoli lontani, astraendo la loro portata.

Dando per scontato la loro forza/presenza, eppure non sottolineandola, ho cercato una chiave d’accesso e di attraversamento, con l’analisi, lo studio, l’ascolto, la traslazione degli elementi.

Tutto ciò mi ha portata a focalizzare il mio nucleo drammaturgico, e la chiave è emersa.

In essenza: Spazio/Voce in attesa e in fuga. Low-Fi. Noise. Una voce/parola in attesa e che fugge, una voce in fuga, chiave per il ritmo drammatico e per la mia rilettura e ricomposizione vocale. Ho lavorato sul frammento, sulla ripetizione, sull’evocazione, sulla scrittura vocale e scrittura del testo e infine ricomposizione melodica attraverso varie linee di astrazione e applicazione: la Chair, la Carne, è una esperienza, uno spazio. Uno spazio tra le Parole. Un’attesa, una sospensione. Una Fuga. Una voce che fugge. Voce che evoca spazio. Una voce che evoca voci. Voci differenti nello spazio sospeso.

Voce processata, artificiale ma con assoluto equilibrio e rigore, sporca ma definita.

Attenzione al ritmo e al silenzio della voce. Solo l’essenziale. Lavoro in sottrazione. Sottrazione di presenza. Low-fi. Noise. Astratta. Evocata. Non definita. Sprechgesang/Extended Vocal Techniques/Sound Poetry/Free Jazz Improvisation/Folk/Spoken/Contemporary Vocal Influence/Voice accumulation/Noise.

Grazie mille per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di sviluppare presto qualche progetto assieme e magari di ospitarti a Pisa per un bel Live, magari nell’ambito del nuovo format che suona come un gioco di parole Club Cultura presenta “La Cultura del Club”

Links

Dj Set

Djdmac interview

Speciale Romeo Castellucci

Bandcamp

Soundwall intervista

Notte Italiana

Limbo Session Niconote ft White Raven

Chaos Variation EP

AXTRAL REQUIEM


NicoNote Bio Info

NicoNote è una voce, un universo. Progetto e alias artistico creato nel 1996 da Nicoletta Magalotti (1962) Italiana-austriaca con base nella felliniana Rimini; cantante, compositrice, performer, artista trasversale e non definibile, ha sviluppato una cifra unica nella sonorità e nei formati.

Agisce in territori molteplici legati alla musica, al teatro, alle installazioni, al clubbing. Ha all’attivo dal 1985 ad oggi una intrigante discografia e tour musicali e teatrali  in Italia e tutta Europa, Canada, Argentina, Brasile.

Gli anni 80
  • A metà degli anni 80 è stata la voce della band Violet Eves, protagonista della new wave italiana con l’etichetta indipendente IRA records di Firenze, insieme a Litfiba, Diaframma, Moda, Underground Life.
  • Negli anni 90 insieme al dj David Love Calò cura un privèe/installazione (all’interno della roboante disco Cocoricò) il Morphine, luogo di radicali sperimentazioni musicali e performative.
  • Nel suo particolare percorso trasversale è stata diretta più volte da registi quali Romeo Castellucci / Socìetas Raffaello Sanzio, Francesco Micheli, Patricia Allio, Maurizio Fiume, Fabrizio Arcuri e altri,  ha collaborato con musicisti di estrazione molto diverse, da Patrizio Fariselli degli Area a Mauro Pagani, dai producer house Mas Collective a Teresa De Sio, da Dj Rocca a Piero Pelù e Andrea Chimenti a Ghigo Renzulli, da Roberto Bartoli (Tommaso Lama, Steve Grossman) a Stefano Pilia (In Zaire, Afterhours) da Bartolomeo Sailer  (Wang Inc.) a Luca Bergia (Marlene Kuntz) e Davide Arneodo (Perdurabo, Marlene Kuntz), da Enrico Gabrielli (Calibro 35, PJ Harvey)  a Elisabeth Harnik (Joëlle Léandre, John Butcher) e altri.
  • Dal 1985 ad oggi ha prodotto e licenziato dischi con vari pseudonimi Violet Eves, Nicoletta Magalotti, AND, Dippy Site e svariati Featurings.
Oggi…
  • A firma NicoNote gli album Alphabe Dream (Cinedelic 2013) prodotto con il compositore francese Mikael Plunian,  Emotional Cabaret  (DocLive 2017) prodotto insieme a Dani Marzi e Alfredo Nuti  e  Deja V. (Mat Factory 2018) un album “segreto”  interamente dedicato a riletture dei Violet Eves. In uscita a giugno 2019 una nuova release NicoNote & Obsolete Capitalism Sound System dal titolo Chaos Variation V (Rizosfera, Rough Trade).
  • Nel maggio 2019 insieme al giornalista Pierfrancesco Pacoda ha creato un osservatorio sulla Club Culture in Italia dal titolo Tenera è la Notte / Premio Dino D’Arcangelo. Conduce regolarmente masterclass di studio sulla Voce, in Italia e all’estero, recentemente insieme alla cantante Monica Benvenuti ha dato vita al progetto di formazione sulla vocalità contemporanea “Voci Possibili”  in collaborazione con Tempo Reale, Firenze.

NicoNote si muove liquida in generi sonori e formati anche distanti, combina il canto con la dimensione performativa, l’improvvisazione radicale con il pop, creando un clima unico, un teatro vocale immateriale. www.niconote.net


Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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    Patrizio Ferrari

    Patrizio Ferrari

    In cerca di uno spazio, per un maggiore dialogo fra la musica e le altre forme d’arte.

    Dopo il “Break” estivo, ripartiamo a bomba in questa estate settembrina con la nostra ricerca sullo stato della Club Culture per comprenderne gli sviluppi e poter contribuire a ritrovarne un significato.

    In Calendario abbiamo molte interviste che usciranno nelle prossime settimane. Alcune anticipazioni? Una su tutte, presto R&S tra le nostre pagine! Questo perché andremo sempre più affondo in lungo e largo nella ricerca che stiamo svolgendo, con contributi sempre più interessanti e preziosi. Tra questi, oggi, ci spostiamo tra gli addetti ai lavori con una bellissima mente “Patrizio Ferrari” che da anni in Italia si occupa di divulgazione musicale, dapprima con un programma radiofonico per poi divenire un blog curato e sempre aggiornato sullo stato dell’arte, sopratutto quella di nicchia.

    Patrizio Ferrari Break the Wall
    Copyright Nicchia Elettronica

    Diamo così il benvenuto a Patrizio di Nicchia Elettronica. È stato per noi un grande piacere chiedergli il suo parere sullo stato della Club Culture nel nostro paese, sviluppare una discussione per Break the Wall e avviare una forma di collaborazione che speriamo in futuro continui e possa dare frutti importanti. In fondo, cerchiamo di fare rete con tutte quelle realtà che come noi condividono una passione vitale. Come sappiamo del resto, c’è molto bisogno di unire le forze e cambiare lo stato delle cose.

    Date le premesse, Patrizio con la profondità culturale e la passione che lo contraddistinguono sviluppa alcuni concetti importanti che oggi abbiamo l’onore di sottolineare in queste pagine.

    Carissimo Patrizio, benvenuto su Break the Wall, parlaci brevemente di te? Oltre a scrivere fai musica, sei un Dj? Qual è il tuo percorso?

    Prima di tutto ci tengo a ringraziare tantissimo Daniele e tutta la redazione di Under-blog per avermi dato questa bellissima opportunità. Il mio amore per la musica è nato molto presto e sono sempre stato affascinato da tutte le sonorità collegate al mondo della “dance” nel senso più ampio possibile.

    Ho sempre amato ascoltare musica, prima in radio e poi pian piano su varie piattaforme digitali. Sento l’esigenza tenermi informato su nuove uscite, eventi e sull’evoluzione di tutto un mondo musicale che mi appassiona. Ho subìto da ragazzo il fascino del Dj, ma non ne ho mai fatto una professione; più che altro mi diverto ogni tanto a mettere dischi a serate fra amici.

    Sento l’esigenza tenermi informato su nuove uscite, eventi e sull’evoluzione di tutto un mondo musicale che mi appassiona

    In anni più recenti ho creato un blog, Nicchia Elettronica, su cui scrivo articoli, approfondimenti e qualche volta rilascio interviste sul mondo della musica elettronica. Ho iniziato da non molto a produrre musica mia e conto di pubblicare qualcosa nei prossimi mesi insieme a degli amici di Milano con cui abbiamo appena fondato un’etichetta.

    Quando e come inizia il tuo percorso con Nicchia Elettronica? Con quali sonorità ti senti più in empatia?

    Nicchia Elettronica è nato come programma radiofonico nel 2017. A quell’epoca studiavo a Padova e ho deciso di lanciarmi in questa nuova esperienza. Fondamentalmente mi occupavo di selezionare e parlare di nuove uscite legate al mondo della musica elettronica. È stata un’occasione molto preziosa perchè mi sono divertito e ho conosciuto molti artisti interessanti, sia di persona che addentrandomi in scene musicali di cui prima non ero a conoscenza.

    Dalla radio al blog in cerca di sonorità sempre nuove…

    Io sono attratto soprattutto da sonorità idm e downtempo, ma ascolto davvero più o meno qualsiasi cosa che possa rientrare nella definizione di “elettronica”. Quando conducevo il mio programma in radio ci tenevo molto a proporre una selezione il più vasta possibile di generi: dalla world music all’ambient, dalla drum’n’bass a cose più sperimentali.

    Con quali artisti hai legato di più nel tuo lavoro e quali pensi di aver messo in luce?

    Uno su tutti Indian Wells. Ho avuto il piacere di conoscerlo quando è venuto a Padova a suonare al Summer Student Festival (Je t’aime) e in seguito l’ho anche intervistato. È una persona molto disponibile oltre a essere un musicista che stimo moltissimo.

    Qualche mese fa ho intervistato Daniele Sciolla per il mio blog l’uscita del suo ultimo Ep “Synth Carnival” e anche lui è stato super gentile e disponibile.

    Sempre sul blog, prima dell’estate è uscita un’intervista che ho fatto ad Arturo Camerlengo, un produttore campano molto interessante che sta muovendo i primi passi e ha pubblicato il suo primo Ep “Genesi”  di cui ho fatto una review. Un altro gruppo con cui ci sono stati dei bei contatti  fin dall’esperienza in radio sono i WRONG MÆSS, una band milanese che fa un’elettronica molto figa e che fa parte dell’etichetta La Sabbia.

    Anche Sideshape Recordings è un’etichetta che ho scoperto con grande piacere: loro sono di Torino e hanno una proposta musicale molto varia e di qualità.

    Ad oggi cosa ti ha motivato e influenzato maggiormente nello sviluppare il tuo blog?

    Ero in cerca di un mio spazio dove poter dare forma alla mia passione. Per me ascoltare musica è un’esigenza e ho sempre amato far ascoltare gli artisti che mi piacciono a parenti e amici. Iniziare con la radio è stata una bella scommessa e, nel mio piccolo, l’obiettivo era di far arrivare certa musica (di “nicchia”) a quelle persone che solitamente non la ascolterebbero.

    Patrizio Ferrari Break the Wall
    Copyright Patrizio Ferrari
    L’obiettivo è di far arrivare certa musica (di “nicchia”) a quelle persone che solitamente non la ascolterebbero

    Lo scopo del blog è di promuovere generi e artisti che sono, a mio parere, ingiustamente poco considerati, soprattutto in Italia. Purtroppo da noi viene dato poco spazio (nelle radio, negli eventi, nell’informazione ecc.) ad artisti che hanno talento e passione e questo perchè prevalgono spesso delle logiche commerciali che escludono la qualità dai radar. Non mi illudo di cambiare le cose, ma mi dà soddisfazione sapere di essere parte di un movimento più grande che lavora per dare più visibilità e riconoscimento a una determinata scena musicale.

    Cosa è per te la Club Culture? Un disco che la rappresenta?

    Premetto che non sono un assiduo frequentatore dei club, mi ritengo più un ascoltatore da cuffia. Ovviamente non disdegno andare a ballare e quando posso vado a serate e festival, soprattutto se c’è qualche artista che mi interessa. Penso che il club e i festival esercitino un vero e proprio richiamo per tante persone che li frequentano perché lì hanno la possibilità di evadere, ballare, viaggiare con la mente ed entrare in contatto con persone che condividono la loro stessa passione.

    Poi c’è tutta una dimensione che si svolge fuori dal club: il mondo dell’ascolto domestico, del collezionismo di dischi, dell’informazione specializzata e via dicendo.

    Si chiama cultura proprio perchè presenta diverse sfaccettature e non è assolutamente ascrivibile al solo “andare in discoteca”.

    Come disco rappresentativo scelgo un classico: “Man With The Red Face” di Mark Knight e Funkagenda.

    Secondo te era più facile comunicare e vivere di musica e giornalismo in passato?

    Oggi la comunicazione in campo musicale è sicuramente più fluida e veloce rispetto al passato. Penso che se 10 o 20 anni fa ti volevi informare su certe scene musicali dovevi per forza fare riferimento a certe riviste specializzate oppure c’era roba che circolava quasi esclusivamente sui blog, appunto.

    Oggi il bombardamento di informazioni non risparmia neppure il settore musicale e questo non necessariamente è un male.

    Sul vivere di musica, dipende. Se sei uno che fa un certo musica in Italia, fai una fatica pazzesca. Nel campo del giornalismo immagino che il discorso sia simile: l’informazione su un certo tipo di musica esiste, ma è una piccola parte se paragonata ai generi più mainstream. Per cui o finisci per scrivere di ogni genere di musica, anche quella che non ti piace, oppure sai di doverti ritagliare spazio all’interno di un segmento piccolo in cui ci sono tanti appassionati, quindi puoi fare più fatica.

    Le persone comprano meno musica nei supporti tradizionali alcuni dei quali come i CD stanno per sparire, ma sopratutto frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la Germania, cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

    Viviamo nell’era del digitale e oggi è troppo più facile e conveniente divulgare e reperire musica in formato digitale. Un po’ dispiace perché personalmente sono cresciuto collezionando cd, però è così. Per quanto riguarda i club questo non è sicuramente un periodo facile. l’emergenza sanitaria ha dato un brutto colpo a questo mondo che già non se la passava benissimo.

    Penso che prima di tutto serva un certo tipo di sostegno da parte delle amministrazioni locali. Purtroppo in Italia sono ancora troppe le persone che hanno in testa l’equazione sbagliata per cui club e discoteca uguale droga e perdizione. Bisogna lavorare per passare un messaggio diverso e secondo me ci sono delle tendenze già avviate in questo senso.

    Bisogna lavorare per passare un messaggio diverso e secondo me ci sono delle tendenze già avviate in questo senso

    Vivendo a Milano negli ultimi anni ho potuto assistere alla nascita di realtà che oltre a una proposta musicale elevata offrono tutta una serie di attività, come workshop, corsi e laboratori che fino a qualche anno fa non venivano associati ai club. In questo modo si avvicinano le persone a questo mondo e il ritorno in termini di opinione pubblica è sicuramente grande. D’altra parte penso sia giusto che il club voglia mantenere una propria dimensione ristretta, intima e in qualche modo chiusa perchè anche questo fa parte del suo fascino.

    Quale è la Club cultura che vorresti? 

    Da un lato mi piacerebbe vedere un dialogo sempre maggiore fra la musica e altre forme d’arte perché penso che anche questo sia un modo di avvicinare più persone a questo mondo. Poi vorrei vedere più artisti minori riempire i locali, anziché i soliti grandi nomi stra conosciuti. Sono convinto che in Italia ci siano tantissimi artisti di valore che però non sono abbastanza valorizzati e per paura (reale) di non riempire il locale si va a pescare da altri bacini che hanno maggiore visibilità. Serve un po’ di coraggio nelle scelte, almeno all’inizio.

    Come vivi il rapporto con l’elettronica più orientata ai club? Quali sono 5 dischi a cui non potresti rinunciare in un Dj-set?

    Tantissima della musica che ascolto è club oriented. La cassa in 4 oggi ha molti detrattori, in parte giustamente, ma per me che ci sono cresciuto rimane imprescindibile. È vero che oggi molta musica è troppo imitativa, soprattutto la techno mainstream a volte sembra fatta con lo stampino e la trovo noiosissima, però c’è anche chi fa techno o roba dritta riuscendo a sperimentare in maniera creativa e reinventandosi. Poi ovviamente è giusto non focalizzarsi solo su certe sonorità, ma essere aperti all’ascolto di generi diversi perché così si mantiene aperta la porta della creatività e non ci si chiude musicalmente e mentalmente. Questi sono cinque dischi che mi prendono sempre molto bene sia ascoltati che suonati:

    1. Bicep – Glue
    2. Nathan Fake – You Are Here (Four Tet Remix)
    3. Dominik Eulberg – Sansula (Max Cooper Remix)
    4. Floating Points – Nuits Sonores
    5. Indian Wells – Closer
    Cosa bolle in pentola nel prossimo futuro?

    Al momento sto lavorando a un progetto che abbiamo ideato insieme a un amico: si tratta di un evento musicale incentrato sulla sostenibilità. Spero che sentirete parlare di noi! Con altri amici abbiamo fondato un’etichetta che si chiama Gravitone e abbiamo in mente di far uscire un Ep a breve per iniziare a farci conoscere. Nel frattempo continuo a curare il mio blog e a farlo crescere; ho un paio di interviste in programma che dovrebbero uscire nelle prossime settimane.

    Grazie mille per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di sviluppare presto qualche progetto assieme e magari di incontrarci a tra Milano e Pisa per realizzarlo!

    Links

    Nicchia Elettronica

    Esce oggi ‘Black Trees’ di Indian Wells


    Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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      Om Unit

      Om Unit

      Building on more inclusivity, social and cultural parity with an open critique with the ‘business’ aspect of this culture

      We started in January with the idea of research on the status of the Club Culture. Our aim is at understanding its developments to find its current meaning. We are in the first step of a mixed qualitative-quantitative approach, collecting many interviews between musicians, organizers, producers, DJs, professionals, and enthusiasts around the globe. Researching to grasp ideas, opinions, discussions, and all information that we can further employ for a cross-analysis with other literature/media discussions.

      An ambitious project that faced with humility, intellectual honesty, and method, could ultimately give so much to those who base their life on music. Tracing of new trends as well as policy indications, and operative solutions, these are our ultimate goals, to redesign together a new club culture.

      We are in the first step of a mixed qualitative-quantitative approach, collecting many interviews…

      Under this umbrella, the great “Andrea Mi” with the cultural depth and passion that distinguished him, the last January took our challenge and in his interview mentioned one of the last EP – ‘Submerged‘ – of his friend and “fundamental” English producer, Om Unit.

      Six months have passed so far. We have gone very far with Break the Wall, but perhaps, it might be the case to close the first balance of this adventure. So, we present today a really nice interview that Jim Cole aka Om Unit released for us a few days ago.

      om unit
      Om Unit, © KōLAB Studios

      “As if driven by a sort of cosmic connection”. The same feeling that sometimes binds ideas, passion with a pure dedication for music. We close the semester with the reflections of a DJ, a Musician, and a Producer who offers us a clear synthesis on our topic.

      His songs are dense, deep, beautiful. With styles and schools that have structured the history of Club Culture in recent decades. From jungle to techno, from bass music to house rhythms.

      Andrea Mi, Break the Wall 24 January 2020

      For several years, Om Unit has been making a fundamental contribution to electronic music. Distinguishing itself by a pure approach, through a label, the Cosmic Bridge, many releases, and extraordinary innovative capacity.

      Let’s dive now into this fruitful conversation through the Om Unit spaceship!

      Dear Jim,
      thank you so much for participating, it’s a real pleasure for us to have your contribution. Even if we are witnessing hard times. We think that it is important exactly now to increase our voices and efforts. Building new networks, placing both “Art and human relations” at the core of our communities. Using the Mad Mike Banks metaphor, this time calls for supporting that invisible and necessary sea of water that defines the resistance of underground.
      What do you think about it? What’s your recent experience during lock-down? was there anything in your direct experience that moved in this direction?

      You’re welcome! I love that you mention Mad Mike because, at the moment, he is working with other musicians in Detroit to build a School for kids right now. That is about as real as it gets!

      I’ve been watching how DJ culture has been suffering and how DJ’s have responded with great interest. There has certainly been a broad range of fast adaptation in some sense with things like streaming/distanced parties. But I think this crisis has shown us that it’s a good time to really take a look at what we are all doing with it all. For example, I used to hear people complain about the capitalist side of things, and I was thinking that they were being a little alarmist. But I have recently really had time to think about the whole landscape in music and take stock of what is really important, which has been very positive and refreshing.

      Issues are now on the table like inclusivity and social and cultural parity and there is some further open critique with the ‘business’ aspect of this culture too which are all very necessary at the moment.

      In terms of having this ‘Covid break’ time to really look my own path, I can say I have been able to be really honest about my musical direction and writing choices in the studio. I’m now finding my feet in new and interesting sounds that feel more authentic whilst moving towards more of an eclectic format as DJ and Producer again. I have a new radio starting and some exciting new releases coming too which reflect a more authentic vibe for me personally, some new studio techniques are being explored and I’m working on new collaborations too which I’m excited to share with people.

      In our previous reviews, we discussed a lot about the devastating impact that the COVID crisis delivered on the whole sector of culture (at least for a very weak system like the Italian one).
      What about your direct experience as an artist and a label manager in a more advanced system like the English one? Did you find a cushion to land on, do they (politics) offer support for the sector?

      There has been support from the UK government only for the big concert venues, which was actually a very large amount of money, but sadly there is nothing for the small clubs. This conservative government don’t value the arts as much as they should, so we have to fight as usual for our own way of life. There was some fairly decent help for small businesses though, and some help for self-employed people like myself. Lucky for me I work part-time as a teacher. Some of my friends are not so lucky and will have to change their lives to make it work.

      It’s really sad because dancing to music is one of the most therapeutic things we can do with our body, and the powers here do not recognise the value of maintaining a place to do this for when the pandemic is over. Major venues were already under pressure here because of the ruthless nature of development and city planning that also does not value cultural spaces. The future of nightclubs looks really bleak at the moment and more needs to be done in the UK to help to save them.

      The message we have perceived through your latest releases is certainly positive, to move on. We refer to “As We Continue” that you launched under the pseudonym of Phillip D Kick, and that hymn to the joy for the rave culture that is Joyspark.
      What’s your feeling with your last Phillip D Kick release?

      The ‘Phil Stuff’ as I call it is almost like someone else – a different person. I try to respect the footwork and jungle roots at the same time and it’s more a ‘just for fun’ thing where I get to be free and just make Tracks that ‘bump’. I get too serious about music sometimes so I think this allows me to just be free and make more club stuff. This new record is pretty laid back in some sense though, but I think I was always more into the smoother side of jungle and certainly the jazzier side of footwork anyway.

      What are the positive things of making music nowadays?

      I mean, the world is going crazy right? So we might as well all just make good honest art.

      Despite the positive Bandcamp-Only self-release, what do you think about the role of platforms during this crisis?

      I feel that technology has always been a key part of the art world, and social media and online music platforms are no different. There is a positive in the sense that access to music has never been so broad for everyone, but similar to Netflix, when you have a big choice, it’s like where to go? Algorithms are now there to choose for you. A lot of modern-day social media platforms use behavioural modification techniques on their users via algorithmic manipulation (I recommend the recent work of Jaron Lanier in this regard).

      This as we know has created a rise in populist thinking and monoculture. I myself love the access to music that for example the combination of discogs and bandcamp has given me but I can’t really connect with Spotify or Apple Music that well. Perhaps it is because my interest is in more niche music and collecting records, but I find it hard to navigate an infinite choice and I don’t want to have to feed an algorithm to ‘tune’ it to my taste, that feels like handing over my free-will to a machine.

      A producer of your experience has certainly lived through all the steps of digitization. This accordingly has had different impacts on the progress of various sectors.
      Do you think that COVID has exacerbated or attenuated them?
      We refer, for example, to the increasingly evident trend by people to shift their social life and behavior towards digital
      For those who make electronic music like you, technology represented the promise in a certain sense of a better future. Do you think this promise has been accomplished?
      We refer to the fact that we observed that the initial movements and the waves are all slowly declined to make room for the market and consumption. Or that today it is increasingly difficult to imagine a utopia or a future as it could have happened in the 80’s/90’s … –
      What is the future that awaits us?

      Well, I think the idea of the ‘tech utopia’ is just boring. Again, I have to draw upon Jaron Lanier’s viewpoint that the so-called ‘singularity’ as imagined by Ray Kurzweil is as absurd as ‘The Rapture’. We have evolved as creatures who have a natural inbuilt appreciation of music in a real space. Now whether the idea of full-scale club culture is at risk we cannot say but the rise in illegal parties this year certainly dictates that there is something missing already for people. The authorities would do well to think about how to maintain safe and meaningful dance spaces going forward, even it means a kind of ‘furlough’ for clubs in terms of rent for starters.

      The future relies on this kind of assistance, and without it we have no real certainty of anything really. I think the dream of the 80’s and 90’s happened in the 80’s and 90’s. I think today’s dream is really about returning to a safer dancefloor not just in terms of the pandemic but in terms of attitudes of the people in clubs as well as attitudes of the industry itself. It’s up to us within the culture to choose how it looks, and make those changes, but the physical infrastructures themselves need to be protected.

      A curiosity, when the love for your “cosmic sound” started?

      I always had an interest in ambient and spaced out music, even when I was a kid. I think growing up in the 80’s played a big part in that somehow. I always loved how 80’s pop music had these weird reverbs. When I was very young I loved the abstract sounds that pop artists like peter Gabriel or Steely Dan would use in the mix, even as a kid I remember hearing stuff like ELO and wondering how they got those mad effects.

      I think that’s why I love dub reggae and dub techno so much too nowadays, the use of space and strange FX. I had a brief time playing those kind of ‘Balearic chuggers’ as well as a DJ which for me felt pretty cosmic. I also wanted to inject some kind of ‘spiritual energy’ into my hip-hop work as ‘2tall’ back in the early 2000’s which kind-of came through with the ‘beautiful mindz’ LP. I think hearing the psychedelic work of early flying lotus and that whole scene out in LA in the mid-2000’s also really turned me on to the idea of using more ‘out-there’ studio techniques and kinda put me onto the idea of making instrumental music that had basslines and weight that wasn’t just ‘club’ orientated.

      Using more ‘out-there’ studio techniques …

      Artists like J Dilla, Dabrye and Ras G all had some of that cosmic stuff going amongst their work too, using these really interesting ways of layering and chopping sounds. It’s a kind of continuum in a lot of music I think that is always there amongst the layers. Recently I’ve heard a lot of cosmic ambient music that is also quite sample based which has that same feeling too, people like broshuda or UON for example, or even the more beatsy stuff like seekersinternational (whom I’ve made a mini LP with which drops soon)

      What do you think about club culture? What the situation in your city and beyond?

      I mean right now it’s asleep, maybe for the better? I think there will be some positive changes if the venues can stay open for long enough. In Bristol, we have some issues with closure or imminent closure, but there’s some small ventures such as High Rise sound system throwing parties to seated crowds. Really, it’s all still on hold, so as I said it’s a good time to pause and think. With regards to DJ and Music Culture in general, there’s work to do in terms of bringing more attention towards doing things in a more consciously progressive manner when we do return to the dancefloor.

      What are the main criticalities? What we can do to improve it?

      Here’s 3 out of many..

      1. Reach out to more people of colour, women, queer, trans, non-binary and other marginalised people if you have a platform and share it with them wherever possible.
      2. Use your platforms to speak up about things that need changing within the culture you are involved in.
      3. Promote the music you truly love only, and it will feed you forever. It might not always pay the bills but it will bring more happiness, and that happiness will have more positive affect on the culture around you, it’s a ripple effect in that way.
      Thank you so much for your availability and effort! We hope to have one of your shows in our leaning tower city of Pisa in the next future!

      Can’t wait to be back!


      Links:

      Om Unit Bandcamp

      Om Unit Discogs

      Cosmic Bridge Records

      Soundwall interviews


      Ripensare tutto a partire da una maggiore inclusione, parità sociale e culturale e con un occhio critico verso gli aspetti “imprenditoriali” di questa cultura

      Siamo partiti a gennaio con l’idea di avviare una ricerca sullo stato della Club Culture per comprenderne gli sviluppi e poter contribuire a ritrovarne un significato. In questa prima fase di lavoro stiamo raccogliendo molte interviste tra musicisti, organizzatori, produttori, Djs, addetti ai lavori e appassionati da tutto il mondo allo scopo di sedimentare idee e concetti sui quali poi effettuare un’analisi incrociata con altra letteratura e discussioni da altri media che affrontano il tema.

      Un progetto ambizioso che affrontato con umiltà, onestà intellettuale e metodo, alla fine potrebbe dare così tanto a coloro che basano la propria vita sulla musica. Tracciare nuove tendenze, indicazioni politiche e soluzioni operative, questi sono i nostri obiettivi finali, per ridisegnare insieme una nuova club culture.

      Siamo così nella prima fase di un approccio misto qualitativo-quantitativo, stiamo raccogliendo molte interviste …

      Sotto questo ombrello, il grande “Andrea Mi” con la profondità culturale e la passione che lo hanno contraddistinto, lo scorso gennaio ha accolto la nostra sfida e nella sua intervista ha citato uno degli ultimi EP – ‘Submerged‘ – del suo amico e “fondamentale” produttore inglese Om Unit.

      Da allora, sono passati sei mesi. Siamo andati molto lontano con Break the Wall, e potrebbe essere il caso di chiudere un primo bilancio di questa avventura. Quindi, presentiamo oggi una bella intervista che Jim Cole aka Om Unit ci ha rilasciato pochi giorni fa.

      “Come spinti da una sorta di connessione cosmica”. Una forza che lega idee e passione con una dedizione pura per la musica, chiudiamo il semestre con le riflessioni di un DJ, un Musicista e un Producer – Om Unit – che più di altri riesce ad offrire una chiara sintesi sul nostro argomento.

      Le sue canzoni sono dense, profonde, bellissime di stili e scuole che hanno strutturato la storia della Club Culture negli ultimi decenni: dalla jungle alla techno, dalla bass music ai ritmi house.

      Andrea Mi, Break the Wall 24 January 2020

      Da diversi anni Om Unit dà un contributo fondamentale alla musica elettronica. Distinguendosi con un approccio puro, attraverso un’etichetta, la Cosmic Bridge, molte pubblicazioni e una straordinaria capacità innovativa.

      Immergiamoci ora in questa ricca conversazione attraverso l’astronave Om Unit!

      Carissimo Jim,
      grazie mille per la tua partecipazione, è un vero piacere per noi avere poter ricevere il tuo contributo. Stiamo assistendo a tempi difficili. Pensiamo che sia importante proprio ora aumentare le nostre voci e i nostri sforzi. Costruire nuove reti, ponendo “Arte e relazioni umane” al centro delle nostre comunità. Usando la metafora di Mad Mike Banks, questo tempo ci chiede di sostenere quel mare d’acqua invisibile e necessario che definisce la resistenza del’Underground.
      Cosa ne pensi? Qual è stata la tua esperienza durante il lock-down? nella tua diretta esperienza c’è stato qualcosa che si è mosso in questa direzione?

      Prego! Mi piace che tu abbia menzionato Mad Mike perché, al momento, sta lavorando con altri musicisti a Detroit per costruire una scuola per bambini. Questo è tanto reale quanto si sta realizzando!

      Ho vissuto la sofferenza della nostra cultura ma anche come i DJs hanno risposto con grande interesse. C’è stata sicuramente una vasta gamma di adattamenti rapidi, in un certo senso, con cose come lo streaming/feste a distanza. Ma penso che questa crisi ci abbia mostrato che è un buon momento per dare un’occhiata a come e cosa stavamo facendo tutti. Ad esempio, sentivo le persone lamentarsi del lato capitalista delle cose e pensavo che fossero un po ‘allarmiste. Ma recentemente ho davvero avuto il tempo di pensare all’intero panorama della musica e fare il punto su ciò che è veramente importante, il che è stato molto positivo e rinfrescante.

      Questioni come l’inclusività e la parità sociale e culturale sono ora sul tavolo e ci sono anche altre critiche aperte con l’aspetto “business” di questa cultura che sono tutte molto necessarie al momento.

      Questa pausa dovuta al Covid mi ha permesso di guardare a fondo la mia strada, posso dire che mi ha permesso di guardare con onestà alla mia direzione musicale e alle mie future scelte compositive in studio. Ed ora mi sto ritrovando in queste scelte con suoni nuovi e interessanti che sembrano più autentici, mentre in parallelo mi muovo verso un formato più eclettico come DJ e produttore. Ho un nuovo show radio che sta per iniziare e alcune nuove ed entusiasmanti uscite in arrivo che riflettono un’atmosfera più autentica per me personalmente, alcune nuove tecniche di studio sono in fase di esplorazione e sto anche lavorando a nuove collaborazioni che sono entusiasta di condividere con le persone.

      Nei precedenti numeri di #BtW abbiamo discusso molto dell’impatto devastante che la crisi dovuta al COVID ha prodotto sull’intero settore della cultura (almeno per un sistema molto debole come quello italiano).
      Qual’è stata la tua esperienza diretta come artista e label manager in un sistema più avanzato come quello inglese? Hai trovato un cuscino su cui atterrare, offerto (dalla politica) a supporto al settore?

      Il sostegno del governo britannico c’è stato, ma solo per i grandi con una somma di denaro molto elevata, che purtroppo è arrivata ai piccoli club. Questo governo conservatore non apprezza le arti quanto dovrebbero, nulla di nuovo, dobbiamo combattere come al solito per il nostro modo di vivere. Tuttavia, c’era un aiuto abbastanza decente per le piccole imprese e un aiuto per i lavoratori autonomi come me. Fortunatamente per me che lavoro part-time come insegnante. Alcuni dei miei amici non sono così fortunati e dovranno cambiare le loro vite per ripartire.

      È davvero triste perché ballare con la musica è una delle cose più terapeutiche che possiamo fare con il nostro corpo, e i poteri qui non riconoscono il valore di mantenere un posto dove farlo quando la pandemia sarà finita. I luoghi principali erano già sotto pressione qui a causa della natura spietata dello sviluppo e della pianificazione urbana che non tiene conto degli spazi culturali. Il futuro dei locali notturni sembra davvero desolante al momento e nel Regno Unito è necessario fare di più per aiutarli a salvarli.

      Il messaggio che abbiamo percepito attraverso le tue ultime uscite è sicuramente positivo, un inno per andare avanti. Ci riferiamo a As We Continue che hai lanciato con lo pseudonimo di Phillip D Kick, e quell’inno alla gioia per la cultura rave che è Joyspark.
      Qual è la tua sensazione con la tua ultima uscita di Phillip D Kick?

      Il “Phil Stuff” come lo chiamo io, è quasi come un altro, una persona diversa. Cerco di rispettare le radici footwork e jungle ma allo stesso tempo è più una cosa “solo per divertimento”, in cui posso essere libero e creare tracce che colmano uno spazio. A volte prendo troppo sul serio la musica, quindi penso che questo mi permetta di essere libero e di fare più cose da club. Questo nuovo disco è piuttosto rilassato in un certo senso, ma penso di essere sempre stato più interessato al lato più morbido della jungle e sicuramente al lato più jazz della footwork.

      Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

      Voglio dire, il mondo sta impazzendo, giusto? Quindi potremmo fare solo della buona arte, quantomeno onesta.

      Nonostante positiva politica di Bandcamp di sostegno all’autoproduzione, cosa ne pensi del ruolo delle piattaforme durante questa crisi?

      Sento che la tecnologia è sempre stata una parte fondamentale del mondo dell’arte e che i social media e le piattaforme di musica online non sono diversi. C’è un aspetto positivo nel senso che l’accesso alla musica non è mai stato così vasto per tutti, ma simile a Netflix, quando hai una grande scelta, è come “dove andare”? Adesso gli algoritmi possono sostituire la scelta per te. Molte moderne piattaforme di social media utilizzano tecniche di modifica comportamentale sui propri utenti tramite manipolazione algoritmica (raccomando il recente lavoro di Jaron Lanier al riguardo).

      Questo, come sappiamo, ha creato un aumento del pensiero populista e della monocultura. Io stesso amo l’accesso alla musica che, ad esempio, la combinazione di discogs e bandcamp mi ha dato, ma non riesco a connettermi così bene con Spotify o Apple Music. Forse è perché il mio interesse è per la musica più di nicchia e per il collezionismo di dischi, ma trovo difficile navigare in una scelta infinita e non voglio dover alimentare un algoritmo per “sintonizzarlo” secondo i miei gusti, è come se cedessi il mio libero arbitrio ad una macchina.

      Un produttore della tua esperienza ha sicuramente vissuto tutte le fasi della digitalizzazione. Come sappiamo, questa ha avuto impatti diversi sul;’evoluzione dei vari settori.
      Pensi che COVID abbia esacerbato o attenuato queste dinamiche?
      Ci riferiamo, ad esempio, alla tendenza sempre più evidente delle persone di spostare la propria vita sociale e il proprio comportamento nel digitale
      Per coloro che producono musica elettronica come te, la tecnologia ha rappresentato la promessa in un certo senso di un futuro migliore. Pensi che questa promessa sia stata mantenuta?
      – Ci riferiamo al fatto che abbiamo osservato il lento declino dei movimenti iniziali per fare spazio al mercato e ai consumi. Oppure al fatto che oggi è sempre più difficile immaginare un’utopia o un futuro come poteva accadere negli anni ’80/’90 …
      Quale futuro ci aspetta?

      Bene, penso che l’idea “dell’utopia tecnologica” sia solo noiosa. Ancora una volta, devo attingere al punto di vista di Jaron Lanier secondo cui la cosiddetta “singolarità” immaginata da Ray Kurzweil è assurda quanto “The Rapture”. Ci siamo evoluti come creature che hanno un naturale apprezzamento innato della musica in uno spazio reale. Ora se l’idea di una club culture su vasta scala sia a rischio non lo possiamo dire, ma l’aumento delle feste illegali quest’anno indica certamente che manca già qualcosa per le persone. Le autorità farebbero bene a pensare a come mantenere in futuro spazi di danza sicuri e significativi, anche se ciò significa una sorta di “furlough” in termini di affitto per chi aveva cominciato da poco.

      Il futuro si basa su questo tipo di assistenza e senza di essa non abbiamo alcuna reale certezza di nulla. Penso che il sogno degli anni ’80 e ’90 sia accaduto negli anni ’80 e ’90. Penso che il sogno di oggi sia davvero quello di tornare a una pista da ballo più sicura non solo in termini di pandemia, ma in termini di atteggiamenti delle persone nei club e di atteggiamenti dell’industria stessa. Spetta a noi, all’interno della cultura scegliere l’aspetto e apportare tali modifiche, ma le infrastrutture fisiche stesse devono essere protette.

      Una curiosità, quando è iniziato l’amore per il tuo “suono cosmico”?

      Ho sempre avuto un interesse per la musica ambient e spaziale, anche quando ero bambino. Penso che crescere negli anni ’80 abbia giocato un ruolo importante in questo, in qualche modo. Ho sempre amato il modo in cui la musica pop degli anni ’80 aveva questi strani riverberi. Quando ero molto giovane amavo i suoni astratti che artisti pop come Peter Gabriel o Steely Dan usavano nel mix; anche da bambino ricordo di aver sentito cose come ELO e mi chiedevo come facessero a ottenere quegli effetti folli.

      Penso che sia per questo che adoro il dub reggae e il dub techno anche oggi, l’uso dello spazio e strani FX. Per un periodo di tempo ho suonato anche quel tipo di “Balearic chuggers” di un DJ che per me sembrava piuttosto cosmico. Volevo anche iniettare una sorta di “energia spirituale” nel mio lavoro hip-hop come “2tall” all’inizio degli anni 2000, che è arrivato con l’LP “beautiful mindz“. Penso mi abbia influenzato anche ascoltare i primi lavori psichedelici di flying lotus, così come l’intera scena a Los Angeles a metà degli anni 2000 mi abbia fatto venire l’idea di usare più tecniche di studio che sono “là fuori”, alla portata, e mi ha fatto venire l’idea di fare musica strumentale con bassi e profondità non solo orientata al “club”.

      usare più tecniche di studio che sono “là fuori”, alla portata

      Artisti come J Dilla, Dabrye e Ras G hanno avuto anche alcune di quelle cose cosmiche che si inserivano nel loro lavoro, usando questi modi davvero interessanti di stratificare e tagliare i suoni. È una sorta di continuum in molta musica, penso che sia sempre presente tra gli strati. Di recente ho ascoltato molta musica ambientale cosmica che si basa abbastanza sui campioni e che ha anche lo stesso feeling, persone come broshuda o UON per esempio, o anche le cose più eccitanti come seekersinternational (con cui ho realizzato un mini LP che uscirà presto)

      Cosa ne pensi della club culture? Qual è la situazione nella tua città e oltre?

      Voglio dire in questo momento sta dormendo, forse per il meglio? Penso che ci saranno alcuni cambiamenti positivi se le sedi potranno rimanere aperte abbastanza a lungo. A Bristol abbiamo alcuni problemi con la chiusura o la chiusura imminente, ma ci sono alcune piccole iniziative come il sistema audio High Rise che organizza feste a folle sedute. Davvero, è ancora tutto in attesa, quindi come ho detto è un buon momento per fare una pausa e pensare. Per quanto riguarda i DJ e la cultura musicale in generale, c’è del lavoro da fare in termini di portare maggiore attenzione nel fare le cose in modo più consapevolmente progressivo quando torneremo sulla pista da ballo.

      Quali sono le principali criticità? Cosa possiamo fare per migliorarlo?

      Eccone 3 su molte …

      1. Coinvolgere più persone black, donne, queer, trans, non binarie e altre persone emarginate se hai una piattaforma e condividere con loro ovunque possibile.
      2. Usa le tue piattaforme per parlare di cose che devono cambiare all’interno della cultura in cui sei coinvolto.
      3. Promuovi solo la musica che ami veramente e ti nutrirà per sempre. Potrebbe non sempre pagare le bollette, ma porterà più felicità, e quella felicità avrà un effetto più positivo sulla cultura che ti circonda, è un effetto a catena in quel modo.
      Grazie mille per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di poterti riavere presto a Pisa con uno dei tuoi show!

      Non vedo l’ora di tornare!


      Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.)

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        rico-herrera

        Herrera

        Talento e tanta dedizione, il resto lo fa l’esperienza

        Pisa, siamo negli anni ’90 quando Federico Lazzerini in arte Herrera quello che ricordo con molto piacere essere stato “il mio compagno di banco alle scuole medie” arriva in classe con una rivista per writers. Colori, firme, sigle e disegni mai visti prima. Si apre un mondo quello della Street Culture, dei rapper, degli MC e dei Dj che con il Turntablism ridefinivano nuovi confini e spazi sonori. Herrera a poco a poco è entrato in quello stargate costruendosi negli anni una carriera musicale come Dj, Rapper e Producer tanto solida quanto riconosciuta con rispetto e ammirazione dai diversi addetti ai lavori e appassionati. Ha girato molto in Italia, in lungo e largo con i suoi diversi progetti ma non ha mai lasciato le sue origini e la sua città natale, Pisa.

        Abbiamo fatto una bella chiacchierata con Herrera sullo stato della cultura che ci unisce, un’artista coerente e versatile come mostra il suo ampio CV. Si parte con “I Maniaci Dei Dischi” per poi collaborare con Sangue Mostro e Musteeno; diverse le produzioni tra Hip Pop e sonorità più House come “Buongiorno EP” fino alla creazione di Medicine Records.
        Ciao Fede, è un enorme piacere averti qui con noi e poter scambiare un pò di riflessioni con te che toccano temi importanti come la scena e la club culture da condividere con chi segue Under-blog e #Btw. Se ti dovessi descrivere con la musica, cosa senti più vicino a te, quale elettronica diciamo ti rappresenta meglio?

        Artisticamente sono molto versatile, amo i vecchi samplers, il vinile, le Wallabee Clarks. Non credo di rientrare nel termine elettronico puro, ascolto musica che è composta anche con strumenti elettronici principalmente Hip Hop, House, Funk, Jazz e tutte le sfumature che stanno in mezzo.

        Quando è iniziato questo amore?

        Ho iniziato a comprare dischi in vinile intorno al 93, inizialmente ho studiato il turntablism, partecipai anche all’ITF mi sembra nel 2000 al Link di Bologna, arrivai sesto credo, eliminato da DJ Yaner, che poi arrivò in finale contro Jay Kay, dovrei avere sempre il VHS e forse gira pure un video su YouTube di quella gara, gli studi sulla produzione sono iniziati nei primi 2000 quando presi il mio primo MPC da Dre Love, prima usavo pedaliere da chitarra e multi traccia a cassetta, facevo tutto esclusivamente con i giradischi, ma non è rimasto molto in giro, qualche CD o tape.

        Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre?

        Ci sono molte situazioni interessanti, ho collaborato praticamente con tutti nella mia città. Ora grazie ad internet hai accesso a tante informazioni ma l’esperienza rimane il fattore principale che ti consente di capirle certe informazioni. Le situazioni che seguo sono molto di nicchia quindi non saprei dirti come vanno le cose più “mainstream” vedo che i festival da anni stanno spopolando e i locali fanno un pò fatica. Comunque ci sono tantissime realtà che spingono artisti che fanno musica da club di qualità, rimanendo in zona a Firenze per esempio negli ultimi anni hanno sfilato un sacco di nomi noti in ambito House come anche al Deposito di Pisa e pure i ragazzi del Sanantonio42 (Drago e Pizzo) tra presentazioni e serate fanno un sacco di cose, questi sono quelli più vicini a me ma ci sono tante altre realtà. Nelle altre città d’Italia idem, tante belle cose.

        Quali sono le principali criticità? Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture? E quali sono i pro (e i contro)?

        Non saprei, le situazioni più commerciali funzionano, per quanto riguarda le nicchie forse abbiamo pochi blog, siti e riviste di settore, e bisognerebbe creare degli spazi di aggregazione dove si parla e ci si scambia musica, potrebbe essere utile. All’estero molti generi musicali che appartengono al nostro campo hanno anche le loro danze di riferimento e da sempre la danza è un modo per stare assieme, ci sono circoli dove si balla e si studiano i passi anche il pomeriggio. Le scene esistono per strada, nei quartieri, non solo nei Club. Per unire servono dei fattori di identificazione, il riconoscersi in qualcosa aiuta tanto, credo sia molto importante l’aspetto sociale, andrebbe curato.

        Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

        Sono moltissimi, la tecnologia chiaramente ha dato tanto sia in termini di produzione che di divulgazione, puoi fare un brano registrarlo e farlo sentire al mondo in poche ore. Io rimango legato all’epoca in cui ho iniziato, sia per le macchine che uso ma anche per l’aspetto umano, il top rimane sempre trovarsi accendere le macchine e divertirsi, se sei da solo poi chiami i tuoi amici e fai sentire i beats per telefono, ora mandiamo i vocali si fa prima.

        Quali sono le sensazioni che hai verso il tuo ultimo EP / album?

        L’ultimo lavoro in vinile è stato “ Uno EP” per Roots Underground Records, è andato molto bene sia a livello di vendite che di feedback, sono molto affezionato a quel disco sia perché è il mio primo lavoro ufficiale in chiave più “houseggiante” sia per l’amicizia che si è creata con Marco Celeri boss della label. Per quanto riguarda il digitale a Gennaio ho fatto uscire sul mio bandcamp “Educated Man” un pezzo broken che sta andando veramente bene è stato suonato da molti dJs che stimo in varie parti del mondo.


        Links:

        Medicine Records

        Discogs


        Mr.Redley plays my last single for MixMag mix


        Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.)

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          Alessandro Nuzzo

          Alessandro Nuzzo

          Comprendere la deriva mainstream

          Intervistare anche l’altra parte – il mainstream – della fetta legata alla vita notturna è una questione di oggettività del metodo. Non possiamo costruire un nuovo concetto di Club Culture senza considerare anche le sue derive, o meglio ancora: le appropriazioni del mainstream verso quegli aspetti che funzionavano bene nel vero Underground. Agendo di rottura se è il caso, ma questo è insito nello stesso titolo della rubrica: Break The Wall (qui il numero passato se lo avete perso). E allora rompiamo questo muro e andiamo alla scoperta di quei tasselli, di quelle schegge impazzite che fuori dal contesto nativo rappresentavano i migliori ingredienti di partenza. Infondo è un esercizio di ascolto.

          Qual’è la sottile linea rossa che oggi unisce il mainstream alla tanto amata Club Culture? Quali sono gli elementi sottratti? Quali quelli che si prestavano a questa operazione? E quali quelli che viviamo ancora oggi come forzature?

          Con le giuste cautele, grazie alla nostra inviata speciale Rozz Ella abbiamo raccolto il pensiero di un altro giovane e brillante imprenditore locale “Alessandro Nuzzo”, gestore dello storico Caino a Pisa.

          Prima di lanciarci nell’intervista vera e propria occorre una premessa ulteriore: su Under-blog parliamo di Arte, Musica, come quella elettronica e di tutto ciò che che possiamo definire contro cultura. E lo facciamo con la passione del ricercatore innamorato della qualità. Per questo non siamo soliti a rappresentare retoriche mainstream.
          Forse perché in prima battuta è proprio il mainstream lo spirito in antitesi dal quale parte la nostra fuga da quel rumore di fondo che ha svuotato di significato i luoghi che amiamo in favore di “facili giochetti di pancia” (cit. Carlo Affatigato). Tuttavia riteniamo maturo il cercare di spingersi anche oltre il confine del nostro settore per scoprire qualcosa di nuovo, mantenendo quindi un sano contraddittorio tra mainstream e underground almeno laddove riconosciamo elementi di qualità anche tra le proposte più commerciali.
          Forse perché anche fuori dal muro ci sono elementi preziosi da recuperare per riscrivere una nuova pagina per la Club Culture.
          Lumiere Mainstream
          Lumiere Pisa, ZooStaff
          Ciao Alessandro, cosa è per te la Club Culture?

          “Club” e “Culture” sono due parole che appartengono a due mondi infiniti che si uniscono e si intrecciano in perfetta armonia. Descrivono un movimento culturale che ruota intorno ad un linguaggio universale: LA MUSICA, in tutte le sue sfaccettature.

          Quel linguaggio capace di unire diverse culture e nazionalità. Quel codice che arriva dritto al cuore per regalare emozioni, sogni, nuove conoscenze, opportunità e soprattutto nuove storie. La club culture racchiude stili musicali diversi, ognuno capace di dare un colore e una tonalità differente per ogni genere di pubblico.

          Dal magico mondo della musica dance alle emozioni dei live, passando anche per gli “happy hour”,  ormai sempre più apprezzati in Italia. Capaci di abbinare il mondo della musica al gusto di un aperitivo, ad una pausa relax e all’arte del “mixology”, con cocktail innovativi che si sposano ad ogni situazione e stato d’animo. Proprio per questo ho sposato il concetto di Club Culture nella sua completezza e in diversi ambienti: dalle cene e dagli “happy hour” con il Caino di Pisa, agli aperitivi in riva al mare dello Zen Beach di Gallipoli. Dalle grandi notti del Giovedì del Lumiere Pisa, a quelle frizzanti dell’Estate in Salento con il Ten Gallipoli.

          Ogni fase della serata può essere scandita da un ritmo diverso, ogni attimo è quello giusto per creare nuovi spazi culturali, per condividere esperienze e confrontarsi continuamente sulle questioni di vita quotidiana. Ogni attimo ricorda un momento da raccontare, un aneddoto, un viaggio, una nuova lezione di vita.

          Tante volte quando mi capita di descrivere un live o un dj set mi piace definirlo come un viaggio musicale che abbraccia diversi momenti e anni della nostra vita, un viaggio creativo ed educativo che stimola la fantasia e ci aiuta a rivalutare determinate situazioni che ci hanno resi protagonisti in questa società.

          Lumiere Mainstream
          Lumiere Pisa, ZooStaff
          Un disco che la rappresenta? 

          Il 2006 è stato proprio l’anno in cui ho iniziato a sposare il mondo della Club Culture, proprio per questo scelgo un disco di quel periodo per me ricco di significato. Qualcosa iniziava a cambiare nella mia vita e ad assumere un ritmo ben chiaro. Il disco è “I’m really hot” di Missy Elliot e Timbaland, remixato magistralmente dal dj Antonio Ferrari, in arte Ralf. Grande maestro Italiano dell’House Music, un genere che ha segnato una svolta musicale nel mondo del club: da Chicago a Londra e naturalmente anche in Italia.

          Le persone frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la Germania, cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

          Bisogna analizzare la questione dalle basi e capire attentamente la psicologia del pubblico. Ho iniziato il mio “viaggio” nel mondo del club a 18 anni. In 14 anni il mondo è cambiato e si è trasformato senza sosta. La tecnologia compie passi da gigante e cambia l’approccio, la mentalità, l’idea della gente nei confronti del clubbing. I miei primi passi li ho compiuti nel mondo delle pubbliche relazioni, a mio avviso fondamentali per studiare bene ciò che la gente desidera.

          Ho iniziato a Gallipoli, città cardine del mondo dell’intrattenimento, che mi ha insegnato tanto e tutt’ora continua a darmi nuovi spunti.

          Ho iniziato instaurando contatti diretti con le persone. Partendo dalla classica stretta di mano sono nate grandi amicizie, ho continuato a trasmettere il mio amore per il mio lavoro. Ho cercato di capire come si evolve la società in base ai cambiamenti.

          Anche il mondo della comunicazione infondo rientra in un percorso culturale, rappresenta il biglietto da visita di un club. Senza comunicazione non si potrebbe fare Club Culture. In questo modo, nel mio piccolo e tramite le interazioni, riuscivo tante volte a comprendere cosa la gente chiedeva, quale genere di club poteva piacere, come organizzare una serata a 360 gradi: dalla musica agli effetti, dal personale all’ambiente accogliente e coinvolgente.

          Mi sono immedesimato sempre nello sguardo e nelle aspettative del cliente.
          E qui noi aggiungiamo che questi sono elementi fondamentali sia per l’Underground che per il Mainstream, ma spesso nel mondo dei Club Underground sono andati a perdersi. Spesso dall’altro lato della barricata si pensa che basta la “musica” e ci si stupisce quando il pubblico si porta da bere da casa. Forse la verità sta nel mezzo. Ovvero a fronte di pochissimi operatori che hanno saputo rinnovarsi nel tempo e adeguare le proposte artistiche ai cambiamenti, sono subentrati tanti operatori più improvvisati che col pensiero di “apro un bunker tutto buio con un mega impianto e tanto il resto lo fa la gente” hanno progressivamente contribuito a distruggere quella scintilla iniziale.

          La crescita del mondo dei social network ha generato inconsciamente un distacco del mondo del club dal proprio pubblico, inizialmente sottovalutato e dopo sempre più crescente. È un peccato! Penso che il corretto utilizzo del social può divulgare una serata ricca di significato o un live esclusivo, ma non basta. Un gestore di un club o un organizzatore dovrebbe conoscere meglio la propria clientela e interagire direttamente, di persona, con le associazioni, con i gruppi di studenti, con la gente che apprezza questo mondo e anche con chi non lo apprezza, con l’intento di incuriosire e avvicinare nuova gente al proprio club. Bisogna armarsi sempre di pazienza e capire bene che una persona si sente a casa propria quando è coccolata, ed è una cosa normalissima. Inoltre bisognerebbe creare un legame tra la clientela e il club, promuovendo un prodotto musicale valido, proponendo “dj o artisti homemade”, ai quali affezionarsi, attuando un servizio impeccabile a partire dal personale con l’obiettivo di creare una famiglia all’interno del club stesso che trasmetta entusiasmo e valori importanti alla clientela. Ne approfitto per salutare il mio staff e i miei compagni di avventura che sono la mia seconda famiglia.

          Ci teniamo a sottolineare che si tratta di un altro tema fondamentale che Alessandro tocca con la giusta delicatezza. Spesso sia nell’Underground che nel Mainstream parliamo di qualità ma poi ci dimentichiamo degli artisti locali, delle scene, di coloro che contribuiscono ad alimentare la scintilla a favore dei grandi nomi o dei facili incassi. Questo avviene in tutti e due i mondi paralleli. Siamo d’accordo con Alessandro che bisogna ripartire dalla scena locale. Lo diceva anche il nostro caro amico Fonx Fonzarelli in questa intervista per BtW.

          È importante anche investire periodicamente su ospiti speciali, capaci di aumentare il blasone del club, ma senza dimenticare che l’afflusso continuativo della gente non deve assolutamente dipendere solo dalla presenza o meno dell’ospite. La creatività fa sempre la differenza.

          Infine servirebbe una maggiore tutela da parte delle nostre istituzioni nei confronti del mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, si tratta di investimenti importanti sulla cultura e sull’educazione del mondo giovanile. Serve una maggiore promozione della club culture made in Italy. Infine ci vorrebbe più unione, collaborazione e cooperazione tra i vari club presenti nella stessa città, per valorizzare il territorio e attrarre un bacino sempre più ampio di turisti. All’aumentare delle proposte di qualità, aumenta il bacino di gente.

          Nuzzo Mainstream
          Alessandro Nuzzo, Lumiere Pisa

          Ora più che mai, in fase di pandemia, questo settore avrebbe bisogno di una grossa mano per poi essere rilanciato in grande stile. Lo meritiamo, e lo merita quel motore che lavora duramente dietro le quinte per dar vita allo spettacolo. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di non fermarci e di nutrire tanta speranza per il futuro.

          Sono diverse le iniziative social che stiamo proponendo durante il lock-down: dalla diretta del Giovedì Universitario di Pisa, alla diretta musicale della Domenica del Caino: il dj set di Marco Ruscio, tutto in vinile, con suoni ricercati, che servono a ricreare l’atmosfera dei nostri aperitivi. Per non parlare delle immagini condivise sui nostri social, con l’intento di ricordare serate speciali o momenti indimenticabili come una festa di laurea o una ricorrenza particolare. Tutto questo per infondere positività, in attesa del ritorno. Infondo, come dice Ligabue, “certe luci non puoi spegnerle”.

          Quale è la Club cultura che vorresti? 

          Mi piace vedere la club culture come un laboratorio e un’esplosione di idee. Un mondo in continua trasformazione, che non conosce limiti e che porta a reinventarsi continuamente, anche nei periodi più complicati. Infondo dalle difficoltà nascono sempre idee innovative. Basta non tralasciare la cura del dettaglio e la qualità, con l’obiettivo più importante di tutti: TRASMETTERE UN’EMOZIONE.

          Caino mainstream
          Caino, Pisa

          Ringraziamo Alessandro per il suo contributo e li facciamo un grosso in bocca al lupo per tutto.

          Crediamo, come emerge tra le righe che ci siano oggi molti più aspetti in comune tra chi opera – anche se in antitesi – per offrire socialità e contatto umano al centro del proprio mondo (innovazione, comunicazione diretta, utilizzo mirato delle tecnologie). Il mainstream ha saputo lavorare proprio su questo elemento, ovvero ricreare quella famiglia sociale allargata e quell’energia su cui poi instaurare legami. Se nell’Underground questo è sempre stato un elemento spontaneo, oggi è forse uno degli ingredienti mancanti. C’è chi sostiene che non si può recuperare ciò che è stato o vivere di nostalgia in eterno, verissimo. Tuttavia la domanda chiave è come alimentare nuovi movimenti spontanei e aggregazioni capaci di illuminare nuovamente le nostre notti e non solo. Tra le parole di Alessandro emerge lo stesso fascino per la Club Culture che possono avere anche le persone più lontane dalla sua proposta culturale. Certo non si può vivere di luce riflessa, tuttavia a noi piacerebbe tanto recuperare nel nostro piccolo quel bagliore originario.


          Links:

          ZooStaff pagina Facebook

          Caino sito Web Ufficiale


          Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.)

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            Giovanni ‘Giangi’ Natalini aka Co-Pilot

            La musica come un mantra, come urgenza di comunicare qualcosa

            Ed è proprio quando sei stanco dell’ammasso informe di musica che oggi abbiamo a disposizione grazie al web che accendi il Co-Pilot-a; poi doppiamente curioso se ti fai guidare da Break the Wall e allo stesso tempo scopri alla guida un talento come Co-Pilot.

            ‘Giangi’ natalini è di sicuro una delle sorprese più interessanti della nostra quarantena. Si parla di Musica, quella con la M grande. Basta poco, buttate un orecchio sull’incipit della sua “Suburban Retro Wave Superstar” brano uscito nel suo ultimo lavoro D.Y.I per per Weme Records che trovate qui.

            Inoltre recentemente ha registrato un live set in esclusiva per l’etichetta New Interplanetary Melodies di Simona Faraone.

            È un grande piacere per noi poterci confrontare con ‘Giangi’ grazie a #BtW e assieme provare a riscrivere un altro pezzetto di storia verso una nuova CC! (qui il precedente numero).

            Chi sei? Descrivi te stesso in poche frasi

            Giovanni ‘Giangi’ Natalini aka Co-Pilot. Co-Pilot è il mio co-pilota, quello che ha sempre la soluzione, quello che sa sempre cosa fare, il Mr. Wolf della situazione. Co-Pilot ‘può esse piuma ma puo’ esse anche fero’.

            Quale musica elettronica ti rappresenta?

            Beh ce ne sono molti di sottogeneri che mi potrebbero rappresentare in qualche modo: dalla techno anni ’90 alla minimal odierna, dalla deephouse alla downtempo per passare all’afrobeat, dalla drone music alla field music fino alla glitch.

            Quando è iniziato questo amore?

            Premetto che il mio background ancestrale è per lo più punk/hardcore/alternative: ho tatuate le tre bandiere nere dei Black Flag 🙂 ma… mi ricordo che fui spiazzato da un fuori programma di Mike Patton nel live at Brixton Academy dei Faith no More: sul finale della song ‘Epic’, che finisce con un giro straziante di pianoforte di Roddy Bottum, il buon Mike intonò un cantato che nella song originale non c’era… così andai a spulciare forum, notizie e cose varie su quel live e scoprii che era l’inciso di ‘Pump up the Jam’ dei Technotronic. Da lì iniziai ad approfondire la techno anni 90 e posso affermare che gli LFO sono coloro che mi hanno svezzato riguardo la musica elettronica (tra l’altro sto lavorando a un re-edit dell’omonima track LFO).

            diy ep by co-pilot - musica
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            Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre?

            Non sono propriamente la persona giusta per affrontare questo argomento, ma conosco abbastanza bene il mio territorio (il Ternano) e le sue dinamiche e posso dire che negli ultimi tempi (ovviamente prima del virus) i club li possiamo contare sul palmo di una mano e sono per lo più abbastanza generalisti. Parliamo di house e commerciale. Vedo più gente all’aperitivo che nei club…

            Quali sono le principali criticità?

            La criticità è l’interesse. L’esempio è quello classico del bottone ‘partecipa all’evento’, poi ci va ¼ di quelle persone. Un’altra criticità è il ricambio generazionale: ci sono pochi ragazzi che si ‘accollano’ l’organizzazione di eventi, vuoi per i 1000 impedimenti della burocrazia mediocre italiana, vuoi per la poca voglia di mettersi in gioco, a parte qualche eccezione.

            Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture?

            Beh ad esempio voi siete l’eccezione a cui facevo riferimento sopra. Si può migliorare solo facendo rete, creando le famose ‘Scene‘. Però le scene si formano dando spazio e credito agli artisti locali, cosa che difficilmente succede… c’è un certo snobismo molte volte da parte di realtà locali anche affermate che invece di dare risalto o aiutare la scena locale, cercano sempre e soprattutto all’estero per un pregiudizio di base e perchè fa figo. Poi, l’artista grande ed estero va bene, ma gli devi mettere al fianco quello locale per far crescere la già citata ‘SCENA’ altrimenti è solamente un ‘culto della personalità’ (Living Colour) degli organizzatori.

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            Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

            Beh ovviamente l’aspetto positivo che si può riscontrare oggi rispetto al passato è la presenza della tecnologia e dei media/social che in qualche modo aiutano l’artista nuovo a farsi minimamente conoscere. Ma il rovescio della medaglia è che c’è una tale confusione e una tale massa informe di artisti che è difficilissimo emergere. Siamo bombardati da milioni di input ed output (zoolander) che non riusciamo più a distinguere cosa c’è di buono e no. Comunque sia, la cosa importante del fare musica, che è un mantra per me, è che la musica deve essere un’ urgenza: devi avere qualcosa da dire altrimenti è un esercizio di stile.

            Quali sono le sensazioni che hai verso il tuo ultimo EP / album?
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            Le sensazioni verso DIY sono molto positive : riesco ancora ad ascoltarlo piacevolmente senza skippare dopo averlo provato, registrato, ascoltato, suonato milioni di volte 🙂 Sono sbalordito più che altro che viene apprezzato parecchio nell’ambiente techno! Poi comunque sono contento che sta avendo nel suo piccolo molti ascolti da vari tipi di ascoltatori, dai DJ a chi ascolta prevalentemente rock: a proposito di DJ, l’altro giorno mi sono arrivati i DJ Feedbacks della PR agency che sta seguendo l’uscita dell’ep e tra questi c’era un certo LAURENT GARNIER che ha scritto ‘very interesting music’. Te l’ho detto all’inizio: Co-Pilot ‘può esse anche FERO’ ! 😉


            Links:

            https://soundcloud.com/copilotismycopilot https://copilotismycopilot.bandcamp.com/releases https://www.instagram.com/copilotismycopilot/


            Edited by Roberta Ada Cherrycola

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              Giosuè Impellizzeri

              Giosuè Impellizzeri

              Nessun spazio all’improvvisazione, ma più lavoro di squadra e scambio di competenze per scrivere una nuova pagina.

              Possiamo davvero – tutti insieme – pensare di scrivere una nuova pagina per la Club Culture nel nostro paese. Anche se non esiste una ricetta specifica da cui partire, abbiamo dalla nostra le conoscenze e l’esperienza di diverse persone dotate di grande spessore umano, artistico e culturale.

              Giosuè Impellizzeri è sicuramente tra queste. Per gli artisti o i lavoratori culturali figure come quella di Giosuè rappresentano delle guide fondamentali, così come per gli appassionati che cercano nutrimento costante per placare l’insaziabile sete di conoscenza. Prendendo in prestito due versi a me cari di Eugenio Montale, il suo “scrivere” è come il “mastice che tiene insieme questi quattro sassi“. Uno di quelli che ha attraversato due decadi di storia musicale scrivendo tantissimo su riviste cartacee specializzate e svariate webzine. Ma non solo, ha prodotto musica su etichette italiane e internazionali, ha curato festival e realizzato una serie di set mixati per vari network radiofonici.

              Suo il libro Gigolography. The International DeeJay Gigolo Records History Book su una delle figure chiavi per la Club Culture, Dj Hell, uscito per CRAC Edizioni, così come altri lavori sulla musica elettronica raccolti nella collana Decadance e realizzati assieme a Luca Giampetruzzi.

              Gigolography. The International DeeJay Gigolo Records History Book

              È un grande onore per noi poterci confrontare con lui tra queste pagine e attraverso le diverse domande di #BtW giungere assieme ad una nuova consapevolezza, muovendo un ulteriore passo avanti nel tentativo di contribuire a riscrivere una nuova pagina di CC! (qui il precedente numero).

              Chi sei?

              Mi occupo di musica elettronica e DJ culture da oltre vent’anni. Nel 1996 ho iniziato a scrivere con una vecchia Olivetti le prime recensioni che inviavo speranzosamente via fax alle redazioni di vari giornali. Nel corso del tempo mi sono dedicato anche alla composizione, alla radio, alla discografia e alla scrittura di libri, con una particolare predilezione per l’archivistica e le storicizzazioni, probabilmente derivata dagli studi universitari. In sostanza mi considero un appassionato desideroso di approfondire le conoscenze, in modo quasi scientifico, sulle cose per cui nutro interesse tra cui, ovviamente, la musica.

              Quale musica elettronica ti rappresenta?

              Difficile dirlo, è come chiedermi di estrarre dalla collezione il disco preferito. Essere nemico della monotematicità inoltre non mi aiuta a dare una risposta secca. Direi comunque da “Autobahn” dei Kraftwerk in giù, considerando il gruppo tedesco tra i principali “motori” di gran parte di ciò che è avvenuto all’elettronica dopo essersi smarcata dalla posizione più strettamente accademica delle decadi precedenti.

              Kraftwerk – We are the Robots
              Quando è iniziato questo amore?

              Credo intorno al 1988, ma inconsapevolmente. A livello intenzionale invece indicherei il 1992, quando iniziai a comprare dischi (usati) per cimentarmi in mixaggi domestici. Raccattavo, per poche migliaia di lire, materiale di scarto di altri aspiranti DJ del mio paese, ben felici di sbarazzarsi di dischi che non avrebbero più potuto usare durante le feste casalinghe che si organizzavano negli anni delle scuole medie. Tra quelli trovai “Move Your Feet To The Rhythm Of The Beat” del compianto Hithouse, uscito nel 1989.

              Lo ascoltavo decine di volte cercando di capire come si potesse “assemblare” una musica simile che mettevo agli antipodi di ciò che invece stavo apprendendo studiando il pianoforte, sin dal 1986. Un effetto ancora più dirompente lo provai attraverso la copertina di quel disco che, in una sorta di maxi tavola fumettistica, lasciava scorgere l’interno di uno studio di registrazione allestito in casa. Quelle “diavolerie” piene di pulsanti, leve e cursori alimentarono la mia curiosità per un mondo arcano e letteralmente tutto da scoprire.

              Cosa ne pensi della cultura in Italia legata alla musica e in particolare alla scena che segui?

              Dipende da cosa si intende per “cultura”. È sufficiente snocciolare la paternità di campionamenti seppur già svelati su WhoSampled? Identificare l’anno di uscita di un disco con un occhio fisso su Discogs? Fare un sunto o un copiaincolla di un capoverso di Wikipedia per descrivere un artista o un particolare periodo stilistico? Può forse ritenersi un divulgatore culturale chi scopiazza, per giunta male, libri ed articoli o realizza interviste compiacenti a personaggi famosi di turno col fine di accattivarsene le simpatie? Eppure c’è più di qualcuno, includendo persino chi si considera un appassionato, che di fronte a tutto ciò si mostra entusiasta, perché evidentemente considera “culturali” questo tipo di contenuti.

              “È sufficiente snocciolare la paternità di campionamenti seppur già svelati su WhoSampled?”

              Personalmente ritengo che la cultura musicale affondi le radici nella ricerca (autentica, non derivata dall’incrocio di una manciata di clic su Google), nella conoscenza (che per fortuna non è downloadabile ma frutto di esperienza accumulata in anni) e nell’imparzialità e capacità di analizzare criticamente anche più scenari stilistici senza spocchiose contrapposizioni da sterili battaglie ideologiche. La cultura musicale, per me, resta tale a prescindere dal campo di applicazione, che si parli dei Drexciya o dei 2 Unlimited, piuttosto che di Jesse Saunders o degli Oppenheimer Analysis, o degli Ace Of Base o Jimi Tenor. L’importante è muoversi col giusto intento, spirito, competenza e consapevolezza.

              “..che si parli dei Drexciya o dei 2 Unlimited, piuttosto che di Jesse Saunders o degli Oppenheimer Analysis, o degli Ace Of Base o Jimi Tenor. L’importante è muoversi col giusto intento, spirito, competenza e consapevolezza”

              A malincuore però giungo all’amara conclusione che la deculturalizzazione abbia avuto la meglio in Italia, ma con uno “storico” come il nostro era utopico sperare nel contrario. Nei decenni passati i media tradizionali (stampa, radio e tv) non hanno di certo aiutato, tolte poche eccezioni, a far emergere aspetti culturali legati al nightclubbing e alla musica correlata, puntando piuttosto a lucrare nel momento propizio per poi abbandonare il “giocattolo” una volta rotto e riprenderlo quando faceva più comodo. In assenza di un modello genuinamente ed autenticamente culturale che fungesse da traino, nell’immaginario collettivo si è insinuata una lunga serie di luoghi comuni che sarà arduo, o forse impossibile, estirpare.

              “il grande pubblico e gli ambienti generalisti hanno iniziato a riconoscere ai disc jockey il ruolo di professionisti proprio quando di professionismo se ne lamenta la mancanza.”

              Dalla house intesa come stile messo in piedi da non musicisti incapaci e costretti a ripiegare su campionamenti di brani altrui, alla techno, ossessionante martellio privo di senso, dalla discoteca, girone infernale e teatro di dissolutezza, ai DJ, più vicini ad un hobby dopolavorista che ad una professione vera e propria. Paradossalmente il grande pubblico e gli ambienti generalisti hanno iniziato a riconoscere ai disc jockey il ruolo di professionisti proprio quando di professionismo se ne lamenta la mancanza. In un quadro simile di cultura ne vedo davvero poca e se è vero che si raccoglie ciò che si semina, appare evidente che il campo sia stato seminato male o per niente.

              Quali sono le principali criticità?

              La musica in Italia è marginalmente considerata una forma culturale, figurarsi quella elettronica e prevalentemente utilizzata nelle discoteche. È un settore scarsamente riconosciuto anche dalle istituzioni, come del resto avviene a tutte quelle attività creativo/artistiche o intellettuali. È quindi facile intuire la ragione per cui sia così diffuso un pressappochismo allarmante e disarmante. Che dire poi di quegli addetti ai lavori (o presunti tali) che continuano ad alimentare plateali inesattezze o incongruenze storiche con nozionismo spicciolo? E i tanti magazine completamente disinteressati a finalità educative, didattiche e formative? Si può pensare di combattere l’ignoranza ed essere presi sul serio pubblicando un articolo che descrive la Love Parade come «evento organizzato per festeggiare la caduta del Muro di Berlino»?

              L’Arte, così come il lavoro culturale di chi fa musica, la suona oppure la mixa sono considerati aspetti marginali in Italia; scarsamente riconosciuti dalle istituzioni emerge il bisogno di scrivere e di parlarne.

              Persino in discoteca le cose sembrano complicarsi perché pare essersi sensibilmente assottigliato il numero di locali in cui poter avanzare proposte diverse dalla prevedibilità del mainstream, e ciò è avvenuto perché molti art director hanno smarrito la progettualità ma soprattutto la visione di un intrattenimento “illuminato”, lasciandosi conquistare da obiettivi economicamente più vantaggiosi.

              Nel frattempo la club culture, un tempo vista di traverso dai benpensanti e conservatori, è stata cannibalizzata dal pop ed è diventata un grosso affare dato in pasto alla cultura di massa. La club music si è quindi affrancata ed emancipata uscendo dal circolo esclusivo delle discoteche mentre una parte di DJ non viene più annessa ai personaggi di serie b anzi, recentemente alcuni particolarmente noti, strapagati e brandizzati sono stati definiti le “rock star del nuovo millennio”.

              “La club culture è stata cannibalizzata dal pop ed è diventata un grosso affare dato in pasto alla cultura di massa.”

              Per certi versi però il “Dio DJ” che profetizzarono i Faithless nel 1998 è finito col diventare una parodia di ciò che era in origine. Consacrarsi a livello generalista ha voluto dire rinunciare all’autenticità perché, è bene rammentarlo, il divismo da stadio e il DJing non avevano molti punti in comune. Come scrissi già nel 2016, avremmo potuto parlare di rivoluzione se il DJing avesse scardinato la spettacolarizzazione delle rock band ma sembra invece che ne abbia semplicemente preso il posto.

              Quella che molti indicano trionfalmente come rivoluzione insomma, assomiglia più ad uno scambio di ruoli che ha acuito ulteriormente il livello di criticità culturale. Che fine farà il disc jockey quando la grande industria dell’intrattenimento, che ora lo ha eletto come archetipo del trascinatore di folle, si stancherà e sarà in cerca di una nuova figura da mitizzare? L’idolo di milioni di giovani rischierà di essere declassato a banale pigiatasti mandando in fumo la credibilità di quella che nacque come virtuosa espressione artistica?

              Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale stato delle cose e scrivere una nuova pagina?

              A dispetto del distanziamento sociale imposto dalla pandemia che viviamo da qualche mese, credo sarebbe fruttuoso l’assembramento (non fisico ovviamente!) ossia fare squadra e sistema allineando chi è mosso dagli stessi intenti e soprattutto dalla medesima passione, perché in Italia esiste eccome uno zoccolo duro di autentici appassionati preparatissimi in materia, sebbene spesso sottovalutati e sottostimati.

              La speranza non manca, serve coordinamento ed esperienza per scrivere una nuova pagina!

              Questa prospettiva però, pur auspicata da tempo immemore, continua a non trovare facile applicazione nel nostro Paese dove si preferisce coltivare il proprio orticello e non dividerlo con altri per creare realtà più solide. Il resto lo fa (purtroppo) l’invidia, che mi pare un male particolarmente radicato nel settore, ed una competizione malsana che mira a soddisfare solo interessi e tornaconti personali.

              Quali sono i pro (e i contro) delle eventuali operazioni da fare per migliorare la situazione?

              Mi piace vedere solo i pro dietro un propositivo lavoro di squadra. Unire le forze, mettendo quindi a disposizione del team le proprie competenze, potrebbe equivalere a perfezionare ogni aspetto dell’operato. Poi lo scambio vicendevole di opinioni è costruttivo, un sano confronto aiuta a maturare e a superare i propri limiti.

              Quali sono gli aspetti positivi del lavorare nell’ambito della musica al giorno d’oggi?

              Anche in questo caso dipende dall’approccio che si riserva alla musica e al mondo che gravita intorno ad essa. C’è chi cerca successo e popolarità, chi donne, chi denaro, chi appagamento per sfamare il proprio ego. Io nulla di tutto ciò ma di aspetti positivi ne potrei elencare tanti come il rapportarsi con persone provenienti da ogni parte del globo, allargare i propri orizzonti ma soprattutto scoprire senza sosta cose nuove. Ad alimentare da sempre la mia attenzione e il mio interesse per ciò che faccio è esattamente il piacere per la scoperta e la musica, come tutte le espressioni artistiche, resta una fonte inesauribile di meravigliose scoperte.


              Links:

              Decadance il blog realizzato dallo stesso Giosuè.

              “Gigolography. The International DeeJay Gigolo Records History Book” e recensione del libro su ondarock

              Pagine Autore di Giosuè su DJMAGITALIA, Soundwall


              Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.)

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                Populous

                A metà fra mente e corpo

                Intervista a Populous

                Quale sarà il destino post-pandemia per la cultura e in particolare per tutti gli operatori e lavoratori culturali, di certo non lo possiamo ancora intravedere. Tuttavia, riprendendo le parole di Tim Exile in una sua recente intervista uscita su Medium, sappiamo con certezza che nel 2019, il 96% dei diritti musicali sono stati incassati dal solo 4% dei top musicisti.

                Se e vero che la pandemia ha dato un durissimo colpo a tutto il settore, è altrettanto vero che “l’industria della musica” prima di questo colpo non lavorava comunque per i milioni di musicisti indipendenti e appassionati che, nonostante tutto continuano a fiorire intorno a noi.

                “Un’arte diversa, più giusta e più resistente sta nascendo intorno a noi. Si concentra sulla creazione di comunità piuttosto che di soli contenuti e il blocco globale accelererà i suoi progressi”.

                Allora con questo “ritrovato” slancio non vediamo l’ora di lasciare quello che si potrebbe chiamare un dark past per un migliore e speriamo più luminoso futuro. Su questa linea e in questa direzione, ci muoviamo in questa nuova puntata di Break The Wall con un ospite davvero speciale che ringraziamo di cuore per la sua disponibilità e grande sensibilità.

                Populous è un artista di grandissimo spessore per la scena elettronica italiana e internazionale che si muove sui confini del noto e del sottobosco sin dal 2003, quando esordì con i primi pezzi per l’etichetta di Berlino Morr Music. Lo ringraziamo infinitamente per questo suo prezioso contributo nella ricerca di portare nuova conoscenza nella Cultura Club.

                Prima di cominciare vi ricordiamo qui il precedente numero di #BtW. Buon Viaggio!

                Cosa è per te la Club Culture?

                Penso sia qualcosa esattamente a metà fra mente e corpo. La cultura da club non è solo andare a ballare, è andare a ballare sapendo dove e come farlo. Ma sopratutto sapendo COSA andare a ballare.

                Un disco che la rappresenta?

                Un disco, anzi forse meglio un nome, che mi catapultato in quella dimensione è stato “Leftism” dei Leftfield.

                Letfield - cultura
                Foto Dj MAg
                Quale è la Club Culture che vorresti? 

                Non c’è una cultura che vorrei, non una in particolare almeno. Non mi interessa spingere una scena più di un’altra. Ho i miei dj preferiti, i miei festival di riferimento, i media che consulto più spesso. Questo non vuol dire che non segua anche altro. Sono sempre curioso di sapere cosa succede negli altri dancefloor, cosa balla la gente quando suona tizio o perché vada a ballare su quell’isola o in quel club sotterraneo. L’importante è che ci sia sempre coscienza, stile, ricerca. 

                Populous - cultura
                Populous by Joana Ferreira
                Parlaci dei tuoi ultimi lavori: quali sonorità, quali ritmi stai tirando fuori dal tuo cappello magico?

                Ho passato anni ad ascoltare quella che qualcuno definirebbe “moderna world music”. Sono davvero contento e orgoglioso di questo percorso. Sento di aver raggiunto una sorta di diploma, in cui ho prima studiato, poi testato e infine interiorizzato ritmi non europei. Ora quei ritmi sono parte di me. Ma non ho più voglia ne stimoli nel volerlo mostrare per forza. Non ti verrò più a sbattere in faccia che sto facendo cumbia e dembow, lo faccio e basta perché ormai non me ne rendo più nemmeno conto. Forse il nuovo disco è solo un po’ più dancefloor degli altri. O forse no. Non sono bravo a capire certe cose.

                Nicola Napoli - cultura
                Fonte Rumoremag: Artwork di Nicola Napoli del nuovo album di Populous, in uscita il 22 maggio per Wonderwheel Recordings e La Tempesta International
                Cultura e Arte sono tra le più colpite dalle necessarie attuali misure emergenziali a causa della loro profonda necessità di relazioni sociali, di eventi in-presenza, di partecipazione. Succede però che, in maniera forse inaspettata, si è messo in moto un meccanismo spontaneo in cui si sta diffondendo sempre di più una produzione e una fruizione artistica e culturale online sia a livello quantitativo (un’esplosione di performance, dj- e live-set, ecc.), che qualitativo (il mezzo – telecamere, tecnologie di comunicazione a distanza alla portata di tutti – che dà vita a oggetti culturali nuovi e mai visti). Una produzione e una fruizione dal basso, orizzontale e diffusa. Cosa ne pensi? Sta nascendo un nuovo underground?

                Questa roba stravolgerà tutto. Ovvio che toccherà anche la cultura. Sta modificando equilibri umani, facendo mutare amicizie, relazioni, rapporti lavorativi, tutto. Anche la cultura verrà cambiata. Non ho ancora avuto modo di fermarmi a riflettere, ma è esattamente in situazioni come queste che l’underground (ri)nasce, si rafforza e resta impresso nella mente delle persone. 

                Cosa pensi che ne resterà a emergenza finita (oppure è troppo presto per parlarne)?

                Quando prima dicevo che non avevo ancora avuto modo di pensare era proprio a questo che mi riferivo. La gente imparerà qualcosa da tutto questo? Capirà che c’era qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro comportamento? Alcuni si. Ma altri, con quella sensibilità di merda che si ritrovano, ci metteranno un paio di settimane a rimuovere tutto e ricominciare a comportarsi da coglioni. Se questa cosa può in qualche modo essere stimolo per migliorare certi aspetti malati e insostenibili della scena club, ben venga.

                Martina Loiola - cultura
                Pink by Martina Loiola

                Links:

                W sta per Women” insghts sul nuovo album di Populous su Rumoremag

                Il nuovo ritmo di Populous, intervista sul penultimo lavoro dell’artista “Azulejos” (soundwall)


                Rozza - cultura

                Edited by Domenica Carella. Domenica in arte Rozz Ella è una DJ impegnata e appassionata di musica elettronica. Il suo percorso artisitico nasce nella sua città di nascita (Taranto) e si sviluppa a Pisa, nei centri sociali e non solo, legali e non. Da ultimo la vediamo sulle frequenze della bass music con Neanderthal della crew di Space Vandals e come resident per il format ClubCultura al Caracol Pisa. In passato ha collaborato con la redazione di AutAut.

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                  Direct Y & Nodezero Electronics

                  La Musica al Centro, e in particolare l’Electro

                  Intervista all’artista e produttore romano Direct Y 

                  Oggi ci sposteremo nella musica della Capitale per Break the Wall. Si, avete capito bene, quella Roma della “rave generation” e parleremo di Underground: quello fatto di spazi sociali e di energie positive in cerca di una collocazione “stabile” sul territorio; di Club Culture e di aggregazione. attorno alla musica.

                  Oggi esploreremo l’Electro con la “E” maiuscola. Non si tratta di una moda effimera, ma piuttosto di una perpetua parte di un percorso musicale che ha abbattuto le regole del tempo.

                  Si avete capito bene! Oggi parleremo di produzione musicale indipendente.

                  Lo faremo con un artista davvero interessante e poliedrico, passando attraverso la sua “spaziale” label.

                  Oggi vi presentiamo con molto piacere, Fabrizio Rega aka Direct Y che assieme al socio Ivan Zanon (AHK) ha fondato da anni quella splendida realtà musicale che si chiama Nodezero Electronics e nella quale possiamo ridefinire il suo Electro made in Roma.

                  Direct Y - Musica
                  Nodezero official Logo

                  Se vi va di perdervi tra le loro produzioni, vi assicuriamo che ne rimarrete colpiti. Troverete dei suoni “nuovi” ed energici accompagnati a delle ritmiche coinvolgenti e con quel pizzico di oscurità che ti lasciano semplicemente a bocca aperta. Prima di continuare, vi consigliamo di prendere un po’ di tempo. Alzate il volume. Se vi siete persi il precedente numero di #BtW, oppure è la prima volta che vi trovate qui, questa è una rubrica di UNDER-BLOG che vuole portare nuova conoscenza nella Cultura Club, ogni volta con il prezioso e fondamentale contributo degli ospiti che intervengono.

                  Un vero e proprio percorso di ricerca nella speranza di contribuire a riscrivere una nuova pagina di CC! Buon Viaggio!

                  Chi sei?

                  Mi chiamo Fabrizio, sono di Roma, faccio musica elettronica con lo pseudonimo Direct Y e sono un papà.

                  Quale musica elettronica ti rappresenta?

                  L’Electro.

                  Quando è iniziato questo amore?

                  Vengo da un quartiere (Ostia Lido) dove nei primi 2000 la mia generazione aveva già un’eredità elettronica che veniva direttamente dal territorio.

                  Ad Ostia esisteva una realtà chiamata Spaziokamino (SPZK), che negli anni 90 è stato parte di un movimento culturale “rave”, poi sgomberato nel 2001. Da questa esperienze le energie e i giovani attivi della zona furono dislocate su diverse realtà e posti che non citerò.

                  Personalmente ho contribuito con degli amici all’organizzazione di party fatti con energie totalmente locali e senza guests, a meno di qualcuno che aveva più esperienza degli altri. Il contesto prevedeva l’interazione con l’audio, la console, l’acid techno e una non semplicissima gestione di situazioni sociali che includevano il consumo di sostanze stupefacenti.

                  “Energie locali, senza guests, e con la musica al centro”

                  In quel periodo facevo musica con un collettivo chiamato AudioResistance che già da diversi anni faceva uscite e compilation rivendicando un modello do it yourself e no copyright. Eravamo discretamente attivi sia nella produzione che nell’ascolto di materiale e ci sono ancora testimonianze del lavoro di quegli anni. Anche se non c’era un riferimento ad una vera e propria produzione discografica, molti artisti che parteciparono al progetto erano validissimi e sono tutt’ora attivi.

                  Successivamente a quell’esperienza nel 2010 ho creato il collettivo Nodezero che è poi divenuto la label “Nodezero Electronics” portata avanti da me e il mio socio Ivan (AHK) incentrata sullo stile Electro, che ormai era divenuto per me un riferimento che mi permetteva di spaziare tra viaggi cosmici e break più orientati al dancefloor.

                  Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre?

                  Roma è una grande città e inevitabilmente ci sono diversi club che fanno musica e proposte interessanti, ma è un sistema fatto di piccole organizzazioni, guests e tanto capitalismo.

                  Credo che in tutti questi anni non sia stato raggiunto un obiettivo a parer mio fondamentale: quello di alimentare le scene musicali del territorio. La mia città è un grande contenitore di energie e di tanti artisti che non hanno nulla da invidiare a nomi affermati del settore, ma ci sono poche valvole di sfogo, il confronto con la maggior parte dei proprietari dei locali si fa con i numeri e si rischia di incappare in pericolose avventure con alte possibilità di fallimento economico.

                  “Bisognerebbe alimentare le scene musicali del territorio”

                  La chiave potrebbe essere proprio la lungimiranza dei proprietari e dei gestori di club, chi di questi ha un background specifico ed è spinto dalla passione e dall’amore per quello che sta facendo, ha in mano un’arma potentissima. Bisogna metterci dentro la Culture, altrimenti è solo un Club, per quanto confortevole esso sia.

                  Quali sono le principali criticità?

                  Forse le ho appena descritte.

                  Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture?

                  Non credo di avere la soluzione in tasca, probabilmente si tratta di investire cercando di far parte di un network incentrato sulla musica e costituito da produttori, dj, etichette, studi, tecnici, negozi di dischi, uffici stampa, club e distribuzioni, che si supportano a vicenda e mirano a creare solidi rapporti, spinti da un’energia di base: la musica, che dovrebbe essere sempre al centro della narrazione.

                  E quali sono i pro (e i contro)?

                  Domanda di riserva?

                  Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

                  Fare musica, come le altre forme d’arte, ci permette di distrarci per un po’ dall’implacabile ritmo della nostra società globalizzata, di prenderne dei pezzi, rielaborarli e “talvolta” rivomitarli con eleganza ed ispirazione.

                  Quali sono le sensazioni che hai verso il tuo ultimo EP / album?

                  Sono molto positivo (nonostante mentre sto scrivendo le risposte a queste domande mi trovi in isolamento per lockdown covid-19) e nell’ultimo periodo ho collaborato con diverse persone, artisti che sono poi divenuti degli amici. La mia etichetta, Nodezero Electronics, ha diverse uscite su cui lavorare ed è in corso di preparazione “Spin Sonic Division 3”, compilation annuale che rappresenta a pieno la rete che siamo riusciti a costruire partendo proprio dal territorio, che come di consueto conterrà un mio pezzo. Consiglio vivamente di ascoltare la precedente, “Spin Sonic Division 2” a volume sostenuto.


                  Links:

                  Direct Y – Facebook

                  Nodezero – Bandcamp

                  Soundcloud

                  Facebook

                  Direct Y – The Electric Sheep – intervista su The Formant

                  Direct Y - Musica
                  Direct Y, The Electric Sheep
                  BIO (EN – written by Mischa Mathys)

                  Direct Y, aka Fabrizio Rega, has forged a unique musical sound from the Electro language of machines. It’s a language the artist knows intricately, translating it for the dystopian club land of Italy through tech-hybrid tracks that range from Electro to four to the floor Techno. Making his initial mark in 2006 with the aptly titled Human Vs Computer, Direct Y cemented the ideas behind his music within the bowels of the no-copyright project, Audioresistance.

                  It was through this project where his abstract view of the dance floor was first established, taking its cues from the underground rave scene of Rome and classic science fiction novels. Nodezero followed in 2008 and alongside AHK, Direct Y has been using the outlet to deliver the subterranean sounds of Europe’s nightlife to the world including that of the collective’s two remaining members.

                  The project, re-launched in 2012 as the independent label Nodezero Electronics, has been a nurturing environment for both AHK and Direct Y, allowing the latter the freedom to mature and develop his artistry since 2012, and leading to the seminal EP, Electric Sheep.

                  Direct Y continues to be a staple in Rome’s underground electronic scene while his work persistently finds new avenues of exploration in the realm of the electronic beat, decoding the language of machines.


                  Edited by Daniele V.

                  One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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                    Gabriele de Luca, innovazione

                    Gabriele, Andrea e il Lumiere

                    Il club come luogo di innovazione culturale capace di migliorare la vivibilità delle città.

                    Oggi ci lanciamo a bomba come negli ultimi numeri di Break the Wall sull’innovazione alla portata e su alcune riflessioni spinose, ma centrali nel futuro dibattito sui Club e la Club Cultura post-epidemia. Grazie alla nostra inviata speciale Rozz Ella abbiamo raccolto il pensiero di un giovane e brillante imprenditore della cultura, Gabriele De Luca, gestore assieme al socio Andrea Vescio dello storico Lumiere a Pisa.

                    Come tutti, Gabriele e Andrea stanno vivendo questo momento con molta preoccupazione, sopratutto a causa dell’assenza di risposte e misure concrete a livello istituzionale per tutti gli “operatori (associazioni), imprenditori, artisti, tecnici e lavoratori del mondo della cultura. Un mondo che noi tutti conosciamo e frequentiamo attivamente, un mondo che non ha eguali in nessun altro posto come qualità e capacità d’innovazione, ma che di fatto nel nostro paese diviene sistematicamente l’ultima ruota del carro.

                    “Ci dimentichiamo troppo facilmente degli eroi del presente, di chi contribuisce oggi alla bellezza di questo paese”

                    Il mondo della cultura passa così in secondo o terzo piano. Forti dei tesori del passato, come Italiani ci dimentichiamo troppo facilmente degli eroi del presente, di chi oggi cerca contro tutte le avversità del caso di sfornare nuova bellezza.

                    innovazione lumiere: C'mon Tigre live
                    C’mon Tigre (Live at Lumiere, Pisa)

                    Per tenere viva e tutelare questa bellezza, con Gabriele cercheremo di scoprire il nesso che esiste tra cultura, club, innovazione culturale e miglioramento della vivibilità nelle nostre città.

                    Ciao Gabriele, cosa è per te la Club Culture?

                    Credo sia una domanda un po’ troppo troppo ampia perché possa trovare risposta in due righe, quindi mi prenderò una licenza e sforerò lo spazio, partendo con una premessa: credo si possa parlare di club cultura in due modi, uno ristretto e uno allargato.

                    In senso stretto, credo che l’espressione rimandi a tutto ciò che, storicamente, ha ruotato intorno a quelli che, per capirsi, sono i luoghi in cui si balla. In senso lato invece, credo che l’espressione possa rimandare a ciò che sta intorno ad un music club in generale. Ovviamente si tratta di una distinzione un po’ artefatta, come tutte le distinzioni, dal momento che – così inizio anche a rispondere – i due aspetti – quello dance e quello più legato ai concerti – tendono a mischiarsi, o almeno, nelle esperienze più virtuose e interessanti che mi vengono in mente si sono mischiati.

                    innovazione lumiere: Manzini live
                    Manzini (Live at Lumiere, Pisa)

                    Il club, sia esso inteso come discoteca o come live club, per me è e deve essere un essere ibrido, che pur ruotando intorno alla musica, tiene insieme molti aspetti, culturali in genere. Mi viene in mente la mostra – e ancor più il catalogo! – curata dal Vitra Museum qualche anno fa, e recentemente passata dal Museo Pecci, che affronta il fenomeno del clubbing dal punto di vista del design, dell’innovazione, anzi delle innovazioni nate all’interno dei club dal punto di vista dell’architettura e dell’interior design. Ecco, l’ho trovata illuminante perché sottolinea molto bene come il club possa essere luogo di innovazione culturale a tutto tondo, dal punto di vista dell’esplorazione di una socialità altra, da quello del design, a quello della moda, fino a quello musicale.

                    “Il club come epsressione della CC, è e deve essere un ibrido, un luogo di innovazione culturale a tutto tondo”

                    Io, come sai, sono il gestore di un club la cui vocazione principale è senza dubbio il live, ma nel mio lavoro io e il mio complice Andrea Vescio cerchiamo di avere un approccio il più possibile vasto, aperto. Mi piace immaginare – e fare in modo che la mia fantasia si trasformi il più possibile in realtà – il Lumiere come uno spazio di innovazione culturale, dove possano trovar spazio presentazioni di libri, dj-set, mostre, dibattiti e ovviamente concerti. Ma non si tratta solo di cosa fa un club. Forse ancor più importante per un club, e dunque per la club-cultura, è l’attitudine, la capacità di creare e proporre un’atmosfera di libertà creativa e di libertà in generale, che favorisca gli incontri, di tutti i generi.

                    Un disco che la rappresenta? 

                    Questa è una domanda da esperti, a cui nemmeno alcuni miei colleghi ben più esperti di me hanno saputo rispondere, quindi dirò un disco che per me rappresenta una svolta, ma una svolta personale: Drukqs di Aphex Twin. Era il 2001, avevo 19 anni, e i miei ascolti erano molto distanti dalle sonorità di quel tipo. Quel disco mi ha senza dubbio aperto una finestra su un mondo che da allora non ho smesso di frequentare e apprezzare.

                    Innovazione, Aphex Twin
                    Aphex Twin Drukqs (Warp Records, 2001)
                    Le persone frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la Germania, cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

                    Qui in Italia, purtroppo, da questo punto di vista siamo abbastanza lontani dalla Germania, dove i grandi club berlinesi come il Berghein o il Tresor vengono assimilati a musei piuttosto che a problemi di ordine pubblico, come tende a succedere in Italia, dove non solo non esiste praticamente nessuna forma di politica a sostegno e sviluppo dei club musicali, ma anzi si assiste ad una forma di demonizzazione basata sull’assimilazione di questi spazi a luoghi di perdizione.

                    Una prima cosa da fare sarebbe riuscire ad invertire questa tendenza, facendosi riconoscere dalle istituzioni come operatori economici al pari di tutti gli altri, operatori che possono contribuire a migliorare la vivibilità delle città, operando come vettori di collegamento tra divertimento e cultura, socialità e accrescimento culturale.

                    “Dovremmo invertire questa tendenza, facendosi riconoscere dalle istituzioni come operatori economici al pari di tutti gli altri, con il ruolo speciale di migliorare la vivibilità delle città”

                    Tuttavia credo che si tratti di un problema culturale prima che politico. Dubito che il riconoscimento istituzionale possa arrivare a forza di richieste. Occorre piuttosto un cambiamento di mentalità (aggiungiamo noi, un innovazione). Ma i cambiamenti di mentalità sono lenti e faticosi, per cui ora come ora credo che la cosa più importante sia far bene il proprio lavoro senza tante lagne. Farsi le domande giuste. Farsi tante domande, in generale, ed essere noi per primi – noi gestori di club – a intendere i nostri spazi come vorremmo che fossero intesi dagli altri.

                    “Più responsabilità da parte dei gestori come operatori culturali”

                    Comprendere ed assumere senza paura, senza risparmiarsi, la responsabilità che sta dietro la gestione di un club. Non solo quella, ovvia, nei confronti dei dipendenti, delle strutture che gestiamo ecc., ma anche quella legata al nostro ruolo di operatori culturali: la responsabilità nei confronti dei nostri spettatori, dei nostri colleghi, dei vicini di casa ecc.

                    Ecco, questo, a volte, manca.

                    innovazione lumiere: Lee Renaldo
                    Lee Renaldo (Live at Lumiere, Pisa)

                    Passando al lato del pubblico, direi che manca la consapevolezza della natura complessa di questi luoghi. Mi spiego meglio, a rischio di risultare antipatico, con un esempio: se faccio – e la faccio! – una serata in cui suonano 5 gruppi e suona un dj, e decido di non imporre un biglietto d’ingresso ma di lasciar libero il pubblico di offrire ciò che vuole, e tu mi lasci una manciata di ramini, lo puoi fare, certo, ma chiaramente non hai compreso la fatica, sia materiale che economica, che sta dietro la creazione di una serata del genere, e ne mini alla base la riproducibilità.

                    A me piacerebbe parecchio un mondo in cui i club venissero nazionalizzati e io dovessi preoccuparmi solo del livello artistico della mia proposta. Fino a che non succederà però, il successo della club culture non può che basarsi su una forma di cooperazione tra pubblico, artista e manager, una sorta di patto sociale.

                    “Serve maggiore cooperazione tra pubblico, artista e manager”

                    Chissà che l’emergenza che stiamo vivendo non serva, almeno in parte, ad andare in questa direzione. Con l’emergenza legata alla pandemia mondiale hanno chiuso tutti i club d’Italia. Ora come ora, mentre scrivo, è chiusa praticamente ogni altra attività economica del Paese. Tuttavia, mentre per quanto riguarda tutto il resto, sembrerebbe vicina la fine del lockdown, per quanto riguarda i club ancora non si parla nemmeno di riaperture. Ci sarà dunque senza alcun dubbio una lunga fase in cui si tornerà ad una vita più o meno normale, ma senza club. Chissà che questo vuoto, questa assenza, non serva a far percepire la mancanza, e dunque l’importanza e il valore di certi luoghi. Non ci spero molto. Credo che le cose si capiscano meglio facendole che non facendole. Ma chissà, magari mi sbaglio. Lo spero.

                    “Durante il lockdown tutto sembra tacere per quanto riguarda i club e i lavoratori della cultura”

                    Personalmente, in questa fase di stop, quello che sento con particolare forza, e che mi manca, è la comunità che sta intorno al club che gestisco: rapporti umani, incroci, una fitta rete di intrecci, creativi e personali, che ora come ora manca, anche se cerchiamo di tenerla viva con tutti i mezzi a nostra disposizione. L’iniziativa stay @live che abbiamo proposto nelle prime settimane di lockdown andava proprio in questa direzione: non tanto e non solo un appello agli artisti che sono passati dal club di Vicolo del Tidi a concederci un concertino in streaming, ma una chiamata alle armi per tutta la nostra comunità, dai nostri dipendenti ai nostri clienti, dai nostri amici ai nostri collaboratori.

                    Quale è la Club cultura che vorresti? 

                    Sogno una club cultura piena di curiosità, con meno culto del grande nome e più spirito d’avventura, che sappia divertire e sorprendere, che faccia pensare e ballare. 

                    innovazione lumiere: Silvia Calderoni
                    Silvia Calderoni (Dj Set at Lumiere, Pisa)

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