Kenobit

Kenobit Break the Wall

Break the Chip

Per comprendere lo stato di salute della cultura club, quel coacervo di influenze, stili e visioni del mondo che stiamo ricostruendo intervista dopo intervista, non potevamo trascurare gli 8 bit, una delle più interessanti tendenze del momento.

Se per gli amanti della musica 8 bit, già il titolo anticipa qualcosa. Per chi ci segue invece, potremmo dire che anche il recente pezzo sui risvolti artistici del videogame Cyber Punk 2077, oppure l’ultimo #BtW del 2020 con Pablito El Drito hanno una forte connessione con l’artista di oggi.

Come in uno di quei giochi dove si uniscono i punti, con Fabio Bortolotti in arte Kenobit oggi portiamo in luce un passaggio importante, o meglio proviamo a risaltare una tendenza che osserviamo ormai da diversi anni.

Un passaggio ormai visibile sia nella musica, che nel cinema e in altri comparti culturali.

L’avanzare della creatività, delle innovazioni, ma sopratutto del suono associato ai videogames. Nel nostro caso con Kenobit, uno dei maggiori rappresentanti della chiptune e della cultura 8 bit in Italia, parliamo di Happy chipcore, techno & weird experimentations.

Negli ultimi anni con il suo Gameboy si esibito in tutta Italia, in Europa e nel mondo, con spettacoli in Giappone, Sud Africa, Stati Uniti e Russia. Antonio Enrico Buonocore in un suo pezzo su milanocittastato.it lo descrive come un artista e un operatore culturale poliedrico.

E’ stato redattore di diverse riviste di videogiochi di rilevo nazionale, compone musica ed è uno dei cofondatori e animatori di Kenobisboch Productions, una realtà che coniuga efficacemente cultura e videogiochi

cit. Antonio Enrico Buonocore 13/01/2019
Assisteremo forse in futuro alla rinascita dei club come delle macchine arcade a gettoni?

Di sicuro la sua tendenza al DIY ci suggerisce, in una sorta di parallelismo con il movimento e la cultura punk, che oggi per fare musica non hai neanche bisogno di uno strumento. Passione, creatività, libertà e attitudine ad andare avanti inseguendo i propri demoni sono forse gli ingredienti principali. Ma c’è molto di più, a partire dall’idea del recupero creativo della tecnologia ormai obsolescente che trasforma l’arte del retrogaming in nuovi medium per comunicare ed esprimersi verso l’ampio pubblico con la musica.

Come nel caso della musica concreta, dell’elettroacustica, del noise etc., quindi attorno a matrici di sperimentazione, o perlomeno alla cultura del DIY associata a tale campo, artisti fortemente radicati sul territorio danno vita e sviluppano vere e proprie scene underground.

Fabio, una persona tanto eclettica quanto squisita, che ricordiamo con affetto quando è venuto a suonare qui a Pisa molti anni fa per il nostro PUM Factory Festival grazie agli amici di Radiocicletta è anche l’organizzatore di Milano Chiptune Underground, uno dei più grandi party lo-fi a livello italiano. In questi mesi di impossibilità di realizzare eventi dal vivo, è stato molto attivo online in streaming continuando a lottare per mantenere vivo questo spaccato di contro cultura contemporanea.

Lo ringraziamo ancora infinitamente per averci dedicato il suo tempo e vi lasciamo di seguito alle sue parole per Break the Wall.

Ciao Fabio, benvenuto! Ho letto che “Kenobit” è un raffinatissimo gioco di parole: (Obi Wan) Kenobi + Bit., nato in un pomeriggio del 2009 quando cercavi un nome d’arte la tua prima traccia realizzata con un Game Boy. In un intervista ho letto che sono stati “i tre minuti di onde quadre a 190 BPM più importanti”, e immagino che ti hanno letteralmente cambiato la vita. Tuttavia mi aspetto che qualcosa bolliva in pentola già da prima. Quindi da buon curioso, inizierei chiedendoti qual’è il tuo percorso?

Sono Fabio Bortolotti, in arte Kenobit. Sono nato musicalmente come batterista punk e hardcore. Dopo un’adolescenza passata tra salette, concerti e autoproduzioni, mi sono imbattuto nella scena della micromusic e ho iniziato a suonare il mio Game Boy. Negli ultimi anni, oltre a suonare in giro per il mondo, ho organizzato concerti con arottenbit, con il quale ho dato vita a Milano Chiptune Underground e a Cyberspazi (progetto di musica e realtà virtuale che ha coinvolto anche Eyefish e Napo dei Uochi Toki).

Quando e come sei entrato in contatto con questo nuovo mondo?

È stata una felice serie di coincidenze. Avevo appena iniziato a sperimentare con i suoni a 8 bit, prima ancora di usare il Game Boy, con qualche VST su PC. Caricai uno dei primi esperimenti su 8bitcollective, un sito ormai defunto dove artistə da tutto il mondo caricavano i loro brani e commentavano quelli altrui. Nel giro di pochissimo fui riconosciuto come italiano da Arottenbit, già attivissimo con il Game Boy. Caso volle che il giorno dopo avesse un concerto in un piccolo ARCI dietro casa mia. Conobbi lui, Tonylight e Pablito el Drito, e soprattutto vidi per la prima volta l’impatto di un Game Boy dal vivo. Volevo fare quella roba anch’io. Dovevo farlo.

Gli amici di quella sera furono vitali per muovere i primi passi. Pablito e Tony iniziarono a invitarmi a suonare ai concerti che organizzavano, mentre Arottenbit mi fece entrare nel circuito più esteso dell’underground, invitandomi sul palco con lui. Fu un aiuto prezioso, perché ai tempi non avevo abbastanza musica per reggere un set da solo e soprattutto perché mi mise addosso una grande voglia di scrivere musica. C’era la fotta, ecco.

Quale musica elettronica ti rappresenta?

Sinceramente non so cosa mi rappresenti, perché il grosso contenitore elettronico nel quale vengo normalmente inserito, la “chiptune”, è un termine vago, spesso privo di alcuni dei dettagli che più trovo importanti nella musica, a livello estetico e politico. Per questo, se proprio devo scegliere un nome, mi piace rifarmi alla “micromusic”, la corrente senza regole nata in seno a Micromusic.net, il sito che ha dato il via alla valanga a 8 bit che ha poi dato vita a svariate mode, più o meno underground. Il motto è: “Low tech music for high tech people.” Detto questo, amo fare musica con un Game Boy proprio perché è tangente a più mondi: capita di suonare in chiusura a una serata punk, a un rave, a una serata techno, a una serata chiptune. È bello vagabondare nell’underground.

Quando è iniziato questo amore per la musica 8 bit?

Il mio amore per le onde quadre nasce in tenerissima età, con Space Harrier e un Sega Master System. C’era qualcosa, in quelle note così ruvide, che ha lasciato un’impronta indelebile sul mio cervello. Non ho mai smesso di ascoltare la musica dei videogiochi, anche da sola, in purezza. C’è ovviamente un’enorme differenza tra la VGM e la mia musica, ma il colpo di fulmine arriva da lì.

Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre?

Prima della pandemia, Milano era una città molto fortunata. C’era un ecosistema molto sano di locali, arci e squat, per il quale c’era sempre qualcosa di interessante da vedere o sentire, anche durante la settimana. C’era sempre una scusa per svegliarsi con il mal di testa il giorno dopo, insomma. Mi auguro che alla fine del casino ripartirà e ritroverà i suoi ritmi, anche se sarà una battaglia in salita. Quello che so è che, come musicista, farò tutto il possibile per supportare gli spazi che fanno musica. Sono importanti non solo per la musica, ma anche per l’aggregazione. È ai concerti che ho trovato i miei simili.

Quali sono le principali criticità?

Milano è una città ricca di contraddizioni e ineguaglianze, e più ci si allontana dalla dimensione DIY, più i nodi vengono al pettine. C’è anche una dimensione parallela all’underground, fatta di locali costosissimi, quelli dove prenoti tavolo e boccia di champagne, dove la musica passa completamente in secondo piano e diventa un banale ingranaggio del guadagno. Detto questo, la criticità del momento è che i locali stanno chiudendo e che ripartire diventa ogni giorno più difficile. Spero che, quando sarà tutto finito, la gente muoverà il culo e non darà per scontata la musica dal vivo.

Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture?

Mi rendo conto che sono un disco rotto, ma l’etica dell’autoproduzione e del DIY sono l’antidoto a molti dei problemi che abbiamo. Andare agli eventi, supportare gli eventi, organizzare eventi. Conoscere persone che vanno agli eventi e organizzano altri eventi, incontrare persone che suonano, incontrare persone che vogliono iniziare a suonare, organizzare workshop, diffondere il sapere, darsi una mano. Erano cose che servivano prima e che in futuro serviranno ancora di più. Altrimenti lasceremo il mondo della notte solo a chi ha in banca i soldi di papà.

Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

Oggi si possono fare delle cose incredibili con un budget molto ridotto. Nonostante ci sia un grande fetish per l’hardware, spesso con derive estreme, come quella dei modulari, qualunque ragazzinə può iniziare a produrre tracce con due spiccioli, o anche gratis. Inoltre, tra YouTube e tutorial online, molto del sapere che un tempo veniva tramandato oralmente è a portata di clic. Questa democratizzazione degli strumenti, per contro, rende più difficile farsi notare, ma penso sempre che un mondo con più musica è migliore di uno con meno musica.

Quali sono le sensazioni che hai verso il tuo ultimo album?

Ho fatto uscire un disco dedicato alle vecchie sigle, scritto a quattro mani con il mio socio Bisboch. Ne vado fiero, ma per il momento mi sembra un disco “incompiuto”. Tutti i pezzi che scrivo nascono con in mente i concerti dal vivo e, per ovvi motivi, di occasioni per suonarlo in mezzo alla gente ne ho avute poche. È andata così, me ne faccio una ragione. Mi fa strano, perché ho più voglia di scrivere il disco nuovo, cosa che sto facendo, che di suonare quello vecchio. Forse per voltare pagina? Dai, sì. Ce n’è bisogno.

Cosa pensi che possa fare lo streaming per la musica e la cultura? Quale suggerimento daresti alle associazioni come la nostra che tentano di salvaguardare questi aspetti della vita, che al momento sono particolarmente messi a dura prova dall’emergenza COVID?

Penso che lo streaming sia uno strumento molto potente e che, nonostante le apparenze, ci siano grandi occasioni e opportunità per chiunque voglia fare musica e cultura. Ho alcuni consigli sparsi:

1) Non inseguire i numeri. Twitch e le piattaforme di streaming, per loro natura, tendono a mettere i numeri in primo piano, ma quando si fa cultura è più importante avere un pubblico fedele e attento che un numero di spettatori alto. La qualità premia. Lentamente, ma premia.

2) Fare community: lo streaming ha enormi potenzialità, ma solo se affiancato a comunità che partecipano alla vita del canale e che la sostengono. Per avere un progetto autosufficiente, non servono decine di migliaia di fan (anche se aiutano): una community affiatata può fare miracoli.

3) Non sempre i concerti funzionano. Sono felice e grato per tutti gli eventi online che ho visto (e che ho organizzato), ma non penso che siano la risposta, perché sono comunque una forma di esibizione alla quale manca una componente fondamentale. Abbiamo tutti voglia e bisogno di musica, ma penso che sia necessario sfruttare i pregi delle piattaforme in streaming. Credo che sia più potente una chiacchierata con un artista, abbinata magari a una piccola performance informale. Twitch permette di avere una dimensione intima e domestica che nessun palco può dare, quindi credo che eventi piccoli e informali possano essere il modo ideale per aspettare la riapertura delle gabbie. E per alimentare quella che, mi auguro, sarà un’esplosione di voglia di andare a sentire musica dal vivo.

Grazie Fabio per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di ripartire presto e magari di ospitarti a Pisa per un bel Live!

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Dj Darius

Edited by Dj Darius, one of the founders of the PUM. Devoted to Art & Detroit Techno, enabling factors for sociality, culture, and community.

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