New Sounds

Muta/Larva

Chiudiamo un cerchio. Dopo Marefermo è tempo di metamorfosi

“Avendo ascoltato con grande piacere Marefermo nella primavera del 2020, quando Simone mi ha contattato per discutere l’uscita di Muta/Larva, sapevo che l’ispirazione era ancora altissima. Ma è comunque riuscito a stupirmi. La classe e lo spessore di questi pezzi sono incredibili.”
Cit. Fabio Ricci (aka fr) – vonneumann • dTHEd • AOR

Quando parliamo di muta, soprattutto per il mondo animale, generalmente pensiamo alla primavera o all’autunno. Periodi dell’anno che coincidono con un cambio delle temperature e delle condizioni ambientali che permettono un passaggio funzionale, un rinnovamento.

Con questa idea è uscito da pochi giorni il nuovissimo EP “Muta/Larva” di Simone Lalli una figura centrale nell’underground Livornese. Attivo dai primi anni 90 come chitarrista e cantante del gruppo storico Flora & Fauna, poi passato alla sperimentazione elettronica sotto il moniker di Autobam per arrivare fino oggi con una nuova consapevolezza.

Se vi ricordate, la scorsa primavera avevamo intervistato Simone per Break the Wall e lui ci aveva anche parlato del suo EP “Marefermo”. Con molto piacere, oggi con quasi un anno di distanza e quindi in una sorta di continuum temporale tra primavere e brani, vi presentiamo questo nuovo ed interessantissimo lavoro.

Muta/Larva Ep by Simone Lalli. Cover by Fabio Ricci and Simone Lalli
Un EP che non si limita a descrivere il cambiamento, lo abbraccia, lo fa suo.

L’EP è stato prodotto in collaborazione con AOR (Ammiratore Omonimo Records), una label davvero intrigante, attiva da 20 anni e dedicata alla musica di qualità. Il Master a cura di Taylor Deupree presso il 12K Studio-NYC è un sigillo e una garanzia. Stiamo parlando dei massimi sistemi della musica glitch.

Riprendendo la splendida presentazione di Fabio Ricci (vonneumann, dTHEd, AOR), Muta/Larva è un EP di 2 tracce, di cui Muta chiude il discorso di Marefermo e lo fa senza mezzi termini. La muta è una transizione funzionale, è la metamorfosi. Rappresenta un cambio fra ciò che è immediato, visibile, e ciò che va svelato. Spesso la muta è un cambiare pelle. Ma la muta è anche un indumento, una doppia pelle che serve per immergersi, scendere nel profondo: nel mare. Nel marefermo. Muta è la chiusura di un cerchio. E alle mie orecchie suona come l’onda assente di un mare immobile: un’onda muta; un silenzio che deflagra.

Quando ho chiesto a Simone se il titolo fosse anche un omaggio a Leo Anibaldi, lui mi ha confessato di non averci pensato. A sentire lui sarebbe un caso. Tuttavia sono convinto che non avvengano per caso queste cose – esiste un sentore comune, una sensibilità condivisa che spinge artisti diversi a scegliere il medesimo vocabolo, la stessa voglia di cambiare pelle. È una tensione collettiva di animi affini.

Fabio Ricci

Larva porta con se la bellezza del processo di metamorfosi, del cambiamento. La muta sta avvenendo, e dalla larva uscirà qualcosa di diverso, di meraviglioso. Adesso non è dato sapere, ma da ciò che ci racconta il pezzo, ci spostiamo in territori meno diretti. È un brulicare di suoni che si sovrappongono in continuazione, catturando e disorientando l’ascoltatore. Gli antichi Romani usavano il termine “larve” per denominare gli spiriti di uomini malvagi – forse anche questo è un indizio che Simone vuole darci per il futuro. Sì, perché Muta/Larva è anche e un’anticipazione di quello che sarà un vero e proprio album… al quale Simone sta già lavorando.

Un cammino in crescita

In questo EP c’è dentro un mondo misterioso che spazia tra generi diversi che compongono il background di Simone. Ci sentiamo tutta l’influenza della dark wave, la dubstep delle origini, l’elettronica di ricerca nell’utilizzo dei frammenti sonori e degli effetti, e infine quel collante di IDM che rende l’ascolto interessante e mai scontato.

La dinamica che abbiamo cercato di riportare rappresenta un passaggio verso la maturità per un artista che conosciamo bene e che stimiamo moltissimo e che abbiamo seguito sin dai suoi primi passi.

Con questo lavoro Simone aggiunge un altro tassello fondamentale nel suo percorso individuale, in costante tensione verso un’architettura sonora che non ha eguali. L’introduzione di suoni più organici e l’uso chirurgico del rumore rendono questo il suo lavoro migliore finora. Un incredibile biglietto da visita, in attesa della prova su lunga distanza.


Links:

simonelalli.com

Bandcamp


Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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    Break the Wall

    Gab.Gato

    Il punto fermo sta nella collettività

    Nello stendere questa nuova intervista ci siamo lasciati andare alla riflessione su cosa sia per noi la collettività, o l’importanza per noi dell’essere collettivo. Alcune parole, concise tra l’altro, di Gab Gato, un grafico, un illustratore, un’artista e produttore discografico – fondatore di “The Villains Inc. Records” – devoto al sound detroit, electro e techno, un nerd di strada, ci hanno smosso da dentro..

    Montale diceva che “il punto fermo è un tutto nientificato“, che richiama per noi il concetto di qualcosa che prima era forte, era un “tutto” appunto ma che poi “è stato”, o da solo si è indebolito, appunto, un tutto che oggi ha perso il senso.

    E se fosse andata proprio così? ciò che spingeva infondo le persone ha far parte di una scena musicale, culturale, etc. piuttosto che un’altra era proprio un senso di collettività. Senso che oggi è andato perduto. È noi siamo tutti sassolini in una cronologia di ricerche impazzite. Siamo schegge di una realtà sempre più virtuale e sempre meno attuata. Parte di un tutto nientificato.

    Come abbiamo fatto nelle puntate precedenti anche oggi – mantenendo il parallelismo di oggi con Eugenio Montale – siamo alla ricerca di un “mastice che tenga insieme questi quattro sassi”, di un collante che ci aiuti a ricomporre il senso di collettività perduto nella club culture, che sapete essere per noi un qualcosa di più ampio e trasversale che trascende il singolo club o quella che in Italia tutti conosciamo come “discoteca”.

    Oggi vi presentiamo quindi un altro importante e prezioso tassello. Ringraziamo Gab Gato per il suo tempo e la sua disponibilità e vi lasciamo a questo nuovo capitolo di Break the Wall!

    Benvenuto Gab! Rompiamo il ghiaccio con una domanda di rito. Quale musica elettronica ti rappresenta?

    Come artista prevalentemente il sound di Detroit, soprattutto Electro e Techno.

    Quando è iniziato questo tuo amore?

    E’ iniziato a metà degli anni ’80 quando andavo a ballare agli afroraduni, nelle discoteche venete e romagnole, mentre si facevano spazio l’Electro Oldschool e la prima Elettronica … e poi ho conosciuto Detroit.

    Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre?

    A Milano è stata varia e vivace fino alla fine dei ’90, poi il nulla per quasi 10 anni. Poi una nuova generazione ha dato nuova energia che è durata fino all’inizio della pandemia.

    Quali sono le principali criticità?

    Il sistema è la criticità, per dirla come nel film Paz durante l’assemblea del collettivo: ”la Felicità è sovversiva quando si collettivizza!”

    Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture?

    Premesso che il problema è culturale nel senso più ampio del termine, si può solo continuare a fare le cose con passione, mettendoci impegno e serietà e aggiungerei onestà, cercando di lavorare con la gente giusta.

    E quali sono i pro (e i contro)?

    Pro: E’ molto più facile, rispetto al passato, fare serate di qualità e con grande varietà di artisti internazionali e non. Contro: In Italia capita ancora di avere a che fare con organizzazioni poco trasparenti e professionali, anche a causa di una visione bigotta e distorta del frequentatore della ‘Discoteca’, generalmente un ragazzino o un drogato o comunque un losco individuo …

    Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

    Solo il Networking.

    Quali sono le sensazioni che hai verso il tuo ultimo EP / album?

    La prossima uscita sarà un EP di remix fatti da artisti che stimo parecchio, quindi mi sento onorato e fiero di produrlo!

    Grazie Gab per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di condividere presto una consolle insieme!

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    Dj Darius

    Edited by Dj Darius, one of the founders of the PUM. Devoted to Art & Detroit Techno, enabling factors for sociality, culture, and community.

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      Andrea Paolo Lisi Break the Wall

      Andrea Paolo Lisi

      Passioni allo stato puro

      Beh, ogni tanto dobbiamo anche rivolgere lo sguardo alla pancia per assecondarne le passioni. Per sviscerare frammenti di una cultura che si presenta come in continua evoluzione non possiamo dimenticarci del lato più fisico. Tuttavia, è difficile restare ancorati alle forti emozioni e non intraprendere voli per così dire “più mentali”.

      Oggi come funamboli ci sposteremo avanti e dietro, in bilico tra le passioni e le suggestioni di chi come Andrea Paolo Lisi ha vissuto diverse epoche della Club Culture, soprattutto a Roma.

      Andrea è da sempre un appassionato puro prestato al clubbing e allo studio della musica elettronica da una formazione di storico dell’arte (contemporanea). Membro dei collettivi Blue Room e Glucose per una decina d’anni sino al 2012 anche se il suo primo evento risale al ‘91 quando conobbe Andrea Benedetti con cui attualmente cura il podcast Audiodrome per lo spazio di approfondimento culturale Eretica dei Radicali. Mentre, con Andrea Benedetti abbiamo già avuto modo di parlare su Under-Blog per Factory Ask. Magari un confronto tra le prospettive dei due Andrea potrebbe essere interessante al termine di questa lettura.

      In ogni caso ringraziamo Andrea P. per il suo tempo e la sua disponbilità e vi lasciamo a questo nuovo capitolo di Break the Wall!

      Benvenuto! Rompiamo il ghiaccio con una domanda di rito. Quale musica elettronica ti rappresenta?

      Sicuramente sento congeniali gli umori del Synth-Pop primi anni ‘80 e la Techno Minimal, quella storica Mills-iana dal ‘93 a inizio 2000, non la M-nus per intenderci; amo anche la Deep Techno più recente e, in generale, purchè siano astratte, minimali e meno Happy Soul-full Ethno o melodiche, anche la Deep House, il Post-Dub, Bass e Elettronica Hi-Tech.

      Quando è iniziato questo tuo amore?

      Purtroppo (per l’anagrafe) ho visto Ultravox e Human League in concerto nei primi anni ‘80. E ricordo i miei 16 anni in vacanza, chiuso nella macchina di mia sorella che aveva un buon impianto, ad ascoltare Soft Cell, Gary Numan, New Order, Kraftwerk e Japan, insensibile ai 40° dell’abitacolo. E ci sono ovviamente rimasto sotto.

      Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre?

      Ci sono state epoche migliori. Credo che il ricambio generazionale non stia aiutando. I nuovi arrivati sono più interessati ad altri tipi di musica, più mainstream, oppure seguono stili di vita tipo birra e live, per esempio, o riunioni tra amici. Ci sono dei promoter che si danno da fare, sono pochi ma perseverano, quindi abbiamo comunque la possibilità di ascoltare quello che bolle in pentola. Però, ecco, forse a parte un paio di riferimenti storici e di crew collaudate, penso che la club culture ancora prima della pandemia fosse un po’ asfittica.

      Quali sono le principali criticità?

      Da sempre a Roma i problemi sono: la penuria di luoghi, non materiale intendo, di luoghi adatti ce ne sarebbero milioni, ma aperti ad una certa programmazione; la scarsa sensibilità dell’amministrazione; l’incapacità di fare sistema per cui la competizione, anche sleale, ha spesso aggiunto problemi a problemi. Qui sono stati i centri sociali protetti dalle amministrazioni di sinistra a permettere un vero e proprio fermento in passato, sino a 12 anni fa, circa. Per il resto, dalla prospettiva locale di clubbing propriamente detto non c’è rimasto molto, vuoi la crisi post 2008, vuoi l’involuzione politica, vuoi l’assenza di un determinato trascorso e quindi sensibilità da parte delle nuove generazioni, mettiamoci pure il cambiamento epocale tragicamente accelerato dalla pandemia.

      Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture?

      Dimenticare le mega adunate, i soldi facili, lo star system e tornare all’approccio underground e artigianale degli esordi. Bisogna ricostruire l’entusiasmo e il benessere di stare insieme e ascoltare buona musica ballando, e per farlo non basta essere bravi promoter e possedere un posto dove invitare qualcuno di noto a suonare. Bisogna avere un piano, un’idea di cosa si vuole trasmettere, costruirsi una scena e poi usare canali appropriati per far crescere il progetto, più a livello di senso e immagine che non di quantità indifferenziata di frequentatori. Da questo cambio di prospettiva possono arrivare anche le gratificazioni economiche che mancano all’evento in sé. Creare qualcosa più arty, di nicchia, identificabile e riconoscibile.

      E quali sono i pro (e i contro)?

      Che non è il caso di allentare la presa sullo stare insieme e ballare buona musica in un momento in cui rischiamo la deriva solipsistica delle persone, lo spaesamento per un futuro che si preannuncia molto duro. Mai come ora il ruolo sociale del clubbing deve essere mantenuto e curato nei suoi fondamenti positivi. Va pensato come contenitore di supporto e resistenza comunitaria evitando di fare gli errori del passato che, però, all’epoca ancora ce li potevamo permettere, oggi no.

      Grazie Andrea per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di ripartire presto e magari di vederci in qualche evento aperto ad uno dei cambiamenti tanti auspicati.

      Links

      Ascolta Audiodrome. Un progetto di Andrea Benedetti e Andrea Paolo Lisi che intende sondare le possibilità di una sintesi tra le musiche più significative della nostra epoca e i grandi temi sociali e culturali che l’hanno caratterizzata: la lotta per il riconoscimento civile, il paradigma tecnologico.


      Dj Darius

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        Kenobit Break the Wall

        Kenobit

        Break the Chip

        Per comprendere lo stato di salute della cultura club, quel coacervo di influenze, stili e visioni del mondo che stiamo ricostruendo intervista dopo intervista, non potevamo trascurare gli 8 bit, una delle più interessanti tendenze del momento.

        Se per gli amanti della musica 8 bit, già il titolo anticipa qualcosa. Per chi ci segue invece, potremmo dire che anche il recente pezzo sui risvolti artistici del videogame Cyber Punk 2077, oppure l’ultimo #BtW del 2020 con Pablito El Drito hanno una forte connessione con l’artista di oggi.

        Come in uno di quei giochi dove si uniscono i punti, con Fabio Bortolotti in arte Kenobit oggi portiamo in luce un passaggio importante, o meglio proviamo a risaltare una tendenza che osserviamo ormai da diversi anni.

        Un passaggio ormai visibile sia nella musica, che nel cinema e in altri comparti culturali.

        L’avanzare della creatività, delle innovazioni, ma sopratutto del suono associato ai videogames. Nel nostro caso con Kenobit, uno dei maggiori rappresentanti della chiptune e della cultura 8 bit in Italia, parliamo di Happy chipcore, techno & weird experimentations.

        Negli ultimi anni con il suo Gameboy si esibito in tutta Italia, in Europa e nel mondo, con spettacoli in Giappone, Sud Africa, Stati Uniti e Russia. Antonio Enrico Buonocore in un suo pezzo su milanocittastato.it lo descrive come un artista e un operatore culturale poliedrico.

        E’ stato redattore di diverse riviste di videogiochi di rilevo nazionale, compone musica ed è uno dei cofondatori e animatori di Kenobisboch Productions, una realtà che coniuga efficacemente cultura e videogiochi

        cit. Antonio Enrico Buonocore 13/01/2019
        Assisteremo forse in futuro alla rinascita dei club come delle macchine arcade a gettoni?

        Di sicuro la sua tendenza al DIY ci suggerisce, in una sorta di parallelismo con il movimento e la cultura punk, che oggi per fare musica non hai neanche bisogno di uno strumento. Passione, creatività, libertà e attitudine ad andare avanti inseguendo i propri demoni sono forse gli ingredienti principali. Ma c’è molto di più, a partire dall’idea del recupero creativo della tecnologia ormai obsolescente che trasforma l’arte del retrogaming in nuovi medium per comunicare ed esprimersi verso l’ampio pubblico con la musica.

        Come nel caso della musica concreta, dell’elettroacustica, del noise etc., quindi attorno a matrici di sperimentazione, o perlomeno alla cultura del DIY associata a tale campo, artisti fortemente radicati sul territorio danno vita e sviluppano vere e proprie scene underground.

        Fabio, una persona tanto eclettica quanto squisita, che ricordiamo con affetto quando è venuto a suonare qui a Pisa molti anni fa per il nostro PUM Factory Festival grazie agli amici di Radiocicletta è anche l’organizzatore di Milano Chiptune Underground, uno dei più grandi party lo-fi a livello italiano. In questi mesi di impossibilità di realizzare eventi dal vivo, è stato molto attivo online in streaming continuando a lottare per mantenere vivo questo spaccato di contro cultura contemporanea.

        Lo ringraziamo ancora infinitamente per averci dedicato il suo tempo e vi lasciamo di seguito alle sue parole per Break the Wall.

        Ciao Fabio, benvenuto! Ho letto che “Kenobit” è un raffinatissimo gioco di parole: (Obi Wan) Kenobi + Bit., nato in un pomeriggio del 2009 quando cercavi un nome d’arte la tua prima traccia realizzata con un Game Boy. In un intervista ho letto che sono stati “i tre minuti di onde quadre a 190 BPM più importanti”, e immagino che ti hanno letteralmente cambiato la vita. Tuttavia mi aspetto che qualcosa bolliva in pentola già da prima. Quindi da buon curioso, inizierei chiedendoti qual’è il tuo percorso?

        Sono Fabio Bortolotti, in arte Kenobit. Sono nato musicalmente come batterista punk e hardcore. Dopo un’adolescenza passata tra salette, concerti e autoproduzioni, mi sono imbattuto nella scena della micromusic e ho iniziato a suonare il mio Game Boy. Negli ultimi anni, oltre a suonare in giro per il mondo, ho organizzato concerti con arottenbit, con il quale ho dato vita a Milano Chiptune Underground e a Cyberspazi (progetto di musica e realtà virtuale che ha coinvolto anche Eyefish e Napo dei Uochi Toki).

        Quando e come sei entrato in contatto con questo nuovo mondo?

        È stata una felice serie di coincidenze. Avevo appena iniziato a sperimentare con i suoni a 8 bit, prima ancora di usare il Game Boy, con qualche VST su PC. Caricai uno dei primi esperimenti su 8bitcollective, un sito ormai defunto dove artistə da tutto il mondo caricavano i loro brani e commentavano quelli altrui. Nel giro di pochissimo fui riconosciuto come italiano da Arottenbit, già attivissimo con il Game Boy. Caso volle che il giorno dopo avesse un concerto in un piccolo ARCI dietro casa mia. Conobbi lui, Tonylight e Pablito el Drito, e soprattutto vidi per la prima volta l’impatto di un Game Boy dal vivo. Volevo fare quella roba anch’io. Dovevo farlo.

        Gli amici di quella sera furono vitali per muovere i primi passi. Pablito e Tony iniziarono a invitarmi a suonare ai concerti che organizzavano, mentre Arottenbit mi fece entrare nel circuito più esteso dell’underground, invitandomi sul palco con lui. Fu un aiuto prezioso, perché ai tempi non avevo abbastanza musica per reggere un set da solo e soprattutto perché mi mise addosso una grande voglia di scrivere musica. C’era la fotta, ecco.

        Quale musica elettronica ti rappresenta?

        Sinceramente non so cosa mi rappresenti, perché il grosso contenitore elettronico nel quale vengo normalmente inserito, la “chiptune”, è un termine vago, spesso privo di alcuni dei dettagli che più trovo importanti nella musica, a livello estetico e politico. Per questo, se proprio devo scegliere un nome, mi piace rifarmi alla “micromusic”, la corrente senza regole nata in seno a Micromusic.net, il sito che ha dato il via alla valanga a 8 bit che ha poi dato vita a svariate mode, più o meno underground. Il motto è: “Low tech music for high tech people.” Detto questo, amo fare musica con un Game Boy proprio perché è tangente a più mondi: capita di suonare in chiusura a una serata punk, a un rave, a una serata techno, a una serata chiptune. È bello vagabondare nell’underground.

        Quando è iniziato questo amore per la musica 8 bit?

        Il mio amore per le onde quadre nasce in tenerissima età, con Space Harrier e un Sega Master System. C’era qualcosa, in quelle note così ruvide, che ha lasciato un’impronta indelebile sul mio cervello. Non ho mai smesso di ascoltare la musica dei videogiochi, anche da sola, in purezza. C’è ovviamente un’enorme differenza tra la VGM e la mia musica, ma il colpo di fulmine arriva da lì.

        Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre?

        Prima della pandemia, Milano era una città molto fortunata. C’era un ecosistema molto sano di locali, arci e squat, per il quale c’era sempre qualcosa di interessante da vedere o sentire, anche durante la settimana. C’era sempre una scusa per svegliarsi con il mal di testa il giorno dopo, insomma. Mi auguro che alla fine del casino ripartirà e ritroverà i suoi ritmi, anche se sarà una battaglia in salita. Quello che so è che, come musicista, farò tutto il possibile per supportare gli spazi che fanno musica. Sono importanti non solo per la musica, ma anche per l’aggregazione. È ai concerti che ho trovato i miei simili.

        Quali sono le principali criticità?

        Milano è una città ricca di contraddizioni e ineguaglianze, e più ci si allontana dalla dimensione DIY, più i nodi vengono al pettine. C’è anche una dimensione parallela all’underground, fatta di locali costosissimi, quelli dove prenoti tavolo e boccia di champagne, dove la musica passa completamente in secondo piano e diventa un banale ingranaggio del guadagno. Detto questo, la criticità del momento è che i locali stanno chiudendo e che ripartire diventa ogni giorno più difficile. Spero che, quando sarà tutto finito, la gente muoverà il culo e non darà per scontata la musica dal vivo.

        Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture?

        Mi rendo conto che sono un disco rotto, ma l’etica dell’autoproduzione e del DIY sono l’antidoto a molti dei problemi che abbiamo. Andare agli eventi, supportare gli eventi, organizzare eventi. Conoscere persone che vanno agli eventi e organizzano altri eventi, incontrare persone che suonano, incontrare persone che vogliono iniziare a suonare, organizzare workshop, diffondere il sapere, darsi una mano. Erano cose che servivano prima e che in futuro serviranno ancora di più. Altrimenti lasceremo il mondo della notte solo a chi ha in banca i soldi di papà.

        Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

        Oggi si possono fare delle cose incredibili con un budget molto ridotto. Nonostante ci sia un grande fetish per l’hardware, spesso con derive estreme, come quella dei modulari, qualunque ragazzinə può iniziare a produrre tracce con due spiccioli, o anche gratis. Inoltre, tra YouTube e tutorial online, molto del sapere che un tempo veniva tramandato oralmente è a portata di clic. Questa democratizzazione degli strumenti, per contro, rende più difficile farsi notare, ma penso sempre che un mondo con più musica è migliore di uno con meno musica.

        Quali sono le sensazioni che hai verso il tuo ultimo album?

        Ho fatto uscire un disco dedicato alle vecchie sigle, scritto a quattro mani con il mio socio Bisboch. Ne vado fiero, ma per il momento mi sembra un disco “incompiuto”. Tutti i pezzi che scrivo nascono con in mente i concerti dal vivo e, per ovvi motivi, di occasioni per suonarlo in mezzo alla gente ne ho avute poche. È andata così, me ne faccio una ragione. Mi fa strano, perché ho più voglia di scrivere il disco nuovo, cosa che sto facendo, che di suonare quello vecchio. Forse per voltare pagina? Dai, sì. Ce n’è bisogno.

        Cosa pensi che possa fare lo streaming per la musica e la cultura? Quale suggerimento daresti alle associazioni come la nostra che tentano di salvaguardare questi aspetti della vita, che al momento sono particolarmente messi a dura prova dall’emergenza COVID?

        Penso che lo streaming sia uno strumento molto potente e che, nonostante le apparenze, ci siano grandi occasioni e opportunità per chiunque voglia fare musica e cultura. Ho alcuni consigli sparsi:

        1) Non inseguire i numeri. Twitch e le piattaforme di streaming, per loro natura, tendono a mettere i numeri in primo piano, ma quando si fa cultura è più importante avere un pubblico fedele e attento che un numero di spettatori alto. La qualità premia. Lentamente, ma premia.

        2) Fare community: lo streaming ha enormi potenzialità, ma solo se affiancato a comunità che partecipano alla vita del canale e che la sostengono. Per avere un progetto autosufficiente, non servono decine di migliaia di fan (anche se aiutano): una community affiatata può fare miracoli.

        3) Non sempre i concerti funzionano. Sono felice e grato per tutti gli eventi online che ho visto (e che ho organizzato), ma non penso che siano la risposta, perché sono comunque una forma di esibizione alla quale manca una componente fondamentale. Abbiamo tutti voglia e bisogno di musica, ma penso che sia necessario sfruttare i pregi delle piattaforme in streaming. Credo che sia più potente una chiacchierata con un artista, abbinata magari a una piccola performance informale. Twitch permette di avere una dimensione intima e domestica che nessun palco può dare, quindi credo che eventi piccoli e informali possano essere il modo ideale per aspettare la riapertura delle gabbie. E per alimentare quella che, mi auguro, sarà un’esplosione di voglia di andare a sentire musica dal vivo.

        Grazie Fabio per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di ripartire presto e magari di ospitarti a Pisa per un bel Live!

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        Dj Darius

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          pablito el drito Break the Wall

          Pablito el Drito

          Spingere la scena locale, incoraggiare la multidisciplinareità e includere le fasce sociali più deboli

          Oggi abbiamo avuto l’opportunità di conversare con un artista cresciuto nella scena Underground milanese. Signori e signore, diamo un caloroso benvenuto a Pablito El Drito su #BtW.

          Pablito El Drito “Low Tech Division” released in Creative Commons

          Come di rito, vi lasciamo al botta e risposta con Pablito e alle sue riflessioni, che costituiscono dei validi spunti per questo nuvo episodio di Break the Wall e la nostra ricerca a livello Europeo.

          Carissimo Pablito, benvenuto su Break the Wall! parlaci brevemente di te? Qual è il tuo percorso?

          Sono un dj e musicista elettronico, ma anche uno scrittore. Sono nato a metà degli anni settanta, e avevo vent’anni quando è esplosa la musica elettronica. Dapprima l’ho considerata con sospetto, per poi abbracciarla, dapprima come dj, poi anche in un discorso live.

          Quale musica elettronica ti rappresenta?

          Mi piacciono moltissime cose. Dai pionieri (Kraftwerk, Moroder, Wendy Carlos) agli innovatori (Aphex Twin, Orb, KLF in primis), la musica wave elettronica (Borghesia, Clock DVA, Front Line Assembly).

          Per quanto riguarda la techno, e i dj set che suono, amo la scena detroitiana e il suon electro, ma anche il suono di Roma e Francoforte. Mi piace anche la dance fatta bene (Prodigy, Propellerheads, Fatboy Slim, Daft Punk).

          Difficilmente ascolto cose nuove, resto legato a un discorso anni ottanta-novanta-duemila, lo stagno in cui sono cresciuto e in cui sguazzo.

          Quando è iniziato questo amore?

          A vent’anni, quando facevo il fonico in uno spazio sociale. Selezionavo musica alla fine dei concerti e mi sono appassionato prima al dub elettronico, poi alla ambient house e infine alla techno. Al tempo mi appassionava anche molto il suono alla Leftfield.

          Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre?

          Nei club vado principalmente a lavorare o in occasione di incontri più culturali. Diciamo che rispetto al pubblico sono quasi sempre dall’altra parte della barricata, in consolle.

          Ho una visione parziale, non da spettatore comune. Diciamo che preferisco la small room (magari posti da cento- duecento persone) che la big room (troppo dispersiva e che richiede troppi compromessi per essere riempita). Nei dj set amo fare cose lunghe anche 4-5 ore, in cui riesco a esprimermi al meglio.

          Quali sono le principali criticità?

          Le location negli anni sono diminuite di numero. Poi le principali sono in mano ad agenzie che monopolizzano l’offerta. I dj italiani della mia generazione lavorano e vivono quasi tutti all’estero per questo motivo. Non ci sono quasi più i resident, quando invece queste figure nel passato hanno dato carattere e connotazione alle scene.

          Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture?

          Variare la programmazione, spingendo anche le scene locali. Portare cultura, creando percorsi che siano anche multidisciplinari, che incrocino musica, danza, grafica, letteratura, video. Abbassare i prezzi che rendono i club inaccessibili alle fasce sociali più deboli. Creare percorsi di riduzione del danno.

          Quali sono le sensazioni che caratterizzano “Low Tech Division” il tuo ultimo album?

          È una raccolta di brani che ho suonato negli ultimi due anni in giro per l’Italia ma che, per una ragione o per l’altra non avevo pubblicato. È un lavoro scritto e suonato solo con un gameboy. Le tracce riprendono un certo tipo di suono a cavallo tra italo disco, electro, bass music e techno anche abbastanza dura.

          Grazie mille per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di sviluppare presto qualche progetto assieme e magari di ospitarti a Pisa per un bel Live, magari nell’ambito del nuovo format che suona come un gioco di parole Club Cultura presenta “La Cultura del Club”

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          Bio Info

          After having organized concerts, set up stages and worked as a sound technician in the underground scene in Milan in the early nineties, I started being interested in electronic music as a dj first (since 1996) and then as a live setter (since 2003).

          I worked in art galleries and festivals in Italy Germany and France: MiArt, Tacheles, Museo di Fotografia Contemporanea, 6b, le Cyclop, Fondazione Pistoletto, Milano Film Festival, Torino Synth Meeting, Teatro Out Off, MamBo, XNL, Attenzione Frequenze Anomale, By this river.

          I published 7 LP: BIT BUBBLES, BACKROOM INDUSTRY, SMOGVILLE, LITTLE COMPUTER DISCO, NERDCORE, KLEPTOCRACY, LOW TECH DIVISION.

          Lately I played with Cdatakill (US), V-Atak crew (FR), 8GB (AR), Hekate (UK), Otolab (IT), Bubblyfish (US), Anna Bolena (DE), B.S.K. (JP), Fire at work (IT), Drama Nui (DE), Zu (IT), Ovo (IT), Vessel (IT), D’Arcangelo (IT), Shitmat (UK),  Nemeton (US), Seppuku (US), Kleopatra J (UK), Luke Vibert (UK), Chistoph Fringeli (DE), Mat64 (IT), Aonami (JP), Freddy K (IT), Matt Green (UK), Dave Monolith (UK), Jiku55 (JP), DjBalli (IT), Francesco Zappalà (IT), Okapi (IT), Uochi toki (IT), Eell Shous (IT), Ben Pest (UK), The Squire Of Gothos (UK), NNNNNNNNNN (JP), Toriena (JP), Deda (ITA), DØGM (FR), Cymba (UK), Stu (CH) , Kodek (LI), Sour (IT), Boaconstructor (US), Dot.AY (AU). I’m founder of Rexistenz records (www.rexistenz.org). I write music reviews for MilanoX (www.milanox.eu) and Frequencies (www.frequencies.it). 


          Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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            Plato - Rueda - Sideshape New Sounds

            Rueda: una metafora della vita. Ecco il perchè.

            Un brano che rinforza la maturità raggiunta dal produttore torinese Plato

            “Questi giorni sono un po’ come andare su una ruota panoramica, un continuo scendere e salire di emozioni. Siamo come due giostre di quella ruota che stanno vicine ma allo stesso tempo distanti, che continuano a girare e girare nella speranza di potersi toccare.”
            Cit. Maniaco d’Amore

            Siamo davvero felici di annunciarvi oggi su New Sounds che il prossimo 20 Novembre 2020 uscirà il nuovo brano di Pasquale Lauro in arte Plato per Sideshape Recordings (Torino) sul Bandcamp ufficiale dell’etichetta discografica.

            Un nostro caro amico, produttore, arrangiatore e sound designer al di fuori da ogni limite di genere.

            Tempo addietro – nel 2016 – lo avevamo intervistato su Under-blog per Factory Ask, precisamente quando uscì il suo capolavoro “Awake“.

            Come allora – ancora oggi Plato ama spaziare su trame sonore che variano dall’ambient alla house, dalla world music alla realizzazione di soundtracks. Questo eclettismo misto ad una ricerca armonica più emozionale rende le sue produzioni adatte sia ad un ascolto più intimo che al clubbing più raffinato.

            Per Rueda, l’artista torinese ha scelto di accompagnare il brano con l’immagine di una ruota panoramica. Un’immagine davvero significativa in un momento come quello che stiamo vivendo, dove i corpi vengono separati, distanziati, isolati mentre la vita prosegue.

            “Rueda” by Plato; Artwork: Maniaco D’amore [Pietro Tenuta]; Copyright Sideshape Recordings; Release date 20 November 2020

            Rueda è come la vita che gira senza sosta, caratterizzata da più o meno momenti felici, ma tutti in ugual modo importanti.

            Nel brano La presenza del suono costante dell’arpeggiatore vuole evocare un flusso ininterrotto di energia vitale, su una ritmica spezzata tipica dell’elettronica nordeurpea, sospesa in alcuni momenti per sottolineare quanto siano importanti le pause e le riprese durante la nostra esistenza.

            In questo sviluppo ritmico ci vediamo tutta la formazione jazzistica di Plato, mentre per le atmosfere – per chi ha avuto modo di ascoltare l’artista in passato – ci troviamo un pò a cavallo tra i suoni dei suoi primi brani con il progetto Unlimit in collaborazione con Imo e il  cantante-performer londinese Randolph Matthews e l’album Awake in una visione più matura del comparto armonico.

            In Rueda si percepisce tutto lo sviluppo che il progetto ha avuto in questi anni, frutto del lavoro che Plato ha avviato su fronti paralleli come la collaborazione con la compagnia teatrale Fabula Rasa all’interno del progetto Black Fabula come soundscaper / sound-designer, per il quale ricordiamo il brano Refugee. Ma anche un pizzico della vena pop dell’artista, che recentemente ha avuto modo di esplorare con il progetto Vento assieme al cantautore Torinese Esma.


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              Break the Wall

              NicoNote

              Ridisegnare la Club Culture a partire dal suono e
              dalla dimensione dell’ascolto

              In attesa di un piccolo e piacevole rialzo delle temperature, abbiamo pensato di scaldarvi con la personalità di un’artista trasversale, abituata a muoversi fluida tra teatro e clubbing, in lungo e largo per il globo.

              Conosciamo uno spaccato di Club Culture oggi con le impressioni e le riflessioni di Nicoletta Magalotti in arte “NicoNote”. Una persona molto disponibile e gentile, “Riminese D.O.C.”. Un’anima nobile e visionaria che abbiamo avuto l’onore e la possibilità di intervistare per la nostra rubrica “Break The Wall” grazie al grande lavoro di DJ Darius.

              Dal 2019 insieme a Pierfrancesco Pacoda ha creato un osservatorio sulla Club Culture in Italia dal titolo “Tenera è la Notte”, una persona quindi che è dentro molte delle questioni che ci piacerebbe mettere in luce con #BtW.

              Copyright NicoNote, ph. Chiara Maretti

              Diamo un caloroso benvenuto a Nicoletta e lasciamo al piacere della scoperta lo sviluppo delle argomentazioni e delle idee che nascono da questo nuovo confronto per Break the Wall.

              Carissima NicoNote, benvenuta su Break the Wall, parlaci brevemente di te? Qual è il tuo percorso?

              Mi chiamo Nicoletta Magalotti (1962) sono italo/austriaca con base nella felliniana Rimini.

              Sono un’ artista trasversale, agisco nei territori di musica, teatro, clubbing, installazioni, performance dedicandomi alle mie produzioni artistiche e a curatele.

              Nel 1996 ho creato la sigla NicoNote.

              Telegraficamente, il mio percorso va dalla new wave italiana con i Violet Eves al teatro di Romeo Castellucci passando per il Morphine nel Cocoricò, tour musicali e teatrali in Europa, Canada, Israele, Argentina, Brasile con discografia dal 1985 fino ad oggi con Chaos Variation V (Rizosfera/RoughTrade) del 2019, progetto tra filosofia ed elettronica.

              Viaggio liquida in generi, formati e campi di applicazione anche distanti. Mi interessa assecondare la mia unicità, favorire l’ibridazione, connettere mondi che non si parlano, mettere insieme il fuoco e la neve, creare emozioni.

              Quale musica elettronica ti rappresenta?

              Fuggo da ogni definizione.

              Rispondo con i primi due artisti a cui ho pensato mentre leggevo la domanda (ma potrei citarne altri 100), uno è l’universo di Robert Ashley con Private Parts, che è un disco che mi porto dietro dalla adolescenza. Fields recording, minimale, sovrapposizioni ambient, noise, concettuale e poetronica, e l’altro è Sun Ra direi opera Omnia. Sono una fan irriducibile del suo immaginario sonoro, visionario, futuro remoto ancestrale galattico. Ecco i miei fari da molte decadi.

              Quando è iniziato questo amore?

              Entrambi amori sonici gravidi di ispirazione visionaria. Li ho “incontrati” entrambi nell’adolescenza. Capitai a un concerto di Alvin Curran e nel banchetto del mech trovai il cofanetto della Lovely Music. Label di New York , 4 dischi con tracce da Blue Gene Tyranny a Maggi Payne e Robert Ashley appunto.

              Folgorazione.

              Da lì in poi apprezzai moltissimo Brian Eno con Music for airport e The Plateaux for mirror con Harold Budd, poi Laurie Anderson, e poi sempre perché N. Y. venne la scoperta John Cage, Berio…

              NicoNote

              Invece Sun Ra, mi incuriosì perché vidi i manifesti di un suo concerto per strada, si esibiva a Ravenna… e per fortuna cercai di ascoltare i dischi di quella figura così particolare.

              Era il 1978 circa, la rete era ancora solo una fantasia distopica. I dischi costavano parecchio, inoltre non era facile trovarli, sopratutto se così particolari, andavano ordinati e comunque senza la certezza di riceverli in tempi brevi.

              Per fortuna c’era il mio amico Konrad Wallinger che aveva tutti i dischi dell’universo.

              Un universo per me assai prezioso. Trascorrevo l’estate in Austria, a Ebensee dove ora c’è un centro culturale il KINO luogo di cinema e concerti, fondato proprio dalla mia balotta , beh Kornrad mi face ascoltare tutto e di più. E a ruota dopo Robert Ashley e Sun Ra … arrivarono i Can, i Gong e lentamente arriviamo agli 80 ai concerti di Siouxsie, Tuxedomoon, Clock Dva, Suicide… e tanto altro.

              Fascinazione del suono elettronico e della ricerca jazz futurtronika e poi amore per i suoni no wawe, concept, noise.

              Cosa ne pensi della Club Culture nella tua città e oltre? Quali sono le principali criticità?

              In questo momento in Riviera esistono episodi interessanti nell’area Ravennate con HanaBi e Bronson produzioni e anche con Club Adriatico. Ci sono anche alcune soirèè underground secret .

              Per quanto riguarda i locali mi sembra che ciò che esiste, sia legato a un pensiero stereotipato del club, non di ricerca dello spazio sonoro e della condivisione liquida.

              Criticità rimangono gli alti costi di gestione di eventi e strutture.

              Quindi la difficoltà di organizzare situazioni spontanee da un lato e dall’altro la necessità di agire in regola con le normative del lavoro, e della sicurezza.

              Ecco questo sarebbe un obiettivo importante da perseguire insieme all’ evoluzione artistica. Un settore il clubbing, la musica, lo spettacolo che è fonte di reddito per molti, ha anche un indotto interessante ma che non è regolamentato pienamente.

              Questo vuoto rischia di essere una arma a doppio taglio, soprattutto in momenti di crisi sistemica come questo.

              Personalmente rispetto al Clubbing oggi mi interessa osservare “da fuori” ed eventualmente fruirne o interagire come artista.

              Copyright DOC Live, NicoNote

              Nel 2019 insieme al giornalista Pierfrancesco Pacoda abbiamo creato un osservatorio sulla Club Culture in Italia dal titolo Tenera è la Notte dedicato a Dino D’Arcangelo e alla rubrica che teneva su La Repubblica, forse il primo giornalista ad occuparsi di clubbing in forma strutturata su un giornale mainstream.

              A lui è intitolato anche il Premio Dino D’Arcangelo, alla sua seconda edizione, la cui giuria è composta da Ernesto Assante (La Repubblica), Francesco Costantini (La Gazzetta del Mezzogiorno), Simona Faraone (Dj/producer), Nicoletta Magalotti (musicista), Pierfrancesco Pacoda (giornalista), Principe Maurice (performer), Pierluigi Pierucci (imprenditore), Claudio Coccoluto (dj), Damir Ivic (giornalista).

              In marzo 2020 è uscito un libro curato da me e Pierfrancesco Pacoda che raccoglie articoli di Dino D’Arcangelo – lo presenteremo ufficialmente a Milano durante la MMW a novembre 2020.

              Si tratta di una raccolta di articoli scritti da Dino d’Arcangelo per il quotidiano La Repubblica e per il supplemento Musica.

              Reportage, recensioni, presentazioni di avvenimenti che hanno raccontato per la prima volta il risvolto culturale dell’universo dei club italiani su un giornale non specializzato. Dalla scena rave romana alle discoteche della riviera romagnola, dai dj superstar ai remix underground: nel libro si avvicendano i protagonisti di quella ribellione sonora (e non soltanto) che solo molti anni dopo sarebbe diventata fenomeno di consumo.

              Cosa possiamo fare per migliorare l’attuale Club Culture? E quali sono i pro (e i contro)?

              In questo momento di sospensione è proprio il momento di ridiseganre e riformulare nuove possibilità direi proprio a partire dal suono e
              dalla dimensione dell’ascolto come esperienza personale e multisensoriale.

              Mi interessano le vie di fuga, le propoagazioni che la club culture ha prodotto.

              Le installazioni, le performance, ripensare agli spazi. Il suono ci può trasportare in un universo ibrido in cui l’immaginazione trova connivenze ed espansioni, l’ascolto, nello spazio condiviso, nello spazio solitario. Si può danzare nella mente. Si può danzare sul posto. Non servono (non ci sono!) grandi spazi, eppure il suono apre a spazi infiniti. il mondo del club sta cambiando e si sta domandando verso cosa, e dove.

              Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

              Oggi è evidente l’estrema facilità con cui poter produrre distribuire e creare, sia con l’utilizzo di software e programmi, e spargere in rete
              soprattutto per chi fa generi come me non commerciali.

              Anche dal vivo, a parte il momento covid, il ventaglio delle strutture che ospitano è molto vasta. Una maggiore attenzione e ascolti per tutti. Anche con mezzi minimi. Il comparto si e evoluto per certi versi.

              Quali sono le sensazioni che hai verso il tuo ultimo EP / album?

              Chaos variation, un Ep che ho realizzato su invito del collettivo Obsolete Capitalism e degli editori deleuziani Rizosfera di Reggio Emilia,
              già cospiratori e autori del Maffia club. Un progetto di sperimentazione totale. Sono moltoo soddisfatta.

              Il progetto è avvincente, e anche il dialogo con gli editori Rizosfera, collettivo assolutamente fuori dai sistemi del mercato ma con produzioni dalla qualità altissima, distribuiti da Rough Trade a Londra. Con Rizosfera continuiamo la collaborazione e a breve annuncerò Limbo Session – 1 , un album, una creazione improvvisativa in cui ho invitato a cocreare con me il producer Wang Inc. . Uscirà a fine 2020 inizio 2021.

              Il progetto artistico Chaos Variations appartiene alla «Trilogia del Caos» che Obsolete Capitalism propone a partire dall’album-libro Chaossive natura (2017) come prima stazione intensiva. Mi è stato chiesto di creare una VARIAZIONE , non un remix, a partire dagli elementi , dagli stems di due brani a mia. scelta. Molto intrigante.

              Condivido con voi le mie note di lavoro su questo EP:

              Side A – Axtral Requiem – Variazione da titolo di partenza: Afro Abstractions/Xamaycan Funeral March.

              Per Axtral Requiem ho lavorato sul frammento e l’accumulazione, casualità, sovrapposizione, accelerazione. Una Temporary Autonomous Zone in cui l’ascolto è esperienza transitiva, cambia e mi cambia a seconda del momento e del soggetto.

              Il brano è stato trattato come un paesaggio sonoro con veri e propri frames/quadri che si trasformano lentamente, o per cut, e si stabilizzano, evolvono, vivono.

              Ogni quadro vive di vita propria, evoca mondi differenti anche molto distanti uno dall’altro. Eppure parte di un unicum, parte dello stesso racconto.

              La voce è stata sintetizzata, processata, trattata. Il testo affiora, è un disegno vocale “nascosto” emerge lentamente da un presagio atavico, ancestrale, oscuro, noise.

              Mondo siderale e vulcanico, dalle viscere della terra o da un altrove lontanissimo, cupo, minimale. Ed ecco un Requiem, come inno a chiusura di un ciclo vitale. Contemporaneo ma con una astrazione tribale, dark scura. Una premonizione voodoo. Magia tribale e sintetica insieme, di provenienza dall’emisfero Australe, non meglio identificato. La Voce/ VOCI evocata/EVOCATE. Uno dei tanti elementi del paesaggio, la voce/parola emerge poi scompare, poi si duplica e come sample all’infinito replicata si confonde e diventa altro.

              Polarizzazione Poliritmica/Riesposizione vocale/ Poliritmie post techno influenze/Sound Poetry/Voice accumulation/Post Miles/

              Side B – Paysage mélodique avec Artaud Match vocale su una VARIAZIONE incrociata tra Deleuze/Bussotti /Artaud

              Per Paysage mélodique avec Artaud ho disegnato una scrittura vocale e una drammaturgia lavorando in sottrazione a partire da vari elementi: da un Paesaggio Sonoro che mi è stato affidato da Obsolete Capitalism, dalla partitura di Bussotti Five Piano Pieces for David Tudor 4, da Mille Plateaux di Deleuze e Guattari, e dal testo di Artaud Position de la Chair, che Bussotti riporta in esergo alla sua partitura.

              Un percorso drammaturgico a partire da una libera lettura degli elementi, ponendo uno spazio di osservazione e una distanza prospettica dai tre giganti Deleuze/Bussotti/Artaud, dalla loro inevitabile presenza, lavorando con un profondo rispetto eppure tenendoli lontani, astraendo la loro portata.

              Dando per scontato la loro forza/presenza, eppure non sottolineandola, ho cercato una chiave d’accesso e di attraversamento, con l’analisi, lo studio, l’ascolto, la traslazione degli elementi.

              Tutto ciò mi ha portata a focalizzare il mio nucleo drammaturgico, e la chiave è emersa.

              In essenza: Spazio/Voce in attesa e in fuga. Low-Fi. Noise. Una voce/parola in attesa e che fugge, una voce in fuga, chiave per il ritmo drammatico e per la mia rilettura e ricomposizione vocale. Ho lavorato sul frammento, sulla ripetizione, sull’evocazione, sulla scrittura vocale e scrittura del testo e infine ricomposizione melodica attraverso varie linee di astrazione e applicazione: la Chair, la Carne, è una esperienza, uno spazio. Uno spazio tra le Parole. Un’attesa, una sospensione. Una Fuga. Una voce che fugge. Voce che evoca spazio. Una voce che evoca voci. Voci differenti nello spazio sospeso.

              Voce processata, artificiale ma con assoluto equilibrio e rigore, sporca ma definita.

              Attenzione al ritmo e al silenzio della voce. Solo l’essenziale. Lavoro in sottrazione. Sottrazione di presenza. Low-fi. Noise. Astratta. Evocata. Non definita. Sprechgesang/Extended Vocal Techniques/Sound Poetry/Free Jazz Improvisation/Folk/Spoken/Contemporary Vocal Influence/Voice accumulation/Noise.

              Grazie mille per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di sviluppare presto qualche progetto assieme e magari di ospitarti a Pisa per un bel Live, magari nell’ambito del nuovo format che suona come un gioco di parole Club Cultura presenta “La Cultura del Club”

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              Dj Set

              Djdmac interview

              Speciale Romeo Castellucci

              Bandcamp

              Soundwall intervista

              Notte Italiana

              Limbo Session Niconote ft White Raven

              Chaos Variation EP

              AXTRAL REQUIEM


              NicoNote Bio Info

              NicoNote è una voce, un universo. Progetto e alias artistico creato nel 1996 da Nicoletta Magalotti (1962) Italiana-austriaca con base nella felliniana Rimini; cantante, compositrice, performer, artista trasversale e non definibile, ha sviluppato una cifra unica nella sonorità e nei formati.

              Agisce in territori molteplici legati alla musica, al teatro, alle installazioni, al clubbing. Ha all’attivo dal 1985 ad oggi una intrigante discografia e tour musicali e teatrali  in Italia e tutta Europa, Canada, Argentina, Brasile.

              Gli anni 80
              • A metà degli anni 80 è stata la voce della band Violet Eves, protagonista della new wave italiana con l’etichetta indipendente IRA records di Firenze, insieme a Litfiba, Diaframma, Moda, Underground Life.
              • Negli anni 90 insieme al dj David Love Calò cura un privèe/installazione (all’interno della roboante disco Cocoricò) il Morphine, luogo di radicali sperimentazioni musicali e performative.
              • Nel suo particolare percorso trasversale è stata diretta più volte da registi quali Romeo Castellucci / Socìetas Raffaello Sanzio, Francesco Micheli, Patricia Allio, Maurizio Fiume, Fabrizio Arcuri e altri,  ha collaborato con musicisti di estrazione molto diverse, da Patrizio Fariselli degli Area a Mauro Pagani, dai producer house Mas Collective a Teresa De Sio, da Dj Rocca a Piero Pelù e Andrea Chimenti a Ghigo Renzulli, da Roberto Bartoli (Tommaso Lama, Steve Grossman) a Stefano Pilia (In Zaire, Afterhours) da Bartolomeo Sailer  (Wang Inc.) a Luca Bergia (Marlene Kuntz) e Davide Arneodo (Perdurabo, Marlene Kuntz), da Enrico Gabrielli (Calibro 35, PJ Harvey)  a Elisabeth Harnik (Joëlle Léandre, John Butcher) e altri.
              • Dal 1985 ad oggi ha prodotto e licenziato dischi con vari pseudonimi Violet Eves, Nicoletta Magalotti, AND, Dippy Site e svariati Featurings.
              Oggi…
              • A firma NicoNote gli album Alphabe Dream (Cinedelic 2013) prodotto con il compositore francese Mikael Plunian,  Emotional Cabaret  (DocLive 2017) prodotto insieme a Dani Marzi e Alfredo Nuti  e  Deja V. (Mat Factory 2018) un album “segreto”  interamente dedicato a riletture dei Violet Eves. In uscita a giugno 2019 una nuova release NicoNote & Obsolete Capitalism Sound System dal titolo Chaos Variation V (Rizosfera, Rough Trade).
              • Nel maggio 2019 insieme al giornalista Pierfrancesco Pacoda ha creato un osservatorio sulla Club Culture in Italia dal titolo Tenera è la Notte / Premio Dino D’Arcangelo. Conduce regolarmente masterclass di studio sulla Voce, in Italia e all’estero, recentemente insieme alla cantante Monica Benvenuti ha dato vita al progetto di formazione sulla vocalità contemporanea “Voci Possibili”  in collaborazione con Tempo Reale, Firenze.

              NicoNote si muove liquida in generi sonori e formati anche distanti, combina il canto con la dimensione performativa, l’improvvisazione radicale con il pop, creando un clima unico, un teatro vocale immateriale. www.niconote.net


              Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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                Patrizio Ferrari Break the Wall

                Patrizio Ferrari

                In cerca di uno spazio, per un maggiore dialogo fra la musica e le altre forme d’arte.

                Dopo il “Break” estivo, ripartiamo a bomba in questa estate settembrina con la nostra ricerca sullo stato della Club Culture per comprenderne gli sviluppi e poter contribuire a ritrovarne un significato.

                In Calendario abbiamo molte interviste che usciranno nelle prossime settimane. Alcune anticipazioni? Una su tutte, presto R&S tra le nostre pagine! Questo perché andremo sempre più affondo in lungo e largo nella ricerca che stiamo svolgendo, con contributi sempre più interessanti e preziosi. Tra questi, oggi, ci spostiamo tra gli addetti ai lavori con una bellissima mente “Patrizio Ferrari” che da anni in Italia si occupa di divulgazione musicale, dapprima con un programma radiofonico per poi divenire un blog curato e sempre aggiornato sullo stato dell’arte, sopratutto quella di nicchia.

                Patrizio Ferrari Break the Wall
                Copyright Nicchia Elettronica

                Diamo così il benvenuto a Patrizio di Nicchia Elettronica. È stato per noi un grande piacere chiedergli il suo parere sullo stato della Club Culture nel nostro paese, sviluppare una discussione per Break the Wall e avviare una forma di collaborazione che speriamo in futuro continui e possa dare frutti importanti. In fondo, cerchiamo di fare rete con tutte quelle realtà che come noi condividono una passione vitale. Come sappiamo del resto, c’è molto bisogno di unire le forze e cambiare lo stato delle cose.

                Date le premesse, Patrizio con la profondità culturale e la passione che lo contraddistinguono sviluppa alcuni concetti importanti che oggi abbiamo l’onore di sottolineare in queste pagine.

                Carissimo Patrizio, benvenuto su Break the Wall, parlaci brevemente di te? Oltre a scrivere fai musica, sei un Dj? Qual è il tuo percorso?

                Prima di tutto ci tengo a ringraziare tantissimo Daniele e tutta la redazione di Under-blog per avermi dato questa bellissima opportunità. Il mio amore per la musica è nato molto presto e sono sempre stato affascinato da tutte le sonorità collegate al mondo della “dance” nel senso più ampio possibile.

                Ho sempre amato ascoltare musica, prima in radio e poi pian piano su varie piattaforme digitali. Sento l’esigenza tenermi informato su nuove uscite, eventi e sull’evoluzione di tutto un mondo musicale che mi appassiona. Ho subìto da ragazzo il fascino del Dj, ma non ne ho mai fatto una professione; più che altro mi diverto ogni tanto a mettere dischi a serate fra amici.

                Sento l’esigenza tenermi informato su nuove uscite, eventi e sull’evoluzione di tutto un mondo musicale che mi appassiona

                In anni più recenti ho creato un blog, Nicchia Elettronica, su cui scrivo articoli, approfondimenti e qualche volta rilascio interviste sul mondo della musica elettronica. Ho iniziato da non molto a produrre musica mia e conto di pubblicare qualcosa nei prossimi mesi insieme a degli amici di Milano con cui abbiamo appena fondato un’etichetta.

                Quando e come inizia il tuo percorso con Nicchia Elettronica? Con quali sonorità ti senti più in empatia?

                Nicchia Elettronica è nato come programma radiofonico nel 2017. A quell’epoca studiavo a Padova e ho deciso di lanciarmi in questa nuova esperienza. Fondamentalmente mi occupavo di selezionare e parlare di nuove uscite legate al mondo della musica elettronica. È stata un’occasione molto preziosa perchè mi sono divertito e ho conosciuto molti artisti interessanti, sia di persona che addentrandomi in scene musicali di cui prima non ero a conoscenza.

                Dalla radio al blog in cerca di sonorità sempre nuove…

                Io sono attratto soprattutto da sonorità idm e downtempo, ma ascolto davvero più o meno qualsiasi cosa che possa rientrare nella definizione di “elettronica”. Quando conducevo il mio programma in radio ci tenevo molto a proporre una selezione il più vasta possibile di generi: dalla world music all’ambient, dalla drum’n’bass a cose più sperimentali.

                Con quali artisti hai legato di più nel tuo lavoro e quali pensi di aver messo in luce?

                Uno su tutti Indian Wells. Ho avuto il piacere di conoscerlo quando è venuto a Padova a suonare al Summer Student Festival (Je t’aime) e in seguito l’ho anche intervistato. È una persona molto disponibile oltre a essere un musicista che stimo moltissimo.

                Qualche mese fa ho intervistato Daniele Sciolla per il mio blog l’uscita del suo ultimo Ep “Synth Carnival” e anche lui è stato super gentile e disponibile.

                Sempre sul blog, prima dell’estate è uscita un’intervista che ho fatto ad Arturo Camerlengo, un produttore campano molto interessante che sta muovendo i primi passi e ha pubblicato il suo primo Ep “Genesi”  di cui ho fatto una review. Un altro gruppo con cui ci sono stati dei bei contatti  fin dall’esperienza in radio sono i WRONG MÆSS, una band milanese che fa un’elettronica molto figa e che fa parte dell’etichetta La Sabbia.

                Anche Sideshape Recordings è un’etichetta che ho scoperto con grande piacere: loro sono di Torino e hanno una proposta musicale molto varia e di qualità.

                Ad oggi cosa ti ha motivato e influenzato maggiormente nello sviluppare il tuo blog?

                Ero in cerca di un mio spazio dove poter dare forma alla mia passione. Per me ascoltare musica è un’esigenza e ho sempre amato far ascoltare gli artisti che mi piacciono a parenti e amici. Iniziare con la radio è stata una bella scommessa e, nel mio piccolo, l’obiettivo era di far arrivare certa musica (di “nicchia”) a quelle persone che solitamente non la ascolterebbero.

                Patrizio Ferrari Break the Wall
                Copyright Patrizio Ferrari
                L’obiettivo è di far arrivare certa musica (di “nicchia”) a quelle persone che solitamente non la ascolterebbero

                Lo scopo del blog è di promuovere generi e artisti che sono, a mio parere, ingiustamente poco considerati, soprattutto in Italia. Purtroppo da noi viene dato poco spazio (nelle radio, negli eventi, nell’informazione ecc.) ad artisti che hanno talento e passione e questo perchè prevalgono spesso delle logiche commerciali che escludono la qualità dai radar. Non mi illudo di cambiare le cose, ma mi dà soddisfazione sapere di essere parte di un movimento più grande che lavora per dare più visibilità e riconoscimento a una determinata scena musicale.

                Cosa è per te la Club Culture? Un disco che la rappresenta?

                Premetto che non sono un assiduo frequentatore dei club, mi ritengo più un ascoltatore da cuffia. Ovviamente non disdegno andare a ballare e quando posso vado a serate e festival, soprattutto se c’è qualche artista che mi interessa. Penso che il club e i festival esercitino un vero e proprio richiamo per tante persone che li frequentano perché lì hanno la possibilità di evadere, ballare, viaggiare con la mente ed entrare in contatto con persone che condividono la loro stessa passione.

                Poi c’è tutta una dimensione che si svolge fuori dal club: il mondo dell’ascolto domestico, del collezionismo di dischi, dell’informazione specializzata e via dicendo.

                Si chiama cultura proprio perchè presenta diverse sfaccettature e non è assolutamente ascrivibile al solo “andare in discoteca”.

                Come disco rappresentativo scelgo un classico: “Man With The Red Face” di Mark Knight e Funkagenda.

                Secondo te era più facile comunicare e vivere di musica e giornalismo in passato?

                Oggi la comunicazione in campo musicale è sicuramente più fluida e veloce rispetto al passato. Penso che se 10 o 20 anni fa ti volevi informare su certe scene musicali dovevi per forza fare riferimento a certe riviste specializzate oppure c’era roba che circolava quasi esclusivamente sui blog, appunto.

                Oggi il bombardamento di informazioni non risparmia neppure il settore musicale e questo non necessariamente è un male.

                Sul vivere di musica, dipende. Se sei uno che fa un certo musica in Italia, fai una fatica pazzesca. Nel campo del giornalismo immagino che il discorso sia simile: l’informazione su un certo tipo di musica esiste, ma è una piccola parte se paragonata ai generi più mainstream. Per cui o finisci per scrivere di ogni genere di musica, anche quella che non ti piace, oppure sai di doverti ritagliare spazio all’interno di un segmento piccolo in cui ci sono tanti appassionati, quindi puoi fare più fatica.

                Le persone comprano meno musica nei supporti tradizionali alcuni dei quali come i CD stanno per sparire, ma sopratutto frequentano sempre meno i club, molti chiudono anche in paesi ‘avanti’ come la Germania, cosa potremmo fare qui? Cosa manca? Cosa andrebbe cambiato?

                Viviamo nell’era del digitale e oggi è troppo più facile e conveniente divulgare e reperire musica in formato digitale. Un po’ dispiace perché personalmente sono cresciuto collezionando cd, però è così. Per quanto riguarda i club questo non è sicuramente un periodo facile. l’emergenza sanitaria ha dato un brutto colpo a questo mondo che già non se la passava benissimo.

                Penso che prima di tutto serva un certo tipo di sostegno da parte delle amministrazioni locali. Purtroppo in Italia sono ancora troppe le persone che hanno in testa l’equazione sbagliata per cui club e discoteca uguale droga e perdizione. Bisogna lavorare per passare un messaggio diverso e secondo me ci sono delle tendenze già avviate in questo senso.

                Bisogna lavorare per passare un messaggio diverso e secondo me ci sono delle tendenze già avviate in questo senso

                Vivendo a Milano negli ultimi anni ho potuto assistere alla nascita di realtà che oltre a una proposta musicale elevata offrono tutta una serie di attività, come workshop, corsi e laboratori che fino a qualche anno fa non venivano associati ai club. In questo modo si avvicinano le persone a questo mondo e il ritorno in termini di opinione pubblica è sicuramente grande. D’altra parte penso sia giusto che il club voglia mantenere una propria dimensione ristretta, intima e in qualche modo chiusa perchè anche questo fa parte del suo fascino.

                Quale è la Club cultura che vorresti? 

                Da un lato mi piacerebbe vedere un dialogo sempre maggiore fra la musica e altre forme d’arte perché penso che anche questo sia un modo di avvicinare più persone a questo mondo. Poi vorrei vedere più artisti minori riempire i locali, anziché i soliti grandi nomi stra conosciuti. Sono convinto che in Italia ci siano tantissimi artisti di valore che però non sono abbastanza valorizzati e per paura (reale) di non riempire il locale si va a pescare da altri bacini che hanno maggiore visibilità. Serve un po’ di coraggio nelle scelte, almeno all’inizio.

                Come vivi il rapporto con l’elettronica più orientata ai club? Quali sono 5 dischi a cui non potresti rinunciare in un Dj-set?

                Tantissima della musica che ascolto è club oriented. La cassa in 4 oggi ha molti detrattori, in parte giustamente, ma per me che ci sono cresciuto rimane imprescindibile. È vero che oggi molta musica è troppo imitativa, soprattutto la techno mainstream a volte sembra fatta con lo stampino e la trovo noiosissima, però c’è anche chi fa techno o roba dritta riuscendo a sperimentare in maniera creativa e reinventandosi. Poi ovviamente è giusto non focalizzarsi solo su certe sonorità, ma essere aperti all’ascolto di generi diversi perché così si mantiene aperta la porta della creatività e non ci si chiude musicalmente e mentalmente. Questi sono cinque dischi che mi prendono sempre molto bene sia ascoltati che suonati:

                1. Bicep – Glue
                2. Nathan Fake – You Are Here (Four Tet Remix)
                3. Dominik Eulberg – Sansula (Max Cooper Remix)
                4. Floating Points – Nuits Sonores
                5. Indian Wells – Closer
                Cosa bolle in pentola nel prossimo futuro?

                Al momento sto lavorando a un progetto che abbiamo ideato insieme a un amico: si tratta di un evento musicale incentrato sulla sostenibilità. Spero che sentirete parlare di noi! Con altri amici abbiamo fondato un’etichetta che si chiama Gravitone e abbiamo in mente di far uscire un Ep a breve per iniziare a farci conoscere. Nel frattempo continuo a curare il mio blog e a farlo crescere; ho un paio di interviste in programma che dovrebbero uscire nelle prossime settimane.

                Grazie mille per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di sviluppare presto qualche progetto assieme e magari di incontrarci a tra Milano e Pisa per realizzarlo!

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                Nicchia Elettronica

                Esce oggi ‘Black Trees’ di Indian Wells


                Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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                  ARTF New Sounds

                  Ancient Teaching ci fa volare verso il futuro!

                  L’ultimo EP di ARTF per Opilec Music

                  Non è facile recensire un amico con cui condividi una passione per la musica, in particolare la techno, l’eletro, l’EBM e tutte le sonorità bass. Con cui da quasi dieci anni sgomiti per mantenere viva una scintilla di contro-cultura nella città in cui vivi. Tuttavia oggi vi parliamo di idee nuove. Sopratutto dei suoni. Quelli in cui queste idee confluiscono, come in una sorta di sistema a vasi comunicanti suono e idee alimentano goccia dopo goccia il movimento.

                  Ora vi direte, mah vabbè questa è un operazione che proprio non ci aspettavamo. Bene vi direi. Quante volte siete usciti di casa alla ricerca di qualcosa di entusiasmante la fuori? Ma poi alla fine tornando tra le vostre mura vi siete resi conto che lo avevate da sempre li vicino a voi? Succede. Quindi è possibile, praticabile, forse è un operazione di mestiere, forse è semplicemente interessante anche ogni tanto fermarsi e parlare di ciò che ti circonda. Anzi, su questo ci abbiamo sempre provato. Da un lato ci slanciamo oltre il confine, dall’altro peschiamo dal nostro pozzo. Infondo non c’è un limite nell’arte e nella ricerca, ma solo tanta curiosità!

                  Anzi alle volte può essere molto interessante conoscere e scoprire ciò che ti sta vicino, ciò che diamo per scontato, per assodato

                  È con questa prospettiva di “familiarità” che vi presentiamo sotto una diversa angolatura Dario Filidei alias ARTF. Un artista che con molta umiltà, dedizione e passione insegue il sogno di una musica più universale fatta di inclusione sociale, cultura, educazione e sviluppo. Lo facciamo proprio in occasione della sua ultima uscita per Opilec Music (Torino) curata direttamente da Gianluca Pandullo a.k.a. I-Robots.

                  ARTF

                  Ancient Teaching EP, un EP che vuole essere un omaggio alle sonorità che ormai fanno parte del mio percorso artistico e di vita. Molti di voi riconosceranno subito le mie più grandi fonti di ispirazione in questo disco. Find your strenght into the sound!

                  In ciascun numero di “New Sounds” vi presenteremo cosa bolle in pentola. Le novità sommerse nella rete, i suoni da tenere d’occhio, gli artisti emergenti nel panorama nazionale, le labels e i retroscena della produzione elettronica.

                  Ciao Dario benvenuto! È vero che con te giochiamo in casa, ma ti ringraziamo lo stesso per aver accettato questa intervista. Cercheremo di fare del nostro meglio per far conoscere quegli aspetti più celati della tua arte.
                  Rompiamo subito il ghiaccio, chi è “ARTF”? Cosa rappresenta? Parlaci prima un po’ di te…

                  Ciao e prima di tutto grazie per avermi dato l’opportunità di esprimermi per scritto oltre che attraverso la musica. Direi che ARTF è un più uno stato d’animo che un personaggio ben definito. Posso dirti che l’idea di utilizzare la sigla ARTF deriva dalla tradizione della Techno originale. Dove si vuole celare il volto di chi suona ed il proprio ego per mettere al primo posto la musica e le emozioni. Questo ho voluto fare, quando ho coniato l’alias ARTF.

                  ARTF è l’acronimo di “Almost Ready To Fly“, una dicitura che trovavo spesso sulle scatole dei kit di montaggio degli aeromodelli di mio padre. Ho pensato che per me vivere immerso nella musica ogni giorno, suonare e produrre musica elettronica significasse essere sempre sul pezzo. Pronto a partire, pronto al decollo, gettarsi verso il futuro. Col passare degli anni, ho anche capito che per me fare musica elettronica (in particolare Techno) significa assaporare ogni minuto che viviamo con passione. Cercare sempre di essere felici di aver vissuto quel minuto appena trascorso.

                  ARTF deriva dalla tradizione della Techno originale

                  ARTF è anche una sigla semplice da ricordare come un modello di robot o cyborg, sempre per tornare alle origini Sci-Fi della Detroit Techno!. Sopratutto dell’immaginario che ruota attorno ad essa. Quindi chissà… sarebbe carino che qualcuno facesse il personaggio dei fumetti di ARTF come Alan Oldham o Qadim Haqq hanno fatto i fumetti di Underground Resistance o Drexciya…

                  L’altro mio alias – Dj Darius – non mi sembrava più appropriato per portare avanti il mio progetto a livello professionale. Non mi pareva essere in grado di esprimere quello che ho descritto sopra. Quindi l’ho lasciato per così dire, a Pisa, come un caro amico di paese che puoi sempre ritrovare quando torni alla tua città natale.

                  Quando inizia il tuo percorso musicale? Con quali sonorità ti senti più in empatia?

                  Il mio percorso musicale inizia alla fine degli anni ‘90 primi anni 2000. Con l’Hip Hop ed il Rap ma anche il Funk che ho scoperto più tardi, quando da adolescente rimasi folgorato dalla Break Dance. Che ho ballato fino alla fine delle superiori. Mi piaceva stare in mezzo alla gente e avere uno stile di vita da seguire con la mia comitiva di amici, stare in gruppo…

                  Niente di strano per l’età che avevo direi…

                  Di strano forse conoscendoti da adulto – diciamo – c’è che ballavi la break dance, penso che avrei fatto carte false per essere li e vederti all’opera.

                  Però non ho mai ascoltato molta musica convenzionale o mainstream. Ho sempre amato la musica alternativa e di protesta. Una musica che desse la possibilità di esprimere se stessi e di raccontare la propria versione della vita senza filtri, ne ipocrisia… Ascoltavo molto Rap Italiano negli anni dell’adolescenza, tipo Dj Gruff, Inoki, Gente Guasta, Uomini di Mare, Neffa, Fabri Fibra, Sangue Misto, 99 Posse, Menihr. Ma anche robe strumentali tipo Dj Skizo, Dj Shadow, Dj Krush e Dj Vadim

                  Molti dischi di questi gruppi sono stati la colonna sonora della mia adolescenza. Ho sempre amato la musica alternativa e di protesta. Ascoltavo molto Rap Italiano…

                  I vinili e i giradischi sono sempre stati in casa ed ad un certo punto è scattata la scintilla. Una delle tecniche della Break Dance è il Popping o Electro Boogie, come la chiamavamo all’epoca. Per questo stile, venivano usate per ballare basi Electro Funk e Miami Bass (ho scoperto molti anni dopo di cosa si trattava). Brani registrati principalmente con campionamenti e le classiche batterie elettroniche della Roland la 808 e la 909.

                  Da li qualcosa è scattato in me e mi misi ad indagare l’origine di questo suono spaziale robotico ed elettronico! Forse anche perché sono sempre stato un grande fan della fantascienza e film tipo Blade Runner, Star Wars, Mad Max e via dicendo… Come dicevo in casa ho sempre avuto i giradischi perché mio padre è anche appassionato di Hi-Fi e mio nonno era radio amatore.

                  Un giorno misi sul piatto i dischi dei Kraftwerk e degli Earth Wind and Fire e li è nata la magia.

                  La tappa cruciale che ha fatto nascere in me la mia passione per la musica elettronica. Avrò avuto 14 o 15 anni. Quei dischi ce li ho ancora…
                  Copyright Under-blog, ARTF, techno
                  Copyright Under-blog, ARTF

                  Di li a poco ho iniziato a frequentare le discoteche della zona in cui vivevo, dove i Dj sapientemente miscelavano House music e pezzi un po’ più mainstream.

                  Anche quello è stato fondamentale perché mi sono innamorato del lato professionale di fare musica. Dei locali gestiti sapientemente e dell’intrattenimento fatto con criterio, con consapevolezza.

                  Nel corso degli anni, grazie agli amici che giravano attorno al negozio di dischi Sanantonio42 (Pisa), grazie ad esperienze di occupazioni e centri sociali come Rebeldia, Newroz e Cantiere San Bernardo, ma anche con l’esperienza Pisa Underground Movement, ho potuto approfondire molti generi: come il Reggae e il Dub, la DnB, Dubstep, Uk Garage, la House music, tutti generi che possiamo definire Black, in quanto nati in seno a questa comunità.

                  La mia costante però è sempre stata la Techno su cui ho studiato e studio ancora molto. Leggendo libri, guardando documentari, cercando di entrare in contatto con i protagonisti che hanno fatto la storia della musica elettronica in Italia e nel mondo.

                  Mi interessano molto gli aspetti culturali e socio-economici che ruotano attorno alla musica che faccio, seguo e studio molto anche questi aspetti. Faccio la mia personale battaglia politica a favore della cultura.

                  Con la Techno ho trovato il mio linguaggio universale. Sono molto legato alla scuola di Detroit. Sopratutto ad Underground Resistance, la mia guida da sempre. Ma anche altre etichette come la Metroplex, la M-Plant, la Motech e la Rekids per citare alcuni classici. Oppure etichette più nuove come Nuestro Futuro, Dirty Tech Rec, e Yaxteq.

                  Ritengo che la Techno sia una musica di protesta pacifica. Di riscatto sociale, scollegata da qualsiasi tipo di razza, ceto sociale, orientamento sessuale, fede religiosa o schieramento politico. E’ una musica ibrida, una scheggia impazzita. Si lega all’etica Punk del DIY, dell’autogestione e autoproduzione. E questo aspetto lo ritrovo nelle mie produzioni e nelle realtà con cui collaboro.

                  Ancorata all’etica Punk, del DIY, dell’autogestione e autoproduzione

                  La Techno credo che debba rimanere una musica popolare nel senso che dovrebbe rappresentare l’essere ed il sentire della gente comune. Il raccontare la vita di tutti giorni un po’ in chiave romantica e fantascientifica; deve raccontare le proprie aspirazioni. Il gettarsi positivamente e collettivamente verso il futuro, o in qualche modo essere una provocazione, in contrasto con un futuro distopico.

                  Quando nasce la tua collaborazione con Opilec?

                  La collaborazione con Opilec nasce in un classico tardo pomeriggio di ritorno dal lavoro…

                  Copyright Under-blog, ARTF, techno
                  Copyright Opilec Music; ARTF, Ancient Teachings EP; Artwork by Artefract / Tim Paulvé

                  Qualche giorno prima avevo ingenuamente mandato i demo di due tracce che sono nell’Ancient Teachings EP a due etichette diverse. Tipo contemporaneamente, ed una di queste era la Opilec. Gianluca mi scrisse nella mail semplicemente “Chiamami questo è il mio numero…” . Alla fine il Karma non mi ha punito! Ho chiarito subito con Gianluca Pandullo. Anzi lo devo ringraziare, per aver superato la mia ingenuità e aver visto in me e nei miei brani un progetto valido. Poi ha avuto anche la pazienza di portare a termine questo lavoro che è durato circa 1 anno e mezzo!

                  Ho fatto sicuramente tesoro di questa esperienza.

                  Cosa ti ha influenzato maggiormente in questa nuova uscita?

                  Devo dire che semplicemente volevo plasmare il mio suono avvicinandomi il più possibile al Detroit sound. Ad artisti come UR, Drexciya, Robert Hood, Dj Rolando e Los Hermanos, magari citandoli ma senza cadere nel plagio o nel palesemente già sentito. Volevo far sentire al mondo quello che mi piace e mostrare la mia idea di fare musica Techno, Club Culture e Rave Culture. Stavo lavorando a vario materiale. Confesso che alcune tracce erano più ispirate di altre che volevano farsi piacere a delle etichette specifiche. Poi ad un certo punto mi sono ritrovato con molto materiale che ho inviato a Gianluca di Opilec. Lui mi ha seguito ed aiutato a correggere. A migliorare dal punto di vista dell’ingegneria del suono e a dargli un senso facendo anche dei piccoli editing sull’arrangiamento.

                  Il risultato è un disco techno solido che ha un bello storytelling e che pompa a dovere!

                  Non immagini quanto ci piacerebbe tornare tutti assieme a pompare un pò di bei beat nelle casse! In questa attesa, ti va di portarci nel tuo studio “virtualmente” presentaci due/tre strumenti fondamentali per il tuo lavoro di produttore?

                  Che dire, sicuramente le 3 colonne portanti del mio studio sono:

                  Il mio computer iMac su cui faccio girare Ableton Live 10 come sequencer, editing e arrangiamento; la drum machine Roland Tr-8 e il sintetizzatore monofonico Korg Monologue che uso molto per le basslines e per suoni dal sapore Sci-Fi ed Acid.

                  Per fare questo disco ho utilizzato anche il synth polifonico Korg Minilogue e l’Electribe Sampler sempre della Korg (tuttavia non mi è piaciuto come strumento e l’ho venduto dopo qualche mese). Poi naturalmente uso molti plug-in e strumenti virtuali che carico dentro Ableton Live. Uso spesso il vst Diva della U-He, i moduli interni di Live stesso per l’ingegneria del suono affiancati da software della Waves e della Fab-Filters.

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                  Con quali artisti hai legato di più nella tua carriera e quali pensi di aver messo in luce con il tuo lavoro?

                  Sicuramente i primi artisti con cui ho legato molto sono i miei compagni e compagne del collettivo Pisa Underground Movement. Anche la sua neo costola Club Cultura. Anche se a volte abbiamo visioni molto distanti sul come fare musica e sul come vivere la Club Culture e Rave Culture. C’è sempre qualcosa di fondo che ci accomuna e non è dicerto solo il fatto di vivere tutti nella stessa città.

                  Sento di aver legato molto a livello cittadino con Matteo e Marco (Pzzo & Drago) di Sanantonio42. Negli anni hanno veramente cercato di passare il testimone della Dj / Club / Rave Culture alle generazioni dopo la loro. Poi sempre a livello cittadino ho legato molto con Federico “Rico Herrera” che è la persona che più mi sta dando una mano con il mix ed il mastering.

                  Riguardo a questi ultimi due aspetti tecnici, sono stato molto in studio anche con Marzio Aricò “Prudo” di Alfa Romero che mi ha insegnato molto. A livello italiano mi sento di aver legato molto con Andrea Benedetti. Artista chiave della scena italiana, techno, EBM, rave, house etc… Un mentore per molti ragazzi e ragazze che vivono la Club e Rave Culture. Poi anche Simona Faraone che vive a Firenze da molti anni ma è anch’essa di Roma. Lei è stata una delle prime donne Dj in Italia ad intraprendere questa professione.

                  Simona Faraone è stata una delle prime donne Dj in Italia ad intraprendere questa professione.

                  Con lei mi sono confrontato molto negli ultimi tempi, su aspetti più legati al recupero di una scena italiana in declino. A livello internazionale ho legato molto con Silvio Jadranic della Klinik Room (etichetta indipendente della Croazia). Con Raul Rocha “Dj Roach” e Moses Malone di Tec-Troit (Detroit – USA). Non saprei dire se con i miei dischi ho messo in luce alcuni di questi uomini e donne di cultura. Sicuramente penso di averli messi in luce con il lavoro parallelo di programmazione e collaborazione per quanto riguarda serate ed eventi culturali. Con le rubriche sul nostro sito ed contenuti che trasmettiamo online. Vivo la musica a tutto tondo e sicuramente è necessario viverla di persona quindi prediligo questo tipo di approccio.

                  Di recente abbiamo avuto modo di ascoltare alcune tue uscite tra cui con la celebre Motech di Detroit, come è nata questa collaborazione? A cosa ti ispiri nel tuo lavoro?

                  La collaborazione con la Motech è nata qualche mese fa. Era dal 2016 che mandavo demo al loro indirizzo di posta elettronica. È stato un grande desiderio per molti anni pubblicare tracce per un’etichetta di Detroit!

                  Vorrei far sapere a tutte e tutti, che c’è stato molto lavoro. Molte ore di studio dietro a questi obbiettivi. Nessuno mi ha regalato niente. Mi sono fatto un gran c*** per imparare a far suonare le tracce come volevo e ad arrangiarle come avevo in mente! Nonostante tutto non posso di certo sentirmi “arrivato”! Ho sempre molto da imparare!

                  Sono un tipo che lavora sodo. Anche in questo spirito dell’“hard work and no compromise” mi rifaccio molto alla scuola americana di Detroit. Una città in molti aspetti molto differente dalla nostra Pisa, che invece è un paesone rispetto alle vere metropoli dalle mille sfaccettature socio-economiche degli States…

                  ARTF

                  Quindi, Underground Resistance, Drexciya, Mad Mike Banks, Robert Hood, Dj Roach & Moses Malone, Tec-Troit, Dj 3000, Dj Rolando, Esteban Adame, Santiago Salazar, Jeff Mills, Dj Stingray, Nomadico, Ray7, Scan7, Los Hermanos, Mark Flash, Waajeed…

                  Questi sono più o meno in ordine sparso i nomi ricorrenti da cui attingo ispirazione.

                  Voglio fare una musica che va dritta al sodo. Con degli elementi riconducibili alla musica del passato, legata alle radici della Club / Rave / Techno culture, ma senza essere nostalgici. Con consapevolezza che è necessario attingere dagli insegnamenti di chi ha originato questa musica per non perdere la strada e andare dritti verso il futuro.

                  È necessario attingere dagli insegnamenti di chi ha originato questa musica per non perdere la strada e andare dritti verso il futuro

                  Voglio fare una musica che fa ballare. Che emozioni e che faccia anche pensare. Al perché ci ritroviamo a ballare con questa musica e perché è sia necessario vivere l’esperienza di ballare davanti ad un buon potente sound system. Certo con decine se non centinaia o migliaia di ragazze e ragazzi, donne e uomini, giovani e meno giovani! Find your strenght into the sound!

                  Cosa bolle in pentola nel prossimo futuro?

                  Durante il triste periodo di lockdown ho cercato di sfruttare al meglio il tempo a disposizione. Ho letto molto e ascoltato molti dischi, cercando ulteriori ispirazioni svincolate dagli artisti techno citati fino ad adesso. Sto lavorando ad un EP Electro / Techno più concettuale ispirato alla trilogia di romanzi in stile Cyberpunk di William Gibson. Vorrei far ballare le persone e farle entrare in queste atmosfere torbide e distopiche raccontate nella “Trilogia dello Sprawl”. Vorrei cercare anche di lanciare qualche messaggio di avvertimento per il futuro tramite le tracce che pubblicherò… Ho già due brani masterizzati che hanno avuto già degli ottimi feedback. Quando la fantascienza coincide con la realtà ha bisogno di un adeguata colonna sonora non credete?!

                  Come vivi il rapporto con l’elettronica più orientata ai club? Quali sono 5 dischi a cui non potresti rinunciare in un Dj-set?

                  Come già detto più volte non amo molto la musica mainstream e commerciale e questo vale anche per la musica elettronica di tendenza. Trovo le scelte di molti artisti ed etichette funzionali ad alimentare un certo stile di vita legato all’ apparenza. Un Clubbing griffato, creato più per mostrare la propria presenza momentanea che per lasciare qualcosa di profondo che rimarrà a vita. Giullari che danzano con i drink in mano su ritmi dilatati e dai bassi BPM… Un falso benessere. Icona di un mondo esclusivo legato al “bengodi”. Tutto questo è solo per pochi, quelli a cui piace ostentare un life style di fatto di cose futili, i nuovi cortigiani del Re sole!

                  Vorrei sempre suonare in situazioni dove oltre a ballare e a divertirsi, vengono lanciati anche dei messaggi culturali forti. Quelli che ho citato nelle righe precedenti. Unità, inclusione, no razzismo, no sessismo e dove si possa dare il giusto valore agli artisti che suonano e ai tecnici e organizzatori dell’evento. La socialità e la musica sono elementi importanti della vita di ogni giorno. Spesso, in Italia (all’estero se la vivono in maniera diversa) e sopratutto in questo periodo di stallo post-covid, vengono ignorati se non demonizzati. Manca una vera progettualità per il futuro. Trovo infine che molti gestori di locali ed eventi siano totalmente improvvisati o eticamente abbiamo fatto affondare il clubbing in Italia pensando solo al profitto.

                  Vedo comunque che la pandemia ha acceso la miccia per un cambiamento. Ha fatto da propulsore per una nuova consapevolezza da parte del pubblico e degli addetti ai lavori, sta ispirando tutti coloro che come me vorrebbero una Club Culture più equa, dove si possa fare squadra verso un obbiettivo comune: fare cultura musicale.

                  I miei 5 dischi a cui non posso attualmente rinunciare nei miei dj set del 2020 sono :

                  Immagino che qualcuno si aspettava che elencassi altri titoli, sto cercando negli ultimi anni di non legarmi troppo ai dischi per stupire sempre il pubblico, sopratutto se parliamo di techno. Mi piace molto improvvisare anche se ho dei telai prestabiliti nei miei Dj set.

                  Copyright Under-blog, ARTF, techno
                  Copyright Under-blog, ARTF, techno

                  Grazie ancora Dario per il tuo prezioso contributo e speriamo di poterti sentire presto magari con un mixtape per il nostro canale CC!


                  Links:

                  ARTF as PUM and CC artist

                  Soundcloud


                  Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.

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                    Om Unit Break the Wall

                    Om Unit

                    Building on more inclusivity, social and cultural parity with an open critique with the ‘business’ aspect of this culture

                    We started in January with the idea of research on the status of the Club Culture. Our aim is at understanding its developments to find its current meaning. We are in the first step of a mixed qualitative-quantitative approach, collecting many interviews between musicians, organizers, producers, DJs, professionals, and enthusiasts around the globe. Researching to grasp ideas, opinions, discussions, and all information that we can further employ for a cross-analysis with other literature/media discussions.

                    An ambitious project that faced with humility, intellectual honesty, and method, could ultimately give so much to those who base their life on music. Tracing of new trends as well as policy indications, and operative solutions, these are our ultimate goals, to redesign together a new club culture.

                    We are in the first step of a mixed qualitative-quantitative approach, collecting many interviews…

                    Under this umbrella, the great “Andrea Mi” with the cultural depth and passion that distinguished him, the last January took our challenge and in his interview mentioned one of the last EP – ‘Submerged‘ – of his friend and “fundamental” English producer, Om Unit.

                    Six months have passed so far. We have gone very far with Break the Wall, but perhaps, it might be the case to close the first balance of this adventure. So, we present today a really nice interview that Jim Cole aka Om Unit released for us a few days ago.

                    om unit
                    Om Unit, © KōLAB Studios

                    “As if driven by a sort of cosmic connection”. The same feeling that sometimes binds ideas, passion with a pure dedication for music. We close the semester with the reflections of a DJ, a Musician, and a Producer who offers us a clear synthesis on our topic.

                    His songs are dense, deep, beautiful. With styles and schools that have structured the history of Club Culture in recent decades. From jungle to techno, from bass music to house rhythms.

                    Andrea Mi, Break the Wall 24 January 2020

                    For several years, Om Unit has been making a fundamental contribution to electronic music. Distinguishing itself by a pure approach, through a label, the Cosmic Bridge, many releases, and extraordinary innovative capacity.

                    Let’s dive now into this fruitful conversation through the Om Unit spaceship!

                    Dear Jim,
                    thank you so much for participating, it’s a real pleasure for us to have your contribution. Even if we are witnessing hard times. We think that it is important exactly now to increase our voices and efforts. Building new networks, placing both “Art and human relations” at the core of our communities. Using the Mad Mike Banks metaphor, this time calls for supporting that invisible and necessary sea of water that defines the resistance of underground.
                    What do you think about it? What’s your recent experience during lock-down? was there anything in your direct experience that moved in this direction?

                    You’re welcome! I love that you mention Mad Mike because, at the moment, he is working with other musicians in Detroit to build a School for kids right now. That is about as real as it gets!

                    I’ve been watching how DJ culture has been suffering and how DJ’s have responded with great interest. There has certainly been a broad range of fast adaptation in some sense with things like streaming/distanced parties. But I think this crisis has shown us that it’s a good time to really take a look at what we are all doing with it all. For example, I used to hear people complain about the capitalist side of things, and I was thinking that they were being a little alarmist. But I have recently really had time to think about the whole landscape in music and take stock of what is really important, which has been very positive and refreshing.

                    Issues are now on the table like inclusivity and social and cultural parity and there is some further open critique with the ‘business’ aspect of this culture too which are all very necessary at the moment.

                    In terms of having this ‘Covid break’ time to really look my own path, I can say I have been able to be really honest about my musical direction and writing choices in the studio. I’m now finding my feet in new and interesting sounds that feel more authentic whilst moving towards more of an eclectic format as DJ and Producer again. I have a new radio starting and some exciting new releases coming too which reflect a more authentic vibe for me personally, some new studio techniques are being explored and I’m working on new collaborations too which I’m excited to share with people.

                    In our previous reviews, we discussed a lot about the devastating impact that the COVID crisis delivered on the whole sector of culture (at least for a very weak system like the Italian one).
                    What about your direct experience as an artist and a label manager in a more advanced system like the English one? Did you find a cushion to land on, do they (politics) offer support for the sector?

                    There has been support from the UK government only for the big concert venues, which was actually a very large amount of money, but sadly there is nothing for the small clubs. This conservative government don’t value the arts as much as they should, so we have to fight as usual for our own way of life. There was some fairly decent help for small businesses though, and some help for self-employed people like myself. Lucky for me I work part-time as a teacher. Some of my friends are not so lucky and will have to change their lives to make it work.

                    It’s really sad because dancing to music is one of the most therapeutic things we can do with our body, and the powers here do not recognise the value of maintaining a place to do this for when the pandemic is over. Major venues were already under pressure here because of the ruthless nature of development and city planning that also does not value cultural spaces. The future of nightclubs looks really bleak at the moment and more needs to be done in the UK to help to save them.

                    The message we have perceived through your latest releases is certainly positive, to move on. We refer to “As We Continue” that you launched under the pseudonym of Phillip D Kick, and that hymn to the joy for the rave culture that is Joyspark.
                    What’s your feeling with your last Phillip D Kick release?

                    The ‘Phil Stuff’ as I call it is almost like someone else – a different person. I try to respect the footwork and jungle roots at the same time and it’s more a ‘just for fun’ thing where I get to be free and just make Tracks that ‘bump’. I get too serious about music sometimes so I think this allows me to just be free and make more club stuff. This new record is pretty laid back in some sense though, but I think I was always more into the smoother side of jungle and certainly the jazzier side of footwork anyway.

                    What are the positive things of making music nowadays?

                    I mean, the world is going crazy right? So we might as well all just make good honest art.

                    Despite the positive Bandcamp-Only self-release, what do you think about the role of platforms during this crisis?

                    I feel that technology has always been a key part of the art world, and social media and online music platforms are no different. There is a positive in the sense that access to music has never been so broad for everyone, but similar to Netflix, when you have a big choice, it’s like where to go? Algorithms are now there to choose for you. A lot of modern-day social media platforms use behavioural modification techniques on their users via algorithmic manipulation (I recommend the recent work of Jaron Lanier in this regard).

                    This as we know has created a rise in populist thinking and monoculture. I myself love the access to music that for example the combination of discogs and bandcamp has given me but I can’t really connect with Spotify or Apple Music that well. Perhaps it is because my interest is in more niche music and collecting records, but I find it hard to navigate an infinite choice and I don’t want to have to feed an algorithm to ‘tune’ it to my taste, that feels like handing over my free-will to a machine.

                    A producer of your experience has certainly lived through all the steps of digitization. This accordingly has had different impacts on the progress of various sectors.
                    Do you think that COVID has exacerbated or attenuated them?
                    We refer, for example, to the increasingly evident trend by people to shift their social life and behavior towards digital
                    For those who make electronic music like you, technology represented the promise in a certain sense of a better future. Do you think this promise has been accomplished?
                    We refer to the fact that we observed that the initial movements and the waves are all slowly declined to make room for the market and consumption. Or that today it is increasingly difficult to imagine a utopia or a future as it could have happened in the 80’s/90’s … –
                    What is the future that awaits us?

                    Well, I think the idea of the ‘tech utopia’ is just boring. Again, I have to draw upon Jaron Lanier’s viewpoint that the so-called ‘singularity’ as imagined by Ray Kurzweil is as absurd as ‘The Rapture’. We have evolved as creatures who have a natural inbuilt appreciation of music in a real space. Now whether the idea of full-scale club culture is at risk we cannot say but the rise in illegal parties this year certainly dictates that there is something missing already for people. The authorities would do well to think about how to maintain safe and meaningful dance spaces going forward, even it means a kind of ‘furlough’ for clubs in terms of rent for starters.

                    The future relies on this kind of assistance, and without it we have no real certainty of anything really. I think the dream of the 80’s and 90’s happened in the 80’s and 90’s. I think today’s dream is really about returning to a safer dancefloor not just in terms of the pandemic but in terms of attitudes of the people in clubs as well as attitudes of the industry itself. It’s up to us within the culture to choose how it looks, and make those changes, but the physical infrastructures themselves need to be protected.

                    A curiosity, when the love for your “cosmic sound” started?

                    I always had an interest in ambient and spaced out music, even when I was a kid. I think growing up in the 80’s played a big part in that somehow. I always loved how 80’s pop music had these weird reverbs. When I was very young I loved the abstract sounds that pop artists like peter Gabriel or Steely Dan would use in the mix, even as a kid I remember hearing stuff like ELO and wondering how they got those mad effects.

                    I think that’s why I love dub reggae and dub techno so much too nowadays, the use of space and strange FX. I had a brief time playing those kind of ‘Balearic chuggers’ as well as a DJ which for me felt pretty cosmic. I also wanted to inject some kind of ‘spiritual energy’ into my hip-hop work as ‘2tall’ back in the early 2000’s which kind-of came through with the ‘beautiful mindz’ LP. I think hearing the psychedelic work of early flying lotus and that whole scene out in LA in the mid-2000’s also really turned me on to the idea of using more ‘out-there’ studio techniques and kinda put me onto the idea of making instrumental music that had basslines and weight that wasn’t just ‘club’ orientated.

                    Using more ‘out-there’ studio techniques …

                    Artists like J Dilla, Dabrye and Ras G all had some of that cosmic stuff going amongst their work too, using these really interesting ways of layering and chopping sounds. It’s a kind of continuum in a lot of music I think that is always there amongst the layers. Recently I’ve heard a lot of cosmic ambient music that is also quite sample based which has that same feeling too, people like broshuda or UON for example, or even the more beatsy stuff like seekersinternational (whom I’ve made a mini LP with which drops soon)

                    What do you think about club culture? What the situation in your city and beyond?

                    I mean right now it’s asleep, maybe for the better? I think there will be some positive changes if the venues can stay open for long enough. In Bristol, we have some issues with closure or imminent closure, but there’s some small ventures such as High Rise sound system throwing parties to seated crowds. Really, it’s all still on hold, so as I said it’s a good time to pause and think. With regards to DJ and Music Culture in general, there’s work to do in terms of bringing more attention towards doing things in a more consciously progressive manner when we do return to the dancefloor.

                    What are the main criticalities? What we can do to improve it?

                    Here’s 3 out of many..

                    1. Reach out to more people of colour, women, queer, trans, non-binary and other marginalised people if you have a platform and share it with them wherever possible.
                    2. Use your platforms to speak up about things that need changing within the culture you are involved in.
                    3. Promote the music you truly love only, and it will feed you forever. It might not always pay the bills but it will bring more happiness, and that happiness will have more positive affect on the culture around you, it’s a ripple effect in that way.
                    Thank you so much for your availability and effort! We hope to have one of your shows in our leaning tower city of Pisa in the next future!

                    Can’t wait to be back!


                    Links:

                    Om Unit Bandcamp

                    Om Unit Discogs

                    Cosmic Bridge Records

                    Soundwall interviews


                    Ripensare tutto a partire da una maggiore inclusione, parità sociale e culturale e con un occhio critico verso gli aspetti “imprenditoriali” di questa cultura

                    Siamo partiti a gennaio con l’idea di avviare una ricerca sullo stato della Club Culture per comprenderne gli sviluppi e poter contribuire a ritrovarne un significato. In questa prima fase di lavoro stiamo raccogliendo molte interviste tra musicisti, organizzatori, produttori, Djs, addetti ai lavori e appassionati da tutto il mondo allo scopo di sedimentare idee e concetti sui quali poi effettuare un’analisi incrociata con altra letteratura e discussioni da altri media che affrontano il tema.

                    Un progetto ambizioso che affrontato con umiltà, onestà intellettuale e metodo, alla fine potrebbe dare così tanto a coloro che basano la propria vita sulla musica. Tracciare nuove tendenze, indicazioni politiche e soluzioni operative, questi sono i nostri obiettivi finali, per ridisegnare insieme una nuova club culture.

                    Siamo così nella prima fase di un approccio misto qualitativo-quantitativo, stiamo raccogliendo molte interviste …

                    Sotto questo ombrello, il grande “Andrea Mi” con la profondità culturale e la passione che lo hanno contraddistinto, lo scorso gennaio ha accolto la nostra sfida e nella sua intervista ha citato uno degli ultimi EP – ‘Submerged‘ – del suo amico e “fondamentale” produttore inglese Om Unit.

                    Da allora, sono passati sei mesi. Siamo andati molto lontano con Break the Wall, e potrebbe essere il caso di chiudere un primo bilancio di questa avventura. Quindi, presentiamo oggi una bella intervista che Jim Cole aka Om Unit ci ha rilasciato pochi giorni fa.

                    “Come spinti da una sorta di connessione cosmica”. Una forza che lega idee e passione con una dedizione pura per la musica, chiudiamo il semestre con le riflessioni di un DJ, un Musicista e un Producer – Om Unit – che più di altri riesce ad offrire una chiara sintesi sul nostro argomento.

                    Le sue canzoni sono dense, profonde, bellissime di stili e scuole che hanno strutturato la storia della Club Culture negli ultimi decenni: dalla jungle alla techno, dalla bass music ai ritmi house.

                    Andrea Mi, Break the Wall 24 January 2020

                    Da diversi anni Om Unit dà un contributo fondamentale alla musica elettronica. Distinguendosi con un approccio puro, attraverso un’etichetta, la Cosmic Bridge, molte pubblicazioni e una straordinaria capacità innovativa.

                    Immergiamoci ora in questa ricca conversazione attraverso l’astronave Om Unit!

                    Carissimo Jim,
                    grazie mille per la tua partecipazione, è un vero piacere per noi avere poter ricevere il tuo contributo. Stiamo assistendo a tempi difficili. Pensiamo che sia importante proprio ora aumentare le nostre voci e i nostri sforzi. Costruire nuove reti, ponendo “Arte e relazioni umane” al centro delle nostre comunità. Usando la metafora di Mad Mike Banks, questo tempo ci chiede di sostenere quel mare d’acqua invisibile e necessario che definisce la resistenza del’Underground.
                    Cosa ne pensi? Qual è stata la tua esperienza durante il lock-down? nella tua diretta esperienza c’è stato qualcosa che si è mosso in questa direzione?

                    Prego! Mi piace che tu abbia menzionato Mad Mike perché, al momento, sta lavorando con altri musicisti a Detroit per costruire una scuola per bambini. Questo è tanto reale quanto si sta realizzando!

                    Ho vissuto la sofferenza della nostra cultura ma anche come i DJs hanno risposto con grande interesse. C’è stata sicuramente una vasta gamma di adattamenti rapidi, in un certo senso, con cose come lo streaming/feste a distanza. Ma penso che questa crisi ci abbia mostrato che è un buon momento per dare un’occhiata a come e cosa stavamo facendo tutti. Ad esempio, sentivo le persone lamentarsi del lato capitalista delle cose e pensavo che fossero un po ‘allarmiste. Ma recentemente ho davvero avuto il tempo di pensare all’intero panorama della musica e fare il punto su ciò che è veramente importante, il che è stato molto positivo e rinfrescante.

                    Questioni come l’inclusività e la parità sociale e culturale sono ora sul tavolo e ci sono anche altre critiche aperte con l’aspetto “business” di questa cultura che sono tutte molto necessarie al momento.

                    Questa pausa dovuta al Covid mi ha permesso di guardare a fondo la mia strada, posso dire che mi ha permesso di guardare con onestà alla mia direzione musicale e alle mie future scelte compositive in studio. Ed ora mi sto ritrovando in queste scelte con suoni nuovi e interessanti che sembrano più autentici, mentre in parallelo mi muovo verso un formato più eclettico come DJ e produttore. Ho un nuovo show radio che sta per iniziare e alcune nuove ed entusiasmanti uscite in arrivo che riflettono un’atmosfera più autentica per me personalmente, alcune nuove tecniche di studio sono in fase di esplorazione e sto anche lavorando a nuove collaborazioni che sono entusiasta di condividere con le persone.

                    Nei precedenti numeri di #BtW abbiamo discusso molto dell’impatto devastante che la crisi dovuta al COVID ha prodotto sull’intero settore della cultura (almeno per un sistema molto debole come quello italiano).
                    Qual’è stata la tua esperienza diretta come artista e label manager in un sistema più avanzato come quello inglese? Hai trovato un cuscino su cui atterrare, offerto (dalla politica) a supporto al settore?

                    Il sostegno del governo britannico c’è stato, ma solo per i grandi con una somma di denaro molto elevata, che purtroppo è arrivata ai piccoli club. Questo governo conservatore non apprezza le arti quanto dovrebbero, nulla di nuovo, dobbiamo combattere come al solito per il nostro modo di vivere. Tuttavia, c’era un aiuto abbastanza decente per le piccole imprese e un aiuto per i lavoratori autonomi come me. Fortunatamente per me che lavoro part-time come insegnante. Alcuni dei miei amici non sono così fortunati e dovranno cambiare le loro vite per ripartire.

                    È davvero triste perché ballare con la musica è una delle cose più terapeutiche che possiamo fare con il nostro corpo, e i poteri qui non riconoscono il valore di mantenere un posto dove farlo quando la pandemia sarà finita. I luoghi principali erano già sotto pressione qui a causa della natura spietata dello sviluppo e della pianificazione urbana che non tiene conto degli spazi culturali. Il futuro dei locali notturni sembra davvero desolante al momento e nel Regno Unito è necessario fare di più per aiutarli a salvarli.

                    Il messaggio che abbiamo percepito attraverso le tue ultime uscite è sicuramente positivo, un inno per andare avanti. Ci riferiamo a As We Continue che hai lanciato con lo pseudonimo di Phillip D Kick, e quell’inno alla gioia per la cultura rave che è Joyspark.
                    Qual è la tua sensazione con la tua ultima uscita di Phillip D Kick?

                    Il “Phil Stuff” come lo chiamo io, è quasi come un altro, una persona diversa. Cerco di rispettare le radici footwork e jungle ma allo stesso tempo è più una cosa “solo per divertimento”, in cui posso essere libero e creare tracce che colmano uno spazio. A volte prendo troppo sul serio la musica, quindi penso che questo mi permetta di essere libero e di fare più cose da club. Questo nuovo disco è piuttosto rilassato in un certo senso, ma penso di essere sempre stato più interessato al lato più morbido della jungle e sicuramente al lato più jazz della footwork.

                    Quali sono gli aspetti positivi del fare musica al giorno d’oggi?

                    Voglio dire, il mondo sta impazzendo, giusto? Quindi potremmo fare solo della buona arte, quantomeno onesta.

                    Nonostante positiva politica di Bandcamp di sostegno all’autoproduzione, cosa ne pensi del ruolo delle piattaforme durante questa crisi?

                    Sento che la tecnologia è sempre stata una parte fondamentale del mondo dell’arte e che i social media e le piattaforme di musica online non sono diversi. C’è un aspetto positivo nel senso che l’accesso alla musica non è mai stato così vasto per tutti, ma simile a Netflix, quando hai una grande scelta, è come “dove andare”? Adesso gli algoritmi possono sostituire la scelta per te. Molte moderne piattaforme di social media utilizzano tecniche di modifica comportamentale sui propri utenti tramite manipolazione algoritmica (raccomando il recente lavoro di Jaron Lanier al riguardo).

                    Questo, come sappiamo, ha creato un aumento del pensiero populista e della monocultura. Io stesso amo l’accesso alla musica che, ad esempio, la combinazione di discogs e bandcamp mi ha dato, ma non riesco a connettermi così bene con Spotify o Apple Music. Forse è perché il mio interesse è per la musica più di nicchia e per il collezionismo di dischi, ma trovo difficile navigare in una scelta infinita e non voglio dover alimentare un algoritmo per “sintonizzarlo” secondo i miei gusti, è come se cedessi il mio libero arbitrio ad una macchina.

                    Un produttore della tua esperienza ha sicuramente vissuto tutte le fasi della digitalizzazione. Come sappiamo, questa ha avuto impatti diversi sul;’evoluzione dei vari settori.
                    Pensi che COVID abbia esacerbato o attenuato queste dinamiche?
                    Ci riferiamo, ad esempio, alla tendenza sempre più evidente delle persone di spostare la propria vita sociale e il proprio comportamento nel digitale
                    Per coloro che producono musica elettronica come te, la tecnologia ha rappresentato la promessa in un certo senso di un futuro migliore. Pensi che questa promessa sia stata mantenuta?
                    – Ci riferiamo al fatto che abbiamo osservato il lento declino dei movimenti iniziali per fare spazio al mercato e ai consumi. Oppure al fatto che oggi è sempre più difficile immaginare un’utopia o un futuro come poteva accadere negli anni ’80/’90 …
                    Quale futuro ci aspetta?

                    Bene, penso che l’idea “dell’utopia tecnologica” sia solo noiosa. Ancora una volta, devo attingere al punto di vista di Jaron Lanier secondo cui la cosiddetta “singolarità” immaginata da Ray Kurzweil è assurda quanto “The Rapture”. Ci siamo evoluti come creature che hanno un naturale apprezzamento innato della musica in uno spazio reale. Ora se l’idea di una club culture su vasta scala sia a rischio non lo possiamo dire, ma l’aumento delle feste illegali quest’anno indica certamente che manca già qualcosa per le persone. Le autorità farebbero bene a pensare a come mantenere in futuro spazi di danza sicuri e significativi, anche se ciò significa una sorta di “furlough” in termini di affitto per chi aveva cominciato da poco.

                    Il futuro si basa su questo tipo di assistenza e senza di essa non abbiamo alcuna reale certezza di nulla. Penso che il sogno degli anni ’80 e ’90 sia accaduto negli anni ’80 e ’90. Penso che il sogno di oggi sia davvero quello di tornare a una pista da ballo più sicura non solo in termini di pandemia, ma in termini di atteggiamenti delle persone nei club e di atteggiamenti dell’industria stessa. Spetta a noi, all’interno della cultura scegliere l’aspetto e apportare tali modifiche, ma le infrastrutture fisiche stesse devono essere protette.

                    Una curiosità, quando è iniziato l’amore per il tuo “suono cosmico”?

                    Ho sempre avuto un interesse per la musica ambient e spaziale, anche quando ero bambino. Penso che crescere negli anni ’80 abbia giocato un ruolo importante in questo, in qualche modo. Ho sempre amato il modo in cui la musica pop degli anni ’80 aveva questi strani riverberi. Quando ero molto giovane amavo i suoni astratti che artisti pop come Peter Gabriel o Steely Dan usavano nel mix; anche da bambino ricordo di aver sentito cose come ELO e mi chiedevo come facessero a ottenere quegli effetti folli.

                    Penso che sia per questo che adoro il dub reggae e il dub techno anche oggi, l’uso dello spazio e strani FX. Per un periodo di tempo ho suonato anche quel tipo di “Balearic chuggers” di un DJ che per me sembrava piuttosto cosmico. Volevo anche iniettare una sorta di “energia spirituale” nel mio lavoro hip-hop come “2tall” all’inizio degli anni 2000, che è arrivato con l’LP “beautiful mindz“. Penso mi abbia influenzato anche ascoltare i primi lavori psichedelici di flying lotus, così come l’intera scena a Los Angeles a metà degli anni 2000 mi abbia fatto venire l’idea di usare più tecniche di studio che sono “là fuori”, alla portata, e mi ha fatto venire l’idea di fare musica strumentale con bassi e profondità non solo orientata al “club”.

                    usare più tecniche di studio che sono “là fuori”, alla portata

                    Artisti come J Dilla, Dabrye e Ras G hanno avuto anche alcune di quelle cose cosmiche che si inserivano nel loro lavoro, usando questi modi davvero interessanti di stratificare e tagliare i suoni. È una sorta di continuum in molta musica, penso che sia sempre presente tra gli strati. Di recente ho ascoltato molta musica ambientale cosmica che si basa abbastanza sui campioni e che ha anche lo stesso feeling, persone come broshuda o UON per esempio, o anche le cose più eccitanti come seekersinternational (con cui ho realizzato un mini LP che uscirà presto)

                    Cosa ne pensi della club culture? Qual è la situazione nella tua città e oltre?

                    Voglio dire in questo momento sta dormendo, forse per il meglio? Penso che ci saranno alcuni cambiamenti positivi se le sedi potranno rimanere aperte abbastanza a lungo. A Bristol abbiamo alcuni problemi con la chiusura o la chiusura imminente, ma ci sono alcune piccole iniziative come il sistema audio High Rise che organizza feste a folle sedute. Davvero, è ancora tutto in attesa, quindi come ho detto è un buon momento per fare una pausa e pensare. Per quanto riguarda i DJ e la cultura musicale in generale, c’è del lavoro da fare in termini di portare maggiore attenzione nel fare le cose in modo più consapevolmente progressivo quando torneremo sulla pista da ballo.

                    Quali sono le principali criticità? Cosa possiamo fare per migliorarlo?

                    Eccone 3 su molte …

                    1. Coinvolgere più persone black, donne, queer, trans, non binarie e altre persone emarginate se hai una piattaforma e condividere con loro ovunque possibile.
                    2. Usa le tue piattaforme per parlare di cose che devono cambiare all’interno della cultura in cui sei coinvolto.
                    3. Promuovi solo la musica che ami veramente e ti nutrirà per sempre. Potrebbe non sempre pagare le bollette, ma porterà più felicità, e quella felicità avrà un effetto più positivo sulla cultura che ti circonda, è un effetto a catena in quel modo.
                    Grazie mille per la tua disponibilità e impegno! Speriamo di poterti riavere presto a Pisa con uno dei tuoi show!

                    Non vedo l’ora di tornare!


                    Edited by Daniele V. One of the founders of the PUM – Pisa Underground Movement. Devoted to electronic music and its cultural background. I started writing to accomplish the need to tell what’s going on and track change about our activities, and I found new energies and interests.)

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